“Allora questo libro sarà qualcosa che non è un romanzo, non è un pamphlet e non è un diario: è un quaderno che vuole dimostrare quanto sia facile arrivare dal particulare all’universale, in questo contesto generazionale”.
Sarà bene cominciare da qui. E Franchi ce lo dice già a pagina 38 cos’è Pagano. Chi meglio di lui può spiegarci quest’opera cosi singolare – visto il tempo che l’ha partorita – e cosi necessaria. Dal particulare all’universale: eh si, il confine è labile nel mondo globale, quello in cui – come a più riprese ci spiega l’autore – siamo massa informe e non già persone e individui. Sudditi. E immagino che Pagano sia un’opera che piacerà molto – se gli capiterà tra le mani - a Massimo Fini, perché quei Sudditi di cui ci parla Franchi sono gli stessi che ammonisce - su più vasta scala - il giornalista polemista in uno dei suoi saggi più roventi, irriverenti ed ispirati, un vero e proprio Manifesto contro la democrazia. Franchi antidemocratico? Ma si, diciamolo, antidemocratico con più d’una ragione e con giusta cognizione di causa. Ma di che democrazia stiamo parlando? Di quella italiota, per dirla con l’autore, non certo quella delle origini: platonica, elitaria, dei filosofi (letterati) al potere, bellissima, ideale, che traspare – riaggiornata, è evidente – negli auspici “utopici” del nostro. Quell’utopia che è sempre bene mettere tra le virgolette, a maggior ragione se si entra nel Franchi pensiero, qui a briglia sciolta come e più che nel precedente Disorder. Utopia rivendicata come possibilità, come terra dell’uomo libero, in fuga dalla realtà e in cerca di verità. Verità e realtà, nell’universo franchiano, a ben guardare, sono due rette che non si incontrano, che non possono incontrarsi. Tanto splende la verità (bellezza è verita), cosi lucente, orizzonte cui tendere, incessante fonte di ricerca e ispirazione, tanto è dura da accettare (da vivere) questa realtà cosi precaria e crudele, spada di Damocle adagiata sul collo di un’intera generazione. La possibilità è il microcosmo, un’isola, cosi come spesso è descritta nelle pagine che vi troverete a leggere, in cui scegliere chi accogliere, senza interferenza, pressione, imposizione alcuna. Ma l’isola, e Franchi ne è consapevole, è un avamposto di riflessione, di organizzazione di una possibile strategia di lotta. Non è (ancora) libertà: “Oggi non sono libero. Nessuno di noi è autenticamente libero. Negare quest’ evidenza è disonesto”. Ma chi è Franchi per parlarci di onestà e disonestà? Che titoli ha per farci la “morale”? Ed anche qui è giusto utilizzare le virgolette per circoscrivere il termine “morale”, che il nostro, a ben guardare, non usa mai. Morale sa di moralista e Franchi è tutto fuorché un moralista, ma può permettersi – non dunque farci la morale – di parlarci di onestà perché il suo libro (tutta la sua giovane opera) è d’un’onesta intellettuale tanto inseguita e rivendicata che, una volta posta in essere, può risultare ottusa ad occhi “corrotti” dal desiderio d’integrazione a tutti i costi. Come si può non essere insofferenti nell’Italia attuale? Come si può guardare al futuro con fiducia? La fiducia ingannevole dei nostri padri, mai veramente usciti dall’imbuto di sangue del 43-45, vero spartiacque storico di una nazione, una Patria, mai veramente esistita. Patria è un’idea: morta l’otto di settembre di sessantadue anni or sono. Da pagina 38, proprio quando ci si dice cosa è (vuole essere) Pagano, il giovane letterato romano si inoltra per parecchie pagine in un’analisi coraggiosa e necessaria sui danni prodotti dal quel cruento e doloroso evento, con paradossali riflessi a posteriori, che fu la Guerra Civile italiana. L’odio, la menzogna, la falsificazione della realtà (non dunque verità, troppo fuggevole e pura) seguita a quei giorni tristi e bui, in alcuni casi anche coraggiosi e valorosi, hanno contribuito all’equivoco Italia, terra di contrapposizioni e di dialetti, di particulare mai divenuto universale, di piccole patrie mai tramutate in comunità. Franchi capisce che la pacificazione è impossibile, che la storia va superata e riletta con occhio equidistante, che non sono esistiti i buoni e giusti contro gli oppressori malvagi, che da una parte o dall’altra sempre un regime era ciò che ci sarebbe toccato in sorte. Come in effetti è avvenuto. Regime, quello fascista; regime incautamente sognato da molti, quello comunista; regime, quello attuale, partitocratico, burocratico, statuale. E torniamo dal particulare all’universale, perché gli effetti del regime partitrocatico hanno partorito il mostro tentacolare burocratico-statuale da cui Franchi prende le mosse per parlarci di sé, del suo disagio personale che fatalmente si fa simbolo del disagio d’una intera generazione – i trentenni di oggi – già sconfitta, invecchiata, prematuramente deceduta prima del suo ingresso nella vita adulta. Mirabili, a questo proposito, quelle che trovo le pagine narrativamente più ispirate di Pagano, in cui Gianfranco ci racconta un pezzo di vita vissuta – la lunga attesa nella fatiscente sede dell’ INPS di via Lenin – trasfigurato, nemmeno troppo, a ben guardare, dalla sua vena immaginifica.
