Franchi Gianfranco

Disorder. Unknown Pleasures

Autore: 
Franchi Gianfranco

Una delle prime cose che si dovrebbero spiegare di un libro è "cos’è". E di cosa parla a grandi linee. Un tratteggio, insomma, che possa dare un’idea a chi deve decidere se. Oppure.
Per cui me ne sto qui, davanti allo schermo bianco e ci provo. Parto. Cancello. Sovrascrivo. E via così. Non male come partenza.
Disorder è un raccolta di racconti. Ni.
E’ un romanzo composto da tanti capitoli mignon, intensi. Ni.
E’ una serie infinita di scatole, l’una dentro l’altra, sempre più piccole poi d’improvviso di nuovo grandi e da lì si ricomincia. Ecco. Già mi sembra che ci siamo (più di prima almeno).
Disorder è un’insieme di incastri. Con un unico protagonista che appare a ogni nuova apertura e muta ogni volta. E’ un viaggio verso un labirinto pieno di contesti diversi, riflessioni mutevoli, narrazioni fluttuanti, considerazioni dirette e non. E’ un terreno composto da tanti strati sottili, ognuno indispensabile eppure assestante. Ogni volta che provi a scavare più in profondità devi rallentare, ragionare, valutare cosa ti aspetta e lanciarti irrimediabilmente verso il vuoto.
Disorderè tutto questo sì, ed è bene chiarirlo subito altrimenti si rischiano ondate di lettori inferociti come tori e che corrono più svelti di un leone.

C’è un altro aspetto su cui ho riflettuto in corso di lettura, alcune pagine le ho anche riprese in momenti diversi (anziché prima di addormentarmi ad esempio, durante la pausa pranzo su una sedia scomoda di quel ferro che ti si pianta tra le scapole). Ci ho provato ma il risultato è stato impietoso.
Questo libro non è per tutti.
Senza offesa per nessuno, con me in cima alla lista dei "rinnegat". La sua piena comprensione non è da tutti.
C’è molta musica tra le pagine e questo per me è diventato elemento positivo e negativo insieme. Quando incappavo in canzoni che conoscevo tutto filava liscio, i pensieri si riempivano. Viceversa il non conoscere questa o quella melodia toglie il sapore, azzera gli aromi del fotogramma in questione. Ed è un peccato.
Altro aspetto non trascurabile è dettato da quelle parole scritte per chi. Per. Chi. Ci sono accenni, riferimenti fugaci, sospiri che qualcuno potrà capire perché. Perché c’era. Conosceva. Ricorda. Aveva. Penso che la lettura di
Disorder dovrebbe essere obbligatoriamente seguita dallo studio delle analisi pubblicate da chi conosce il Gianfranco Franchi in carne e ossa. Fuori dalla rete virtuale. Allora sì, qualche tassello si colorisce ed è possibile entrare in un livello di comprensione maggiore. Più preciso.

Tornando su binari più classici, i racconti-capitoletti vertono intorno alla figura di Guido (e la sorella Benedetta che ogni tanto appare e semina qualcosa) figli “della vecchia borghesia intellettuale italiana. Fragili, stravaganti e non estranei ad una discreta (ma fertile) serie di vizi. […]Foglie morte distese su una generazione di sepolti vivi.” (pag. 7)

Guido, insomma, alla ricerca di un’occupazione ma anche pieno di pensieri. Analizzatore di ciò che lo circonda e contraddittore per definizione. Non m’interessa la realtà. La realtà è il rifugio dei deboli e dei segaioli. La realtà, ovviamente, non esiste: sono loro a giurare che esista, e a scriverne.” (pag.19)
Eppure lui osserva, riflette, cataloga e sottolinea. Scandisce il ritmo delle sue giornate in attesa. Se l’uomo si riconoscesse per quel vegetale che è, comprenderebbe che è nell’immobilità imposta l’innesco per la creazione di mondi e la resurrezione delle memorie e delle sensazioni. In galera scriverei libri splendidi” (pag.20). In effetti Guido scrive o vorrebbe farlo e nel corso della narrazione sbucano spesso soffi improvvisi di un vento birichino che si diverte ad accennare a questo mondo, all’editoria e allo scrivere, poi scappa lontano e non lo trovi più. Non lo so, a me gli editori stanno tutti sul cazzo. Io per primo. (pag.24) Oppure: … o Pennac che finiva con lo scrivere per accontentare l’industria erano stati un colpo così micidiale.” (pag. 29). Ancora: Allora scrivo.” (pag.30) E ancora Quindi non vi ammorberò con la storia della mia vita - la letteratura contemporanea è infestata dalla narrazione in prima persona di eventi più o meno realmente autobiografici.” (pag. 31).

