Franchi Gianfranco

Pagano

Autore: 
Franchi Gianfranco
 
INTRODUZIONE
 
“Pagano” è un libro scomodo, controcorrente, alternativo, un libro che parla chiaro e denuncia certe aberrazioni della società contemporanea e il disorientamento di un’intera generazione condannata alla perenne precarietà.
“Pagano” è un libro di frammenti, spiazzante, visionario talvolta, apre squarci lirici, argomenta sulla storia, compie analisi sociale e antropologica, trasfigura, cambia stilisticamente aprendosi al monologo interiore o a frasi sospese senza complemento oggetto.
È stato definito “antiromanzo esistenziale” (Lupi, nella Prefazione), quindi non incasellabile in nessun genere: si muove tra il saggio, il diario, il pamphlet, il romanzo, si chiude con una poesia, possiamo chiamarlo romanzo solo se con questo termine intendiamo una federazione di generi.
Molte anime dunque per un libro eclettico e talentuoso quanto il suo autore, che stavolta non usa alter ego: Guido Orsini, l’esteta postmoderno che tanto spesso appariva in “Disorder”, opera precedente, è scomparso, si è ritirato per lasciare il palcoscenico a Gianfranco Franchi o, al limite, alla partita IVA che lo rappresenta.
Le osservazioni sono troppo provocatorie e pungenti e vanno fatte in prima persona, assumendosene le responsabilità a viso scoperto. “Pagano” sembra essere l’evoluzione successiva di “Disorder”: dalla dimensione più privata e interiore si passa al discorso politico e sociale, è l’apice di una traiettoria che dall’interno si proietta verso l’esterno e probabilmente avrà un’ulteriore evoluzione. Non che Franchi dimentichi la sfera privata, continua a raccontarci i fatti suoi, come ben nota Lupi, ma lo fa con tale stile da trasformarli in eventi emblematici, rappresentativi di un’intera generazione.
Nota anche Karlsen nella Postfazione (II): “siamo davanti a una commistione insistita ed esibita di pubblico e privato”.
È crisi individuale e generazionale, con ben evidenziate cause socio-antropologiche, che riflette la crisi del sistema intero, dell’economia, di un’Italia fatta da “Italioti” parlanti una lingua forgiata dalla televisione, vero fattore unificante in un paese costituito da tante identità differenti regionali e comunali, ciascuna con il suo dialetto, lingua originaria e originale, essendo quella letteraria artificiosa e inesistente, un sogno dei letterati che si tentò d’imporre a tutti senza risultati brillanti.
 
