Franchi Gianfranco

Pagano

Autore: 
Franchi Gianfranco

Ad una prima lettura, il libro di Gianfranco Franchi, Pagano, può mettere a dura prova l’attenzione del lettore. L’impressione è quella di avere di fronte un insieme di frammenti che come tessere di un mosaico richiedono di essere inserite al loro posto. Dunque, il consiglio della  bravissima Mazzucato, nella postfazione al testo, di leggere Pagano almeno due volte,  è saggio oltre che intelligente.
In altre parole, per afferrare il nucleo del suo lavoro, occorre sudare. In un tempo, quello attuale, dove la scrittura deve corrispondere principalmente a criteri di consumo, questo sudare  non è  solo ragionevole, è necessario.
Il libro di Franchi, come scrive Patrizia Garofalo nel suo bel commento, non è un romanzo né un antiromanzo.
L’affermazione è suffragata dall’autore medesimo che scrive:

…Da un po’ pensavo di scrivere un romanzo nuovo: ma che storia volete che racconti, quando l’unica che mi viene in mente è “realtà”, perché “realtà”credo proprio non sia un concetto condiviso? Non ho in vena ne gialli, né noir, né romanzi storici. Ho questa narrazione in prima persona, satira caustica di tutto quel che è, lirica talvolta o altrimenti livida…(p. 37, ib.).

Non c’è nulla da inventare.  La realtà si mostra nella sua prosaicità. Da questa prosaicità, lo scrittore deve saper estrarre la sostanza, la verità  che dietro quella prosaicità si cela.
Se dovessi dare una definizione di Pagano,  non parlerei di pamphlet o di antiromanzo ma di zibaldone, e in particolare di uno zibaldone morale. L’analogia con lo Zibaldone leopardiano non può sfuggire. D’altra parte non si vogliono fare paragoni soprattutto perché Leopardi è al di là di ogni paragone possibile. L’affinità con lo Zibaldone è nell’aria sana che circola in Pagano, nella passione che arde appena sotto la superficie di una prosa limata e controllata, nella furia con la quale egli denuncia l’atmosfera maleodorante, la palude sociale e politica con le sue amene conventicole, con le sue oligarchie  onnipotenti e insieme d’accatto, nelle quali, il nostro paese,  l’Italia, è immersa.

Scrive  ancora Franchi:

Mi presento direttamente, sono un’isola e non mi lascio popolare. Sono precario come larga parte della mia generazione, e sorrido quando penso al No Future dei Sex Pistols…perché il futuro potevano sceglierlo eccome…(p. 20, ib.)

Ho già detto della fatica che si fa, ad una prima lettura, a tenere insieme i frammenti di questo libro. L’autore sembra divagare, indugiare sui nodi della sua analisi della realtà. Analisi nella quale, in particolare nella parte più strettamente autobiografica, egli inserisce passi di autentica bravura. Ossimori di una prosa che nella traduzione visionaria si fa brillante, caustica, leggera. E tutto questo tenendo sotto stretto controllo la realtà, della quale, la dimensione visionaria è il  liquido di contrasto necessario per impressionare la pellicola.
Per più di metà del testo, Pagano ha un carattere autobiografico. Il termine autobiografico sembra riduttivo. Tuttavia, anche un cattivissimo autore, Céline, nel suo capolavoro, Viaggio al termine della notte, ha utilizzato questo metro di scrittura.  Ha scritto un romanzo autobiografico riuscendo ad andare, con sconcertante visionarietà, dal particolare destino del suo personaggio, al destino universale nel quale chiunque di noi può avere agio di specchiarsi. L’aver scritto in gran parte un romanzo autobiografico non gli ha impedito di farne un capolavoro. Non solo non ha ignorato la realtà ma se  ne è servito per estrarvi la materia prima, il fango, del quale essa è fatta. Da questo fango, egli ha tratto il succo, a volte nauseante, a volte ineffabile, della realtà.
Ancora Franchi, in Pagano:

…Rotten e i suoi compagni (i Sex Pistols), potevano scegliere: avanguardia, dissolutezza e autodistruzione oppure vita tendenzialmente integrata…noi siamo ben oltre l’impossibilità di scelta: noi siamo costretti a prendere atto della realtà…(p. 21, ib.).

