Chi era l’intellettuale? Intelletto chi? Intelletto cosa? Vediamo, facciamo uno sforzo di memoria, un tentativo che non vada a vuoto, un buco nell’acqua, un cerchio nel vento e. C’era insomma una volta chi, pena l’uso se non sistematico quantomeno metodico dell’intelletto, aveva il compito (pretendeva?) di illuminare la via, discernere il vero dal falso o quantomeno mettere a bando il banale e l’informe nonché il blando uniforme, rimandando più severi compiti ai posteri ed insomma, avere una qualifica, una mansione più o meno apprezzata dalle masse e dalla classe dirigente che comportasse oneri ed onori, senza asservimenti di sorta ma in un’ottica di libertà senza confini pena l’esilio dalla piazza dell’ascolto.
Cosa successe poi? Niente di nuovo, almeno sul fronte occidentale. Più che intelletto si esercitò costantemente e con disumana perizia l’arte della dissimulazione e del compiacimento compiacevole, dell’accattonaggio artistico, del meretricio delle idee al fine di salvare il mondo, ormai malmesso, ma almeno il proprio conto in banca e nella peggiore delle ipotesi il proprio ego o il proprio partito o mecenate industrialota-cooperativo di riferimento.
Chi è l’intellettuale oggi? Niente di più niente di meno che una parola ed una figura, più da museo che da talk show, in quanto in linea di massima colui che davvero merita tale appellativo non ha riscontri di audience che introitano pubblicità. Vive, parla e sparla, scribacchia ove a ciò dotato, ma sempre cacciato, nel senso che lo cacciano, non solo metaforicamente, ma talvolta assume le sembianze della preda per i fagocitanti e mostruosi meccanismi dell’attuale sistema produttivo (sicuri che produca?) se vogliamo economico, se vogliamo ancora di più sociale.
Torna Gianfranco Franchi, con il romanzo “Monteverde”. “Franchi chi?” pare che disse una commessa distratta di una libreria prossima al disfacimento intellettuale. Non conta il nome e tanto meno il cognome, conta la persona, il marchio di fabbrica dell’autore. Niente banda che suona, niente lustrini, niente veline che ora vanno a quanto pare di moda, niente speciale in prima serata su Raitre (dio ce ne scampi e liberi, almeno per me) ma la sintesi solida di un progetto che ha avuto come antefatti ben altri due romanzi, “Disorder” e “Pagano”, usciti per la casa editrice indipendente in quella Toscana patria della nostra presunta lingua “Il Foglio”.
Allora, dicevamo. Quali pene deve scontare chi pretende ma anche assume l’esercizio letterario e chi si arroga e ne paga conseguenze della intellettualità permanente? L’inadempienza (per citare un volume di recente uscita del medesimo autore, di poesia che è prosa lirica e lirica che si fa poesia) e soprattutto la rabbia, non più cieca, che ormai gli occhi stanno spalancati, purtroppo si è visto tutto o quasi, c’è solo da rimboccarsi le maniche combattere, talvolta senza un verso dove o chi, semplicemente per. Che significa? Non cedere alle lusinghe promiscue e libidinose di giocare smunte carte all’ombra di un padrino politico economico, non subaffittare le proprie convinzioni alla logica globalizzante dell’omogeneità, non solo affondare e lanciare strali, ma anche redimersi, cercare il dialogo ove fosse impossibile solo per dirsi “ho fatto”, costruire una nuova repubblica o comunque status quo delle lettere e delle pratiche comunicative ed ideologiche a quella terra non virtuale connesse. Rivendicare proprie appartenenze non per questo stritolanti le altre, ma insomma, che si abbia pari opportunità e dignità, anche quando, nel caso, si sia borghesi conclamati per estrazione, di destra per ideologia e istriani, triestini ed austriaci (con quel che ne consegue, se si sappia la storia) per sangue. Che colpa ne abbiamo, se siamo solo l’espiazione di colpe? Dispersione, disperazione, ma anche rivincita, archeologia postindustriale, rivendicazioni musicali, quanto, sopra, sotto, oltre, talvolta di più. Con amori che, per inciso, alla fine si consumano, vanno a sporcare o comunque alterare un bianco pudore, quelle pagine non scritte, quelle parole non dette, quelle cose non fatte.
