Franqui Carlos

Cuba, la Rivoluzione: mito o realtà?

Autore: 
Franqui Carlos

Carlos Franqui compie ottantasei anni e decide di scrivere la sua autobiografia raccontando attraverso la sua vita uno spaccato della storia di Cuba. Ne viene fuori un libro monumentale, a metà strada tra il saggio e il romanzo, scritto con uno stile piano e colloquiale che lo rende accessibile a tutti. Un saggio importante, di cui si sentiva davvero il bisogno, tradotto magistralmente dallo spagnolo da Raul Schenardi. Rendiamo merito a Baldini e Castoldi, editore lungimirante, che contrappone alle ricostruzioni agiografiche di autori “inginocchiati” come Gianni Minà, la verità storica vissuta da un protagonista della Rivoluzione.

Peccato che il libro non goda (al momento) della grande pubblicità riservata ai thriller di Giorgio Faletti, ma nutro comunque la speranza che siano in molti a leggerlo. Il saggio si apre con una parte narrativa dove l’autore raccoglie i ricordi della prima giovinezza, vissuta in un paesino dell’oriente cubano, tra galli che cantano, palme altissime, ceibas gigantesche e riti santeri. L’autore matura convinzioni libertarie e condivide gli ideali di José Martí contro la dittatura quando comprende che i padroni dispotici possono fare tutto, mentre ai poveri contadini non è concesso niente. “Sognavo un futuro che mi sottraesse ai mali del presente, un futuro che sarebbe stato possibile vedere grazie agli sforzi e alle lotte”.

Franqui si scopre antifascista e antibatistiano, comincia a fare la vita del rivoluzionario clandestino, vende giornali proibiti e segue una profonda voglia di giustizia. Comprende che solo lo studio e la cultura possono trasformarlo in un uomo libero e per questo si iscrive alle scuole superiori. A Santa Clara scopre una città ricca di fermenti rivoluzionari e idee socialiste, tormentata da lotte, scioperi, manifestazioni di protesta, e pervasa da sogni per una vita migliore. Respira libri e cultura, soffre per la morte del padre e si avvicina alle idee comuniste che promettono un cambiamento radicale per le classi sociali più disagiate. Da Santa Clara si trasferisce all’Avana e scopre una città vera, “una festa d’amore, dove si parla e si balla a tempo di son”. Franqui dedica pagine di pura poesia alla descrizione della sua Cuba, racconta con nostalgia i colori della campagna e lo splendore della capitale. Narra che all’Avana decide di dedicare la sua vita a cambiare il mondo per far parte della grande famiglia socialista. Lotta per creare una coscienza sociale, per unire i contadini e per far capire il loro diritto a possedere la terra. Comincia a nutrire dubbi nei confronti del partito comunista quando Batista mette in piedi una pseudo repubblica ma il suo apparato direttivo sostiene il governo. Non comprende il centralismo democratico e certe regole sacre, discute con i dirigenti e rivendica la sua indipendenza.

Quando comprende che essere comunisti non significa essere liberi si dissocia dal partito, sa bene che l’anarchia è una splendida utopia, ma non riesce a seguire regole che non condivide. Franqui è affascinato dalla parola “libertà”, la vede come una sorta di mito, un sogno, una fantastica idea, ma ancora non sa che “non può esistere libertà senza democrazia”. Franqui entra a far parte dei rivoluzionari che vogliono far cadere la dittatura di Batista. “Idealizzavamo la rivoluzione, immaginando che sarebbe stata umanista e contraria ai comunisti rispetto al terrore, alla violenza e all’ingiustizia”.