Guido che si dibatte. In ogni racconto il lettore ne scopre una tonalità nuova, un retrogusto, un vestito diverso. Mi chiamo Guido Orsini, non ho senso ma grondo significati” (pag. 53). Forse è proprio questa frase che spiega cos’è "Disorder", lo spiega senza dirlo, lasciandolo intendere. Perché dentro questo testo ci sono tante affermazioni, annotazioni a margine che meriterebbero interi dibattiti. E’ perfetto sapere che siamo imperfetti; e che siamo poco più che giocattoli che giocano con giocattoli nuovi” (pag.35). Ancora: Il passato non si dimentica. E questo avviene quando ti accorgi che sei costituito di quel passato.” (pag. 37) e Credo di aver capito qualcosa di importante. Non serve a niente sognare.” (pag. 30)
Poi 
… ricordai che pensare era da sciocchi” (pag.12) Oltre a L’arrivo non è la maturità, l’arrivo è la dimenticanza.” (pag. 38) E questi sono alcuni.

Finché si arriva a quei racconti-paragrafi dove i sentimenti emergono prepotenti. Il Guido disilluso, acido, ironico, rigido, stanco, acuto e visionario si placa un attimo. Il tempo di mostrare a chi passa di lì la forza di talune emozioni sbriciolate così, davanti agli occhi di chi scorre le frasi e quasi non ci crede. Che sta davvero leggero pagine così intense. Pulsanti.
In Track four il protagonista (o l’autore?) si rivolge al padre. Ogni E ti ricordi è uno strappo. Un frammento dolceamaro del passato condiviso, diviso, separatore tra un figlio e suo padre che culmina con un fotogramma dolcemente sottile: E ti ricordi della prima ombra di me? Quando m’hai raccolto tra le tue braccia, che non parlavo nemmeno; e la mamma era tua e io ero vostro, e la morte non aveva dominio. D.T.” (pag. 66) [Non si sente qui ad esempio, il peso delle parole scritte per chi?]
Il vero capolavoro dei sentimenti nudi (per me) è Pelle. Amo questo capitoletto. Frammento solo. Disperato. Sgorgante. Vuoto eppure così pieno di amore. Di quell’amore. Dammi il colore della gioia e il senso che ho perduto; non manca molto a, e allora vieni adesso e torna a me - ho le mani sporche di tabacco e di inchiostro, ma nessuno davvero m’ha letto mai come. Tu.” (pag.47). Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine.” (pag. 49) E tante altre (tutte) le frasi di questo capitoletto che spruzza forza e amoredolore da ogni poro.
L’ultima parte del libro diventa un insieme di incastri imperfetti. Viaggi lontani che sembrano incomprensibili, dietro i quali si celano altri strati. Dove Guido non è più Guido e si mischia alla voce dell’autore che sembra zittire il suo protagonista per inserirsi direttamente nella narrazione senza palesarsi. Così. Arriva e scrive. Una costante ossessione, quella dello scrivere, che esce dalle righe . Ho pensato […] che se la mia immaginazione fosse stata diversa e la realtà plasmabile, allora avrei potuto scardinare quell’ingresso e andare altrove […] davvero, potevo inventare una storia e farla divenire. Troppo in differita. Sempre a raccontare storie… e sempre nuove vengono a bussare.” (pag. 74) E tutto espresso senza filtri, attraverso pulsioni, necessità espressive di far uscire moti e stati perchè ogni singola parola espressa è un atto di fede (non nell’esistenza ma nell’essenza della verità)” (pag. 93).

