LA COPERTINA
La copertina ha un significato particolare: ritrae l’autore quando era grasso.
RIVELAZIONE
Tutto inizia con un disertore che, senza rimpianto o rimorso, sogna camminando verso una linea retta. Girata la pagina è diventato un naufrago. E gode pure mentre c’è la tempesta di sabbia. Che gli manca qualche rotella ce ne accorgiamo subito perché si mette a sorridere all’orizzonte. Ma poi c’è l’illusione. Che, per chi non lo sapesse, mangia foglie morte, castelli e poesie mai scritte. Mah. Tanto per mettere a nudo le cose, “Allegria di naufrago” è un plagio. Dante Alighieri ne aveva scritto una con lo stesso titolo almeno cento anni fa. Iniziamo bene…
È presto Settembre ed egli intensamente si perde in un giardino, che è perduto tanto per cambiare. Come se non bastasse, lui, il disertore mica lo sa pronunciare il nome del giardino. Sa solo che si trova nel corpo di una donna. Evidentemente ha le idee un po’ confuse. Poi accade qualcosa. Tutto comincia a diventare chiaro. Il disertore, mezzo naufrago sornione, altro non è che un soldatino di piombo. E non solo non è nel deserto, ma scopriamo che sta in camera di una povera ragazza. Questa anziché vivere tranquilla la propria esistenza, preferisce rifugiarsi in un punto non ben definito a dialogare con la sua anima. Auto ipnosi, probabilmente. E vabbè, a ognuno il suo. Per il lettore che credeva di averci capito qualcosa le certezze subito si sgretolano. Il disertore naufrago era un soldatino? Ne siamo sicuri? Ma anche no: “forse” è disertore, ma forse è “crociato”. Eccolo. Mo è pure cavaliere. Ma ecco che spunta fuori una torre. Sembra casuale, ma così non è.
Quando tutto sembra essere chiaro, ecco la mazzata: non più disertore, naufrago, crociato, soldatino. Mo è diventato n’astronauta. Ma magari fosse solo quello. Mentre vaga per lo spazio si gira e vede zompare un cervo, che saltella qua e là. Nello spazio. Ma devono esserci anche dei cavalcavia da qualche parte nello spazio, dato che qualcuno butta dei sassi di sotto. Poche righe più tardi, tutto diventa chiaro. È Hitler. O Jack Frusciante. Insomma, la sola cosa certa è che l’astronauta è diventato un cervo, mentre un sasso centrava sul grugno Lancillotto che passava lì per caso, fiero di stuprare Ginevra.
Poi la rivelazione. Mentre che dei gabbiani si portavano via la Luna (se un cervo ha libero accesso nello spazio, figurarsi i gabbiani) ecco che il poeta ci canta la Musa. La sua musa è descritta “claudicante e agorafobica”. Insomma, zoppa e asmatica. La poesia si conclude con “follia” e non gli si può certo dare torto. Del resto nella pagina seguente il poeta ascolta una radio senza nemmeno averla accesa.
Poi il viandante (schizofrenico, si sarà capito, date le sue mille personalità) ecco che trova un’altra torre. Nel frattempo siamo a Trieste. Il poeta doveva essere particolarmente distratto perché fa una confusione tremenda tra il nome della città e il personaggio materno, sembra che le cose si fondino. Un po’ di professionalità non guasta. Il 25 aprile ha deciso di farsi una scampagnata. Passa per San Marco, poi va a Rustico di Torcello. Certo, è convinto di essere nell’827, ma questo è il male minore. Passeggiando vede un cigno affondare nel deserto. Ma non è da prendere alla lettera, ormai si è capito. Anche perché la luna è diventata il sole e se il poeta è un cigno, allora sta naufragando di nuovo. Sarebbe una ripetizione, visto che è naufragato già una volta. Ah, questi poeti! È evidente che la poesia, dopo averla scritta, non se l’è manco riletta. Infatti dopo che il cigno è sparito, siamo a Roma. E c’è del fumo. Dev’esserci un incendio o qualcosa, non si sa. Certo non lo scopre il poeta che sta là a guardare le rovine che son lì da duemila anni, con gli occhioni verso il tramonto. Le fontane sono pure spente, figuriamoci quante probabilità ci sono di spegnere un incendio. Nessuna.