Fidel Castro compie l’impresa suicida della caserma Moncada che termina in una carneficina e per questo viene processato. Denuncia i crimini della dittatura ed è condannato a quindici anni di carcere da scontare all’Isola dei Pini, dove scrive La storia mi assolverà. Franqui è sorpreso per la singolare coincidenza di frasi tra Castro e Hitler: il dittatore nazista in Mein Kampf aveva detto la stessa cosa. “In quel momento pensai che sarei sempre stato contro Batista, ma mai con quell’uomo pericoloso che aveva inaugurato la sua missione con un mucchio di cadaveri”, scrive Franqui. Nonostante tutto entra nel Movimento 26 luglio, anche se non ne condivide il militarismo e il caudillismo, ma in quel periodo storico è l’unico modo per ribellarsi a Batista. Dirige Radio Rebelde sulla Sierra Maestra, ma non accetta gradi militari e conserva un ruolo da civile indipendente che lavora per la Rivoluzione. Fidel Castro fa una Rivoluzione trasmessa in televisione e via radio, con il suo carisma seduce l’intero paese e dopo la vittoria dell’esercito ribelle prende i pieni poteri. Non restituisce la Costituzione del 1940, ma promulga una sorta di statuto privo di ogni garanzia, celebra i processi ai batistiani con i tribunali militari e dà il via a una prima orgia di sangue. “Rispondere ai crimini con altri crimini snaturava la Rivoluzione”, scrive Franqui che prende le distanze da Castro, dirige la rivista Revolución e critica tante manovre che non condivide. Secondo Franqui “il sistema castrista supera l’orrore batistiano con un superorrore”. Huber Matos viene condannato a vent’anni di galera per aver dato le dimissioni e non aver condiviso la virata comunista: non la pensa come Castro, quindi è un traditore.

Il fido Ramiro Valdés si occupa degli antisociali e inaugura l’orrore delle Umap a Camaguey. Franqui assiste impotente a una sfilata di reclusi omosessuali, hippies e religiosi, nel gulag tropicale circondato di filo spinato. Finiscono dentro gente come Pablo Milanés (oggi affermato cantautore), Osvaldo Payá Sardiñas (oggi guida la dissidenza cattolica) e Jaime Ortega (adesso cardinale). Cuba diventa comunista non per colpa degli Usa, afferma Franqui, ma per volontà di Fidel che è convinto di incarnare la Rivoluzione e di saper fare le scelte migliori per il futuro.

Franqui descrive Che Guevara come un ambizioso in cerca di potere e fama, arrogante con i sottoposti che disprezza come esseri inferiori. Il Che è un dogmatico privo di senso della realtà, uno che distrugge l’economia con ricette assurde a base di lavoro volontario e cancellazione di conti bancari. La morte in Bolivia lo trasforma in un eroe romantico alla Byron e fa dimenticare i suoi errori, le sue responsabilità e i suoi insuccessi. Lo trasforma in un mito da indossare sulle magliette e da sfoggiare su enormi cartelloni propagandistici, anche se il suo rapporto con il popolo cubano è sempre stato distante. Il Che subisce il fascino di Castro, nonostante conflitti e divergenze, non lo abbandona mai e alla fine muore in Bolivia, utile al dittatore da morto più che da vivo. Raúl Castro, invece, è l’unico rivoluzionario con un cuore comunista che batte in direzione dell’Unione Sovietica. Franqui ricorda il processo farsa al generale Ochoa, il combattente africano, il vincitore, l’eroe della Rivoluzione, fucilato come narcotrafficante perché Fidel teme la sua leadership. Franqui si dissocia dalla Rivoluzione, è allontanato da Castro e le sue foto scompaiono di colpo, viene cancellato dalle immagini ufficiali, come un vero e proprio fantasma socialista. “L’ingiustizia mi fece diventare rivoluzionario; la tragica esperienza che ho vissuto mi ha insegnato che se la Rivoluzione non era l’unica ingiustizia, era però quella più grande”. Franqui comprende che la democrazia è “l’unico governo cattivo ma possibile” e si convince che il suo sogno rivoluzionario sta morendo tra le braccia dei comunisti. “Non ero nato per diventare né un signor comunista né un signor borghese. Sarei sempre stato uno del popolo, era quello il mio mondo, ma se allora avevo perduto un partito e un ideale, adesso perdevo una Rivoluzione e una patria”.