E poi ci sono Trieste, la Capitale, Monteverde Vecchio, l’ A.S. Roma, costanti comuni al precedente Disorder, che nella fattispecie diventano soggetto della narrazione, Olimpo, Eden, un paradiso degli eroi, dei combattenti per un’idea, per una Patria, una comunità o un microcosmo, per la salvaguardia della propria isola – il Valhalla, per chi è pagano. Quando Franchi ci dice che Monteverde Vecchio, via Fonteiana e il Gianicolo sono state la Patria temporanea di Pasolini e Gadda, è come se ci parlasse di Wotan e Thor, divinità immortalate in statue nel dorato tempio pagano di Uppsala. Inutile parlare di Italia e di italiani, ci dice il nostro, se proprio cerchiamo appartenenza una sola è quella possibile: siamo Romani. E con la r maiuscola, romani-pagani discendenti da Ottaviano Augusto, dall’Impero, dall’unico, durevole tempo d’unità ed eternità che la nostra storia d’aspiranti italiani ha conosciuto. Onore a Roma, allora, ai suoi precetti, alla sua idea di tolleranza (tolleranza? se dubitate di ciò non conoscete la storia), ai suoi riti e al suo Pantheon (anche gli dèi erano più tolleranti dell’unico dio attuale, cristiano, giudaico o islamico che sia), alle sue leggi, alla sua civiltà.
Franchi ci dice essere di destra, di una destra che più non esiste. Che, probabilmente, a leggerlo bene, non è mai esistita. Una destra ideale, dove i concetti di identità e comunità siano fondanti di un' idea d’eterno risorgimento, psichico, fisico e intellettivo: spirituale. Ci parla della sua fugace esperienza d’iscritto all’M.S.I-A.N., quando c’era la speranza di, la speranza per. Quando il cavaliere era ancora – politicamente parlando - inesistente. Franchi è di destra ma non è fascista, nemmeno antifascista: è a-fascista, dico io. Non antifascista perché ce ne sono – e ce ne sono stati - troppi di professione, talmente tanti che, attualmente, agli studenti di storia dovrebbe apparire come improbabile il consenso ottenuto da Mussolini e dal fascismo prima dell’entrata in guerra a fianco della Germania. Consenso sovente omesso dai libri di storia, o motivato in maniera ridicola e pretestuosa: ecco perché gli studenti non si sorprendono. Franchi ha il coraggio di scrivere una verità incontestabile, per chi non si è bendato, per chi è libero da pregiudizi e dal dogma, ideologico o religioso che sia: “La grande intuizione del fascismo è stata e rimane che non è “Italia”, ma Roma il concetto che può figliare restituzione di spirito, grandezza e intelligenza: è coscienza delle proprie radici e del proprio destino, fondazione d’identità e appartenenza comunitaria. Altro non siamo mai stati” (p.40). La grande intuizione, dice bene Franchi, che accrebbe il consenso del fascismo, nonostante la forma regime. Consenso spontaneo, beninteso, non dunque coercitivo come hanno sempre voluto farci credere. Noi lo sapevamo, alcuni di noi certamente, ma il punto non è questo. Il punto è che queste parole – se arrivate a giusta destinazione – potranno creare notevole scompiglio, un cortocircuito effettivo, una possibile controffensiva di chi vive per conservare e restaurare questo sistema comunque destinato ad implodere, prima o poi: Pagano è letteratura profetica e minacciosa, un’arma non convenzionale.
