Enzo Forcella è stato un giornalista politico, forse uno dei migliori che la stampa italiana abbia mai avuto. Sebbene sia poco conosciuto al di fuori del mondo giornalistico delle redazioni, è stato indubbiamente una delle maggiori firme dei quotidiani italiani del secolo scorso, autore di articoli memorabili per incisività e precisione.
Il suo articolo “Millecinquecento lettori” – sicuramente il suo pezzo più famoso e importante, in questo libro curato da Guido Crainz integrato con gli interventi che animarono il dibattito nei mesi successivi, documenti privati e lettere inedite – uscì su “Tempo presente”, rivista diretta da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, all’indomani di una vicenda personale particolarmente negativa, alla quale seguì una triste ma fondamentale presa di coscienza all’interno del proprio mestiere: sono non più di millecinquecento i lettori di un giornalista politico italiano, concentrati in pochi elementi appartenenti a classi sociali ben definite, interessate per necessità alla lettura e alla comprensione delle notizie politiche. Ministri, sottosegretari e altre cariche politiche, non tutte, però; si possono contare, poi, sindacalisti e dirigenti di partito, e forse gli industriali che vogliono mantenersi aggiornati sulle questioni politiche più scottanti. Non di più. Pochissime persone, dunque, si interessano al giornalismo politico, anche se il giornale vende centinaia di migliaia di copie.
Come mai? La risposta è nel rapporto di influenza che si instaura tra il giornalista politico e questa sparuta schiera di “lettori importanti”, quasi privilegiati: un rapporto di dipendenza e di interdipendenza fondamentale per comprendere in che modo si muova e si sviluppi la politica italiana. Come un teatrino di marionette ben assortite, mosse tutte dagli stessi fili, che dietro la facciata d’odio, le opinioni divergenti e le polemiche in realtà si stimano stringendosi la mano. Non esistono veri nemici in politica, dunque, e il giornalista politico lo sa: per questo deve scrivere e descrivere bene questa continua recita, questo ricoprire ruoli fittizi e senza spessore, per far sembrare importanti avvenimenti di secondo piano, manipolare la verità, sminuire le notizie, autocensurarsi, insomma, per non scontentare i protagonisti della politica, far si che tutto quadri e la recita teatrale possa andare avanti.
Il giornalista politico è strettamente legato ai governi, ai politici, risente delle pressioni che quotidianamente questo stretto rapporto comporta. Non che manchino i piaceri e le soddisfazioni, nel suo mestiere, sottolinea Forcella. Si ricevono omaggi a Natale dai partiti, si hanno onorificenze e inviti ai ricevimenti e, cosa molto importante, si guadagna bene. Ma le possibilità di dire qualcosa di costruttivo, di incidere a livello politico-sociale, di esercitare il potere del “Quarto Potere” è pressoché impossibile. Si devono dosare le parole, per evitare di inimicarsi personaggi importanti, distribuire con intelligenza una goccia di veleno ogni giorno, ma non di più, e questo comporta lo sviluppo automatico di una tendenza all’autocensura spontanea.
Questo è il problema più grave per un giornalista politico: non poter essere un giornalista politico. Ci sono delle regole per vivere bene, andare d’accordo con tutti e non rischiare la propria posizione; dei codici da usare per manipolare le notizie e rendere la recita politica ogni giorno interessante sulle pagine dei giornali, condendo quotidianamente un piatto vecchio e insipido con un ingrediente inventato. Si tratta di finzioni, infatti. Finzioni insopportabili mascherate da verità, che d’un tratto diventano impossibili da sostenere per Forcella, che si accorge forse troppo tardi di questo meccanismo perverso della stampa e perde qualsiasi stimolo nei confronti del proprio mestiere.
Il giornalista, fino a quel momento inserito, integrato, si ribella al sistema, trovando nel momentaneo esilio intellettuale – poco meno di un anno dopo, infatti, il giornalista tornerà a scrivere sulle pagine de “Il Giorno” – l’unica via d’uscita da un meccanismo perverso di cui non si sente più parte integrante.