ADDENTRANDOSI NEL TESTO
 
Pagus, Pag, pagano.
Patria, padre.
Parole-chiave rispettivamente in incipit e in clausola del testo, allitterazioni da tenere in mente.
Il libro si apre su uno scenario privato di vacanza all’isola dalmata di Pag (dal latino pagus, villaggio, colonia fondata dai romani). In prima pagina spunta già una parola ricorrente da sempre in Franchi, sia in prosa che in poesia: inadempienza.
“Io sono libero sin quando non esistono interazioni imposte. Questo il segreto dell’inadempienza” (p. 11).
Da Pag si passa all’isola Fonteiana a Roma, luogo della vita quotidiana.
“Sono un’isola e non mi lascio popolare” (p. 20).
Così si presenta il protagonista, l’isola è dunque un’immagine-cardine: territorio ristretto per definizione, dai confini ben chiari, di non facile accessibilità, può interagire con altre isole per formare un arcipelago, ma mantiene sempre la sua individualità, le sue caratteristiche peculiari.
“Ribelle al passato, scontroso al presente, sono ospite del postmoderno e mi gratto una guancia per rubare uno sguardo allo specchio” (p. 15).
Letterato estraniato, non omologabile, il narratore sa di poter risultare scomodo e fastidioso e, al limite, antipatico ad alcuni. E non fa nulla per evitarlo. Ospite del suo tempo, è uomo ricco d’ideali e aspirazioni, ma si ritrova a scontrarsi con una realtà mediocre e scialba, in una nazione che non è patria e ruba il futuro ai suoi giovani.
“Sono precario come larga parte della mia generazione” (p. 20).
Il letterato diventa non più voce individuale, ma voce di una generazione intera, che non si sente rappresentata da niente e nessuno, né partiti, né chiese, né movimenti. La cosiddetta “crema dei sessantottini” ha creato una situazione di tale precarietà per i lavoratori da azzerare una qualsiasi forma di progettazione del futuro, solo il presente esiste e da un giorno all’altro si può perdere tutto. Logica conseguenza di questa situazione è un edonismo esasperato e diffuso: se nulla è certo e il domani non esiste, è meglio godere il presente e ricercare piccoli o grandi lussi nell’abbigliamento, nell’alimentazione, nella casa, nella tecnologia. Ai discendenti è meglio non pensare, potrebbero non esserci o comunque s’arrangino.
Per buona parte del libro il tema della precarietà ritorna ossessivamente, è come un muro contro il quale si urta in continuazione, dalle pagine si leva un grido d’allarme, di dolore, di frustrazione che non può che essere condiviso da molti giovani.
Franchi dà voce in modo originale a un malessere diffuso per gettarlo in faccia alle istituzioni, allo stato, alle generazioni precedenti, incapaci di rimediarvi,anzi responsabili di quanto accaduto.
“Stiamo tornando alla condizione dei lavoratori dell’Ancient Regime: privati tuttavia del contatto con la natura e di un’autentica vita sociale, uniche loro ricchezze” (p. 22).
Nessuna certezza se non quella di non volersi più ammazzare implica l’impossibilità di progettare: si rischia di rimanere adolescenti per sempre, a carico della famiglia d’origine, incapaci di assumersi le responsabilità di una vita indipendente. E non sembrano esserci soluzioni a breve termine.
Franchi s’arrovella e le prova tutte, accettando lavori diversi - sempre e comunque precari – infine inventandosi libero professionista e finendo divorato dalle tasse, pesante fardello di uno stato-moloch che sembra farsi vivo solo per riscuotere.
Non possiamo negare che Franchi sia un combattente:
“Combattere non significa soltanto manifestare. Combattere significa prendere atto che certe certezze e certe sicurezze sono finite per sempre, e che sono stati i nostri genitori e i nostri nonni a levarcele: dobbiamo stabilire i presupposti per una nuova gerarchia dei valori, per qualcosa che sappia rigenerare i cittadini di un popolo abulico, stupido e servo degli angloamericani: con gli islamici che bussano alla porta. Serva italia, alziamo la testa, cerchiamo di capire da dove ripartire” (p. 30).
Riflettendo sulla propria condizione Franchi passa sempre più verso il politico e verso l’analisi storica, che coinvolge l’Italia tutta, “perché italiano è una grossa bugia, non vuol dire niente” (p. 36).
È la voce di un letterato precario, senza un ruolo preciso, a volte considerato come un parassita creatore di bellezza e ricercatore d’intelligenza presso un popolo rimbecillito dalla televisione e privato del libero pensiero, che non sa più cosa significhino questi concetti.
Governati da un imprenditore, ridotti a colonia americana dal dopoguerra in poi, riuniti a forza in uno stato, gli italiani paiono perduti.
Dal particulare si passa all’universale con un’analisi storica della nascita dell’Italia contemporanea. Franchi demolisce definitivamente alcuni miti: da quello della Resistenza (e del bene da una parte sola) a quello degli americani come salvatori (furono “colonizzatori”) e infine distrugge il concetto stesso d’Italia, nata dalle rovine di se stessa nel 1943 e riunita non dalla lingua letteraria ma dal linguaggio televisivo. Certe profezie di Pasolini si sono tristemente avverate.
Se le considerazioni possono risultare azzardate, sono condivisibili le obiezioni dello storico Karlsen, che con correttezza Franchi riporta nel testo.
Consapevole della propria condizione, privo di certezze, irrichiesto e sbagliato, appartenente a una minoranza e da essa soltanto compreso pienamente, Franchi continua a cercare un punto fermo, un navigatore satellitare che possa orientarlo (e il disorientamento è un altro suo leit-motiv tipico, che assume le forme più varie). La pars destruens s’articola in antiamericanismo, antiberlusconismo, anticomunismo marcati, la pars costruens dovrebbe essere costituita dalla Destra politica, ma quale Destra?
Non quella attuale, legata all’imprenditore lombardo, Franchi sogna e vagheggia una sua Destra, ricorda gli anni dell’adolescenza, il liceo “bulgaro” in cui studiava, l’MSI fermo al tre per cento e le discussioni con i “compagni”, la vittoria della Destra alle elezioni scolastiche dopo anni di prevalenza della Sinistra.
Nulla esiste più di quel sogno, assunto ormai nel regno di utopia. L’Autore non si ritiene rappresentato da niente e si sente male, rabbia e frustrazione trovano una voce nel solo modo che gli è congeniale: la scrittura.
“L’alternativa - oltre alla rivoluzione nel privato – è senza ombra di dubbio la ribellione giorno dopo giorno, fondata su una ricerca di intelligenza e bellezza e giustizia e sulla condivisione – per quanto possibile, pubblica – di ogni singolo passo di questa ricerca.
Scrivere per fondare una nuova lingua che sappia essere evoluzione dell’artificio stupendo dei letterati del secondo Ottocento, e sappia e voglia prendere le distanze dalla comunicazione catodica o para-catodica” (p. 50).
Franchi è consapevole che in questo modo rimarrà in una minoranza, è un “suicidio da samurai”, si chiama fuori e resta laterale, anarchico di Destra, letterato estraneo all’odioso sistema editoriale legato a logiche industriali, voce dall’ombra che scaglia parole come frecce e canta la bellezza.
Autoestromessosi da un meccanismo perverso che non cambia né con movimenti rivoluzionari, né dall’interno con piccole modifiche, ma fagocita soltanto chi anche solo s’avvicini, il letterato pensa, osserva, interiorizza, cerca un senso all’esistere, una gerarchia di valori e dei punti fermi, delle grandi cause cui dedicarsi in una fase storica nella quale tutto questo sembra non esistere e vi sono solo obiettivi minimi.
Suo compito, a questo punto, è annunciare quanto sta per succedere, nominare le cause.
 
