"Il dolore è una torre / di pietre / levigate dal ghiaccio. / Nelle segrete della torre / si nascondono i poeti. / Amiamo nutrirci di riflessi di luce” (p. 37)
L’indicazione, come una strada, invita dove trovare la “voce”. In alto, nelle segrete di una torre, pietre levigate riflettono luce ma non consentono di scendere e allontanarsi dal male, semmai di precipitare per inabissarsi fino a tornare tra i vivi, per una “incoronata” morte fino all’alba, quando inizierà di nuovo, il tormento di sé.
“Insofferente gigante di carta e fantasia”, Gianfranco Franchi scandaglia la sua fragilità e forza, nascita e morte in versi dove, la dolorosa coscienza dell’insufficienza della parola è gridata, sofferta, dicotomica, spezzata davanti alla vita che mai potrebbe essere “adempienza”, pena la sua morte. “Dalla poesia corrotto / rovesciai l’innocenza e mi parve rinnovato / il canto degli antichi, la prosa dei presenti” incisivo l’enjambement che vede insieme l’innocenza del poeta e il canto degli antichi, che colorano di nostalgie un passato nel quale Gianfranco trova momentanea identità al suo essere “barbaro”. Roma e Trieste si conciliano nello slancio che lo vede cercare nell’annullamento dei confini, una patria ideale che è la parola poetica di cui si ciba e che scorre da sempre nelle sue vene; prima di una nuova e dolorosa coscienza di sé e del vuoto, della desolazione, dell’abbandono, nelle notti prima dell’alba. Si offrirà cantore mendico di una Roma fatiscente, sentirà il sangue della materna Trieste, ormai musa delusa, pulsare nelle vene e scorrere di ricordi.
Il poeta deve naufragare, penetrare, perdersi prima di poter riaffermare la sua voce “la mia terra m’ha inghiottito e adesso la posso raccontare”, consapevole che è insito nella vita il vero insulto alla parola dell’anima e a questo si offre morendo “in vita” per rinascere dagli abissi e dall’Ade da cui risale angelo-demonio, inviso agli uomini e orrendo essere per un Dio che ha osato sfidare. L’hybris minaccia il poeta che invece la accetta, la accoglie, la sfida e ad oscure notti, alterna arriva anche la percezione della vita: “camminammo nella vasca dei cristalli / nella notte dal confine sottile; / allora le onde ci assediavano/ fredde/ inconsistenti, / e nessuno sembrava avere sguardo./ Ad un tratto pensammo / di sfiorare / la vita” (p. 56);
e poi “ammutinato disertai la rotta / nella galleria viola nascosto/ artefatto e gracile”(p. 57).
Nella parola “cristallo” e “gracile”, i poeti riguardano da torri di cristallo che facilmente si rompono, si infrangono in silenzi rumorosi, in muscoli contratti dal resistere nonostante la fragilità della coscienza e della consapevolezza dell’essere “fingitori”, intrisi d’arte, letteratura che, nel mentre li definisce poeti, chiede l’odioso patto di un’arte consapevole dell’inadempienza.
La dedizione alla parola, sempre sentita dall’autore “la radio spenta sembra/ trasmettere voci conosciute” e l’arte come sublimazione dolorosa dell’essere, mi rimanda al patto con il demone (in questo caso angelo precipitato nella ricerca) del Doctor Faustus; le Muse sono spesso invocate nel cammino del viandante, del nomade , del poeta, di Adrian Leverkuhn quasi supporto alla difficoltà di salire e accettare poi la caduta nella voragine, il sentimento, che potrebbe trovare la morte nella sua espansione e coscienza tende ad essere ridimensionato nella razionalità e quasi emarginato, il dolore individuale anche nel Nostro si presta ad ampiezze riflessive sulla storia di popoli, genti, dolori, incontri nella configurazione di un mondo suicida di sé dopo omicidi consumati di bellezze e antichi splendori; il patto sarà violato, la follia condurrà Adrian traditore all’incoscienza di un'infanzia posticipata e la ricchezza del sentire si moltiplicherà nel poeta dell’inadempienza, in una sfida a resistere anche nella nostalgia, altro grande filo conduttore di queste liriche. Essa invade e si estende nella percezione consapevole, ma non per questo meno dolorosa, di un tempo che non fluisce ma rimanda voci, amori, desideri, passioni che si stampano nella scrittura che li imprigiona e li contiene insieme, non concede dimenticanza, ritorno, memoria d’accompagno proprio per la pagina scritta che tesse intorno tela di ragno insufficiente all’espansione d’amore spesso ricacciata ed obliata per non soffrire.