Per la terza volta spunta fuori una torre. E chi c’è dentro questa torre? A prima vista nessuno. Ma nello scantinato è pieno di poeti radioattivi che si illuminano l’un l’altro. Non si comprende molto bene, ma da qualche parte c’è pure Ian Curtis. Mentre guida nel buio della via, si sbatte da qualche parte. Una tizia lo trascina fuori dalla macchina e poi si scusa. Lui sorride, tanto per cambiare.
Deve essere anche morto, perché sull’epitaffio spiegano che la sua palazzina doveva avere un tetto di carta. Deve aver nevicato, o comunque le rose d’inverno muoiono anche se sono umane.
INCOMPIUTA
Si comincia con una citazione di un poeta strabico, diventato poi cieco. Figuriamoci che credibilità possono avere le bazzecole che scriveva. Tanto non poteva rileggerle.
La prima poesia parla del diavolo. Manco a dirlo ecco un quadro surrealista. Di Magritte, quello che disegnava gli orologi che si scioglievano. O la Cappella Scrovegni, ora non ricordo. Qui il disertore è poeta. E in quanto tale si fa calpestare dalla sua musa, mentre le augura malignamente di camminare sul vetro e tagliarsi sotto ai piedi. Per insozzarsi la veste da sciacquare poi nelle fresche dolci acque – notare come Franchi scopiazzi a destra e a manca, in questo caso le celebri rime di Leon Battista Alberti.
Qualcosa è cambiato. Mentre vaga sul mare di nebbia ecco che ammette il lavoro che fa per campare. Ebbene sì, è guardiano della torre. Finalmente smette di vergognarsi del suo lavoro, del resto il guardiano è un lavoro come un altro. Che fosse crociato o burattino di piombo, nessuno ci credeva. Forse che il poeta è un mestiere? Nessuno ci può campare, al giorno d’oggi è già difficile trovarsi un posto di portiere notturno, figurarsi. Che se lo tenga caro il posto, altroché. Ma lui non sembra andarne fiero. Pecca di umiltà, questo ragazzo. Ed ecco di nuovo il sangue, le richieste masochiste, tra sangue e vetro, che ritornano come sciabolate sul corpo di questo povero Cristo. Ma lui se le cerca, queste brutture. Si traveste anche da Caronte pur di farsi dei nemici. Disinvolto, dice. Sarà. Talmente disinvolto che al primo rumore si nasconde tra le dita. Chi ha pane non ha denti. Che bisogno aveva di mettersi a giocare al carnevale brasiliano? Tra l’altro dice di aver le dita sul volante, come se Caronte guidasse un motoscafo. Fin qui non ci siamo, caro Franchi. Dovresti cominciare a leggere e farti una cultura.
Una frase che forse andrebbe corretta o magari cancellata è “Ruota immobile il cielo”. Beh, fino a prova contraria questa frase non ha senso. Come può il cielo ruotare se è immobile?
Andando avanti si trovano altri saccheggi, anche da film. Per esempio “monolitico totem” è un’evidente citazione (per essere gentili) di “Alien”. E continuano le richieste masochiste con “Mortificatemi” come se detto poeta non si gettasse nel ridicolo di suo. Altro errore logico mastodontico “parto virile”. Come se gli uomini potessero partorire!
Poi la tristezza. Il guardiano ci confessa che vive in una casa senza piani. Grazie tante, è una torre. Al massimo dentro ci saranno delle scale. La cosa più bizzarra è che alle pareti sgorga il latte. Ma dev’essere contaminato, visto che è zozzo d’inchiostro. Qualche erudito potrebbe trovarci il famoso “alba pratalia araba” ma dubitiamo che Franchi possa arrivarci. È più logico che abbia semplicemente scritto una frase senza senso ma ad effetto per impressionare gli stolti.
Le parti più sincere sono quelle in cui ammette i disturbi psichici. Ne è un esempio “Frantumi di pazzia” dove già dal titolo si prevedono le già indagante tendenze lesioniste “assassinate la mia innocenza” in uno sproloquio senza senso tutto scopiazzato dai film sul Santo Graal, dai quali in seguito nacque il Ciclo Bretone.
Con “Apologia dell’argomentazione del niente” cascano gli altarini: Franchi non ha la benché minima idea di quel che sta scrivendo. Verrebbe da chiedersi: e perché allora non pensa al suo lavoro di guardiano? Che, forse è troppo noioso? Eccola la chiave di lettura di questo poeta fannullone: non ha voglia di lavorare, come tutti i suoi coetanei. Simbolo certo, ma della poca voglia di zappare. La rivoluzione culturale? Nei campi a lavorare!