“Stiamo terminando” (p. 78).
Prima che accada, con fantasia, il letterato cerca di ritagliarsi un ultimo ruolo per combattere il niente. L’isola diviene libero professionista, partita IVA.
Inizia la guerra contro lo stato e la sua burocrazia, labirintico meccanismo kafkiano in grado di demolire e imbarbarire chiunque.
Qui Franchi cede alla sua vena visionaria e stupisce. Emergono figure stranissime, una voragine si apre, esseri animaleschi popolano una cena surreale e incarnano le principali ideologia del Novecento.
Gli utenti della burocrazia, costretti a lunghe attese davanti agli sportelli, appaiono imbestialiti, trasformati dalla frequentazione di quei meccanismi stritolanti e perversi. Alienazione e sofferenza piantano il loro vessillo su queste figure che ricordano i quadri di Bosch.
Eppure non poteva finire tutto così, Franchi è pur sempre “Lankelot” il cavaliere, attaccato alla vita e all’utopia.
La chiusa è nel nome di Roma, il luogo dell’appartenenza, celebrata da una poesia piena di passione eppure capace di coglierne i drammi di povertà, corruzione, indifferenza.
Nel nome dell’isola e dell’appartenenza il libro s’era aperto, da Pag si è passati a Roma – con un interludio su Trieste – una Roma molto circoscritta (l’isola Fonteiana, il Gianicolo), una patria in miniatura, così come sono patrie, per Franchi, i singoli Comuni cui ciascuno di noi appartiene.
Franchi sa di non voler espatriare nonostante tutto, è “una casa che cammina”, con i suoi ricordi, il suo passato, le sue radici e il suo ritrovarsi nel quartiere, nel paesaggio gianicolense. Roma gli appare grande, il suo mito fonte d’unità per gli italiani.
“Sono convinto che il mio compito sia stare a casa mia e vivere quel che il destino mi ha affidato o ha stabilito. Vivo qui a Roma e romano mi voglio sentire e voglio essere: io sono l’espressione del territorio” (p. 33).
Ed ecco allora in che cosa crede l’Autore: l’amicizia, l’intelligenza, le arti, la bellezza, Roma, Trieste. Le radici, l’appartenenza.
“Se fossi un individuo davvero capace d’essere un’isola pulita, senza allucinazioni e malesseri e bestiari, faticherei fino alla morte per vivere di qualcosa; ma solo non sono ancora, perché qualcosa di insperato nella solidarietà tra cittadini estranei al potere, vincolati da qualcosa d’antico e splendido come l’amicizia. C’è qualcosa di bellissimo nell’avere un passato, nel fondare la propria speranza su qualche certezza. Questa certezza ha lo stesso etimo della parola patria: padre” (p. 134).
Patria. Padre. Purezza.
Franchi si è riconciliato con le proprie origini.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), letterato mitteleuropeo. Ha pubblicato due “laboratori” di poesia: “L’imperfezione-opera III” (2002) e “Ombra della fontana” (2003). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, “Ouverture” e “Der Wunderwagen” tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato lankelot.eu.
Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di racconti “Disorder. Unknown pleasures” (ed. Il Foglio).
Vive a Roma.
 
