“1993. Segnalazione di un periodico che nemmeno riesco a ricordare: è appena uscito il primo album di una nuova band inglese. Loro si chiamano Radiohead, vengono da Oxford”.
Come sarebbe a dire, da Oxford?
L’Inghilterra sa fare dei bei regali. Un altro gruppo inglese legato a "Oxford", trent’anni fa, conquistò il mondo. Sono i Monty Python: due di loro erano Oxford puro, gli altri antagonisti per eccellenza: Cambridge. E a ben guardare – è proprio Franchi ad illuminarci – i due clan non sono troppo lontani fra loro. C’è un (geniale) fattore comune. Si chiama Douglas Adams. Sia per Adams, che per i Python e così anche per i Radiohead, la loro entrata in scena è stata sempre ambigua. Adams che faceva fantascienza spicciola, i Radiohead la solita band pseudo-deprimente e depressiva, i Pythons comici osceni e volgari (!). Come a dire: diffidate dal critico che timbra il cartellino la mattina e scrive il suo pezzo sul giornale. Come a dire: facciamo un po’ di attenzione in più, prendiamo (talvolta) le distanze da chi è stipendiato per imporci l’arte. Gianfranco Franchi scrive gratis, lo fa per passione. Gianfranco Franchi è sottopagato, le pochissime volte che gli offrono qualche lira. Franchi si rimbocca le maniche, accende l’abatjour e comincia a studiare. E rimane folgorato.
Questo libro è quel che accade dopo. Dopo che Franchi si guarda allo specchio, con gli occhi sbarrati, con libri che gli spuntano dalle tasche e la radio a tutto volume in camera da letto. Si guarda allo specchio e si chiede attonito perché tutto quell’universo così denso e variegato sia tanto evidente a lui soltanto. E si prende la briga di raccontarcelo, allora. Chi più di un letterato può raccontare la letteratura? Un rettore universitario? Non scherziamo.
“Radiohead. A Kid” è un’opera letteraria. Una delle disavventure odierne è che se non sai l’inglese ti senti un paraplegico. Non l’inglese vergognoso che si attacca ai vestiti tra uno spot e l’altro; quello vero, la lingua inglese in tutte le sue sfaccettature. Questa menomazione che colpisce molte generazioni si aggrappa disperatamente (certo, bisogna avere l’umiltà di capirlo che è un handicap) ai pochi salvatori che lo parlano correntemente, e Franchi si dimostra una guida in questo senso: come avremmo fatto sennò a scoprire citazioni altrimenti incomprensibili che Franchi meticolosamente recupera e ci regala pagina per pagina? (Prendete fiato, lo so che era una frase senza virgole. Non vogliatemene). Lode sia, per i traduttori italiani. Il problema della traduzione è fondamentale. Pensiamo a quante canzoni vengono trasmesse nelle radio italiane senza che il pubblico comprenda una sola parola. Se da un lato si esalta l’universalità della musica, dall’altro il fruitore apprezza metà di quel che ascolta. Eppure, nel caso potessimo comprendere le parole, ciò non sarebbe comunque sufficiente. Perché Gianfranco Franchi è riuscito a pizzicare dei versi di Eliot (la canzone cercatevela voi) e non so in quanti avrebbero fatto spontaneamente un collegamento simile. Certo non sono bastati i semplici cd del gruppo per poterne studiare l’universo. Ecco allora una ricerca forsennata di libri sulla band (è il minimo direte voi), interviste (continuate con quella smorfia di superiorità), biografie (ahi, quanto siete odiosi) e… e ha cominciato a leggersi tutti i libri che venivano anche solo citati per caso da Yorke e soci (ah ecco, fingete di non ascoltare…).
La struttura del libro è tradizionalista. Nel senso che si legge dalla prima pagina all’ultima. Il furbo che va direttamente alla canzone preferita, rimane fregato. Sì perché ogni album è concepito come una matrioska in cui è impossibile saltare direttamente alla fine. Si rovina l’atmosfera. E soprattutto ci si perde. In compenso lo stile è colloquiale, avvolgente: pedagogico. Franchi pedagogo che non sei altro. Il bello (ma sì, un po’ di Mollica ogni tanto) del libro è che è Lankelot che parla, quello del web, quello reperibile quando si vuole sul sito. Non si paga, non ci si guadagna nulla e non si perde niente. Al limite si impara qualcosa – se si vuole. Infatti a libro finito la tentazione di accendere il pc e parlarne direttamente con l’autore – e quando ricapita una cosa del genere? – è forte. Questo è accaduto. Ed è stato allucinante. Niente attesa di presentazioni, niente lettere al giornale, niente commenti in moderazione. Il libro continua a vivere.