Pagano, uscito a un anno di distanza da Disorder, è un viaggio esistenziale che evade dai confini egoici e autoreferenziali, per farsi strumento pedagogico d’una intera generazione (quasi) sconfitta. Un po’ come le Lettere luterane di pasoliniana memoria, il libro di Franchi ci fa una panoramica lucida e irriverente dei mali italici del nostro tempo, scegliendo una forma di opposizione ineccepibile: cambiare la forma mentis attraverso l’arte e la cultura, attraverso la letteratura. Né più quotidiani (tutti servi), né tanto meno televisione (casa dei padroni), ma agorà virtuali libere e indipendenti, case editrici libere e indipendenti, spiriti liberi e indipendenti. Utopia? Forse, ma che ci costa inseguirla, ci dice Franchi, se in fondo siamo già cadaveri deambulanti, cibo per i saprofiti. Dobbiamo solo scegliere come terminare, come trapassare questa vita senza immaginare ce ne debba essere necessariamente un’altra. Ecco perché Pagano, perché l’immortale è colui che combatte: ancora una volta il suo premio sarà il Valhalla, il paradiso degli eroi: una Patria ideale. A questo, immagino, aspiri veramente il nostro quando ci dice: ”Non voglio diventare vecchio, io sono portato per una giovinezza ondivaga e ininterrotta, quindi vado terminato. Devo capire come terminare”(p.32).
Il male esistenziale che il libro vuole esorcizzare è l’incertezza, la precarietà, la non possibilità di. Meglio il niente che l’incertezza, dunque, perché il Nulla si può sconfiggere, con l’immaginazione al potere: “Tra il niente e l’incertezza mi tengo il niente, almeno ha potenzialità esplosive. La fantasia nasce per combattere il niente: questo insegna, ad esempio Michael Ende. Quello che s’è inventato Bastian e Atreju, che per parecchi di noi hanno significato molto”. Ah se hanno significato, Franchi. Non possono non averlo avuto per noi trentenni cresciuti nel regno di Fantasia, prematuramente risucchiati da un Nulla che mai, dico mai, immaginavamo fosse cosi vasto: ha inghiottito perfino la Torre d’avorio. Lottare di fantasia, volare via d’immaginazione da una fauna umana che progressivamente perde le sue sembianze antropomorfe è l’ultimo suggerimento contenuto in Pagano. Franchi dimostra agio e dimestichezza nel trasformare il suo mondo onirico, popolato da animali tra l’orrorifico e il fiabesco, tra suggestioni-mutazioni cronenberghiane e atmosfere da Alice nel paese delle meraviglie, in inquietante metafora del reale, del quotidiano. Finisce tutto con una cena (sembra un richiamo biblico), un’ultima cena da ragazzo, una sorta d’iniziazione all’età adulta, in cui il giovane letterato romano, dopo aver conversato con fatica con animali (un tempo uomini anche loro, pare) d’ogni specie, modo di vita, ideologia, dichiara il suo eterno amore e la sua appartenenza: a Roma, alla Capitale, la culla dell’impero. Impero dello spirito: immortale, Pagano.
Franchi è un poeta – non a caso conclude con suggestivi versi d’amore per la Città Eterna -, un letterato, un uomo contro questo tempo infame, questa nazione inesistente, questo stato sanguisuga, questa burocrazia tentacolare, questo popolo suddito. È contro l’Italia cosi come oggi è conosciuta. Italia (Stato) odiata senza se e senza ma, perché serva ossequiosa del popolo più ignorante e potente del pianeta. Perché gli Yankee hanno installato basi militari lungo tutto il territorio del Belpaese, dettando tempi modi e luoghi di realizzazione, sostanzialmente fregandosene di possibili contrarietà dei cittadini, dimenticati da una politica silente e genuflessa a capo chino, a destra come a sinistra. Stato, qui, da noi, ha sempre fatto rima con la Nato. Stato fantoccio: Franchi è contro. È contro perché non si può non esserlo e bisogna gridarlo forte e lui lo grida. È contro. Non vive con la testa nel buco.