Franqui sceglie la via dell’esilio in Europa, decisione non facile ma coerente per uno scrittore indipendente che vuole raccontare la vera storia della Rivoluzione cubana. Franqui abita in Italia per un lungo periodo, conduce un tenore di vita modesto perché sostiene che “l’efficacia delle azioni di un dissidente sta nella sua moralità”. Nessuno deve poter affermare che le sue parole sono pagate da altri, anche se i soliti giornalisti “inginocchiati” lo dicono lo stesso, ma si squalificano da soli. Franqui contesta l’invasione sovietica della Cecoslovacchia che fa naufragare un tentativo di socialismo dal volto umano, nello stesso periodo conosce Gabriel Garcia Marquez e si accorge che il grande scrittore sudamericano subisce il fascino del potere. Non approva la scelta di Marquez che sceglie di diventare “un romanziere alla corte di Fidel Castro”. Franqui non può stare dalla parte di un dittatore, a lui non importa di subire il confino culturale da parte della sinistra, ma sa bene che le dittature non hanno colore. Il suo giudizio sull’opportunismo politico di Garcia Marquez è duro: “La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari… ma lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres. Sceglie la zuppa comunista per interesse, tanto la gente dimentica gli errori degli uomini di talento e ricorda soltanto la loro opera”. Franqui prosegue raccontando il suicidio di Haydée Santamaria per protesta contro i fatti del Mariel e l’arresto del poeta Heberto Padilla, colpevole di avere un pensiero difforme da quello di Fidel Castro. Sono episodi tristi che convincono l’autore a dire: “La Rivoluzione cubana è perduta e lo stalinismo - castrismo impone un regime di terrore tipico del mondo comunista”.

Franqui fa autocritica e giustifica le sue scelte perché nel 1952 aveva solo l’alternativa rivoluzionaria per combattere la dittatura di Batista. Parte da una Rivoluzione umanista e martiana, viene manipolato e si trova dentro a una Rivoluzione comunista che produce conseguenze mostruose. Cuba è diventata “il regno del terrore e della miseria, una tirannia mascherata da Rivoluzione”. Le cifre parlano da sole. In quarantacinque anni di potere, Castro ha carcerato un milione di persone, oltre due milioni di cubani sono emigrati o hanno scelto l’esilio, decine di migliaia sono stati fucilati. Gli ultimi episodi che sottolineano una volta di più la ferocia del regime accadono nella primavera nera del 2003, che vede settantotto condanne con pene attorno ai venti anni di reclusione per oppositori pacifici, tra cui ventotto giornalisti indipendenti.

Castro ha sempre avuto una schiera di giornalisti che lo compiacciono e Franqui definisce molto bene Gianni Minà come “l’inginocchiato”, secondo lui colpevole di aver scritto molte bassezze sul suo conto per eseguire precisi ordini di Fidel. Le conclusioni alle quali giunge Franqui sono sotto gli occhi di ogni visitatore obiettivo che si reca a Cuba. “Castro ha venduto ai peggiori capitalisti stranieri negozi, hotel, spiagge, club, ristoranti, centri di divertimenti, industrie, terreni, rum, tabacco, caffé…”. Ha distrutto perfino l’industria dello zucchero che era il vanto di Cuba e in compenso per i cubani ha nazionalizzato la miseria. Nelle spiagge dell’isola fanno il bagno soltanto i turisti stranieri e Castro impersona un singolare ruolo da capo di Stato prosseneta che incentiva il turismo sessuale.

Secondo Franqui “il castrismo è soltanto un’ideologia di potere, una tattica per restare in sella, perché Castro negli anni è stato fedele solo a se stesso”. La Rivoluzione si identifica con lui che ha distrutto la ricchezza e la storia di un’isola per farne una seconda Haiti. Franqui conclude che oggi a Cuba si vive con la sola speranza di fuggire perché la popolazione si vede privata di ogni piacere materiale e spirituale e non è possibile andare avanti senza un briciolo di libertà. La maggioranza dei cubani è contro il potere ma sa bene che lottare per farlo cadere porterebbe soltanto al carcere o alla fucilazione. Il futuro di Cuba, secondo Franqui, vedrà al comando per un breve periodo di tempo Raúl Castro che vorrebbe fare dell’isola una nuova Cina. Il nuovo comandante en jefe parla di libertà economica, controllo politico e nuove relazioni con gli Stati Uniti. Resta il dubbio se sarà libero di attuare questi progetti, visto che Chavez lavora in funzione antistatunitense ed è lui (grazie al petrolio) il maggior azionista del governo cubano. Secondo Franqui è impossibile sostituire un capo come Fidel Castro che non ha preparato la sua successione. Il futuro di Cuba non sarà facile e la sola speranza di cambiamento passa per una rivolta che conduca verso la libertà. Carlos Franqui consegna alla storia un libro unico, fondamentale, oserei dire indispensabile per conoscere tutta la verità sulla Rivoluzione cubana. Leggetelo e fatelo leggere. Ne vale davvero la pena.

