Franchi Gianfranco

Pagano (Postfazione)

Autore: 
Franchi Gianfranco
Dunque. Franchi antitaliano, Franchi italiano. Triestino-mitteleuropeo e romano.
Franchi antinazionalista, Franchi anarchico. Ma patriota e uomo di destra.
Franchi isola che dichiaratamente non si lascia popolare. Ma al contempo città aperta che abbatte le mura, offre ospitalità, dialogo, comprensione. Franchi che spalanca il cuore pieno di vasta e fraterna umanità.
Ossimori, contraddizioni, frammenti dispersi che non si incastrano a nessun patto, fili narrativi spezzati sul nascere o ripresi da metà in poi: abbiamo visto che Pagano è fatto di questo. Lo si può dire uno zibaldone contemporaneo, il diario in pubblico di un’intelligenza isolata e sofferta, il referto clinico della società italiana in decomposizione. Certo è che Pagano entra ed esce dall’intimismo e trasforma continuamente l’autoriflessione nello specchio della nostra condizione politica e sociale, nostra di cittadini della Repubblica italiana nell’anno 2007.
Se nel precedente Disorder. Unknown pleasures il telescopio era chiaramente orientato negli abissi delle origini, negli archetipi del mondo interiore di Franchi, qui invece siamo davanti a una commistione insistita ed esibita di pubblico e privato. Questo è un libro che oscilla palesemente tra Slataper e Dagerman: è politico, selvatico e… pagano come il Mio Carso (abbracciando un genere visitato pochissimo dalla nostra letteratura) ed è bisognoso di maiuscoli assoluti e consolazioni totalizzanti pari a quelli inseguiti dall’ipersensibile artista svedese. C’è in tutte le pagine un’ansia incontrollabile di chiarezza e trasparenza, il che è un tratto tipico dell’autore, ossessionato non da ora dalla tematica della menzogna e abituato a concepire la letteratura come tramite di verità (si badi: non di realtà). Ora però il gioco si complica di più, l’esigenza si fa impellenza perché intorno al problema dell’identità ruota una doppia questione. Relativa all’individuo, sì, ma anche alla nazione.
Credo di poter affermare che la crisi del primo discenda in buona parte dalla crisi della seconda. Provo a fare mente locale ma ho difficoltà – limiti miei, figurarsi – a individuare un testo letterario che negli ultimi vent’anni sia stato capace di riconoscere con altrettanta crudezza il nodo della crisi italiana. Intesa non solo e non tanto sul piano economico, demografico e dello sviluppo in generale, ma come messa in discussione degli stessi vincoli di solidarietà che ci tengono insieme in quanto Paese.
La tesi avanzata in Pagano urla di fatto che il re è nudo. Afferma niente meno che l’Italia non ha più unità, se mai ne ha avuta una è proprio quella paventata da Pasolini, edonista, subculturale, intimamente fragile perché partorita esclusivamente dalla televisione e dai consumi. E sostiene che in fondo gli italiani sono un’affatturazione mal riuscita, diciamo pure che non esistono, mentre esistono il territorio, il dialetto, i cento campanili, il mosaico dei quartieri-paese (ciascuno con il suo genius loci?).
Con naturale perspicacia rafforzata da incursioni forse rare ma azzeccate nella storiografia, Franchi coglie e addenta il cuore del problema. E i suoi morsi fanno male. Ha capito perfettamente cioè che gli italiani non si sono più ripresi, non hanno più trovato una profonda identità collettiva dal tempo di quella guerra civile che ha lacerato l’Italia nel 1943-45 e, non a caso, è stata poi a lungo bandita dalle memorie ufficiali.
Già sul farsi degli eventi il grande giurista sardo (e postumo romanziere Adelphi) Salvatore Satta denunciava con dolore e sbigottimento la “morte della patria”. L’espressione ha conosciuto nuova fortuna nel dibattito politico-storiografico degli anni Novanta, sull’onda degli studi soprattutto di De Felice e Galli della Loggia.
È servita in primo luogo a sottolineare e soppesare adeguatamente il significato che nella storia nazionale hanno avuto la guerra, la sconfitta e in particolare la catastrofe dell’8 settembre. La data di morte dell’Italia – che a sessantacinque anni di distanza dobbiamo pur avere il coraggio di considerare definitiva – come soggetto autonomo e indipendente sullo scacchiere internazionale. Nonché il momento di dissoluzione di quel patrimonio di esperienze, tradizioni, lealtà collettive e valori condivisi che avevano fin lì segnato il cammino della nazione dal momento della sua nascita come Stato unitario. E del suo proporsi quale patria comune per quella folla di particolarismi che da sempre avevano composto il tessuto sociale e culturale della Penisola. La guerra civile, di subito successiva, appare una tragica manifestazione di quell’unità irrimediabilmente perduta.
Da allora infatti non si è mai data una vera rifondazione. È da allora che siamo un Paese strutturalmente precario, quella condizione solo oggi emersa in piena luce a livello di coscienza diffusa e che Franchi denuncia giustamente come stigma esistenziale della sua generazione. Il punto è che la Repubblica ha fallito il compito senz’altro più grande che aveva davanti a sé: non ha guidato il Paese verso una compiuta nazionalizzazione democratica. Ed è questo il dramma, politico e privato a un tempo, che coinvolge tutti noi e che Pagano racconta. A tale proposito ci sono nel libro brani chiarissimi che non hanno bisogno di ulteriori commenti.
Quel che si può forse rilevare qui è che la fase del boom economico, quando tra anni Cinquanta e Sessanta si è rimessa potentemente in definizione la mappa produttiva e concettuale della nazione, è stata quella in cui si sarebbe potuto e dovuto intervenire per ridisegnare la nuova Italia. Ciò non è avvenuto e abbiamo avuto al contrario una perpetua navigazione a vista, una sorta di lasciarsi vivere affidato all’arte tutta italiota del sapersi arrangiare.
La constatazione sull’Italia del boom apre a un parallelismo sul quale la mia postfazione si chiude.
A ben vedere, gustando Pagano a tratti non possono non tornare in mente i capolavori di Fellini: I vitelloni e ancor più La dolce vita e ancor più 8 e ½. Anche allora avevamo un’Italia destabilizzata, in crisi d’identità e in affannosa ricerca di risposte che alla fine non sarebbero state trovate. Anche allora avevamo un artista-intellettuale che viveva su di sé e faceva sua, con sensibilità straordinaria, tutta quanta la crisi del Paese. Che la elaborava e riusciva a trasfigurarla in modo magistrale nel ritratto dei suoi deficit sentimentali e dei suoi tormenti più intimi. Ma che veniva spronato, con severità, ad abbandonare quelle che una critica miope leggeva come visioni autobiografico-ombelicali.
Naturalmente, e per fortuna, del tutto invano.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
 
