Franchi Gianfranco

Pagano

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Franchi Gianfranco

È difficile parlare del libro di un amico. Gianfranco Franchi è, al di là della facile retorica, un mio amico. Una persona che stimo moltissimo al di là delle differenze sostanziali che ci sono fra noi. Lui è giovane, io no. Lui è romano, io evidentemente no. Lui è di destra, io non so più dove la mia anima profondamente politica mi colloca oggi. Di sicuro non accanto a lui. Eppure. L’aver vissuto venti anni in più non mi regala più conoscenza, no. Eppure. Eppure io riconosco in Franchi quello che un artista è: un creatore di bellezza. L’arte produce bellezza, e la bellezza è il viatico verso la felicità. Noi in questo paese abbiamo dimenticato la bellezza e abbiamo dimenticato che lo scopo dell’uomo sulla terra è la felicità. Stretti in angusti cubicoli, pressati dai bisogni ma vieppiù dai falsi bisogni, abbiamo dimenticato noi stessi, siamo stati facili prede di malfattori senza scrupoli che hanno impoverito e umiliato le nostre identità. E noi ne siamo stati complici.
 
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“A dire la verità non era possibile pensare molto, perché faceva tanto caldo che Alice si sentiva tutta assonnata e con le idee confuse: adesso si stava domandando se valesse la pena di alzarsi e raccogliere fiori per fare una ghirlanda di margherite, quando ecco che improvvisamente le passò proprio davanti un Coniglio Bianco, con gli occhi rosa.” (Carrol, Alice nel paese delle meraviglie).
 