L’atmosfera che si crea leggendo questo libro ricorda un po’ quando, magari in macchina con lo stereo acceso, un amico svela all’altro qualche segreto su questa o quella canzone. Franchi sale in cattedra e non ce n’è per nessuno. Freme, non riesce a contenersi, te lo deve dire cosa significa veramente quel pezzo. È un peccato non dirlo, sa che puoi apprezzare. E allora via, lo sai che i Radiohead non sono assolutamente dei musicisti depressi? Ma sai che hanno una cultura letteraria mostruosa? Ti rendi conto che Paranoid android è Marvin, l’androide di Adams? E il trickster? Ma non è solo quello. È anche Spike Milligan. C’è anche l’alcol. C’è il sentimento. C’è l’ambientalismo (con tutte le conseguenze immaginabili). C’è, e questa è la vera sorpresa, c’è una disperata voglia di combattere. Ma chi, i suicidi? Provare per credere.
Detto questo, passiamo all’intervista. Abbiamo raggiunto Franchi nel suo appartamento in piazza Sassari, nella buia periferia di Lambrate. Ci ha accolto cortesemente, facendo piovere pantofole dalla sua finestra di salone, diritte verso le nostre telecamere. Arrampicatici all’edera del suo balcone, siamo riusciti ad intrufolarci dalla porta di servizio, dove un simpatico nanetto baffuto ci ha accolto con le pantofole in mano. Egli era Gianfranco Franchi.
Dopo una tazza di tè e (poco) zucchero, ci ha raccontato del suo libro, un’opera difficile, notarile, scialba e noiosa. Impiegammo due ore per comprendere che avevamo sbagliato indirizzo.
Si è felicemente optato per lo scambio di email, anche perché il vero Gianfranco Franchi sembra non avere un volto: egli scrive soltanto, non ha voce, non ha naso. Soprattutto: non ha il naso. Gianfranco è stato molto cortese – non come quell’altro scellerato lanciapantofole – e ha risposto cordialmente alle nostre cervellotiche domande. Ammettiamo la sconfitta: egli non è caduto nei nostri complicati tranelli. Sventolando bandiera bianca, riportiamo l’intervista, il più manipolata possibile.
Luca Martello: Nel libro racconti il tuo incontro con la musica dei Radiohead: curiosità e diffidenza, poi la grande sorpresa. In quanti dimostrarono di avere capito chi erano “veramente” i Radiohead?
Gianfranco Franchi: Molto difficile risponderti. Senza dubbio non hanno capito niente né la Nothomb, che ha cominciato a nominarli in “Diario di rondine“, ossia l’altroieri, nel 2006, né Sandro Veronesi, che mi sembra abbia deciso di nominarli qualche anno fa. A suo tempo, non eravamo in tanti: e questo a dispetto delle buone vendite (alludo almeno al terzo album, “Ok Computer”) e della sempre ottima critica. Una buona conferma è nascosta – per così dire – nelle due date fiorentine del 2003. Diciamo che non si trattava esattamente del “sold out”, a dispetto di quanto, come fan, ci attendevamo. Ragionevolmente.
Scandagliare la critica rock, italiana e non solo, d’antan, aiuta a decifrare le reazioni “nel momento”. Personalmente ho cominciato giovane, marmocchietto, andandomi a comprare “Pablo Honey”, come racconto nel libro. Posso fare il fico, ho avuto fortuna. Altri, come quei pupazzi dei Wu Ming, la fortuna hanno deciso di conquistarla giusto quando hanno scoperto “In Rainbows”: e non per la musica, ma per la strategia di vendita del disco. Si vede che sono artisti intelligenti, no? Non a caso pubblicano per la casa editrice del premier, ma fanno i compagni rivoluzionari. Cioè, nella misura in cui, ecco una buona piattaforma di lotta, no? Grottesco.
LM: Chi sono i Radiohead, chi è Thom Yorke? senza TY cosa ne sarebbe stato dei Radiohead?