Io credo che il nucleo duro di questo zibaldone morale sia l’incontro/scontro tra necessità e visionarietà.
Ancora Franchi:

…Non ho nessuna certezza. Non ho un contratto che mi garantisca una fiducia nel futuro e stabilità: sono un collaboratore a progetto.
…Tra poco avrò trent’anni e non ho niente…Tra poco avrò trent’anni e non sono riuscito a scuotere la nazione… Non appartengo al mainstream e quindi rifiuto l’editore distributore e il suo taglieggiare legalmente la concorrenza… Tra poco avrò trent’anni. Domani potrei essere finito, Da qui al vagabondaggio il passo è breve. Eppure è questa la mia condizione, questo il mio status, questi i mie ruoli. E immagino di passeggiare conversando con Walser e Hamsun….(p. 27, ib.).

A parte la citazione su Walser, autore amatissimo,  si può di nuovo evidenziare un fatto assai rilevanti nella sua scrittura. L’autore riesce a non cadere nella trappola della lamentela.  Vi riesce sul filo di lana. Per un soffio. E questo sottilissimo soffio fa la differenza tra l’opera di uno vero scrittore e il piagnisteo di un giovanotto trentenne che, nel chiuso della sua stanza, riesce a malapena a grattarsi la pancia, posto che gli rimanga l’energia per farlo. Al contrario, la dimensione autobiografica di una parte di Pagano, risponde a criteri  di universalità. Dal particolare all’universale. Cifra autobiografica che si propone di fare da paradigma ad una profonda sofferenza generazionale. Cifra autobiografica che sarebbe riduttivo definire militante. E’ qualcosa di più: una scrittura, guerriera, di chi non è disposto a mollare l’osso, ad abbandonare la scena. I frammenti che il lettore ha inseguito nel corso della lettura acquistano via via corporeità. Si delinea la geografia unitaria del discorso.

In definitiva,  Pagano parla di futuro. E lo affronta al pari di un bizzarro argonauta che intraprende un viaggio pericoloso con la pretesa di dare forma al tempo nel quale sta viaggiando. Il corpo dell’autore diviene sede di questa idea di futuro: figura che è per metà sciamano e per metà partita Iva. Entrambe le dimensioni in un corpo solo. Dunque, un corpo esplosivo poiché le due sostanze, se dovessero toccarsi, potrebbero esplodere.

Affrontare il rischio in prima persona è l’unica scelta possibile. Franchi lo sa. Coerentemente esige di sperimentare su sé stesso una mutazione. A mio avviso, questa mutazione consiste nel  divenire quello che lui è già in potenza: uno sciamano. Sempre più sciamano e sempre meno partita Iva, per disinnescare la miccia del sistema che quest’ultima sottende e annientarlo.
Ma quest’impresa, come può riuscire?
Scrive Franchi:

…Io ho sempre avuto una convinzione: che si dovesse partire dalla scrittura. Perché il linguaggio muta il mondo, incide sull’essenza delle cose. E allora scrivo come un disperato, senza accorgermi che il tempo passa e che probabilmente – ancora una volta – non servirà a niente. Scrivo per nutrire e alimentare le minoranze: ecco il mio pubblico, ecco la mia destinazione…(p.38, ib.).

Il quadro, dal versante della narrazione autobiografica, mi sembra completo. Le incertezze, i dubbi espressi dall’autore sono spazzati via dalla lucidità della sua visione. Il viaggio dell’autore è rischioso ma lui non è affatto sprovvisto di solidi argomenti, di frecce al veleno nel suo arco.
Ogni argonauta che affronti l’indefinito panorama del futuro è consapevole di correre dei rischi ma allo stesso tempo sa che non vi è alternativa al suo agire salvo quella d’integrarsi al sistema e morire.

Ancora Franchi:

L’alternativa (alla morte spirituale)  è chiamarsi fuori, restare laterali e magari dilettanti: e ammettere che studiare, ricercare e combattere è l’unica cosa da fare, pure quando sai che non potrai che perdere. E’ un suicidio da samurai, o da ultimo barbaro rimasto a difendere Roma da altri barbari.

Avanzate, conquistate pure la città, ma prima massacratemi.

Io non ho dimenticato il mio stato e il mio ruolo.
Nel presente io non possiedo niente, io non sono niente. E tuttavia sono vivo e sogno qualcosa di diverso
…(p.71, ib.).