"La nostalgia è nel pianto / d’una madre trascurata / spenta e sofferente / esule eremita / dalla terra dei ricordi”; “Ti ho conosciuta, terra./ Ti ho pianto, mare / Sono sceso per la scogliera / Raggiante di speranze / Le onde bagnavano i miei piedi. / Nella spiaggia trovai una conchiglia. / Quella morte risuonò a lungo”.
Quest'ultima lirica, composta di tutte maiuscole a capoverso come se si dovesse prendere fiato più volte e dove l’aggettivo “raggiante”, unico della composizione è stoppato da un segno orizzontale, viene a significare un fermo volontario all’espansione del sentimento scolpito nella geografia dell’anima dell’autore che prosegue nell’opera in un continuo spartito musicale della coscienza alla quale talvolta concede lacrime e sorrisi in una mancata esecuzione della prossima nota. “Isolato nel mutuo frastuono / Respiro / fuori tempo…/ la marea cadeva nel cielo / e niente aveva più sfumature / ho assunto / domani uno sguardo nuovo”.
Se la poesia è "Illegittima pretesa d’immortalità” (p. 123) capita che ”la parola ritorna come un torrente di tuoni / ascolto adesso / e finalmente piango” (p. 127).
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007). È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.
Biobibliografia completa: www.lankelot.eu/?biografia=34
Gianfranco Franchi, “L’inadempienza”, Edizioni Il Foglio, Piombino 2008. Pag. 265
Prefazioni di Marco Fressura e Patrick Karlsen (I) e Nicola Vacca (II). Postfazione di Angela Migliore. Quarta di Stefano Scalich. Illustrazioni di Maurizio Ceccato.
Impaginazione e grafica di Marco Fressura. Collana Autori Contemporanei Poesia. Direttore Fabrizio Manini.
Franchi in lankelot.eu:
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=letteratura-italiana&k[]=Franchi
Commenti
Si offrirà cantore mendico di una Roma fatiscente, sentirà il sangue della materna Trieste, ormai musa delusa, pulsare nelle vene e scorrere di ricordi.
Il poeta deve naufragare, penetrare, perdersi prima di poter riaffermare la sua voce ?la mia terra m?ha inghiottito e adesso la posso raccontare?, consapevole che è insito nella vita il vero insulto alla parola dell?anima e a questo si offre morendo ?in vita? per rinascere dagli abissi e dall?Ade da cui risale angelo-demonio, inviso agli uomini e orrendo essere per un Dio che ha osato sfidare...
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2452.0 tutti gli articoli sinora apparsi sul libro!
Intanto ringrazio di cuore Patrizia per l'empatica, trascinante scrittura. E' un contributo che apprezzo molto. Come già accaduto, mi ritrovo un po' smarrito di fronte a versi scritti tanti anni fa (hai puntato poesie composte tra i 17 e i 22 anni, in questo pezzo): ma ero pur sempre io:).
Grazie ancora. A stanotte per i commenti
io non le avevo lette tutte allora, quelle che ho di allora tranne due non sono nell'inadempienza, però confesso di non aver visto, come purtroppo sono solita la cronologia dell'opera; ho cercato di cogliere mano mano quello che mi trasmettevano fino ad un summit che è bene abbia compreso le tue prime quando ancora il patto-diabolico non si era tentato per risolversi nell'inadempienza.
e' un "opus letterario" che merita molto e che sarebbe bello spiegare per blocchi e in più recensioni e poi ricompattarlo .
Veramente un gran libro Gian.