 

Carlos Franqui, "Cuba, La Rivoluzione: mito o realtà? - Memorie di un fantasma socialista", Baldini e Castoldi Dalai. Traduzione di Raul Schenardi

 

Gordiano Lupi

www.lupi@infol.it
ISBN/EAN: 
9788860730435

Commenti

Ammazza.
Letto d'un fiato. Stasera saccheggio e commento.
Bel pezzo.

Per approfondire la questione cubana su Lankelot eu:
http://www.lankelot.eu/?p=1451 - sempre a firma G. Lupi.

Più tardi passo a indicare la bibliografia adatta! (e commento)

Cominciamo dalla bibliografia adatta.

L'opera meritoria del nostro Gordiano Lupi, in saggistica, ha prodotto - a proposito della realtà di Cuba:

il recente Almeno il Pane, Fidel: il vero volto di Cuba, (Stampa Alternativa, 2006) raccontato con la sensibilità e l'onestà dell'amico del popolo e non della propaganda.

Cuba Magica - conversazioni con un santero (Mursia, 2003): tra santeria e paganesimo, guida completa alla mitologia cubana (e alla sua progressiva fusione col cattolicesimo).

Un'isola a passo di Son - viaggio nella musica cubana (Bastogi, 2004): la verità sull'autentico genere musicale cubano - ricca guida completa di schede sugli artisti cubani di riferimento, da Joseito Fernandez a Willy Chirino; prodromi di "Almeno il pane, Fidel" nell'osservazione e nella denuncia della quotidianità dei cittadini cubani.

Da traduttore, Gordiano ha lanciato e sostenuto il promettente Torreguitart Ruiz; della sua bibliografia italiana - composta da tre titoli - ho letto solo l'ultimo, il micidiale "Vita da jinetera" (Il Foglio), denuncia della quotidianità cubana raccontata dall'interno.

Da editore, ha pubblicato i versi di Navarrete: controrivoluzionario non insensibile nei confronti della classicità, parzialmente proposto già su Lankelot.com.

Queste le prime tracce per quanti volessero approfondire. Sappiate che Lupi ci sta raccontando la verità da anni, ben prima che tutti possano osservarla. Questo accade perché ama e conosce Cuba - contesto di diverse sue opere narrative - come nessun italiano.

Ciò detto, passo all'analisi dell'articolo: al di là della spontanea simpatia per l'evidente omonimia (Franqui si direbbe una trascrizione fonetica errata almeno quanto quella italiana), la prima cosa che mi colpisce, caro Gordiano, è quanto scrivi qui in apertura:

"Un saggio importante, di cui si sentiva davvero il bisogno, tradotto magistralmente dallo spagnolo da Raul Schenardi. Rendiamo merito a Baldini e Castoldi, editore lungimirante, che contrappone alle ricostruzioni agiografiche di autori ?inginocchiati? come Gianni Minà, la verità storica vissuta da un protagonista della Rivoluzione."

m'unisco al tuo ringraziamento a Baldini & Castoldi (mi procurerò a breve la copia), ma permettimi di segnalare a tutti quanta umiltà hai dimostrato non accennando alla tua impegnativa opera di denuncia e di divulgazione della quotidianità cubana, e non da ieri. Questo spiega il mio precedente commento.

"L?autore matura convinzioni libertarie e condivide gli ideali di José Martí contro la dittatura quando comprende che i padroni dispotici possono fare tutto, mentre ai poveri contadini non è concesso niente. ?Sognavo un futuro che mi sottraesse ai mali del presente, un futuro che sarebbe stato possibile vedere grazie agli sforzi e alle lotte?."