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia, L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003) e una raccolta di racconti dal titolo Disorder (2006). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato Lankelot.eu. Ha cambiato spesso lavoro.
Vive a Monteverde Vecchio, Roma.


Gianfranco Franchi, “Pagano“, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen. Grafica e impaginazione di Marco Fressura.
 

Patrick Karlsen, Trieste giugno 2007

ISBN/EAN: 
9788876061585

Commenti

Danke Buck.
Stanotte vengo a posare qualche pietra. Danke.

oh. ecco la versione non cartacea. si apprezza in ogni formato, eh;-)

:)

Buck, stanotte come promesso verrò a glossare. Intanto tengo a ringraziarti, una volta ancora, per questo magnifico scritto; per gli accostamenti a Slataper e Dagerman (quello a F.F. ha fatto molto piacere a Sergio..;) ), per lo spirito che anima la tua pagina, per il tuo schieramento coraggioso e netto.
Letterario, storico: amicale, fraterno. Spirituale.

" tratto tipico dell?autore, ossessionato non da ora dalla tematica della menzogna e abituato a concepire la letteratura come tramite di verità (si badi: non di realtà). Ora però il gioco si complica di più, l?esigenza si fa impellenza perché intorno al problema dell?identità ruota una doppia questione. Relativa all?individuo, sì, ma anche alla nazione."

> e questa è una annotazione decisamente nucleare. Sì.

"Salvatore Satta denunciava con dolore e sbigottimento la ?morte della patria?. L?espressione ha conosciuto nuova fortuna nel dibattito politico-storiografico degli anni Novanta, sull?onda degli studi soprattutto di De Felice e Galli della Loggia."