La lettura della nuova opera di Gianfranco Franchi (di seguito Lankelot che Lankelot sarà per sempre, per i suoi amici, qui e altrove) non è stata facile. Pagano è un concentrato di violenza intellettuale che non può lasciare indifferenti chi abbia un minimo di senso critico, di apertura mentale. Quello che si intuiva in nuce in Disorder diviene manifesto. Politico, individuale, intellettuale. È la storia di una generazione che la gente della mia età ha contribuito a cancellare, a destrutturare, a rendere molecolare. Sarà casuale, e certamente lo è, che questo libro arrivi fra le mie mani dopo la manifestazione del V-day di Beppe Grillo e a qualche mese dal successo editoriale de “La Casta”. Cose diversissime fra loro, linguaggi opposti, ma mentre i movimenti alla Grillo hanno tutti una connotazione antipolitica che mi terrorizza, perché nulla è più corrosivo della demagogia che prende le pance, che annulla quei concetti di solidarietà che travalicano regionalismi e generazioni. Si trasformano quasi sempre poi in cose diverse, in Pagano c’è l’utopia intellettuale che corrode la politica con la bellezza del pensiero. A loro modo sono fotografie diverse dello stesso paese, che convergono sull’insofferenza e su una resa dei conti. Può un intellettuale vivere del proprio lavoro e della propria intelligenza nel paese dei codici fiscali e della burocrazia, dei contratti a progetto? È la discesa nell’agone commerciale, nel totem elevato al Dio Euribor che parte la riflessione di un mondo orrorifico che tutto prende e travolge, di una madre infingarda che ti soffoca con la sua stessa placenta. Blandamente mi rendo conto che la struttura del linguaggio che in Disorder era sperimentale a chi si accostasse a quel mondo per la prima volta, qua si fa fintamente colloquiale, per prenderti alle spalle in alcuni passaggi fondamentali.
Aspettatevi di leggere un quaderno d’appunti ordinato in una prima parte, con passaggi musicali quasi crepuscolari. Che fiammeggia in alcuni passaggi, irrita in altri. Irrita in una contestualizzazione condivisibile nella forma, ma non nella sostanza dell’analisi. Ma è onesta e cristallina, questo sì. Lankelot non accetta compromessi, i suoi lettori ne hanno accettati molti e molti ne accetteranno. E fra mille domande che scivolano fra le pieghe di un aggettivo, di una subordinata, mancano risposte. Ma mancano anche progettualità e una pur minima assunzione di responsabilità che non sia l’allontanamento, il mettersi volutamente in esilio. Un esilio che è fatto di Gianicolo e Monteverde, in un onirico passaggio sotterraneo e fiabesco, dove prima il genius loci del quartiere e poi una cena con strani personaggi (di una crudezza devastante) non potevano non farmi pensare ad Alice di Carroll.
Geograficamente sbilanciato, dove una patria intera risiede nei confini di un quartiere, Lankelot riporta in frattali una dimensione nazionale che rigetta, una grande abiura, un greve, sprezzante, ininterrotto fiume di disprezzo verso baracconi della burocrazia, verso generazioni che si sono arrese, ma anche verso chi quelle frontiere vorrebbe varcare. In un mondo senza frontiere nulla è più definitivo del confine culturale, che permea la politica in tempi geologici, ma in maniera incisiva.
Da storico, prima che da animale politico, Lankelot attaglia una fenomenologia dell’Italia e degli italiani che, seppur rigorosa, non può che far sussultare ogni qual volta si intraveda una deviazione dai concetti consolidati.
.Anarchico di destra che vota a sinistra, Lankelot ha a volte una visione etnolatrica che spiazza. Roma, l’Italia agognata dei Comuni, un irridente sguardo ad una italianità falsa, imposta. Da sarda, prima che da italiana, posso in parte concordare. Noi viviamo la nostra italianità con malcelato disprezzo. Forse siam prima di tutti cittadini di una Chiesa che è diretta discendente dell’Impero romano. E sentiamo un’appartenenza prima municipale che nazionale. La federazione italiana sognata da molti e scomunicata da Pio IX non è mai stata definitivamente compiuta. Se lo fosse non avrebbero più alibi mafie e camorre, che su questo substrato hanno intessuto la storia di questo paese. Ma il superamento di questo disagio, di questo disprezzo è necessario per la nostra stessa sopravvivenza. Che piaccia o meno a Lankelot, anarchico di destra. O nichilista borghese?
[…non appartengo a nessuna Chiesa (…) e non appartengo a nessun partito – l’unica tessera è stata quella dell’MSI-AN, nel momento del passaggio: avevo sedici anni. Pensando più a Evola che a Longanesi mi dicevo anarchico, ma di Destra; probabilmente, non ha più senso alcuna distinzione].
Il dichiarare il suo egoismo stirneriano fa a pugni con la mia visione sociale, fondata sulla collaborazione fra simili, sulla vera rivoluzione che fu l’Umanesimo, che egli legge come la madre primaria di tutte le schiavitù oltre a farmi intravedere una deriva evoliana in una romanità esasperata. Lontananze siderali fra me e Lankelot, e non bastano gli accenni di bonaria condiscendenza nei confronti di alcuni resistenti (non tutti, non tutti), o a un facile antiamericanismo.
Eppure.
Eppure è un libro che tutti dovremmo leggere con grande attenzione per i più svariati motivi. Non ultimo quello di affrontare un’opera di incisiva bellezza, e di grande impatto emotivo. Lo consiglio vivamente a chi ha la mia età, soprattutto. Perché specchio di molti nostro fallimenti, della prova fisica dello sfaldamento di una politica in cui credevamo, che ci ha tradito e  in un certo senso abbiamo tradito. Ma dalla quale bisogna ripartire. Perché non c’è futuro senza politica, senza i partiti, senza il confronto democratico. Siamo stati anestetizzati dalla televisione, abbiamo creduto ai giornali, abbiamo votato turandoci troppe volte il naso. In questo il j’accuse di Lankelot mi colpisce profondamente, e dovrebbe colpire ognuno di noi.
 
Pagano di Gianfranco Franchi
Edizioni Il Foglio
€. 10,00
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianfranco Franchi, che compirà trent’anni l’anno prossimo, ha pubblicato libri di poesia (L’imperfezione: Opera; L’ombra della fontana) e un libro di narrativa, già da me recensito e presentato a Sassari: Disorder. Unknown pleasures. Oltre ad altri milioni di cose, è responsabile del portale Lankelot.eu. Gianfranco Franchi inoltre è una persona gentile, di grande carisma, elegantissimo bevitore. L’unico uomo a mia memoria che indossi il loden con candida innocenza.
 
Gianfranco Franchi, “Pagano”, Piombino, Edizioni Il Foglio 2007. Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.
 
 

ISBN/EAN: 
9788876061585

Commenti

Ecce Lalla!

Finalmente! Bentornata, Lalla.

Intanto, prima dei commenti:
qui:
http://www.lankelot.eu/index.php/staff/177/lallacare

c'è sempre la tua scheda. I contenuti sono incasinati, c'è il codice html da sostituire... Quando hai 4 secondi, se puoi...

Daje, aggiusto io...