GF: I Radiohead sono una band di letterati – con una sola eccezione – nati e cresciuti in una piccola e probabilmente noiosa e alienante cittadina inglese, Oxford. Sono amici da una vita – a quanto pare, il loro circuito di amici è la stessa band – e senza il rock sarebbero stati al limite professori di Lettere al Liceo, nella tetra e nebulosa provincia inglese. È gente che rifiuta le pose da rockstar ribelle, viziosa, drogata e libertina sin dai primi passi, e dalla prima fortuna planetaria. Yorke è il loro frontman e il loro leader: uno che, per antagonismo nei confronti dei cliché, anche – perché è antagonista nei confronti di tutto – ha deciso di essere rivoluzionario mettendo su famiglia e generando due figli, e facendo la rockstar erudita. Prende e mescola Monbiot, Vonnegut, Goethe, Dante, Pynchon e Chomsky come niente fosse, assemblandoli nei suoi versi. Uno crede di ascoltare pop intelligente, ma non sa quanto sia grande questa intelligenza – questa conoscenza. Per dire, Larkin, extra Oxford, è abbastanza oscuro alle masse. Non è l’unico caso.
Senza TY forse non sarebbe successo niente: è lui l’amalgama e il cuore della band. Ma onestamente sospetto che l’alchimia riguardi la composizione dell’intera band: infila un cazzone impreparato e presuntuoso, là in mezzo, e finisce tutto in due dischi. Invece, guarda un po’, aspettiamo l’ottavo...
LM: Quanto conoscere l’universo dei Radiohead ha influenzato la tua condizione di letterato in rapporto alle cose, alle persone e ovviamente alla vita; ti ha cambiato scrivere questo libro?
GF: Conoscerli, prima di scrivere questo libro, mi aveva cambiato esattamente quanto mi avevano cambiato le (poche) band che amavo con cieca dedizione: tanto. Ispirando scritti – narrativa, poesia e non solo – e costituendo il sottofondo di contesti poco radiofonici (o televisivi) per ragioni prevedibili, e rappresentando quando la rabbia, quando il malessere, quando il romanticismo, quando l’introspezione, i Radiohead sono stati parte fondante della mia formazione almeno quanto i Joy Division, i Verve e i Nirvana. Va da sé che nella mia speciale classifica vengono subito dopo i Joy Division. Io sono e rimango un grande fan di Ian Curtis, prima di tutto. Nessuno è come Ian Curtis. Ciò detto: sì, scrivere questo libro mi ha cambiato. Non solo perché ho rivalutato un discaccio come “Pablo Honey”, scoprendo finalmente cosa significasse, ma perché ho potuto leggere e scandagliare pagine di autori (Okri, Pynchon, Rinpoche, Monbiot, tra i vari) che sin qua non avevo studiato mai. Come se non bastasse, ho potuto superare la mia convinzione che Yorke fosse un pessimo autore: ho scoperto che si tratta di un ottimo compilatore, di un ottimo assemblatore, comunque caratterizzato da una sua cifra stilistica. E poi, sì. Altre cose sono successe. Una di queste è la risposta all’ultima domanda. Ci arriveremo.
LM: Il tuo approccio ai testi si dimostra molto legato alla tradizione letteraria, e ciò è dovuto senz’altro alla tua formazione, e anche alla tua vocazione. Sbaglio o non si era mai visto uno studio del genere su una band? Al di là di
De André o altri musici ufficialmente additati come parolieri, difficilmente si trovano lavori come il tuo...
GF: I Radiohead non avevano mai avuto un intero libro, di circa 500 pagine, dedicato all’analisi di ogni loro testo: sia in IT che all’estero. Purtroppo è così, sembra paradossale ma è un dato di fatto. In generale, molti musicisti sono stati studiati come songwriter e come autori (la collana “Testi” di Arcana nasce per quello: Nick Drake,
Jeff Buckley,
Kurt Cobain,
Robert Smith...) ma non sempre sono emersi aspetti di così grande rilevanza e fascino letterario. Forse è colpa mia, ma un bel giorno qualcuno dirà che più che Bob Dylan è il caso di trattare Thom Yorke da poeta. Tutto ciò è divertente (e De André si faceva scrivere i testi da Paolo Villaggio o da
Bubola, ribadiamolo) e dà un senso diverso alla loro esperienza estetica, me ne rendo conto. Ecco, sospetto che un giorno potrei fare qualcosa del genere per un outsider di lusso come
Richard Ashcroft, ma non so se accadrà. Il problema è che sto invecchiando e sto diventando molto egoista. Vorrei campare, pensa. Pazzesco, no?
LM: Perché in copertina non c’è una donna nuda? Nemmeno una. Può un libro vendere senza tette in copertina?