Gordiano Lupi, nella prefazione, azzarda un paragone con Bianciardi per il nostro: Pagano sarebbe una Vita agra attualizzata ai nostri giorni. E certo Lupi non sbaglia nel trovare in Franchi quella componente di anarchismo-radicalismo propria allo scrittore grossetano. Io trovo, invece, che questa seconda opera franchiana vada ad incontrare - nei contenuti più che nello stile narrativo - un registro polemico-pedagogico, fitto d’invettive e riflessioni di straordinaria lucidità, proprio all’opera dell’ultimo Pasolini (Scritti Corsari, Lettere luterane) ed anche - perché no - del Fini acuto osservatore delle contraddizioni del mondo globale (a partire da La ragione aveva torto? per finire con Sudditi). C’è poi la vena intima, esistenziale, espressa con una notevole padronanza della scrittura in prima persona, eredità delle tante letture che il secolo da poco trascorso ci ha lasciato, che Franchi ha ben interiorizzato. Per ciò che riguarda lo spirito antagonista di queste pagine si è proposta una suggestione di tipo evoliano, che lo stesso Franchi sembra, in qualche misura, voler confermare. Mi permetto di andare oltre il parallelo di superficie, di notare come Gianfranco non sia l’esatto prototipo dell’uomo differenziato evoliano o dell’anarca jungheriano: due riferimenti calzanti solo in apparenza, o forse un possibile approdo successivo per il nostro. Franchi cammina certo sulle rovine, ma non si estranea del tutto, non cerca l'ascesi olimpica come l’anarca o l’uomo differenziato, la sua isola accoglie ancora qualcuno, si fa agorà virtuale e dimora che invita – dalle pagine di Lankelot.eu – chiunque voglia costruire verità e (è) bellezza, chiunque voglia esser parte dell’utopia da lui immaginata. Il Franchi di queste pagine è, dunque, molto più vicino all'insegnamento di Alain De Benoist che a quello di Evola, nel suo voler trovare una via possibile - senza rinunciare alle radici, all’identità, all’esser Pagano e mai servo della Chiesa o dello Stato burocrate e partitocratrico -, nel voler elaborare una speranza per il domani, nel suo essere, a ben guardare – se proprio vogliamo mettergli un etichetta – un comunitarista, proprio come il filosofo della Nouvelle droit.
Pagano, come Disorder, non manca di far trasparire tra le pieghe d’una narrazione ora lirica (leggere l’incantevole incipit) ora al vetriolo, l’omaggio alla figura più amata, colui che incarna il simbolo dell’identità tanto inseguita per tutte le pagine del libro: “Papà mi guardava con affetto e questo mi bastava. Finché c’è lui al mio fianco non sono solo davvero, e non posso fallire del tutto” (p.132).
Come nella migliore tradizione della letteratura antagonista e antisistema, Pagano, una volta esaurita la sua missione d’informazione e intrattenimento, abbisogna di una seconda lettura che trasformi le pagine in uno strumento di lotta. Un passaggio obbligato per chi voglia ridestarsi dal torpore. Sia chiaro, e voglio sgombrare il campo dai dubbi, non tutto, se analizzato attentamente, è corretto e condivisibile nelle pagine infuocate di Gianfranco. Ma non stiamo qui a guardar la pagliuzza, dimenticando la trave: osservando le controverse dinamiche del (fu, forse) Belpaese capiamo tutti i perché di questo libro, della sua urgenza. Di qui il mio invito a leggerlo tutto d’un fiato, e poi magari a rileggerlo, per aver chiari pregi e limiti.
Io, da amico sempre critico, gli dico grazie. Grazie Gianfranco, questa lettura mi ci voleva: non siamo mai stati cosi vicini come adesso. E che la battaglia continui, anche - e soprattutto - da queste pagine . Dal particulare all’universale.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia, L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003) e una raccolta di racconti dal titolo Disorder (2006). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato Lankelot.eu. Ha cambiato spesso lavoro.
Vive a Monteverde Vecchio, Roma.
Léon, settembre 2007.
Commenti
Ho sottratto ore notturne al sonno per scrivere questo pezzo, pertanto non rispondo dei contenuti;)
Mi dispiace per la lunghezza, ma a notte fonda perdo la dimensione spazio-temporale.
(sto arrivando:) Naturalmente voglio essere totalmente concentrato, prima mi dedico alle new entries extra Pag;) )
ehi, ma qui l'hanno già letto tutti!! devo darmi una mossa :-)
"..è d?un?onesta intellettuale tanto inseguita e rivendicata che, una volta posta in essere, può risultare ottusa ad occhi ?corrotti? dal desiderio d?integrazione a tutti i costi."
