Questo libro si situa a più di cinquant’anni di distanza dalle celebri Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, curate da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli per l’editore Einaudi, nel 1952. Da un lato, rispetto al classico einaudiano, il volume di Franzinelli si pone in una prospettiva di integrazione per ciò che concerne la scelta del materiale documentario: accanto a novanta lettere di fucilati, infatti, vengono prese in considerazione sia la categoria dei deportati nei lager tedeschi per motivi razziali e politici, sia quella dei testamenti spirituali – rispettivamente con quaranta e dieci testi, per un totale di centoquaranta documenti. D’altro lato, non è celata da parte di Franzinelli l’ambizione di segnare, nei confronti dell’illustre precedente, anche un salto di qualità dal punto di vista scientifico. Una scrupolosissima attenzione filologica ha accompagnato la selezione e la riproduzione dei testi, affrontate sistematicamente a partire non da successive trascrizioni, spesso viziate da alterazioni e imprecisioni di diversa natura, ma dagli esemplari originali: ciò mantenendo gli eventuali, frequenti errori di grammatica e di sintassi che vi compaiono, i quali possono derivare tanto da una scarsa frequentazione del condannato con la scrittura, quanto dagli effetti fisici della tortura o dallo sgomento provato a poche ore dalla morte. La scelta dei documenti ha cercato una equilibrata rappresentazione delle classi sociali impegnate nel movimento di resistenza: preponderanza di contadini e operai, quindi impiegati, studenti, artigiani, militari, intellettuali (per quanto riguarda l’età, si va dai 16 ai 25 anni per due terzi dei trucidati presi in esame). Inoltre, l’indagine sui profili biografici dei morituri – volta alla preparazione delle schede personali che il curatore ha meritoriamente affiancato a ciascuna lettera – ha osservato sempre criteri impostati alla massima trasparenza e completezza: laddove Malvezzi e Pirelli avevano talora mancato – scrive Franzinelli nella Nota editoriale – in ossequio a una certa «visione “monumentale” della Resistenza».
La storiografia ha impiegato tempo a restituire la vicenda resistenziale a una dimensione più vicina alla realtà e “umana”, meno astratta e monumentale, appunto. Ha raccolto con lentezza e fatica le sollecitazioni che provenivano, per esempio, dalla letteratura sin dal primo dopoguerra: si pensi soltanto alle pagine di Fenoglio, di Calvino, di Bassani. Le Ultime lettere curate da Franzinelli vengono dopo i contributi di Claudio Pavone e di Santo Peli, seguono le recenti osservazioni che Sergio Luzzatto ha svolto sulla memoria e la storia dell’antifascismo. Rientrano e portano avanti la tendenza, maturata da almeno un quindicennio in ambito storiografico, che ha sottratto lo studio e la narrazione storica della Resistenza da preoccupazioni di tipo politico in senso stretto. E questo, come è noto, è avvenuto proprio mentre intorno a essa si apriva un’accesa polemica mediatica, che solo ultimamente sta dando segno di sgonfiarsi, e che man mano è apparsa sempre più scopertamente legata a finalità politiche. Il preteso “revisionismo” dei media (preteso perché sterile sul piano conoscitivo: ci ha ragionato lucidamente Giovanni De Luna) si muoveva nella direzione opposta a quello condotto in tema dagli storici di professione. Se qui aumentava la chiarezza, lì si alimentava la confusione. Era ed è una confusione che rispecchia non solo la debole cultura storica del Paese, ma la profonda crisi di valori, di ideali, d’identità che lo sta colpendo.
Si è discusso e si discute pretestuosamente di equiparazioni e riconciliazioni. Simili discorsi – ovviamente neppure pensabili altrove in Europa – cesserebbero di avere statuto nel dibattito pubblico della nostra nazione, se solo si tornasse a prestare ascolto alle voci, irriducibilmente contrastanti, di coloro che si vorrebbe equiparare e riconciliare. In questo senso il libro di Franzinelli ci induce a un “ritorno alle fonti” quanto mai salutare: è un libro che ha inteso accettare, prima di altre, la «sfida contro l’oblio» e che esce in segno di «dolorosa riconoscenza» nei confronti «di chi è stato ucciso per essersi opposto alla dittatura fascista e all’occupazione nazista».