".Noi in questo paese abbiamo dimenticato la bellezza e abbiamo dimenticato che lo scopo dell?uomo sulla terra è la felicità. Stretti in angusti cubicoli, pressati dai bisogni ma vieppiù dai falsi bisogni, abbiamo dimenticato noi stessi, siamo stati facili prede di malfattori senza scrupoli che hanno impoverito e umiliato le nostre identità. E noi ne siamo stati complici".

> E' per questo che sta ai cittadini, e agli intellettuali, l'onere e l'incarico di tornare, primi, ad alzare la testa; e senza sostegno di partiti. Sta a noi tornare all'intelligenza e alle arti, sta a noi creare coscienza nuova, sta a noi ridefinire le identità.
Senza identità non c'è patria, né società, né arte condivisa.

"È la storia di una generazione che la gente della mia età ha contribuito a cancellare, a destrutturare, a rendere molecolare. Sarà casuale, e certamente lo è, che questo libro arrivi fra le mie mani dopo la manifestazione del V-day di Beppe Grillo e a qualche mese dal successo editoriale de ?La Casta?."

> Padoa Schioppa ci ha insultati pochi giorni fa. Adesso non vorrei tributare un omaggio eccessivo al ministro, ricordando che ha avuto, bontà sua e delle migliaia di euro che da cittadini gli versiamo ogni mese (più bonus vari), la generosità di definirci "bamboccioni"...

dico solo che quel "bamboccioni", nella sua sublime arroganza, è proprio quel che volevo sentire dire dallo Stato. Bamboccione è chi rifiuta di andarsene da casa per non rischiare di perdere quel poco che ha, e di non perdere gli affetti - le radici. Bamboccione è chi non vuole diventare emigrante. Bamboccione è chi rifiuta queste loro leggi, pensando addirittura che possano essere sbagliate.
Bamboccione è chi non la chiama legge Biagi, dimenticando che Biagi sognava qualcosa di diverso.

Padoa Schioppa ha offeso molti di noi. Come sempre, neppure di fronte alle offese abbiamo avuto l'opportunità di avere uno spazio per poter replicare. Ciascuno lo ha insultato da casa, come ha potuto, magari gridando negli sgabuzzini. Si chiama democrazia italiana.

"Che fiammeggia in alcuni passaggi, irrita in altri. Irrita in una contestualizzazione condivisibile nella forma, ma non nella sostanza dell?analisi. Ma è onesta e cristallina, questo sì."

> L'onestà è tutto:). Grazie per averla nominata.

"Noi viviamo la nostra italianità con malcelato disprezzo. Forse siam prima di tutti cittadini di una Chiesa che è diretta discendente dell?Impero romano. E sentiamo un?appartenenza prima municipale che nazionale. La federazione italiana sognata da molti e scomunicata da Pio IX non è mai stata definitivamente compiuta. Se lo fosse non avrebbero più alibi mafie e camorre, che su questo substrato hanno intessuto la storia di questo paese."

> Sacrosanto.

"anarchico di destra. O nichilista borghese?
[?non appartengo a nessuna Chiesa (?) e non appartengo a nessun partito ? l?unica tessera è stata quella dell?MSI-AN, nel momento del passaggio: avevo sedici anni. Pensando più a Evola che a Longanesi mi dicevo anarchico, ma di Destra; probabilmente, non ha più senso alcuna distinzione]."

> Il problema è che davvero non c'è più niente in cui riconoscersi. Qualche esempio. Giusto ieri seguivo, da casa, l'intervento del leader di AN in piazza. Parlava di giustizia, ordine e legalità: grandi applausi. Già: ne parli al fianco del suo leader e padrone del Polo, Berlusconi. Ne parli con chi ha un concetto creativo di giustizia, ordine e legalità.

Ho votato Di Pietro. Per sostenere giustizia, ordine e legalità.
La sua coalizione, oggi Governo: rinnova le spedizioni belliche nei paesi invasi dagli angloamericani; non ridiscute i contratti dei lavoratori, massacrandoci di precariato; conferma l'americanizzazione delle istituzioni; non modifica il sistema elettorale; non investe nella ricerca; non accetta le critiche dei movimenti etici e civili come quello nato da casa-Grillo. Quindi?
In più svuota le carceri, in più cambia le carte in tavola sui PACS, in più mi propone un neo maxipartito semiyankee con un candidato unico: Veltroni. Un uomo non troppo nuovo.

In entrambi i casi, mi chiedo: ma io che c'entro?
E da che parte vado? Dov'è onestà, giustizia, legalità, dove è la patria, dove la tutela dei cittadini, dove il decentramento, dove la lotta alla corruzione, dove la tutela delle differenze linguistiche e culturali, dove la tutela dei contratti, dove la tutela della ricerca?