E poi lascia il posto di lavoro per un’altra scampagnata. Stavolta a Villa Borghese. Qui vediamo il poeta in delirio inseguire una povera anatra, evidentemente terrorizzata, mentre canta in antico provenzale le gesta di Lancillotto appresso a Ginevra.
Tutto si conclude con una scopiazzatura da un suo racconto, figuriamoci un po’. Ritorna il personaggio damnatiocapite, lo scribacchino cui Franchi sfogava le sue frustrazioni. E infatti gli fa fare una bella fine, immedesimandosi “e che la terra mi sommerga” con un finale molto allegro “sputerò sulla mia tomba”.
LE ROVINE DEL TEMPO
Anche qui il poeta cecato della prima raccolta blatera delle rime incomprensibili. Sembrano in spagnolo, da quanto son scritte male.
Si torna a Trieste (ma non sta mai fermo questo poeta?). Se all’inizio si nascondeva dall’ombra, mo è diventato l’ombra stessa, ma di una fontana. È evidente, ci sta dicendo che è un codardo. Perché non esci alla luce del sole? Ah, è vero se l’hanno portato via i gabbiani quando era ancora Luna. A star dietro ai poeti c’è da diventar matti.
Una cosa è certa. Lo stile è completamente diverso. Ma proprio tanto, le righe sono tutte spostate, ricordano quasi i calligrammi, ma che lo diciamo a fare. E lui è triste perché sente questa “nulllificazione assoluta”. Basta perdere meno tempo nell’ozio. Ozius, come dicevano gli antichi. E infatti “il canto degli antichi”. Basta poco per scoprire tutti i trucchi di questo pseudo letterato. Tant’è che subito si sfoga in immagini sessuali abbastanza bislacche, come “nel mappamondo policromatico l’impronta di un adulterio / perpetrato all’innocua equazione terzoquartomondista”. Allora: andare ad immaginare le zozzerie su un mappamondo è cosa davvero imperdonabile. Avrebbe avuto dignità se fosse metafora di qualcos’altro ma così non è, evidentemente. Evitiamo di soffermarci sulle lumache volanti, ché davvero non c’è il tempo.
Piano piano, il poeta cerca di trasformarsi. Dapprima in cavallo, poi nel ritratto di Dorian Gray, l’attrice de “Le notti di Cabiria”, fino a diventare ombra. Che sia presa di coscienza letteraria? Metamorfosi in essenza poetica? Ma quando mai. E mentre, in ferie, passeggia per piazza della Vittoria ecco che si nasconde dietro i grandi nomi della Letteratura: alcuni famosi (Foscolo, Montale), altri meno (Luzi, Fortini), taluni del tutto inventati (Guido Morselli, mai sentito).
Presto condivide una zattera con dei matti, chi costruisce le vele con le conchiglie (farà molta strada, di certo), chi guarda la luna e chi, fanciullino, rema con le mani. Il nostro poeta? Ah beh, lui crede di essere diventato un delfino. Di bene in meglio.
Tra una esplicita dedica a Walt Disney (Qui, in cui parla dei tre nipoti di Paperino), titoli scritti male (a uno manca persino l’ultima parola), tra poesie scritte apertamente agli amici suoi, come se il nepotismo fosse motivo d’orgoglio, è da segnalare l’interminabile Stanze. E qui si tocca il fondo. Tra un invito all’alcolismo, tra la noia di queste stanze vuote, grandi, vissute come la famiglia che hanno custodito, ecco l’imperdonabile eresia: “Anima parvula”. No, si scherzi con i fanti ma si lascino in pace i santi. È una evidente distorsione del “Sinite parvulos venire ad me”. Lampante e sconcertante. Ma non si è accorto nessuno che Franchi è solo un provocatore presuntuoso? “e poesia, poesia svanisci” grida, quando più gli conviene. Nel frattempo, pare dirci, tanti saluti io sono morto. Penetra nell’Ade, come niente fosse. Si sposa con una lampada ad olio, si fa crescere la barba da profeta, votato alla dea Letteratura. La musa non è più la zoppa dell’inizio, e di questo gli siamo grati. Ci dice cosa è ora: “Io sono” è la dichiarazione più rarefatta che potesse propinarci. “Dio è l’idea che non esiste”. Andrò a parlarne con il mio parroco di fiducia. Furbetto.