È illuminante il confronto – sostenuto da numerosi esempi empirici – che il curatore propone, nell’Introduzione, fra le ultime lettere dei caduti della Resistenza e quelle di chi è morto combattendo nelle file della Repubblica Sociale. I secondi riuscivano a scrivere ai propri cari piuttosto regolarmente; il messaggio essenziale che comunicavano era la loro permanenza in vita tra un’azione di guerra e l’altra. I primi non scrivevano per non mettere parenti e amici a rischio di ritorsione; quando lo facevano – ammesso che fosse dato loro il permesso, cosa nient’affatto scontata – era per trasmettere la notizia della loro morte imminente. Terreno comune, negli epistolari dei due schieramenti, si riscontra solo nella dimensione privata del lutto, nel dolore che pervade il congedo dai parenti e dalle persone amate: il dato affettivo è quello dominante in entrambi i casi, come ripetute sono anche le espressioni di fede religiosa.
Dove invece vengono espresse le ragioni ideali che hanno condotto alla fine della propria esistenza, le differenze non potrebbero emergere più radicali. La causa per la quale gli aderenti alla Rsi si sono sacrificati – buona fede o meno – è il fascismo nella sua versione più feroce e subalterna alla Germania nazista. Valori fondanti del loro agire sono il dovere, quasi mai però come frutto di una scelta elaborata in autonomia ma soprattutto come obbedienza alle gerarchie; la positività della guerra, la «guerra come verità della vita»; un patriottismo aggressivo. Viceversa, nelle lettere dei partigiani fucilati il senso dell’aver compiuto il proprio dovere nasce innanzitutto dall’espressione di una disobbedienza pubblica, la prima della loro vita: nell’aver rifiutato il reclutamento coatto, nell’essere renitenti o disertori. Nei loro scritti, non a caso, il nome di patria è associato a quello di libertà («Viva l’Italia libera!» è consueta esclamazione urlata davanti al plotone); e rappresenta la più ricorrente manifestazione politico-ideale. «Scarso rilievo», al contrario, vi gioca l’ideologia: l’immagine del “rivoluzionario di professione” – precisa Franzinelli – «non si adatta a questo materiale». In effetti, dalle ultime testimonianze delle centoquaranta vite spezzate che egli ha radunato in volume, non emergono stereotipi e raffigurazioni di maniera. Emerge la realtà della Resistenza e l’umanità di chi ha contribuito, col suo sangue, a ridare libertà al nostro Paese.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Mimmo Franzinelli (a cura di), Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza, Mondadori, Milano 2005.
Il curatore è studioso dell’Italia fascista; si è occupato della crisi del primo dopoguerra (Squadristi, 2003), della polizia politica del regime (I tentacoli dell’Ovra, 1999), della rimozione dei crimini di guerra nazifascisti (Le stragi nascoste, 2002), dello spionaggio nel secondo conflitto mondiale (Guerra di spie, 2004). Nel 2002 è stato insignito del premio internazionale Silone.
Patrick Karlsen, maggio 2005.
L’articolo è stato scritto originariamente per la rivista «Qualestoria», che si ringrazia.
Commenti
Nel 2002 è avvenuta una nuova ristampa delle Lettere, la cui prefazione torna a ribadire, a distanza di cinquant'anni esatti dalla prima edizione, l'attualità della voce di quegli uomini e di quelle donne "come radice da cui ancora attinge forza". Queste Lettere sicuramente sono entrate nelle scuole, al pari dei testi di Primo Levi o del Diario di Anna Frank, anche se sarebbe interessante sapere oggi se e come la tradizione di queste letture civili abbia resistito e resista al quotidiano assalto delle memorie "revisioniste" e alla sconsiderata equiparazione di valori e disvalori nella quale si consuma il cupio dissolvi etico di una classe dirigente e di una cultura degradata e privata ormai di ogni pulsione civile.
Ben venga perciò il ritorno a queste letture, alla lettura delle quali la rec esemplare di Patrick ci sollecita, mentre ci restituisce anche il volto fisico di uomini e donne cui dobbiamo la riconquistata libertà. Grazie.
Pregevole presentazione e riproposta di queste testimonianze fondamentali. Quindi ancora una volta grazie.