GF: Sì, ma è difficile. San Maurizio Ceccato ci permette questa bizzarra stravaganza, tuttavia mi rendo conto che potremmo farne a meno. Tra l’altro, ho un antico e mai nascosto culto per le tette: cosa potrei obbiettare? Maurizio, piazziamo un gran bel paio di tette in copertina. È ora.
LM: Si può vivere senza musica? E senza i Radiohead?
GF: No, impossibile. Non negli anni Novanta, non nel Duemila. Questo è il secolo della musica (cfr. “Monteverde”) e la differenza l’ha fatta chi la musica la sapeva ascoltare, e quindi scegliere e selezionare (ecce Radiohead). Personalmente, anche se ho meno tempo di andare a studiare band o musicisti emergenti (che peccato...), rimango un innamorato della cultura indie e alternative, e non credo che cambieranno le cose. In quest’ultimo mese, ho ascoltato le radio mainstream IT durante diversi viaggi in macchina, scoprendo con sofferenza che hanno un debole per Cremonini e la Ferreri. Che programmazione ridicola, stupida e imbecille.
LM: E dentro al libro, due chiappe? Nulla?
GF: Un po’ di fica non guasta mai. Se ne appare poca è colpa di Yorke. Io rimango un sincero cultore del genere. Con sentimento, ma sono un cultore del genere. È il mio problema (o il mio limite).
LM: Com’è che i libri legati alle canzoni sono più o meno il doppio di quelli citati in bibliografia? Ammazza, ma quanto leggi?
GF: Mai abbastanza. E se Yorke fosse stato un nostro connazionale ci saremmo divertiti molto di più, perché avrei trovato reminiscenze letterarie, rock, cinematografiche o radiofoniche con molta più facilità, e avrei potuto domandargliene ragione. Così è stato un po’ più faticoso, ma che dire: fantastico, ho imparato un botto di cose studiandomi TY, e in un certo senso gliene sono particolarmente grato.
LM: L’intellettuale oggi. Non più romanzi o poesie, ma critica letteraria, cinematografica. Ora anche musicale. Vari campi differenti in cui cimentarsi un po’ alla volta, o il frutto di un intelletto sempre attivo e desideroso di assorbire la menzogna dell’arte?
GF: Altra domanda difficile. Io credo che ogni letterato puro – Liceo e Lettere Moderne – non debba e non possa sentire differenza tra la creazione di narrativa, poesia e critica. Siamo pochi e siamo come legionari. Combattiamo per una causa. Quella causa è la Letteratura: l’unica causa che abbia senso, l’unica che esista e resista nel tempo. Tutto quel che è espressione scritta ci appartiene, e da noi necessariamente dipende e passa. Deviare sulla critica cinematografica o sulla critica rock dipende e deriva dalle inclinazioni, dalle competenze secondarie e dalle passioni di ognuno di noi. Le mie sono ben dichiarate, da una vita. Frega niente se qualche trombone di accademico mi dice che sono un cazzone. La risposta è “ma tu sei un infelice, e non ti legge nessuno”. A ognuno la sua strada. La mia è molto chiara.
LM: L’ultima domanda, senz’altro la più intelligente, la più arguta e magistralmente invidiabile: hai impiegato più di un anno a scrivere questo libro... lo rifaresti?
GF: No, manco morto, soprattutto per quanto mi hanno pagato (scusa: mi pagheranno). La passione è cieca, ma io devo campare e ho quasi 32 anni. Il tempo del sacrificio cieco è terminato con questo libro. Sinceramente, in futuro – per saggi di questa portata – pretenderò che mi vengano pagate le spese vive (l’acquisto dei libri) e tutti i mesi di lavoro necessari. Non mi interessa che si tratti di mie passioni, mi interessa che il lavoro sia correttamente stipendiato. Altrimenti ne scrivo qui su Lankelot: è gratis, è per tutti, e ciascuno ne farà l’uso opportuno. Ormai non sono esordiente dal 2002 – ci pensi? – e come critico e come autore sospetto di aver dimostrato qualcosa. Ecco, se qualcuno vuole commissionarmi un saggio di 500 pagine su Bono Vox e crede di potermi pagare 1.200 euro di anticipo (ma anche 2.500) si tenga pure alla larga. Primo: Bono Vox è una fighetta, e quindi aggiungete uno zero. Secondo: le bollette chi le paga? La passione? La soddisfazione? Ma va.