Difendere Roma e la paganità di quella civiltà evoluta. Questa parte dello zibaldone di Franchi è dichiaratamente politica. Concetto cardine di questa analisi è la proposta di una destra nazionale ora  boccheggiante, che si risvegli ai suoi valori fondati sulla correttezza e sul merito, sulla gerarchia intesa come piramide nella quale coloro che ricoprono funzioni politiche abbiano le qualità umane e morali per farlo. Una minoranza di persone virtuose capaci di dare una spinta,  meglio ancora una spallata, alle oligarchie truffaldine operanti in ogni ambito, non ultimo quello editoriale.
Quali sarebbero le sorgenti a cui attingere la linfa di questa nuova era?
Le avremmo sotto i nostri piedi, o alle nostre spalle. Nella civiltà imperiale di Roma.

Scrive Franchi:

Non mi riconosco nel sistema partitico e non mi riconosco nel principio d’uguaglianza, da nessun punto di vista. (p. 104, ib.). 

Pur rispettando le posizioni politiche dell’autore che indubbiamente suscitano suggestioni forti anche se, a tratti discutibili, almeno dal punto di vista storico, devo far valere il mio punto di vista che si sforza con tutta onestà, di tenersi alla larga da ideologie che mostrano, tutte, senza eccezione,  una concreta perdita di forza vitale. Sarebbe semplice per chi scrive affermare che quanto a punto di vista politico io e l’autore ci troviamo decisamente su sponde opposte. Ma tutto questo non tanto per la pretesa di affermare un’ideologia di sinistra al posto di una di destra. Il mio dissenso radicale con Franchi riguarda Roma e la civiltà della quale è stata portatrice.

Roma e Annibale. Confesso di aver sempre “tifato” per quest’ultimo. Se non altro per la potente visionarietà del suo gesto, se non altro perché, ancora mi domando, quale sarebbe stato il destino dell’Occidente se, al posto di Cartagine, fosse stata annientata Roma. Avremmo sperimentato, ad esempio, i regimi totalitari che hanno travolto il ventesimo secolo?
Davvero questi regimi, in particolare il nazismo, non hanno tratto da Roma la propria radice?
A questo proposito,  è illuminante, dal mio punto di vista, uno scritto di Simone Weil, della quale ho letto attentamente l’opera in tempi non sospetti, prima che una certa sinistra radical – chic se ne appropriasse, che ha per titolo Sulla Germania totalitaria (Adelphi ed. 1990).

Simone Weil scrisse questo libro in piena epoca hitleriana. A far data dal 1932. In quel periodo Simone si era recata a Berlino per toccare con mano la natura dell’involuzione politica che il popolo tedesco in parte subì e in parte favorì.

Scrive Simone Weil:

L’analogia tra il sistema hitleriano e l’antica Roma è sorprendente al punto di far credere che dopo duemila anni solo Hitler abbia saputo copiare correttamente Roma…(p. 219, ib.).

Continua la Weil:

Conosciamo la storia di Roma solo attraverso i Romani stessi e i loro sudditi greci, costretti nella sventura, ad adulare i padroni…

Noi non possediamo la versione che avrebbero potuto darcene i Cartaginesi, gli Spagnoli, i Galli, i Germani, i Bretoni.

I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare…(p.219, ib).

Per sintetizzare il pensiero di Simone Weil – cosa non facile – occorre andare al nucleo della sua analisi filosofica: l’amministrazione del potere, sia in politica interna ma ancor di più in politica estera, nella Roma imperiale. Quest’amministrazione si fondava: sull’impiego calcolato, metodico della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita, messe in atto con una risolutezza incrollabile nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza essere mai sensibili né al pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano…(p.220, ib.).

La perfidia e il potere sono certamente facce di una stessa medaglia e, ovviamente non solo Roma ne ha usato in abbondanza.
La perfidia di Roma ha tuttavia qualcosa di inedito: mira ad annientare l’anima. Questa perfidia è arte e scienza allo stesso tempo, da Roma metodicamente, scientemente applicata.

…E’ l’arte di alterare nel terrore l’anima stessa dei loro avversari, o di addormentarli con la speranza, prima di asservirli con le armi; infine con una manipolazione così abile della menzogna da ingannare persino la posterità e continuare a ingannarci. Chi non riconoscerebbe questi tratti? (p.220, ib.)

E ancora:

…I popoli e gli uomini situati intorno al territorio sottomesso a Roma hanno provato di volta in volta, come tutti i mortali, il terrore, la collera, l’indignazione, la speranza, la tranquillità, il torpore: ma quello che provavano in ogni momento era precisamente quel che tornava utile a Roma, e questo grazie all’arte dei Romani…(p.220, ib.).