Gianfranco Franchi,“Pagano”, Piombino, Edizioni Il Foglio 2007. Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.
 



Marina Monego, settembre 2007

ISBN/EAN: 
8876061584

Commenti

Amices!
Vi segnalo l'atteso contributo critico di Marina, viatico alla presentazione del 5 ottobre, a Padova: a cura di Troisio & Monego.
Mi ritiro in meditazione pre-randellate alla rubentus, a più tardi per commenti, impressioni, condivisioni.

Grazie Marina!
gf

Ottimo! Ce ne sono già molte in rete...
Lupi

e tutte di gran livello, e differenti l'una dall'altra, nello spirito, nella struttura e nelle osservazioni. E' un buon segno. Aspettiamo adesso la reazione della carta stampata...

"È stato definito ?antiromanzo esistenziale? (Lupi, nella Prefazione), quindi non incasellabile in nessun genere: si muove tra il saggio, il diario, il pamphlet, il romanzo, si chiude con una poesia, possiamo chiamarlo romanzo solo se con questo termine intendiamo una federazione di generi."

> Nel pieno rispetto del solco tracciato da Guido Morselli, nei suoi "Diari". Ottima osservazione.

"È crisi individuale e generazionale, con ben evidenziate cause socio-antropologiche, che riflette la crisi del sistema intero, dell?economia, di un?Italia fatta da ?Italioti? parlanti una lingua forgiata dalla televisione, vero fattore unificante in un paese costituito da tante identità differenti regionali e comunali, ciascuna con il suo dialetto, lingua originaria e originale, essendo quella letteraria artificiosa e inesistente, un sogno dei letterati che si tentò d?imporre a tutti senza risultati brillanti."

> Ottima analisi. Davvero.

"Il libro si apre su uno scenario privato di vacanza all?isola croata di Pag"

> Dalmata! Non croata.
;)

"Franchi dà voce in modo originale a un malessere diffuso per gettarlo in faccia alle istituzioni, allo stato, alle generazioni precedenti, incapaci di rimediarvi,anzi responsabili di quanto accaduto.
?Stiamo tornando alla condizione dei lavoratori dell?Ancient Regime: privati tuttavia del contatto con la natura e di un?autentica vita sociale, uniche loro ricchezze? (p. 22)."