> estremamente chiaro e condivisibile. Ed eccezionalmente toccante e contemporaneo qui: "Comincia a nutrire dubbi nei confronti del partito comunista quando Batista mette in piedi una pseudo repubblica ma il suo apparato direttivo sostiene il governo. Non comprende il centralismo democratico e certe regole sacre, discute con i dirigenti e rivendica la sua indipendenza."

In fin dei conti la storia tende sempre a ripetersi. Avanzo...

Altro frammento semplicemente emblematico (e non penso solo a Cuba):

"?Rispondere ai crimini con altri crimini snaturava la Rivoluzione?, scrive Franqui che prende le distanze da Castro, dirige la rivista Revolución e critica tante manovre che non condivide. Secondo Franqui ?il sistema castrista supera l?orrore batistiano con un superorrore?. Huber Matos viene condannato a vent?anni di galera per aver dato le dimissioni e non aver condiviso la virata comunista: non la pensa come Castro, quindi è un traditore."

> questo è un passo che andrebbe riletto dieci volte di fila, con crescente lentezza, per interiorizzare per bene il significato autentico di certi concetti.

"Franqui abita in Italia per un lungo periodo, conduce un tenore di vita modesto perché sostiene che ?l?efficacia delle azioni di un dissidente sta nella sua moralità?.

> anche qui siamo a pochi passi dal vangelo dell'onesto.

"Sono episodi tristi che convincono l?autore a dire: ?La Rivoluzione cubana è perduta e lo stalinismo - castrismo impone un regime di terrore tipico del mondo comunista?.

> bene, ho capito che la lettura è NECESSARIA.

"Ha distrutto perfino l?industria dello zucchero che era il vanto di Cuba e in compenso per i cubani ha nazionalizzato la miseria. Nelle spiagge dell?isola fanno il bagno soltanto i turisti stranieri e Castro impersona un singolare ruolo da capo di Stato prosseneta che incentiva il turismo sessuale."

> cfr. "Vita da Jinetera" di Torreguitart Ruiz e - immagino - "Machi di carta". Narrativa di denuncia totale. Strumenti a disposizione di chiunque voglia prendere coscienza.

Infine:

"Il futuro di Cuba non sarà facile e la sola speranza di cambiamento passa per una rivolta che conduca verso la libertà. "

> mi sembra chiaro che il posto degli intellettuali onesti è già deciso. Contro quel sistema, fino alla sua distruzione.
Un caro saluto, con riconoscenza, da lettore e da amico.

E omaggi a Franqui, dal Franchi.

Caro Gianfranco, peccato che Franqui non legga bene l'italiano (e poi chissà se può collegarsi da Portorico)... in ogni caso io passo il link a Raul Schenardi che è il traduttore... spero che apprezzeranno la tua esegesi puntuale. Ti segnalo che su Cuba abbiamo fatto anche VERSI TRA LE SBARRE, libro di denuncia importante che a Miami ha fatto scalpore. In Italia non si parla di queste cose, siamo troppo filocastristi, soprattutto a sinistra...

Gordiano

"Peccato che il libro non goda (al momento) della grande pubblicità riservata ai thriller di Giorgio Faletti, ma nutro comunque la speranza che siano in molti a leggerlo. Il saggio si apre con una parte narrativa dove l?autore raccoglie i ricordi della prima giovinezza, vissuta in un paesino dell?oriente cubano, tra galli che cantano, palme altissime, ceibas gigantesche e riti santeri. L?autore matura convinzioni libertarie e condivide gli ideali di José Martí contro la dittatura quando comprende che i padroni dispotici possono fare tutto, mentre ai poveri contadini non è concesso niente. ?Sognavo un futuro che mi sottraesse ai mali del presente, un futuro che sarebbe stato possibile vedere grazie agli sforzi e alle lotte?."

Questo è stato un sogno comune a molte persone, quelli che alla fine hanno pianto di solito erano gli onesti. Bella la frecciatina inaugurale.

"Comincia a nutrire dubbi nei confronti del partito comunista quando Batista mette in piedi una pseudo repubblica ma il suo apparato direttivo sostiene il governo."
Questo non l'ho capito. NOn è una critica, bada bene, non ho proprio capito cosa intendi. Batista una repubblica? E che apparato direttivo la sostiene? Quello comunista?