Ci siamo capiti. Sto cominciando a ragionare da padre di famiglia. Spero di poterlo diventare. Sì, per scrivere di Ian Curtis costo euro zero e rendo molto. Più di chiunque sul pianeta. Non dirlo a nessuno.
LM: Figurati, sono un pesce (anche questo è un segreto, n.d.a.).
Ecco, o pubblico, questo è Franchi; questa è l’intervista: leggetela, snobbatela, fate quello che vi pare, tanto adesso vado a dormire nel frigorifero.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gianfranco Franchi, “Lankelot” (Trieste, 9 gennaio 1978). Ha pubblicato narrativa: “Disorder” (Il Foglio Letterario, 2006), “Pagano” (Il Foglio Letterario, 2007), “Monteverde” (Castelvecchi, 2009), poesia: “
L'inadempienza” (
Il Foglio Letterario, 2008) e saggistica: “Radiohead. A Kid. Testi commentati” (
Arcana, 2009). Ha curato la plaquette "Lettere alle tre amiche" di Scipio Slataper (
Alet, 2007) e l'audiolibro “
L’altro viaggio in Italia. Dal Cinquecento al Duemila” (
Il Narratore, metà luglio 2009).
Gianfranco Franchi, “Radiohead. A Kid. Testi commentati”, Arcana, Roma, 2009.
Lankelot in Lankelot
Luca Epicentro 24.06.2009
Commenti
HAMMER!
"L?Inghilterra sa fare dei bei regali. Un altro gruppo inglese legato a "Oxford", trent?anni fa, conquistò il mondo. Sono i Monty Python: due di loro erano Oxford puro, gli altri antagonisti per eccellenza: Cambridge. E a ben guardare ? è proprio Franchi ad illuminarci ? i due clan non sono troppo lontani fra loro. C?è un (geniale) fattore comune. Si chiama Douglas Adams."
> Mi sto già emozionando.
ma dai snobbiamola...:)...scherzo, ovviamente. Una bella sorpresa, una bella recensione ed un'intervista di pancia e pantofole. Mi ero un attimo smarrita a Piazza Sassari, ma poi ho ritrovato la strada.
"Gianfranco Franchi scrive gratis, lo fa per passione. Gianfranco Franchi è sottopagato, le pochissime volte che gli offrono quale lira. Franchi si rimbocca le maniche, accende l?abatjour e comincia a studiare. E rimane folgorato.
Questo libro è quel che accade dopo. Dopo che Franchi si guarda allo specchio, con gli occhi sbarrati, con libri che gli spuntano dalle tasche e la radio a tutto volume in camera da letto."
> bellissimo, questo pezzo.
3 ahahahah :)
2 non so se hai mai letto qualcosa di Adams, te lo consiglio. Certo, dopo un po' è tutto uguale.
"Ecco allora una ricerca forsennata di libri sulla band (è il minimo direte voi), interviste (continuate con quella smorfia di superiorità), biografie (ahi, quanto siete odiosi) e? e ha cominciato a leggersi tutti i libri che venivano anche solo citati per caso da Yorke e soci (ah ecco, fingete di non ascoltare?). "
> Sì, certe volte ci ripenso e non capisco come ho fatto. Pazzia.
5, 2. ahahahah
6, credo che fede sia più calzante..
"Il bello (ma sì, un po? di Mollica ogni tanto) del libro è che è Lankelot che parla, quello del web, quello reperibile quando si vuole sul sito. Non si paga, non ci si guadagna nulla e non si perde niente. Al limite si impara qualcosa ? se si vuole. Infatti a libro finito la tentazione di accendere il pc e parlarne direttamente con l?autore ? e quando ricapita una cosa del genere? ? è forte. Questo è accaduto. Ed è stato allucinante. Niente attesa di presentazioni, niente lettere al giornale, niente commenti in moderazione. Il libro continua a vivere."
> Cosa c'è di più sano e di più bello e di più vero?
"Abbiamo raggiunto Franchi nel suo appartamento in piazza Sassari, nella buia periferia di Lambrate. Ci ha accolto cortesemente, facendo piovere pantofole dalla sua finestra di salone, diritte verso le nostre telecamere. Arrampicatici all?edera del suo balcone, siamo riusciti ad intrufolarci dalla porta di servizio, dove un simpatico nanetto baffuto ci ha accolto con le pantofole in mano. Egli era Gianfranco Franchi. "
> ahahahahhaahahahaa