In dirittura d’arrivo Guido (o Gianfranco) arriva a una consapevolezza definitiva: datemi musica e parole vere e vive e nuove per alimentarmi, e qualcosa di pulito” (pag.109). In effetti è un pò il filo conduttore. Tanta musica in mezzo alle parole (come già accennavo all’inizio), musica da intendere come strofe ma anche ritmo, cadenze che accompagnano i passi. Le non scelte. Le considerazioni. Il rumore di fondo che completa il quadro.
Poi le parole. Le. Parole. Vere. Vive. Nuove. Quello che lo fanno vibrare. Con cui gioca. Che prende in giro e sbeffeggia a piacimento. Le rimbrotta poi le venera. Le cerca con accuratezza poi se ne frega e le "assembla" con fare provocatorio.
Perché in fondo
scrivere non è peccato: soltanto, è un vizio che t’ammazza. Non dirlo a nessuno” e qui l’autore sta sussurrando una grande verità. Questo modo di scrivere viscerale, di stomaco e di cuore, che se ne frega dei mercati, delle leggi (tutte) degli indici e di tutta la fiera che genera soldoni fumanti; proprio quello ti ammazza davvero. Ogni volta di più, più in profondità, ti fa contorcere e urlare. Ma è anche uno degli ingredienti che gli fa annunciare che “ha avuto senso, vivere.” (pag. 77)

In definitiva, terminato il viaggio. Ripresi i ritmi che la vita impone il lettore ne esce di certo ammaccato, impensierito forse ma non vuoto. Tutt’altro. Almeno un cassetto si è riempito per bene e prima di svuotarlo dovrà passare tempo e pazienza. Rielaborazione. Analisi e comprensione. Libri come questo chiedono solo di essere riaperti in tempi diversi. Di essere compresi in ogni strato, senza fretta purché non ci si dimentichi. E la velocità di ogni capitoletto-racconto è una strizzata d’occhio che l’autore fa, di un’intensità che aspetta di essere colta. Assaporata.
Unica nota negativa che in effetti è più un rimbombo che ho sentito (forse) troppo spesso fino a diventare nausea latente: l’abuso della parola "sigaretta" e varianti.
In ogni caso ha ragione Mascheri nella prefazione quando tratteggia Franchi come “un autore spiazzante, capace di rischiare, renitente sia ai compromessi editoriali che a quelli stilistici”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.

Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia: L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato Lankelot.eu.
Ha cambiato spesso lavoro. Dal 2005 è redattore di “Vetrine”. Vive a Roma.

Gianfranco Franchi, Disorder. Unknown pleasures. Il Foglio Letterario, Piombino 2006


RASSEGNA STAMPA QUI

ISBN/EAN: 
8876061363

Commenti

Prima di tutto mi rendo conto che arrivo dopo tanti conoscitori-estimatori di Franchi. Da qui sono partita. Senza pretese, ho letto cercando di capire il più possibile ma senza impormi niente. Io sono io, dopo tutto. Però ho letto molte delle analisi che ho trovato e talune considerazioni mi hanno aiutato a capire meglio.
Questa non - recensione vorrebbe essere l'espressione di come ho percipito il testo, cosa mi è arrivato e non.
Annotazioni tecniche: come altre volte non riesco a mettere il corsivo . E forse mancano dei tag, ho inserito quelli che ho trovato preimpostati nel modulo ma non so, mi sembrano pochi.

Niente da fare. Non riesco a inserire praticamente nessuna formattazione. Testo giustificato. Corsivo. Neretto. Niente.
Davvero non capisco dove sbaglio. Mi scuso come sempre...

Salve Barbara, innanzi tutto ti suggerisco - nel caso non lo stia già facendo -, di utilizzare Interet Explorer per pubblicare le recensioni... Ovviamente copiando il testo già pronto da Word :)

Comunque, niente paura, al limite formatto io.
Per il momento metto giustificato il testo e qualche corsivo.

Fatto.

Ops, Luca, non mi ero accorta ci stessi lavorando anche tu. Pardon.

Figurati, meno male mi hai avvisato in tempo :)

:) Ho usato Netscape, perchè il mio pc sta collassando e con Explorer va in tilt, ma spero vada bene comunque.

Direi proprio di sì, poi Barbara ci farà sapere...

Un giorno qualcuno mi spiegherà (!) come mai davanti ai lavori di Franchi resto incapace - totalmente - di esprimere qualcosa che nell'ordine sia intelligente, non sia già stato detto, e porti un contributo interessante alla disamina delle sue pagine.
Ognuno ha i suoi tempi e il segno del Toro, dicono, è famoso per metterci moltissimo prima di prendere decisioni.

Le recensioni a Disorder le avevo lette tutte, a suo tempo, anche se non tutte le avevo commentate.

A pochissime settimane dall'uscita di Pagano giova quindi rileggere un'analisi di quella che per me è quasi un'antiporta all'ultimo libro di Gianfranco.