"Il fido Ramiro Valdés si occupa degli antisociali e inaugura l?orrore delle Umap a Camaguey. Franqui assiste impotente a una sfilata di reclusi omosessuali, hippies e religiosi, nel gulag tropicale circondato di filo spinato. Finiscono dentro gente come Pablo Milanés (oggi affermato cantautore), Osvaldo Payá Sardiñas (oggi guida la dissidenza cattolica) e Jaime Ortega (adesso cardinale). Cuba diventa comunista non per colpa degli Usa, afferma Franqui, ma per volontà di Fidel che è convinto di incarnare la Rivoluzione e di saper fare le scelte migliori per il futuro. "
Un festival staliniano. Annoto.
Di Castro dittatore oggi si parla, ma mai del Castro giovane. Grazie della testimonianza.

"Franqui descrive Che Guevara come un ambizioso in cerca di potere e fama, arrogante con i sottoposti che disprezza come esseri inferiori. Il Che è un dogmatico privo di senso della realtà, uno che distrugge l?economia con ricette assurde a base di lavoro volontario e cancellazione di conti bancari. La morte in Bolivia lo trasforma in un eroe romantico alla Byron e fa dimenticare i suoi errori, le sue responsabilità e i suoi insuccessi"
Guevara non mi piace, per la triste e diffusa abitudine di schierarlo in bandiere e manifesti pacifisti. Però bisogna ammettere che la sua scelta di vita fu idealista e che qualsiasi siano stati gli errori ha pagato un caro prezzo. Lasciamolo sottoterra e dimentichiamocene.

"nello stesso periodo conosce Gabriel Garcia Marquez e si accorge che il grande scrittore sudamericano subisce il fascino del potere. Non approva la scelta di Marquez che sceglie di diventare ?un romanziere alla corte di Fidel Castro?. Franqui non può stare dalla parte di un dittatore, a lui non importa di subire il confino culturale da parte della sinistra, ma sa bene che le dittature non hanno colore. Il suo giudizio sull?opportunismo politico di Garcia Marquez è duro: ?La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari? ma lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres."
Questo come minimo mi sembra tendenzioso, scorretto addirittura. Garcia Marquez ha condannato il narcotraffico,ha pure scritto un libro in merito sui rapimenti in colombia.
Le sue scelte politiche sono una questione, le sue opere un'altra; e questo attacco mi sembra fuori luogo.

"Secondo Franqui ?il castrismo è soltanto un?ideologia di potere, una tattica per restare in sella, perché Castro negli anni è stato fedele solo a se stesso?. "
Questa ultima frase per chiudere su una buona sintesi e per complimentarmi con l'autore che con molta correttezza scinde chiaramente ciò che scrive Franqui dalle proprie personali opinioni.
Ottimo.

> 11. Mio caro Gordiano, saluto e omaggio Schenardi e rinnovo il saluto e l'omaggio a Franqui. Sono convinto che saranno entusiasti del tuo grande articolo. Adesso qui se ne parlerà per un po', spero il più a lungo possibile e con la massima circolazione di pensieri e idee, lo spero per tutti. E grazie di cuore a nome dei cittadini liberi e onesti. Questo è un grande servizio nei confronti dell'Ideale e dell'Utopia.
*
Annoto con vero piacere "Versi tra le Sbarre" tra i desiderata.

Salut!
gf

Le opinioni di Franqui sono tra virgolette e anche quello che scrivo su Garcia Marquez è cosa detta da Franqui e non da me. Resta il fatto che risponde al vero il fatto che Marquez è uomo di Castro e che non ha mai condannato il comunismo cubano. Non ne so molto di quello che ha fatto per la Colombia, ma so che la su posizione rispetto a Castro è "in ginocchio". Questo non toglie che sia un grandissimo scrittore, pure Hemingway era un grande scrittore, ma come uomo valeva poco. I grandi scrittori, per fortuna, si ricordano leggendo le loro opere e non analizzando la loro vita. Questo lo dice Franqui, ma io lo sottoscrivo.