Annientare lo spirito di un uomo, di un popolo. Svuotarli della propria forza. L’analogia tra Roma e il nazismo mi fa venire in mente il grande lavoro di testimonianza fatto da Primo Levi, in Se questo è un uomo. Ove, il se va inteso, a mio avviso, come una negazione o una negazione quasi compiuta: quest’uomo non è quasi più o addirittura non più un uomo.
Nei lager si amministrava un potere assoluto su esseri umani. Molti si chiedono tutt’oggi come mai la maggior parte di quei disgraziati accettò quella condizione in modo passivo.
Questa è esattamente l’azione della perfidia scientemente inflitta allo scopo di sottrarre all’individuo la dignità di se stesso, la propria anima. E’ probabile che Primo Levi, grazie alla scrittura, alla testimonianza, abbia saputo impedire che il nazismo gli strappasse l’anima. Tuttavia, un soffio gelido di quella perfidia,  l’ha toccata. E il male assoluto non si può spiegare.  Si sperimenta.

Levi sopravvisse al campo di concentramento ma il suo tempo si era fermato nell’attimo stesso in cui mise piede nel lager. Da quel momento, credo, egli visse un tempo estraniato. Statico e allo stesso tempo eterno. In altre parole, non si ritorna, dal male assoluto. Lo si rivive ogni attimo della vita che rimane. Questo Levi ha capito.
Il suo ultimo gesto, il suicidio, è malgrado tutto, la scelta di un uomo libero.

 

Desidero chiudere questo commento a Pagano con un dono all’autore per la generosità, l’impulso al bene, sul quale la sua collera e la sua indignazione sono sinceramente fondate.
E’ l’unica poesia scritta da Simone Weil, a 34 anni, prima di morire in un letto d’ospedale, dopo aver lottato con tutta se stessa contro il male del suo tempo.

Gli astri

Astri di fuoco che la notte abitate i cieli lontani
astri muti che ciechi girate sempre gelati
dai nostri cuori voi strappate i giorni di ieri
li gettate nel domani senza il nostro consenso
e noi piangiamo ma tutte le nostre grida a voi sono vane.
Poiché dobbiamo, vi seguiremo. Le braccia legate. Gli occhi
rivolti al vostro fulgore puro e amaro.
Al vostro cospetto poco importa ogni dolore.
Noi gridiamo, vacilliamo sul nostro cammino.
D’improvviso è nel cuore il loro fuoco divino. 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Gianfranco Franchi (Trieste 1978), letterato mitteleuropeo. Ha pubblicato due “laboratori” di poesia: “L’imperfezione-opera III” (2002) e “Ombra della fontana” (2003). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, “Ouverture” e “Der Wunderwagen” tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato lankelot.eu.
Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di racconti “Disorder. Unknown pleasures” (ed. Il Foglio).
Vive a Roma.

Gianfranco Franchi,“Pagano”, Piombino, Edizioni Il Foglio 2007. Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

Approfondimento in rete: CS e nota di FM in Books and Other Sorrows / Letteratitudine / Rassegna Stampa (dal 9 Settembre: in progress)

 Di Simone Weil (1909-1943), Adelphi ha pubblicato: Quaderni, in tre volumi (1982,1988;1985; 1988), Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (1983,1984) e Venezia salva (1987).

Note sul testo Sulla Germania totalitaria:
nell’estate del 1932 Simone Weil, allora ventitreenne, si trovò a Berlino. Erano gli ultimi mesi prima della presa del potere da parte di Hitler. La Weil, sin dalle prime lettere dalla Germania, e poi in tutte le sue riflessioni sul regime hitleriano, mostrò perfetta lucidità.
Ella osservò che per la seconda volta in meno di vent’anni, il proletariato meglio organizzato, il più potente, il più progredito del mondo, quello tedesco, ha capitolato senza resistenza. “Non c’è stata disfatta”, scrive la Weil. “C’è stato un crollo.”
E subito percepì l’intreccio nefasto di elementi tra bolscevismo e nazismo mentre in alcuni testi del 1939 spingeva la sua analisi del totalitarismo fino a un raffronto del presente con la politica dell’Impero romano, da lei aborrito.

ISBN/EAN: 
9788876061585

Commenti

Affrontare il rischio in prima persona è l?unica scelta possibile. Franchi lo sa. Coerentemente esige di sperimentare su sé stesso una mutazione. A mio avviso, questa mutazione consiste nel divenire quello che lui è già in potenza: uno sciamano. Sempre più sciamano e sempre meno partita Iva, per disinnescare la miccia del sistema che quest?ultima sottende e annientarlo.