Grazie infinite, cara. Davvero.
sai gianfranco io credo che l'inadempienza sia una costante dei tuoi libri , non a caso ho citato una frase da "Pagano", così vale per i miei in cui "spaccare il silenzio" è basilare in tuttele sillogi. Io non sono un critico però credo che la dominanza di un tema sia importante nel percorso dell'autore; per Montale...il volo mancato... che tale resta da quando aveva poco più di vent'anni alla fine ( escludo Voci dall'Ade") per Ungaretti...la vita nonostante tutto, per Borges l'urgenza della scrittura come contenitore emozionale etc...Entrare nel tuo libro e trovare così poche parole determina la mia ipotesi di ricerca dentro il mio silenzio perchè vorrò tornare sul libro, sezionarlo, trovarne funzioni verbali e agito, rivedere la follia di Adrian, rileggere l'Ade etc..........avrei più di 10 tematiche per il tuo testo.e mi sento di affermare che non è riducibile ad una recensione che sarà sempre inadempiente.Forse è qui il filo che non trovavo da giorni, qui ora, mentre scrivo.
Probabile. Il sentiero parte, in effetti, da una diserzione, e si conclude con una bicchierata con un dio scontroso, e una promessa (minaccia?) di qualcosa, in futuro. Incipit ed explicit sono dunque, in certa misura, equivalenti - pure a distanza di 11 anni uno dall'altro. Miraggi di una vita diversa. Qualcosa del genere. Non so come sia possibile che in me vivano ancora tanti sogni e tanti ideali. E' come se si autorigenerassero. Probabilmente tutto il libro racconta un rifiuto della realtà, in un certo senso, o della verità. Della consapevolezza.
*
vivono tanti sogni ed ideali e anche tanto dolore ma non, mancata consapevolezza, uno spartito continuo di toni alti e bassi fino a girare pagina e ricominciare nello stesso modo intrigante di sempre coglierai abissi e pianure, luci e voragini ma sarai lì a cantarli in "silenzi fragorosi".
Mi piacerebbe leggessi " il violoncellista di Sarajevo" di Steven Galloway.
Ho letto anch'io e mi capita di pensare che il poeta capisce il poeta meglio di chiunque altro. Soprattutto nei commenti credo che Patrizia individui bene il nocciolo della questione, proprio là dove tu, Gianranco, indichi gli estremi temporali della tua produzione. Penso che se hai deciso di accorpare le tue poesie questo vada senza dubbio riconosciuto, ma non è errata la lettura "orizzontale" e la ricerca di un filo conduttore che ti ha guidato dall'inizio a ora.
Infatti - dici - inizio e fine si equivalgono.
Questo perché - al di là dei cambiamenti strutturali anche interiori di ciascuno - si è (o si dovrebbe essere fondamentalmente ) sempre se stessi.
8, leggerò Galloway. Grazie per l'indicazione, intanto.
9, Ilde, sì. Dovrebbe essere fondamentalmente così:). Vero.
ho trovato molto bella e approfondita l'analisi di Patrizia.
Riguardo una lettura "orizzontale" de L'inadempienza, ci sono stilemi, idee che ritornano a distanza di tempo, proprio per i motivi di cui parla Ilde, c'é un'essenza, un'indole che credo non possa esser mutata, fa parte della persona, nono solo dellespressione artistica, ma del carattere.
spero che Gianfranco gradisca vedere in versi una mia poesia scritta quando uscì Disorder che si avvicina a quanto volevo dire per l'inadempienza.
Non è una lettura orizzontale quella della recensione e se lo è spero di aver fatto cogliere la diversità dei battiti, i loro opposti, la strada impervia del nomade e la libertà di essere pagano.
Ho amato
Il disordine della parola
Che febbricitante
Arranca
Descrive
Affatica le notti
Ho dato spazio alla bellezza
Contemplato idolo
Oltre il tempo
Letterato incompiuto
Godo del dubbio nell'ipotesi
Di una ricerca
Non attendo
Risposta al dramma
Soffocherebbe
La dilatazione dei soli
Rovesciati
Dalla luna
Un mondo
Al contrario
Ti ho offerto
E
I miei versi
Che annegano accecati
Dietro a un rovo.
a gianfranco e alla sua meravigliosa poesia da patrizia