> E qui è importante ricordare il saggio di Massimo Fini:
"La Ragione aveva torto?" (Ediz. Settimo Sigillo)

"La pars destruens s?articola in antiamericanismo, antiberlusconismo, anticomunismo marcati, la pars costruens dovrebbe essere costituita dalla Destra politica, ma quale Destra?
Non quella attuale, legata all?imprenditore lombardo"

> Esatto.

6. aiuto! mo'correggo, ero convinta fosse lì, ci sono anche stati altri amici quest'estate (parlandocene bene)

"Nel nome dell?isola e dell?appartenenza il libro s?era aperto, da Pag si è passati a Roma ? con un interludio su Trieste ? una Roma molto circoscritta (l?isola Fonteiana, il Gianicolo), una patria in miniatura, così come sono patrie, per Franchi, i singoli Comuni cui ciascuno di noi appartiene."

> E nel caso delle metropoli... almeno, nel caso di Roma: i singoli quartieri, che sono davvero Comuni a sé stanti.

6.9.

E' lì, formalmente è croata. Ma i dalmati sono dalmati, non croati.
Bettiza ci lancia un fulmine se si accorge che accettiamo come sinonimo "dalmata" e "croato".

"?Se fossi un individuo davvero capace d?essere un?isola pulita, senza allucinazioni e malesseri e bestiari, faticherei fino alla morte per vivere di qualcosa; ma solo non sono ancora, perché qualcosa di insperato nella solidarietà tra cittadini estranei al potere, vincolati da qualcosa d?antico e splendido come l?amicizia. C?è qualcosa di bellissimo nell?avere un passato, nel fondare la propria speranza su qualche certezza. Questa certezza ha lo stesso etimo della parola patria: padre? (p. 134).
Patria. Padre. Purezza."

> Assolutamente.

E grazie, in generale, come sempre: per la puntualità e la qualità dell'analisi, per la profondità e per la capacità di affrontare le pagine, cercando coerenza, coesione e uniformità, e segnalando sia la pars destruens che la pars costruens (è in progress, ma ha mosso i primi passi). Curiosamente, la parte puramente narrativa - e al limite satirica - del libro, che è quella che mi sembra di capire sia stata più apprezzata, appare meno spesso negli articoli. Si direbbe quasi che stia funzionando il meccanismo che voleva la stessa storia raccontata con codice differente, prima "da pamphlet", quasi saggistico, quindi narrativo, romanzesco.
La seconda parte è la traduzione e la trasfigurazione della prima, in un certo senso; è quel che mi ha insegnato la vita, ossia che solo nella Letteratura siamo liberi di ricercare la verità, perché il linguaggio è mendace, e imperfetto: da dna.
Ciò non toglie che io abbia rispetto per gli scienziati e per gli storici, per dire. Ma ho scelto un'altra frontiera.
Tu sai perché.

Grazie ancora, ottimo lavoro. Davvero.

:-) visto quello che è successo oggi, adesso ho letto il 12 e mi sono tirata su. Potere consolatorio del parlare di letteratura.

:)
saluta il piccolo.

guarda che ormai è 1,90!!!!!! É più alto di te.

sempre cucciolo rimane:).

:-) xe vero!

Le pagine sulla situazione del lavoro precario sono preoccupanti e desolanti e mi chiedo, rispetto a quando hai iniziato tu la tua odissea per il lavoro, è cambiato qualcosa? E che cosa diresti a un diciottenne che si appresta a finire la scuola (magari frequenterà quella specie di anno integrativo che viene proposto post-liceo, temo sia un parcheggio per ritardare l'ingresso nel baratro) e che non vuole fare l'università?

Gli direi... di fare vita sociale.
Prima o poi pubblicherò l'altro pezzo che avevo proposto a "D", si chiama "Guida per riconoscere i tuoi santi (in paradiso)".

uhm....risposta criptica, se vuoi e puoi mandami il pezzo, l oleggerò con piacere come sempre.

GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI (IN PARADISO)

"Mi raccomando, non fate troppe raccomandazioni" (Giulio Andreotti).

Quattro italiani su cento ammettono di avere ricevuto un aiuto dall'alto. Forse è orgoglio, forse presunzione, forse incoscienza. Peccato che circa un italiano su due abbia trovato lavoro, negli ultimi anni, soltanto tramite le proprie conoscenze: ritrovandosi quando segnalato, quando raccomandato, quando cooptato. E le famose agenzie interinali? E i rinnovati centri di collocamento? Siamo dalle parti del cinque percento dei nuovi impieghi: e questo a dispetto del generoso sostegno statale che non dubito abbia alimentato l'apertura di tanti, stupendi uffici colorati per le nostre strade. La mia generazione conosce le statistiche, sa giocarci, sa interpretarle; forse proprio perché s'è accorta di chi le statistiche le inventava, o le rovesciava a piacimento. Quando eravamo adolescenti, vagiva il forzismo e Gianni Pilo pubblicava strani sondaggi. Ci siamo fatti gli anticorpi. La mia generazione ha l'onestà e il coraggio di accettare la cultura popolare ereditata e al contempo nutre la speranza di poterla correggere, progressivamente. Noi siamo coscienti che i titoli di studio e le nostre capacità intellettuali non sempre bastano; siamo consapevoli che il sacrificio è la parola d'ordine della quotidianità, che la pazienza è la prima virtù che questo tempo ci domanda, e che la sensibilità e l'apertura mentale sono fondamentali. Noi abbiamo imparato a essere sociali, a tutti i costi. L'Italia è una nazione fondata sulla socialità, sulle amicizie, sulle appartenenze; sulle rivalità, e sugli antagonismi. Per essere integrati nel tessuto lavorativo dobbiamo essere riconosciuti e integrati nel tessuto sociale: per questo dobbiamo sforzarci di studiare il nostro territorio e dobbiamo essere felici di appartenervi. Per essere accettati e apprezzati non dobbiamo soltanto essere preparati, onesti e determinati: dobbiamo essere socievoli. Io pensavo, stupidamente, che certe dinamiche valessero soltanto nel mio ambiente, l'editoria. Un giorno, un vecchio maestro mi aveva detto, ghignando: ?L'editoria si fa a tavola, cena per cena. Non hai capito??. Lì per lì c'ero rimasto male. Mi sono accorto che aveva ragione, crescendo, e non soltanto per il nostro ambiente. Il vecchio maestro mi stava insegnando quale fosse la cultura della mia nazione. A ben pensarci, adesso è anche una questione di buonsenso: considerato il costo dei contratti, quanta fiducia deve avere un'azienda in un cittadino per ingaggiarlo? E chi può guadagnarla istantaneamente? Soltanto chi è stato segnalato o raccomandato: per merito, senza dubbio; ma anche per tempismo, disponibilità, affidabilità. Così vanno le cose, cantava qualcuno, così devono andare. Un giorno, sorridendo, costruiremo una nazione fondata sulla meritocrazia. Per adesso, ci addestriamo a riconoscere i nostri santi, e a salutarli col rispetto che si deve ai mecenati. Per 1000 euro al mese, a occhio e croce. Lorde.

Gianfranco Franchi, settembre 2009

Fonti:
Rapporto "Generare classe dirigente" della Luiss, 2008
Rapporto ISFOL, 2007
Repubblica, 11 marzo 2009

da spararsi. Dovevo castrare il mio desiderio di maternità, se poi vanno inconrtro a questo.

no...
siamo sempre fortunati rispetto a chi doveva andare a combattere al fronte. I nostri nonni, bisnonni, trisnonni... tutti eccetto noi, e i nostri padri. La storia IT insegna.

(meglio doversi inventare come campare che come crepare, no?)