Risistemata la grafica. Domani ripasso per leggere.

(impaginazione precedente, mea culpa. Soliti trabocchetti di Firefox. Spero di rimediare in futuro;), Renata è senza colpa, e ha scritto un grandissimo pezzo...)

(danke Angela! Sempre puntualissima e precisa. magnifico lavoro)

"La realtà si mostra nella sua prosaicità. Da questa prosaicità, lo scrittore deve saper estrarre la sostanza, la verità che dietro quella prosaicità si cela.
Se dovessi dare una definizione di Pagano, non parlerei di pamphlet o di antiromanzo ma di zibaldone, e in particolare di uno zibaldone morale"

> Ecco, sì. Dalla prosa della quotidianità si attinge l'essenza; la verità ha forse meno colori, ha meno sapori e non ti nutre, ma è necessaria.
Zibaldone morale è una gran bella definizione. Mi ci riconosco. Fino in fondo.

"Ossimori di una prosa che nella traduzione visionaria si fa brillante, caustica, leggera. E tutto questo tenendo sotto stretto controllo la realtà, della quale, la dimensione visionaria è il liquido di contrasto necessario per impressionare la pellicola."

> Ecco. Qui hai dimostrato una volta ancora di aver letto e interiorizzato. Altrove ho letto "romanzo realista", "autobiografico", come se andassi a cena coi cinghiali e gli scoiattoli e avessi le cameriere in livrea, o come se il mio tipografo fosse un tentacolo. Pagano è spaccato in due. Chi ha letto solo la prima parte ha capito il discorso sociale, morale e politico. Chi ha letto tutto ha trovato quel che descrivi tu.

Letteratura. Ma godo - e dico sul serio - sapendo di essere stato altrove distorto. Non poteva non essere così:).

Io vivo per le minoranze. Intelligenti, e libere. Come te.

"Cifra autobiografica che si propone di fare da paradigma ad una profonda sofferenza generazionale. Cifra autobiografica che sarebbe riduttivo definire militante. E? qualcosa di più: una scrittura, guerriera, di chi non è disposto a mollare l?osso, ad abbandonare la scena. I frammenti che il lettore ha inseguito nel corso della lettura acquistano via via corporeità. Si delinea la geografia unitaria del discorso."

> Splendido.

"Coerentemente esige di sperimentare su sé stesso una mutazione. A mio avviso, questa mutazione consiste nel divenire quello che lui è già in potenza: uno sciamano. Sempre più sciamano e sempre meno partita Iva, per disinnescare la miccia del sistema che quest?ultima sottende e annientarlo. "

> Siamo sempre e assolutamente nell'essenza pura.

"Roma e Annibale. Confesso di aver sempre ?tifato? per quest?ultimo. Se non altro per la potente visionarietà del suo gesto, se non altro perché, ancora mi domando, quale sarebbe stato il destino dell?Occidente se, al posto di Cartagine, fosse stata annientata Roma. Avremmo sperimentato, ad esempio, i regimi totalitari che hanno travolto il ventesimo secolo?"

> Immagino di sì. Ma Annibale - Cartagine - è stato un nobile nemico. Qualcosa per cui è stato giusto piangere, mentre la città finiva ingiustamente incenerita. La storiografia Romana è chiara in proposito. Peccato non essersi confederati e alleati...

"I Romani hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l?organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare?(p.219, ib)."

> Razza? Mmm. No. La civiltà Romana era federazione di popoli e razze (etnie) differenti. Pensa solo alla concessione della cittadinanza...
pensa al pantheon, pensa alla tolleranza dei pagani, per molti secoli almeno:).
Niente a che fare con le suggestioni della Weil.

Ecco, qui la Weil sfocia nell'immotivato e nell'irragionevole:

"Quest?amministrazione si fondava: sull??impiego calcolato, metodico della più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita, messe in atto con una risolutezza incrollabile nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza essere mai sensibili né al pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano?(p.220, ib.)."

> Come si può scrivere una cosa del genere, se non parlando del proprio presente? Solo la tragedia del suo presente può giustificare questo abominio. Perché la pietas era latina... ma va be', dai, ci siamo capiti.