> qui è proprio vero.
Anch'io ho molto apprezzato le tirate sull'Inps e sulla burocrazia tutta, sarà perché, seppur di altra generazione, mi ci scontro spesso (in particolare la buorcrazia sanitaria, che non scherza!)
noto, da questo fiorire di rec al medesimo libro, come ciascuno colga ed evidenzi aspetti diversi, quelli che lo colpiscono o che sente di più, praticamente stiamo facendo un grande lavoro collettivo di critica e il libro sta viaggiando per suo conto, ha una vita propria attraverso i vari articoli. Non è poco, soprattutto questo accade in tempi brevissimi!
*
Federico, sentivo che questo libro ti avrebbe colpito e immaginavo, non so perché, che ne avresti scritto in questi termini :-)
bel lavoro!
Grazie, Marina. E, proprio per diversificare, ho trattato argomenti diciamo da me più sentiti. Giusta osservazione, i nostri articoli se messi insieme analizzano Pagano da ottiche differenti ma complementari.
(OT: Ho letto metà de L'urlo e il sorriso, al termine del libro ti scrivo)
"Di quella italiota, per dirla con l?autore, non certo quella delle origini: platonica, elitaria, dei filosofi (letterati) al potere, bellissima, ideale, che traspare ? riaggiornata, è evidente ? negli auspici ?utopici? del nostro."
> Una buona ragione per definirsi nostalgici.
"La possibilità è il microcosmo, un’isola, cosi come spesso è descritta nelle pagine che vi troverete a leggere, in cui scegliere chi accogliere, senza interferenza, pressione, imposizione alcuna."
> Cortocircuitando, adesso stavo pensando a Houellebecq:). Curioso...
Scrivi: "La fiducia ingannevole dei nostri padri, mai veramente usciti dall’imbuto di sangue del 43-45, vero spartiacque storico di una nazione, una Patria, mai veramente esistita. Patria è un’idea: morta l’otto di settembre di sessantadue anni or sono".
Applaudo.
"non sono esistiti i buoni e giusti contro gli oppressori malvagi, che da una parte o dall?altra sempre un regime era ciò che ci sarebbe toccato in sorte. Come in è effetti è avvenuto. Regime, quello fascista; regime incautamente sognato da molti, quello comunista; regime, quello attuale, partitocratico, burocratico, statuale."
Sì. E dalle segrete e mutate dinamiche di censura, e dalle segrete e mutate dinamiche di controllo dei cittadini: e dall'assurda pretesa di libertà, "protezione" e giustizia, quando le leggi le scrivono per colleghi condannati in via definitiva.
"E con la r maiuscola, romani-pagani discendenti da Ottaviano Augusto, dall?Impero, dall?unico, durevole tempo d?unità ed eternità che la nostra storia d?aspiranti italiani ha conosciuto. Onore a Roma, allora, ai suoi precetti, alla sua idea di tolleranza (tolleranza? se dubitate di ciò non conoscete la storia), ai suoi riti e al suo Pantheon (anche gli dèi erano più tolleranti dell?unico dio attuale, cristiano, giudaico o islamico che sia), alle sue leggi, alla sua civiltà."
> Grandissimo passo.
"Perché gli Yankee hanno installato basi militari lungo tutto il territorio del Belpaese, dettando tempi modi e luoghi di realizzazione, sostanzialmente fregandosene di possibili contrarietà dei cittadini, dimenticati da una politica silente e genuflessa a capo chino, a destra come a sinistra. Stato, qui, da noi, ha sempre fatto rima con la Nato. Stato fantoccio: Franchi è contro. È contro perché non si può non esserlo e bisogna gridarlo forte e lui lo grida. È contro"
> Perfetta, quella rima.
"Come nella migliore tradizione della letteratura antagonista e antisistema, Pagano, una volta esaurita la sua missione d?informazione e intrattenimento, abbisogna di una seconda lettura che trasformi le pagine in uno strumento di lotta. Un passaggio obbligato per chi voglia ridestarsi dal torpore."
> Una delle letture più intense e politiche in assoluto, una di quelle determinanti per decifrare dna e spirito, per contribuire alla genesi di un pensiero nuovo e di un sistema che sappia essere più fedele agli individui. Finalmente stirneriano, diciamolo.