L’ADE
L’aspetto positivo di questo capitolo è che è breve. Parla di un tale che scende all’Inferno, oltre le tenebre. Ricorda il bestseller dal famoso incipit “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, ma non ha il coraggio di ammetterne la paternità. Solo che lui è un combattente, fa la guerra ai diavoli (che brillante espressione di critica letteraria, me ne compiaccio). I suoi novelli garibaldini stanno là, accampati. Mentre lui, il poeta, si spoglia e si riveste tutto di bianco, in pigiama. E così vestito affronta la notte, sicuro di vincere l’Ade stesso, con la purezza del proprio pigiama. E gliela fa, varca la porta, tra bambole e soldatini, giù per le scale annaffiate da qualche tombino aperto. Il novello Peter Pan pretende di spaventare la sua ombra, pascendosi di ideali cavallereschi, ma è un letterato e quindi un menzognero. E in balia di questa proromperà la sua guerra: tutto si sgretola e rimane il poeta, decadenza, ricerca, affossato nella sabbia. Sembra fare sul serio.
LUCILLA DELLE MIE OMBRE
Il titolo è un bluff. Perché parla di cinque ragazze omonime. Il poeta sembra dunque un dongiovanni, alla ricerca del vero senso della vita: noi diventa la somma di io (uno) più lei (cinque). Ecco spiegata la schizofrenia iniziale. La moltitudine che compone i vari mestieri dell’io (dal disertore al generale in pigiama), si trasforma anche nella sua componente femminile. Egli è loro. Egli è: matto.
L’INADEMPIENZA
Oh, beh. Qui siamo in pieno disorder. Ed è intoccabile, quindi incomprensibile, per me. Per me che sono un critico letterato ormai di là con gli anni. Che dire? Solito sproloquio tinto di filologia e letteratura, sbiadito e noioso. Troppo debitore dello stil novo per essere veramente nuovo. Mah, il ragazzo ne ha di strada da fare. Un consiglio che può sempre servire: lasci perdere l’amore, la morte, le donne e i rimpianti. Alla gente tutto questo non piace.
Sono cose già viste, già lette milioni di volte.
Serve nuova linfa. Vada nelle strade, nelle scuole, nelle discoteche. Parli di qualcosa che possa affascinare la gente comune. Non tristezza e vuoto. Le depenni dal suo breviario. E vada in pace.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).
È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.
Gianfranco Franchi, “L’inadempienza”, Edizioni Il Foglio, Piombino 2008.
Prefazioni di Marco Fressura e Patrick Karlsen (I) e Nicola Vacca (II). Postfazione di Angela Migliore. Quarta di Stefano Scalich. Illustrazioni di Maurizio Ceccato.
Impaginazione e grafica di Marco Fressura.
Collana: Autori Contemporanei Poesia. Direttore Fabrizio Manini.
RASSEGNA STAMPA COMPLETA:
Commenti
Dal genio di LUCA MARTELLO.
Applausi a scena aperta.
Finalmente mi son sfogato, abbasso Franchi sopravvalutato! :)))
Visto Gianfrà? Adesso non possono dirci che ci sono solo adulazioni, qui dentro :)
ahahaha
Tra parentesi - bada, lo dico solo a te - "L'Ade" è un capolavoro.
:).
Ero così giovane. Eh. Magari amice. Ma sono contento che ti sia piaciuto. Certo, è semplicemente la cronaca di un'esperienza reale, non c'è fantasia, ma almeno l'ho raccontata.
ahahahah
Sei andato in pigiama dentro un tombino? Allora ti invidio alla grande :) ahhahahah
eh eh:)))
AHAHAHHAHAHAHAHHAHAHAHHAHAHA
ahahahahahahahaha!!!!
Solo Luca poteva ideare una roba del genere!!!!!!!!!
Diciamo che Uberto Eco mi ha ispirato un po’ :)))
E senza le vostre recensioni (di Marina, Troisio, Renata Adamo) sarebbe stato ben più arduo :)
Puoi anche chiamarmi Renata, caro.
Ad ogni modo sul serio il mondo è bello perché è vario. Mi sono scompisciata dal ridere, dico sul serio. Quanto a Franchi sopravvalutato lo è pure Fo, se è per questo, e pure Beningni, o no?
Unico appunto: della gggente non me ne potrebbe importare di meno
Salut!
Syd Barrett - Here I Go
www.youtube.com/watch?v=VO7uYkaYRWc
This is a story about a girl that I knew
She didn't like my songs and that made me feel blue
She said a big band is far better than you...