Gordiano

No chiaro, l'opinione è di Franqui e tu giustamente la riporti. Io criticavo le affermazioni di F. in merito a Marquez, la tua esposizione è ineccepibile.

Sono a bocca aperta. Veramente complimenti. So pochissimo della realtà cubana anche se tante volte ho letto delle storture di un regime che non capisco come si possa apprezzare (sapevo di Ortega, certo...): e non c'è solo Minà a fare l'inginocchiato. Interessandomi di problematiche legate all'ambiente e all'uso delle risorse mi è venuto sottomano un libercolo di tal Maurizio Pallante che accanto a considerazioni corrette (poche purtroppo) infarcisce il suo libro "La decrescita felice" (la cui entusiastica recensione si può leggere anche sul blog di Beppe Grillo) di assurdità economiche fra cui appunto l'esempio cubano come specie di mitica terra dove si realizza l'equilibrio fra sfruttamento delle risorse e dignità di vita (ma per favore! i maiali allevati sul terrazzo di casa sono solo la ciliegina sulla torta di tante sciocchezze) e leggo quindi volentieri questa recensione. Direi che tra il resto, una grande impressione mi è data da ciò che Franqui - di sicuro informato dei fatti - dice su Garcia Marquez, che forse in Occidente conosciamo solo come romanziere...

Grazie Gordiano, una pagina necessaria che prelude una lettura a questo punto altrettanto necessaria.

complimenti, è un articolo molto interessante e pieno di notizie e particolari. Ormai è stato evidenziato quasi tutto nei commenti, dunque non vorrei ripetere quel che già è stato detto.
Mi è rimasta solo una curiosità (non so se Franqui ne parli nel suo libro): in quale misura le sanzioni economiche americane hanno contribuito allo sfacelo economico di Cuba, già intrapreso dalla dittatura? Mi sembrano misure piuttosto pesanti e gravide di ripercussioni sulla popolazione. Devo aver letto che non si trova neanche la tachipirina per i bambini....

L'embargo statunitense fa il gioco di Castro. Non è pubblicità ma cerco di spiegarlo nel mio libro ALMENO IL PANE FIDEL (Stampa Alternativa, 2006)e rimando a quel testo per chiarimenti precisi. Posso solo dire in poche parole che la tachipirina si trova, come si trovano tutte le altre medicine, solo che sono nelle farmacie dove si paga in divisa pregiata (prima dollaro e adesso peso convertibile. Le medicine non ci sono per la povera gente, ma ci sono per i ricchi. Questo è socialismo?

Gordiano - www.infol.it/lupi
su www.tellus.it ci sono articoli che spiegano alcune cose di cuba

ANSA di oggi, 21 marzo.

BOGOTA' - Per la prima volta da quando è convalescente, è stata diffusa una foto in cui Fidel Castro non compare nella solita stanza di un edificio della capitale cubana, di cui nessuno sa dove sia, ma in un giardino e mentre parla con il Premio Nobel per la letteratura, lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez. Il loro incontro risale al 12 marzo scorso e la foto è stata pubblicata oggi dal quotidiano 'El Tiempo' di Bogotà.

Come in precedenti occasioni, Castro indossa una tuta Adidas della squadra olimpica di Cuba e, tendendogli il braccio sinistro, si rivolge allo scrittore, suo grande amico, che lo ascolta attentamente, a braccia conserte e sorridendo. Sullo sfondo, appunto un giardino con una panchina e alti e frondosi alberi, dietro ai quali si intravede un alto muro. In quel frangente, al termine dell'incontro, Garcia Marquez ha assicurato che il Lider maximo "sta molto bene, meglio di come molta gente pensa". In effetti, dalla foto, l'ultima che si conosce di lui, appare senz'altro in buone condizioni

copertina!

copertina!