E' uno scritto poderoso, pieno di empatia e di comprensione, e i parallelismi (grazie per le Lettere Luterane) evocano possibilità di nuove suggestive commistioni tra diversi padri. E' linfa.
Grazie, grazie, grazie di cuore. E avanti...
(servono ampie schede dedicate a De Benoist, è il tempo...)
Allora, ringrazio dell?accurata lettura e mi scuso per l?articolo cosi dilatato ma ti garantisco che la lettura politica della tua opera (come hai ben notato) non poteva essere rapida e sintetica. Stirner, è vero, dimenticanza grave la mia, ma scrivevo in notturna qualcosa mi è sfuggito. Ad ogni modo è stato bello immaginare parallelismi tra Monteverde Vecchio e il Valhalla;) Ho privilegiato l?analisi politica immaginando che quella letteraria l?avrebbero tentata un po? tutti ? a giusta ragione, beninteso -, dunque evitando di aggiungere lodi alla scrittura, peraltro meritate. Mi interessava la chiave politica, il riflesso sul nostro tempo, sull?Italia. Questo mi aspettavo di trovare e non sono rimasto deluso. Questo è il plusvalore di un?opera come Pagano, che deve essere un primo strumento di lotta che necessita diffusione capillare ? il più possibile capillare. A questo proposito io lo spedirei a Massimo Fini il libro, di più, proverei il contatto diretto. Lui può essere un buon veicolo, portatore di potenziali lettori interessati. Se vuoi, posso provare a metterti in contatto con lui. Che altro dire? Il resto te lo dirò in privato, magari faccia a faccia. Per adesso un sentito grazie, ho trovato identificazione, mi sono immedesimato, ho goduto di stralci di classe narrativa e ho letto qualcosa di veramente diverso dal solito. Un ultima nota è per il richiamo ad Atreju e Bastian, alla fiaba di Ende, come immaginerai enormemente apprezzato dal sottoscritto. Ave Gf, che gli dèi veglino sempre sul tuo cammino.
Ah, le schede di De Benoist arriveranno, almeno una da parte mia certamente prima di dicembre.
Sì, magari, se ti va cerchiamo un contatto diretto: se riesci, volentierissimo. E grazie per l'ottima idea, davvero. Quanto a tutto il resto sì, Monteverde Vecchio Valhalla è una suggestione che mi è piaciuta parecchio:). Molto bella questa cosa che mi dici dell'identificazione e dell'immedesimazione, dico davvero. E quanto a Ende... giusto due giorni fa ho regalato copia alla figlia di un mio amico, ha 13 anni e sta cominciando a scegliersi i libri. Appena ho spiegato chi era il nemico s'è convinta;)
un abbraccio, gli dei siano sempre al nostro fianco, donec ad metam
(a proposito, molto buono il taglio politico, stavolta è importante - è asse portante - e vuole essere un fiore poggiato sul passato e una pietra per un futuro altro. Grazie Federico!).
15 - Ottimo, 13 anni è una bella età per cominciare a scegliersi i libri. Vedrò domani di sapere quando M.Fini sarà a Roma, o se è possibile fargli avere il libro con una ragionevole certezza che lo legga. Ti farò sapere prossimi giorni.
Splendido.
Arrivato ieri e messo in borsa! Grazie Franco, sei sempre un mito.
Sono in partenza per la capitale, aspettati un sms...
Ot: grazie Federico!
"Non antifascista perché ce ne sono ? e ce ne sono stati - troppi di professione, talmente tanti che, attualmente, agli studenti di storia dovrebbe apparire come improbabile il consenso ottenuto da Mussolini e dal fascismo prima dell?entrata in guerra a fianco della Germania."
Sacrosanto. Pratica criminale.
"La possibilità è il microcosmo, un?isola, cosi come spesso è descritta nelle pagine che vi troverete a leggere, in cui scegliere chi accogliere, senza interferenza, pressione, imposizione alcuna."
Sì, desiderabilissima.
E penso a questa Islanda (scusa la divagazione :)
http://it.youtube.com/watch?v=doc1eqstMQQ
"Un po? come le Lettere luterane di pasoliniana memoria, il libro di Franchi ci fa una panoramica lucida e irriverente dei mali italici del nostro tempo, scegliendo una forma di opposizione ineccepibile: cambiare la forma mentis attraverso l?arte e la cultura, attraverso la letteratura."