Monteverde è una sorta di saga della recriminazione, un’apologia dell’estrazione territoriale, un divertimentificio della provocazione non artefatta ma indirizzata a chi di dovere, un urlo e furore per la precarietà costante che avvinghia le nostre idee, spegne i nostri cuori, addormenta le nostre voglie per ed in nome della mera sopravvivenza, una costruzione a racconti che bivaccano fra la prima e la terza persona senza mai dormire o far addormentare. Se si scomponesse strutturalmente l’opera, se si omogeneizzasse la struttura grammaticale, se si aggiungessero ove all’uopo le descrizioni ellittiche e standardizzate tipicizzate ed ormai consunte del romanzo “comune” ed ormai granitica forma mediatica e consolidata nonché a livello mainstream stordente (lui mangiò quello, l’appartamento era arredato così, il suo viso era costituito da, aveva due occhi come, un naso a, labbra per), ebbene, tornano alla ribalta i file scaricabili oramai da qualsiasi internet anche solamente ideale e non analogico, flat o a consumo, dedicato a chi vuol fare la storia senza mai scriverla, ai protagonisti con cognome senza anima, per vendere non proprio sogni, ma format, quando dice bene e dice bene a pochi, direi. Qui al solito in Franchi non è una ansiosa formalmente sperimentale caccia all’imbroglio, anzi, è una presa di posizione assai sofferta ma che sintetizza il suo percorso narrativo, mantenendo però chiuse a compartimenti stagni le arieggiate stanze delle possibilità narratologiche. Qui si sfida e ci si sfida, a compimento di un percorso ma già gettando le àncore per arrivare a future navigazioni, certi che se l’intellettuale non è sempre e per forza l’unico comandante, risulta determinante per l’orientamento della bussola delle nostre confuse e malamente amalgamate idee.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).
È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.
Gianfranco Franchi, “Monteverde”, Castelvecchi, Roma, 2009.
Commenti
work in progress :-)
dall'ufficio, di volo per dirti che stasera leggo & commento
intanto di cuore ringrazio (alla cieca, ma con cieca fiducia) già solo per lettura e dedizione al testo;)
ulteriori versioni qunado torno. Questa è per qui inedita. Ave :-)
"Qui si sfida e ci si sfida, a compimento di un percorso ma già gettando le àncore per arrivare a future navigazioni, certi che se l?intellettuale non è sempre e per forza l?unico comandante, risulta determinante per l?orientamento della bussola delle nostre confuse e malamente amalgamate idee."
La chiusa è da applausi!
"Niente banda che suona, niente lustrini, niente veline che ora vanno a quanto pare di moda, niente speciale in prima serata su Raitre (dio ce ne scampi e liberi, almeno per me) ma la sintesi solida di un progetto che ha avuto come antefatti (...) "
> Ehilà, Baol:). Danke. Niente banda e niente lustrini. E niente galoppini, e niente investimenti pubblicitari dell'editore per dare visibilità a un esordiente, come altrove, a Roma in primis, accade. Io non sono più esordiente dal 2002 però mica sono Baricco... di un po' più di sostegno aziendale avrei avuto bisogno. Ma va be'. Mazzo abnorme come sempre - come nel Foglio, per capirci - e molta fiducia nel tamtam. Che la stampa cartacea è sempre dura (ma oggi due eccezioni, meno male) e gli uffici stampa sono sommersi di lavoro almeno quanto i giornalisti. Ah già, dimenticavo: i libri li scrivono gli autori:). Ma in Italia non si può dire...:))). Non sempre.
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"rabbia, non più cieca, che ormai gli occhi stanno spalancati, purtroppo si è visto tutto o quasi, c?è solo da rimboccarsi le maniche combattere, talvolta senza un verso dove o chi, semplicemente per. Che significa? Non cedere alle lusinghe promiscue e libidinose di giocare smunte carte all?ombra di un padrino politico economico, non subaffittare le proprie convinzioni alla logica globalizzante dell?omogeneità, non solo affondare e lanciare strali, ma anche redimersi, cercare il dialogo ove fosse impossibile solo per dirsi ?ho fatto?, costruire una nuova repubblica o comunque status quo delle lettere e delle pratiche comunicative ed ideologiche a quella terra non virtuale connesse."
> Combattere, sacrosanto. Ottimi slanci:).