> Ora che ci penso. Mancano schede dedicate a entrambi, De Felice e Galli della Loggia.
Su Satta:
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/08/29/satta-de-profundis/

A cura di Karlsen

e http://www.lankelot.eu/index.php/2007/06/27/satta-salvatore-il-giorno-de...
a cura di E. Satta

"Da allora infatti non si è mai data una vera rifondazione. È da allora che siamo un Paese strutturalmente precario, quella condizione solo oggi emersa in piena luce a livello di coscienza diffusa e che Franchi denuncia giustamente come stigma esistenziale della sua generazione."

> Quante bugie ci hanno insegnato, negli anni Ottanta. Quante.
Dobbiamo pensare alle nuove generazioni. Da subito.

Vi segnalo la splendida, toccante pagina di Barbara Gozzi:
http://progettobutterfly.splinder.com/post/13854330/I+settantottini

da leggere. Barbara si sta per unire a Lankelot, presto leggeremo anche qui i suoi articoli e le sue recensioni.
Diamole il benvenuto...

Avevo preannunciato che non avrei letto tutte le recensioni e invece poi mi è preso il desiderio di vedere cosa era rimasto di questo libro a ciascuno di quelli che lo hanno letto e si sono sentiti di scriverne. Ma non era possibile lasciare un commento che non diventasse ripetitivo. Così, almeno per ora, ho scelto la splendida postfazione. Lo dirò sempre, lo ripeterò alla noia. Io ho bisogno di chiavi di lettura: delle trame svelate, delle critiche personali (per quanto magari interessantissime)... beh, diciamo che posso fare a meno. Ma necessito, per capire un'esperienza (che sia lettura, visione, ascolto, viaggio, e perfino tragedia personale) di capire. Forse la frase che di tutto il libro di Franco condivido di più è quella sulle cause ("molto più evidenti di quel che si dice" scrive l'Autore).
E così scelgo Karlsen proprio perché non parla moltissimo del libro, ma mi offre una ricca sequenza di chiavi, consentendomi di aprire via via le porte della storia, della società, del passato e del presente di un'Italia inquietante, e nel contempo inquadra perfettamente l'autore che in questa Italia e di questa Italia scrive.

"Lo si può dire uno zibaldone contemporaneo, il diario in pubblico di un?intelligenza isolata e sofferta, il referto clinico della società italiana in decomposizione."

Ecco. Questo intendo e ringrazio Patrick per aver espresso con tanta concisa precisione quello che è stato da subito il mio pensiero sul libro (a margine, sto leggendo L'altra questione di Trieste).

"La tesi avanzata in Pagano urla di fatto che il re è nudo."

Passaggio fondamentale.
Credo che la grande forza di Pagano stia qui, in quello che nel forum ho definito come il grande coraggio che Franchi ha avuto di DIRE. Con voce sicura, anche per tutti quelli che non ci sono riusciti mai.

"Ecco. Questo intendo e ringrazio Patrick per aver espresso con tanta concisa precisione quello che è stato da subito il mio pensiero sul libro (a margine, sto leggendo L?altra questione di Trieste)."

> Ilde! Segnalo subito il tuo bell'intervento al nostro grande e promettente storico e letterato Karlsen. Segnalo a dovere il link sull'importante "L'altra questione di Trieste":

http://www.lankelot.eu/index.php?tag=spadaro

10. Ma proprio per quella recensione ho deciso - dopo aver scoperto per caso che il libro era stato richiesto da un nostro docente (di storia economica) di prenderlo a prestito appena lo avessi... ehm... catalogato :)))

:). So, so... L'ho piazzato, quel link, a beneficio dei nuovi;)

Destiny, destiny protect me from the world.
Destiny, hold my hand, protect me from the world.
Here we are with our running and confusion,
and I don't see no confusion anywhere.

And if the world does turn and if London burns,
I'll be standing on the beach with my guitar.
I want to be in a band when I get to heaven,
anyone can play guitar and they won't be a nothing any more.

Grow my hair, grow my hair, I am Jim Morrison,
grow my hair, I wanna be, wanna be, wanna be Jim Morrison.
Here we are with our running and confusion,
and I don't see no confusion anywhere.

And if the world does turn and if London burns,
I'll be standing on the beach with my guitar.
I want to be in a band when I get to heaven,
anyone can play guitar and they won't be a nothing any more.

***
RADIOHEAD. Anyone Can Play Guitar
http://www.youtube.com/watch?v=_BWHnNhGTKg