E' un articolo molto sensibile e molto personale. Come puoi immaginare, non trovo particolarmente condivisibile quel che scrive la Weil su Roma; mi affido a un eufemismo perché percepisco quanto ami la sua scrittura. Il "male assoluto" è quello che ha vinto la guerra, coalizzato col capitalista. Altro male assoluto era certo il nazismo.
Peccato, solo questo, che la storia del Novecento sia stata così partigiana, e così bugiarda. Una storia onesta ci avrebbe reso cittadini migliori. Invece, ci guardiamo sempre alle spalle...
laddove non c'è più niente.

Pagano dice anche che Roma è morta con Romolo Augusto, e l'Italia è nata (non risorta) nel 1861 e morta nel 1943. Io non so se sia un pensiero così condiviso, ma a questo miravo: a ricordare che italia è niente, e il passato solo Roma era. E tutto era fuorché regime in senso novecentesco. Fu monarchia, repubblica, impero. Fu tante cose.

Nessuna cosa al mondo maggior di Roma.
Nemmeno la morte.

Roma divina, a te sul Campidoglio,
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a te, nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Padre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

http://www.villa-europa.it/Inno%20a%20Roma.mp3

(PUCCINI, Inno a Roma)

"L?autore riesce a non cadere nella trappola della lamentela. Vi riesce sul filo di lana. Per un soffio. E questo sottilissimo soffio fa la differenza tra l?opera di uno vero scrittore e il piagnisteo di un giovanotto trentenne che, nel chiuso della sua stanza, riesce a malapena a grattarsi la pancia, posto che gli rimanga l?energia per farlo. Al contrario, la dimensione autobiografica di una parte di Pagano, risponde a criteri di universalità. Dal particolare all?universale. Cifra autobiografica che si propone di fare da paradigma ad una profonda sofferenza generazionale".

Scelta intelligentissima quella di sottolinearlo con tanta chiarezza.
Mi trovi assolutamente d'accordo.

Ho letto che il 17 novembre presenterai "Pagano" a Modena. Cercherò in tutti i modi di esserci. Per ora, grazie dei commenti. Un particolare saluto ad Angela.

Se riuscissi ad essere dei nostri a Modena, ne sarei felicissima. Intanto ricambio il saluto :).

Provo una strana sensazione a commentare questa recensione, mi sento diviso a metà, per colpa della Weil:)
E'inaccettabile il suo accostamento tra il regime nazista e l'Impero Romano. Da un punto di vista storico ed etico. In più credo che non ci aiuti per nulla a comprendere la svolta totalitaria dello scorso secolo. Roma rappresentava ciò che di più evoluto potesse esistere nella concezione politica dell'epoca. E credo non solo. Inoltre tutte le popolazioni antiche che nomina la Weil si consideravano superiori alle altre, così come facevano i Romani. Quella della Weil è una strumentalizzazione ideologica (apartitica, ma comunque ideologica) della storia che oggi non può più reggere.

Altre versioni storiche non ne abbiamo, non perchè siano state cancellate "altre memorie" dai Romani (qualcun altro si macchiò di questi delitti); la storia a Roma era sublime opera letteraria, altri semplicemente non furono in grado di produrne.
Nessuno dei nemici di Roma ha potuto cantare la propria meschinità, il despotismo dei padroni, la corruzione del popolo, l'opportunismo della morale.
Roma lo ha fatto, ha raccontato le sue debolezze, solo per questo merita gloria eterna.

Renata, sarà una gran giornata. Felice di conoscerti di persona, dopo tanti anni:).
Il commento di Marco (Gens Emiliana) avrei voluto scriverlo io.
Lui è anima, spirito grande e core de Roma. Puro.

il commento di Renata dichiara un lettura intelligente, lucida e molto approfondita. Da tmpo la conosco nei suoi scritti e di persona come persona libera che esprime con "gentilezza" intesa proprio etimologicamente il suo parere e critica.
la mia impreparazione storica, come ho già detto mi mette nelle condizioni di non entrare nel dibattito..........più che impreparazione è proprio il mio..un approccio letterario ...sempre.............a gianfranco chiedo .ma perchè di modena non mi hai detto niente giovinastro malefico?

18- Sulla presentazione modenese di Pagano, mi permetto di intervenire, ricordando anche qui data e luogo:
sabato 17 novembre ore 17:30 presso la sala 50 di Palazzo Molza in via Ganaceto. Sarei felicissima se decidesse di essere dei nostri e quindi di conoscerla personalmente.

Grazie ancora di cuore per organizzazione e spirito, Angela.
Davvero.