A conferma che non c'è inerenza di schieramento quando il nemico è la bruttura, la bassezza.
"tra suggestioni-mutazioni cronemberghiane"
Anche questo è un intelligente spunto d'osservazione. Considerando ancor di più i punti in comune delle motivazioni dell'ossessivo malessere di certo Cronemberg.
Sul consenso alle varie forme del potere, in Italia, credo che si possano individuare varie forme:
1) consenso reale (il consenso di chi crede in determinate idee)
2) consenso di comodo (il più diffuso, a mio avviso, nel nostro paese. non è tanto il credere in determinate idee, quanto lo sfruttamento di queste per motivi personali)
3) consenso costretto (il consenso di chi, pur non credendo, è costretto in date situazioni - o per violenza effettiva, o psicologica - ad agire in dato modo)
Secondo me, il consenso di comodo, è veramente il maggiore nel nostro paese, ed è triste. Ma, d'altronde, ancora rifacendoci al periodo del dopoguerra, la cosa diventa palese, mi sembra.
E il terzo tipo è anche di chi, pur non essendo di una data parte politica, la vota perché dall'altra non ha corrispondenza. Da cui, oggi, in Italia, le persone che votano certi partiti per un consenso reale al loro lavoro, beh, stanno sulle dita di una mano???
"Mi permetto di andare oltre il parallelo di superficie, di notare come Gianfranco non sia l?esatto prototipo dell?uomo differenziato evoliano o dell?anarca jungheriano: due riferimenti calzanti solo in apparenza, o forse un possibile approdo successivo per il nostro."
Ecco un esemplare accenno a quel che ci riserverai, ci auguriamo in molti :)
Anche io sogno un'isola come quella di Glosoli. Ed esco volentieri fuori dal contesto Pagano per un secondo (mica tanto, a ben guardare), omaggiando questo splendido video (uno dei più belli in assoluto che la mia memoria ricordi) per uno dei pezzi più suggestivi dei Sigur Ros (cha amo: a proposito, grazie Franco, anche per questa scoperta).
Detto ciò ringrazio della lettura partecipata e dell'aver rimarcato la notazione cronemberghiana, affatto casuale e dall'intento che hai ben evidenziato.
Quando il nemico è la bruttura e si è in cerca di bellezza non esistono schieramenti, è sacrosanto, per questo ho sempre amato Pasolini, pur essendo estraneo alla mia formazione politica di base. Ancor più estraneo a Franco, forse, ma vicino nello spirito critico e nella lucità d'analizzare i mali atavici del Belpaese.
"Non scordo". ;)
?Oggi non sono libero. Nessuno di noi è autenticamente libero. Negare quest? evidenza è disonesto?.
http://it.youtube.com/watch?v=ajlxj1g2kxk
(tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma.)
http://it.youtube.com/watch?v=ajlxj1g2kxk
(Sole che sorgi libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma.)
Ho letto tante di quelle cose che c'è davvero da pensare attentamente prima di esprimere giudizi valutativi. Uno dei primi argomenti che è saltato fuori è quello di una "democrazia" estremamente inadeguata e "imperfetta". Infatti è questo uno dei pericoli più gravi che corre il gracile corpo della democrazia. Si trattano qui temi enormemente complessi. Quasi quasi mi verrebbe voglia di ripercorrere, da studioso intendo dire, i termini concettuali e "pratici" del termine "democrazia", alla luce di quanti nei secoli intervennero su di essa. La faccenda non è semplice, ma la vedo suggestiva sotto il profilo degli studi. Mi riprometto, credo e spero, con il consenso del padrone di casa, di intervenire su questo tema con degli articoli che potrebbero essere forieri di approfondimenti e discussioni, ardenti ma anche razionali. Comunque Leon ha scritto un articolo molto intenso, sentito sin nel profondo dei precordi, e tra l'altro detto molto bene. Pernso proprio, comandante, che puoi star contento di Leon e del modo con cui ha presentato la tua opera.
Ne sono molto orgoglioso, ti dico. E mi fa piacere che parte delle pagine di "Pagano" rivedranno la luce nel nuovo romanzo, tra pochi mesi, in uscita per Castelvecchi. Incontrando pubblico nuovo e diverso potranno avere altro impatto. Spero:).
Quanto alla democrazia... va bene. Aspetteremo.
grazie ancora,
gf