[FRANQUI, Carlos] Repubblica

[FRANQUI, Carlos] Repubblica annuncia la sua morte:

"Repubblica mi ha resuscitato", diceva sempre Carlos Franqui quando lo chiamavamo per chiedergli di commentare una notizia che arrivava da Cuba. Era successo tutto quasi per caso mentre il regime all'Avana arrestava giornalisti e intellettuali dissidenti e ci si chiedeva come mai la sinistra italiana fosse ancora così indulgente verso il dittatore. Rintracciamo Franqui, uno dei primi dissidenti, e da allora lui iniziò a raccontare sul giornale la sua vita di esiliato dalla "rivoluzione" per la quale aveva combattuto. La guerriglia sulla Sierra, la direzione di Radio Rebelde prima e del quotidiano "Revolucion" dopo, la rottura con Castro (nel '63) che pretendeva un giornale più paludato e schierato, il primo viaggio in Europa e poi, nel '68, la scelta senza ritorno quando Franqui firmò il manifesto contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Con Castro non si erano mai amati, gli amici di Franqui tra i "barbudos" erano altri. Erano Huber Matos, il comandante dimenticato che trascorrerà lunghi anni in carcere per essersi opposto alla svolta filo-sovietica di Fidel, e Camilo Cienfuegos che morirà in circostanze mai chiarite in un incidente aereo nell'ottobre del '59. Come tanti altri Franqui aveva partecipato alla Rivoluzione per cacciare il dittatore Battista e costruire una democrazia. Non un altro regime. Raccontava spesso dei primi mesi trascorsi all'Avana dopo la Rivoluzione e citava il suo aneddoto della barba. "Me la tagliai appena sceso dalle montagne perché a mia moglie non piaceva. Non averla lunga mi dava la sensazione, anche simbolica, di essere tornato alla vita civile, di essere un cubano come tutti gli altri. Ma Fidel non l'accettava, aveva dato ordine a tutti di tenere la barba lunga come segno di riconoscimento, non potevamo tornare ad una vita normale, lui aveva altri progetti".

Franqui era nato il 4 dicembre del 1921 a Cifuentes, nel centro dell'isola, e partecipò giovanissimo alle lotte sindacali e studentesche entrando a far parte del Partido Socialista Popular, formazione che abbandonò nel 1946 quando iniziò a dedicarsi al giornalismo ed alla vita letteraria ed artistica della Cuba degli anni Quaranta. I suoi migliori amici erano il giovane scrittore Guillermo Cabrera Infante e il pittore Wilfredo Lam. Dopo il Golpe di Batista, all'inizio degli anni Cinquanta, entrò nel "26 luglio", il movimento che darà vita alla Rivoluzione del '59. Venne arrestato, torturato e spedito in esilio, prima in Florida e poi in Messico, dove si riunì con Fidel Castro e Che Guevara, prima di tornare in patria a combattere sulla Sierra. "Fidel Castro  -  raccontava pochi anni fa in una intervista concessa alla rivista messicana "Letras Libres" - mi offrì la carica di Comandante e poi quella di ministro, ma rifiutai sempre perché quel che volevo fare era una rivoluzione culturale, non burocratica, ed invitare tutto il mondo a conoscere Cuba e la sua gente". Un anno prima della sua rottura definitiva con il regime, nel 1967, Franqui organizzò all'Avana "El Salon de Mayo", una esposizione alla quale parteciparono numerosi artisti internazionali (tra cui Mirò e Calder), che voleva essere una risposta alle correnti pro-sovietiche nella cultura della rivoluzione cubana.

Con la sua straordinaria umanità Franqui fu sempre un ribelle. Amico di Picasso e Jean Paul Sartre trascorse in Europa, e soprattutto in Italia, i primi anni dell'esilio, durante i quali scrisse alcuni libri indispensabili per conoscere la storia dell'ultimo mezzo secolo cubano. Dallo straordinario "Diario della rivoluzione cubana" ad una imprescindibile biografia critica del lider maximo, "Vita, avventure e disastri di un uomo chiamato Castro". Alla metà degli anni Novanta si trasferì a Porto Rico ("mi ricorda la luce di Cuba", diceva) dove è morto ieri, per cause naturali, all'età di 89 anni. "Sentiamoci domani", ci aveva detto mercoledì nell'ultima telefonata. La sua voce, come sempre ferma e squillante, non tradiva la verità. "Non mi sento bene ma non ti preoccupare, chiamami domani".

http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/17/news/se_n_andato_carlos_franq...