"l?Umanesimo, che egli legge come la madre primaria di tutte le schiavitù oltre a farmi intravedere una deriva evoliana in una romanità esasperata."

> Più che l'Umanesimo... è lo Stato Moderno, che vede come padre delle schiavitù. Per quello mi serve Stirner, adesso. Perché lui aveva capito e decifrato certe dinamiche "nel momento".
E non parla di "anti-socialità", parla di "coalizioni di egoisti". E' una distinzione filosofica, ma non anti-umana. E responsabilizza gli individui, delegittimando la società. E' importante, e rischioso: per ognuno, nel momento in cui vuole assumersi responsabilità.

"Perché non c?è futuro senza politica, senza i partiti, senza il confronto democratico. Siamo stati anestetizzati dalla televisione, abbiamo creduto ai giornali"

> Qualche modesta proposta.
Partiti. Sappiamo che sulla carta è consentito a tutti fondarne; sappiamo che pochi possono dimostrare la loro esistenza in vita e la loro attività politica. Segno che la fondazione del partito è facile e democratica, la sua (r)esistenza in vita è complessa e antidemocratica. Questo è un ganglo da distruggere e modificare.
Nel libro facevo l'esempio di Forza Italia. Tutti sappiamo com'è andata, e perché proprio di quel partito, nato quando gli altri cadevano e molti altri ne nascevano, si sapeva tutto; e tutti dovevano sapere. Non è democratico, è una competizione illegittima nel momento in cui Alfa ha miliardi di lire di pubblicità e gli altri partiti diecimila lire. Gli altri partiti, guarda un po', muoiono. Come avere fiducia nei partiti?

I vecchi partiti di massa cambiano nome ma non sede. Hanno tutte le loro antiche strutture in piedi. Sono macchine da soldi: tanto che per molti la politica è una professione. E' lecito? Dipende...
dipende. Rendiamo questa professione meno ambita dagli avidi, caliamo i loro stipendi al livello di quello degli insegnanti della scuola superiore. Vediamo quanti rimangono interessati. Io rimarrei interessato. Il bene dei cittadini non è il mio potere, è il bene di tutti.

Altra proposta... parli dei giornali. Leviamo loro i fondi. Quotidiani e periodici: addio finanziamento statale (cioè: dei cittadini). Guarda quanti crollano in 12 mesi, impossibilitati a gonfiare le vendite per essere stipendiati dallo Stato. Guarda come cominciano a fare giornalismo d'inchiesta.

Televisioni. Leviamo le pubblicità dalla Rai. La paghiamo noi, giusto? Ha abbastanza denari per poter andare avanti. Certo, spartana. Ma indipendente. Risponde ai cittadini: non al Governo, né agli sponsor. Potrebbe funzionare. Potrebbe addirittura licenziare i gossipari, e le isole famose, tornando a fare informazione.

Insomma. Dico che una strada c'é, e più d'una si può studiare.

Le leggi applicate avrebbero impedito a un imprenditore che controllava così tanti media - tv, quotidiani, periodici... - di potersi candidare. Ma quell'imprenditore aveva molti debiti di riconoscenza... e serviva. Portava capitale.
Se la politica si fonda sui capitali, abbiamo perso.
Se torna a fondarsi e formarsi sulle idee, rovesciamo l'ordine della Casta. E magari liberiamo il territorio dall'occupazione americana (pardon: "NATO").

Grazie di cuore, Lalla.

"L?unico uomo a mia memoria che indossi il loden con candida innocenza."

> Perché mi è stato donato come un cappotto elegante e bello e caldo, non come un simbolo politico:). Che fosse simbolo politico l'ho scoperto leggendo - credo - Pazienza. O forse Sclavi. Io ho anche l'eskimo. Non è trasformismo, è il taglio delle giacche che mi piace:)

come simbolo politico nomino quello della mia adolescenza. La giacca di pelle nera. A me piaceva tanto: per il disegno, per il caldo, per quello che scatenava in chi pensava fosse una divisa. E non la voleva mettere quasi nessuno, in quegli anni. Ehilà, era una giacca:).
Bella e calda.

Per esempio, ai francescani invidio i sandali.
(non scherzo):)

Almeno hanno il buon gusto di non indossare le infradito.

Infatti. E d'estate sono così comodi. Io ne ho, di sandali, ma non così belli.