She don't rock'n'roll, she don't like it
She don't do the stroll, well she don't do it right
Well everything's wrong and my patience is gone
When I woke one morning and remembered this song
Kinda catchy
I hope that she will talk to me now and even allow me
To hold her hand and forget that old band
I strolled around to her pad
Her light was off and that's bad
Her sister said that my girl was gone
"But come inside boy, and play, play, play me a song"
I said, "yeah...here i go..."
She's kinda cute don't you know?
That after awhile of seeing her smile I knew we could make it
Make it in style
So now I got all I need
She and I are in love, we've agreed
She likes this song and my others too
So now you see my world is...
Cos of this tune...what a boon this tune!
I tell ya soon we'll be lying in bed, happily wed
And I won't think of that girl and what she said...
Syd Barrett - Here I Go
www.youtube.com/watch?v=VO7uYkaYRWc
12, Grazie Renata :) 'a ggente non la sopporto nemmeno io...
In quanto a Franchi, purtroppo è sottovalutato. E' già tanto che ci siamo noi pochi a difenderne l'umiltà , l'onestà e la bravura.
14. Franchi è morto nel 1997.
Io sono una replica.
15, Allora ho conosciuto una replica. A me basta, sai..
:).
Grand'Hammer.
Io poi sono morto nel 2004, verso settembre. Eppure sopravvivo :)
Questo sito è il sogno di George Romero.
aahahahahhh
A latere. Mancano 13 pezzi e arriviamo a quota 2700. Secondo me festeggiamo Capodanno a quasi 2800. Complimenti a tutti:).
Ogni tanto penso con rammarico a quanto abbiamo perso per strada, i vecchi articoli di Simone, Movida, parte dell'archivio di Rapace, di Ian Degrassi... saremmo a 3000, a occhio e croce, se parecchi del .com fossero rimasti con noi nella nuova versione, o almeno avessero recuperato tutto il passato. Va be'. Avanti!
E vabbè!
Ao', ma Epicentro a quota 400 pezzi quando lo vedo? Così google ci passa da rank 5 a rank 9. Daje!
9. E Arpa pensa...
Si gratta il cranio più che altro :) E adesso che la carta dell'ironia non posso giocarla - non potrei fare meglio di così né altrettanto - l'agonia si fa ancora più preoccupante. Penso che risolverà il tutto con una fagiolata e un tavernello del 1834.
Se mi inviti, perfetto:)
Quota 400? hahaha, credo che non ci arriverò mai :)
Centocinquanta possono bastare. Poi mi fermo!
Il tavernello. Dio mio.
(Isabella ride dopo aver letto la prima riga)
27, a voja che ci arrivi.
28, sì, e Zedda Piras.
in generale, Luca Martello GENIO.
26. I miei fagioli sono i tuoi fagioli. Borlotti del discount.
28. Tavernello di produzione propria. Vitigno sotto il letto, concimato amorevolmente dalla cagnolina Dora :) Ancora lo stomaco per il tavernello non ce l'ho purtroppo... :)
sai cosa c'è franchi che manca in questa raccolta?
una poesia su gigi d'agostino
giusto, Ryo.
Ma se leggi bene, tra le righe, trovi almeno un omaggio a...
A chi?
a elio satta. in carne e ossa.
Anvedi :) Io ero rimasto ai tre preti e il cammello...
ahah:). Quelli sono imbattibili:)
Soprattutto il cammello. Ricordo i tuoi occhi spaventati mentre mi raccontavi la scena. Bei tempi :)
magnifici:)
Grande Luca con questa recensione.
Straordinario Gianfranco con la sua Inadempienza.
Ma tanto si sa, sono adulatore anche io.
21- ma in parte li recupero, devo averne una parte sul vecchio pc. :)
21- carissimo, come spesso mi accade, causa lontananza da casa e incombenze per esami e concorsi, non posso concedermi letture particolarmente gratificanti e autentico impegno di scrittura. Ma se si tratta di recuperare e rielaborare qualche vecchio pezzo adatto al sito...si può fare. Ne ho ancora. Sarà fatto.
la recensione mi ricorda Vincenzo Mollica nella sua spietatezza di critico.
(Belissimo pezzo davvero)
Corro il rischio di passar per adulatrice (e sarebbe il meno, visto quello che mi son sentita dire negli anni), però un'ironia del genere non può non riscuotere consensi. Una pagina così fa proprio bene. E' una ventata d'aria fresca. Geniale.
41, 42. Olè!
44. Geniale, Luca, sì.
40, 43, 44, 45. Grandi voi :)
eh.