Mi riallaccio al discorso di Raffaella, che mi ha proprio anticipato col pensiero: in quegli vi furono queste persone che ebbero il coraggio di scegliere, di trasgredire, che sentirono il dovere di imbracciare le armi per contrapporsi a tutto un sistema politico, etico, sociale perverso e seppero sacrificarsi fino in fondo. Raffaella parla giustamente dell'assalto delle memorie revisioniste e della sconsiderata equiparazione dei valori oggi in atto.
Io mi domando: è possibile oggi una resistenza a questo "cupio dissolvi"? E con quali modalità? Non imbracciando le armi, non siamo più in guerra civile, ma come allora? Perché se è vero che probabilmente c'è ancora una voglia di Resistenza, c'è anche una grande individualismo diffuso. E un disorientamento ancora più forte.
ops, dopo quegli va "anni".
E c'é un'altro elemento sul quale sarebbe interessante sentire il parere di uno storico: gli anni di piombo, certo c'é meno prospettiva, è molto più difficile dare interpretazioni. Negli anni Settanta e oltre ci fu chi scelse le armi ugualmente per dar battaglia allo stato e seminò morti per le strade, un ammazzato fu praticamente quasi sotto casa mia, altri due poco lontano. Gli assassini erano quasi miei coetanei, credevano di dover fare così una loro resistenza, mi sto ancora chiedendo cosa li spinse in realtà a questo e se furono manovrati da altri.
In caso Patrick, sarai aggiornato anche sulla bibliografia sull'argomento.
Marina, grazie per i commenti: li ho letti e domani, appena ho un po' più tempo, risponderò.
Raffaella: grazie, mi conforta sapere che libri come quello di Franzinelli abbiano ancora lettori attenti e partecipi come te.
Allora, Marina. C'è da osservare che la moda "revisionista" si sta decisamente attenuando da un po' di tempo.
Credo nel complesso che non sia stata una stagione del tutto priva di risultati positivi. Da un lato, la storiografia è stata sollecitata a svecchiare certe coordinate che avevano fatto il loro tempo, e che erano sorte spesso sotto un forte impulso ideologico (pensa appunto a tutta la retorica sul mito resistenziale). Dall'altro, i "revisionisti" a un certo punto sono stati costretti a fermarsi di fronte al rischio che la loro opera si trasformasse in una critica radicale dei fondamenti e dei principi su cui si basa ogni stato evoluto del mondo (con lo smitizzare la Resistenza, cioè, qualche volta si è finito per denigrarla; ridiscutendo alcuni aspetti del fascismo come esperienza ventennale di governo, alcuni - imprudenti o impudenti -scivolavano verso la scoperta esaltazione di quella che resta una brutale dittatura).
Attraverso questi passaggi, i "revisionisti" alla fine sono giunti a un riconoscimento sostanziale delle tappe essenziali servite all'Italia per diventare uno stato democratico e moderno, tra le quali, naturalmente, non si può espungere la Resistenza.
In questo modo, in un certo senso sinistra e destra si sono avvicinate nel giudizio su una serie di nodi relativi alla storia del Paese; la discussione, da qualche tempo, non investe più direttamente i nodi ma si svolge, come è normale, ai loro margini.
Piano piano insomma l'Italia si sta costruendo una credibile memoria pubblica: e l'ondata "revisionista" ha avuto anche una parte positiva nel processo.
Sugli anni Settanta francamente ho difficoltà a esprimermi. Non ho approfondito l'argomento e mi infastidiscono i criteri con cui si era impostato fin dall'epoca il confronto. Ciò che è certo è che non si trattò di una guerra civile (il largo nucleo del Paese la visse come un'esperienza non solo estranea ma incomprensibile). Lavori rigorosi sul periodo non ce ne sono molti; un profluvio di memorialistica da ambo i fronti, quasi sempre con finalità autoapologetiche. Tra il primo gruppo, ricordo "Storia del partito armato" di Giorgio Galli che ricostruisce l'attività delle Br e, recentissimo, "Cuori neri" di Luca Telese che racconta per la prima volta dettagliatamente la storia delle giovani vittime di estrema destra, cercando anche di spiegarne l'orizzonte ideale.
grazie mille, Patrick, per il chiarimento fondamentale.
copertina
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[franzinelli] bella
[franzinelli] bella intervista di RONCI in Paradiso: http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chia...