Analisi lucidissima, minuziosa, direi che hai scavato nel libro e certamente ne hai tratto riflessioni necessarie.
Su una cosa vorrei però confrontarmi - anche con gli altri. Io Gianfranco Franchi l'ho visto, dal vero, una volta sola.
Ma di lui nelle sue pagine (da Ciao a Lankelot.com a Lankelot.eu, ai blog, alle poesie, ai libri) c'è - credo - tantissimo.
Raramente un autore condivide - forse grazie al nuovo mezzo della Rete - tanto di sè con persone fisicamente e geograficamente lontane.
Certo, in Disorder ci sono echi profondi personalissimi per comprendere appieno i quali forse si dovrebbero sapere cose della vita di una persona. Ma in fondo chi può dire di consocere davvero l'altro? Questo non accade nemmeno in un matrimonio, neppure in un'amicizia per quanto profonda, perché ognuno appartiene davvero solo a se stesso.

"?Disorder? è un?insieme di incastri. Con un unico protagonista che appare a ogni nuova apertura e muta ogni volta. E? un viaggio verso un labirinto pieno di contesti diversi, riflessioni mutevoli, narrazioni fluttuanti, considerazioni dirette e non. E? un terreno composto da tanti strati sottili, ognuno indispensabile eppure assestante. Ogni volta che provi a scavare più in profondità devi rallentare, ragionare, valutare cosa ti aspetta e lanciarti irrimediabilmente verso il vuoto."

Orsini racconta se stesso da dentro un caleidoscopio. Giralo, e cambierà forma, mantenedo tuttavia inalterati i contorni.
Franchi (ce ne siamo accorti) ama spiazzare. I lettori. Credo che in questa tua definizione di Disorder che ho riportato fra virgolette, Barbara, tu abbia inteso proprio lo spirito del suo modo di scrivere. E di essere.

Grazie per le pazienti correzioni, ho qualche problema con explorer (in realtà è il mio pc di casa che lo odia) per cui uso spesso firefox, forse allora è questo che mi blocca le formattazioni... mhmmm
Grazie allora a Epicentro e Angela per il supporto tecnico!

"Perché dentro questo testo ci sono tante affermazioni, annotazioni a margine che meriterebbero interi dibattiti."

credo che questo valga per tutti i libri di gf, su Pagano si potrebbe stare a parlare per ore.
"?Il passato non si dimentica. E questo avviene quando ti accorgi che sei costituito di quel passato.?
>anche questo è un tema che viene recuperato e sviluppato nel libro successivo.

direi che hai fatto un bellissimo lavoro, una lettura meditata, accurata, questa è un rec a pieno titolo, altro che!

10, :)

13, mi accodo!

"Parto. Cancello. Sovrascrivo. E via così. Non male come partenza."

> Gore Vidal direbbe:
"Palinsesto".
Ecce:
http://www.lankelot.eu/index.php/2007/10/03/vidal-gore-palinsesto/

"?Disorder? è un raccolta di racconti. Ni.
E? un romanzo composto da tanti capitoli mignon, intensi. Ni.
E? una serie infinita di scatole, l?una dentro l?altra, sempre più piccole poi d?improvviso di nuovo grandi e da lì si ricomincia. Ecco. Già mi sembra che ci siamo (più di prima almeno)."

> Sì:). E' una raccolta di racconti assemblata a posteriori; originariamente composti per il web, con due eccezioni, e pubblicati a scaglioni (tra Lankelot.com e AlSangue). La disposizione dei racconti serve a garantire coerenza, coesione e uniformità laddove poteva, evidentemente, mancare (ed ecco il passaggio da 3° a 1° persona, ad esempio).
Ottimo taglio!

" C?è molta musica tra le pagine e questo per me è diventato elemento positivo e negativo insieme. Quando incappavo in canzoni che conoscevo tutto filava liscio, i pensieri si riempivano. Viceversa il non conoscere questa o quella melodia toglie il sapore, azzera gli aromi del fotogramma in questione. Ed è un peccato."

> E hai ragione. Ma ti spiego. Una decina d'anni fa, quando scrivevo i primi racconti, i miei amici si lamentavano del citazionismo. Musicale, letterario, filmico e via dicendo. Fu così che il filologo mi donò "Tokyo Blues" di Murakami, per guarirmi con la terapia d'urto. Dopo aver letto quel romanzo, per circa sei anni non ho infilato nemmeno una citazione scoperta o non condivisibile in nessuna prosa. Quando ho cominciato a scrivere i racconti di Disorder avevo anni di doloroso esercizio alle spalle: volevo sprigionarmi di nuovo, senza pensare a chi leggeva. Cafone da parte mia, ma necessario in quel periodo. Questa è la verità:).