(e aggiungo. Fondamentale difendere lo scritto dall'editing invasivo. "New Order" ha cambiato titolo, e ha visto virare Franchi in Guido Orsini, punto. E' intatto, con minimi e bei miglioramenti in qualche passo caotico e perifrastico. Non sempre accade:). L'autore si difende, l'autorialità va difesa. Ma senza chiacchiere, davvero: e con le prove sotto gli occhi di tutti quelli che avevano il vecchio .doc di "new order";) ).
"Monteverde è una sorta di saga della recriminazione, un?apologia dell?estrazione territoriale, un divertimentificio della provocazione non artefatta ma indirizzata a chi di dovere, un urlo e furore per la precarietà costante che avvinghia le nostre idee, spegne i nostri cuori, addormenta le nostre voglie per ed in nome della mera sopravvivenza, una costruzione a racconti che bivaccano fra la prima e la terza persona senza mai dormire o far addormentare. "
> Bella lettura:). Mi piace molto. Molto bella:).
"certi che se l?intellettuale non è sempre e per forza l?unico comandante, risulta determinante per l?orientamento della bussola delle nostre confuse e malamente amalgamate idee."
> Quando l'intellettuale è letterato, senza dubbio. Io rivendico la mia formazione e la mia estrazione, proprio perché, a differenza di tanti altri, non vengo da una vocazione tardiva. Ho dedicato tutta la mia vita cosciente alla letteratura. E racconto quel che ha significato. Punto;). Le idee torneranno chiare - per tutti - quando verrà fuori il grande libro nuovo. Intanto serve letteratura - servono letterati consapevoli, veri, non prestati da altri mestieri. Gente che si è bruciata la vita per questo, con formidabile stupidità. Io magari domani finisco a fare il cameriere, ma letterato rimango. So che fino a 31 anni e mezzo ho dato tutto a una causa sola. Non le donne, né la Roma. La Letteratura. Bel guasto. Ma almeno coerente.
Gran pezzo. Personale. Carico. Bravo Baol - come sempre
6 Se è ispirato e condividi la lettura, beh, onorato. L'ho divorato, dati i miei tempi di lettura. Ho cercato di non essere dettagliato perché senza leggerle avevo già visto altre recensioni (peraltro splendide)e volevo non ripetere le stesse cose, eventualmente. Detto fra noi: Monteverde è il romanzo più completo e maturo, una ottima sintesi dei primi due. Per chi non ti conosce un ottimo vademecum. Per chi ti segue da tempo la conferma di detrminati orizzonti e di una strada che si sta facendo sempre più larga e diritta. Se riedco ne pubblicherò altre altrove ma con un taglio diverso, almeno mi auguro. Ci vediamo fra una settimana, daje! :D.
(Per inciso: la tua somiglianza con Tondelli che rivendico da tempo sta nella fame di Letteratura, nella sete di critica e conoscenza e attività sul campo, testimoniata da anni di iniziative, mica chiacchiere).
:). grazie caro. Bellissimo quel che mi dici. E su Tondelli, tutte le volte che un amico o un critico mi dice in privato qualcosa del genere, penso sempre che il primo sei stato tu;)
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/05/26/monteverde-di-gianfran...
DIBATTITO on line tra pochi minuti!
Mio dio! Franchi come Tondelli?? Ma Tondelli è lo scrittore più sopravvalutato del decennio passato (e fermiamoci là, per carità, perché se qualcuno osa ripropormelo negli anni duemila mi piglia un attacco di bile).Franchi è un signore scrittore e una sua sola riga vale tutta l'opera omnia del defunto. Pace all'anima sua.
Abbiate pietà, ripensateci.
E Tondelli ha un grande demerito: ha prodotto una serie infinite di decalcomanie tondelliane insopportabili ed indigeste. Ragazzetti che hanno creduto che i loro riti di passaggio fossero originali. Macché tutti disperatamente uguali. E 'l'attività' di Tondelli la paghiamo ancora adesso: tonnellate di frescacce pseudogiovanilistiche che andrebbero usate solo per pulircisi il culo (noblesse oblige... ma quanno ce vole ce vole). E tutto questo che ha a che fare con Franchi? Ma andiamo!
(e però sai che mi sono sentito onorato dell'accostamento, amice Al? Una delle ragioni è che lui era un generoso: non era concentrato solo sulla sua scrittura, ma si consacrava al prossimo, era scout e autore allo stesso momento. L'altra era la musica pop presente nei suoi pezzi. La terza era il sentimento della sua scrittura.)