Diciamo che ho sbagliato volontariamente (ma ho sbagliato) e so che ho causato del rammarico comprensibile in chi leggeva. Mea culpa. Quando capita a me mi stranisco e non poco. Sono solidale.

"Ci sono accenni, riferimenti fugaci, sospiri che qualcuno potrà capire perché. Perché c?era. Conosceva. Ricorda. Aveva."

> Vero anche questo. 9 volte su 10, stavo parlando a una donna e una soltanto, in certi frangenti. Diciamo che per certe righe la lettrice vera era una sola. Ma credo nell'opera aperta - colpa di Eco - e non ho nascosto le cicatrici. In ogni caso hai visto giusto.

"?Se l?uomo si riconoscesse per quel vegetale che è, comprenderebbe che è nell?immobilità imposta l?innesco per la creazione di mondi e la resurrezione delle memorie e delle sensazioni. In galera scriverei libri splendidi? (pag.20)."

> Sì. Aggiungo: qui il debito è nei confronti dell'antroposofia (meditazione sui vegetali).
(in galera ancora non sono finito. Accadrà:) )

"Poi ?? ricordai che pensare era da sciocchi? (pag.12)"

> Qui il debito è con Burgess-Kubrick, "Arancia Meccanica".
:)

"e la morte non aveva dominio. D.T.? (pag. 66) "

> qui l'omaggio è scoperto: And The Death Shall Have No Dominion, Dylan Thomas.

"l vero capolavoro dei sentimenti nudi (per me) è ?Pelle?. Amo questo capitoletto. Frammento solo. Disperato. Sgorgante. Vuoto eppure così pieno di amore. Di quell?amore. "

> Ecco qui, hai capito tutto:)

"Questo modo di scrivere viscerale, di stomaco e di cuore, che se ne frega dei mercati, delle leggi (tutte) degli indici e di tutta la fiera che genera soldoni fumanti; proprio quello ti ammazza davvero. Ogni volta di più, più in profondità, ti fa contorcere e urlare. Ma è anche uno degli ingredienti che gli fa annunciare che ?ha avuto senso, vivere.? (pag. 77)"

> E poi ho fatto esperienza. Ho scritto di profumi, vestiti da donna, divani, ristoranti, telefonini, cioccolato, pizzerie, centri benessere, occhiali da sole. Non nomino la testata perché non è il caso:). Ho scritto di hi-tech, di cabriolet, di birre, di wine-bar, di lavatrici, di utilitarie, di scarpe, di laboratori artigianali. Per un anno e mezzo ho scritto praticamente di tutto. Ma in rete non c'è nessuna traccia (né mai ci sarà). E' uscito in edicola, per quasi due anni. E' un'esperienza che mi ha mutato. Ho imparato molto. Soprattutto ho imparato a scrivere facile, e a essere umile e più equilibrato. A un tratto mi sono accorto che la tecnica è un grande nemico. Perché ti rende robotico.

Per tornare a scrivere come prima mi serviranno anni.
Sono ancora programmato per le 30mila copie di quegli articoli che non firmavo. E' un po' difficile da spiegare, ma è andata così.

"Libri come questo chiedono solo di essere riaperti in tempi diversi. Di essere compresi in ogni strato, senza fretta purché non ci si dimentichi. E la velocità di ogni capitoletto-racconto è una strizzata d?occhio che l?autore fa, di un?intensità che aspetta di essere colta. Assaporata."

> E appunto... è una cosa che dovrei fare anch'io, ogni tanto, perché leggendo ritrovo ombre che non ricordo più. Qualcosa se ne è andato proprio in quel periodo, per ritornare sotto altre spoglie.

Grazie di cuore per l'articolo, l'analisi, il trasporto, le critiche e le giuste osservazioni. Ottima, come sempre.
Spero di trovare quanto prima tuoi nuovi pezzi, da queste parti.

Grazie a te per le spiegazioni.
Come ho scritto all'inizio 'è un testo difficile' e io l'ho capito fino a un certo punto che ho cercato di spiegare. Però lo tengo in un angolo della libreria, quello delle riletture future... ^ _ ^

Buona domenica!

A te;)