Di questo parla Forcella nel suo articolo. Si tratta di una riflessione amara e tristemente reale che si situa in un periodo particolare della vita del giornalista e della storia italiana. È il 1959: Forcella, sulle pagine de “La Stampa”, scrive di politica con precisione e grande capacità critica. In quel periodo si sta consumando la fine dell’Italia centrista, che culminerà nel primo governo di centro-sinistra, nel 1963: Forcella è inviato a Napoli, al congresso del PSI, che vedrà una netta vittoria della linea autonomista di Nenni e sarà la prima tappa italiana verso l’apertura del governo al centro-sinistra. Forcella invia i suoi commenti da Napoli, sottolineando l’importanza dell’evento e dando una lettura positiva di quella svolta: ma la direzione del suo giornale, nella persona di Giulio De Benedetti, disapprova questa interpretazione, appoggiando Giuseppe Saragat e la Fiat, poiché considera il Partito Socialista ancora troppo legato a posizioni comuniste e reputa difficile, se non impossibile, un accordo tra DC e PSI. Gli articoli di Forcella, quindi, non vengono pubblicati dal giornale torinese. Si crea un aspro contrasto tra il commentatore politico e la direzione della testata, che culminerà nella «risoluzione consensuale» del contratto con “La Stampa” e nell’articolo “Millecinquecento lettori”.
Forte e decisiva appare dunque la pressione esercitata dalla censura su uno dei maggiori giornalisti politici italiani del periodo, impossibilitato a dire la sua perché contro gli interessi del direttore. Questa vicenda chiarisce un aspetto poco ricordato ma molto importante di quegli anni, quello della censura e delle pressioni sulla stampa esercitata dai governi che, oltre al “caso Forcella”, annoverano altri due casi illustri ricordati da Guido Crainz nell’introduzione: il licenziamento di Gaetano Baldacci, direttore de “Il Giorno” di Mattei da parte del governo democristiano di Antonio Segni – succeduto a Fanfani – e la vicenda di Enzo Biagi, direttore di “Epoca”, durante il governo Tambroni costretto a dimettersi a causa di un editoriale – dal titolo “Dieci inutili morti” – sulle proteste represse nel sangue a Genova e Reggio Emilia in occasione di un congresso del MSI.
Il saggio-articolo di Forcella, allora, si inserisce nel contesto generale della crisi del centrismo di quegli anni, con tutti gli strascichi politici e sociali ad essa connessi, sulla carta stampata e non. Un contesto in cui è difficile per un intellettuale non essere ingabbiato, etichettato, e allineato ad uno ei due blocchi contrapposti durante la “Guerra Fredda”, ed è impossibile non esprimere un pensiero critico e libero nei confronti della società senza essere accusato di voler favorire il comunismo (“Io mi domando che cosa mai di critico, di libero e […] di protestante si possa oggi dire, in Italia, che alle orecchie di quelli per i quali i problemi della società italiana si riducono negli stretti termini della politica […] non suoni come prova a favore del comunismo” – Postilla di Nicola Chiaromonte) ed essere aspramente criticati da più parti per la visione apocalittica e distorta della realtà – come avviene negli interventi successivamente pubblicati su “Tempo Presente”, firmati da Antonio Ghirelli (“Il dovere del giornalista”) e Cesare Mannucci (“I lettori invisibili”).
Il dibattito letterario e giornalistico però, oltre questi due interventi, fu poco animato e, com’è facile immaginare, si cercò di non alimentare una riflessione così scomoda. Nella sfera pubblica e privata, comunque, non mancarono lettere di solidarietà ed affetto – da Flaiano, Parise, Murialdi, Ottone, Antonioni, Bonicelli e Casalegno – ma anche alcuni silenzi tristi e inaspettati, da parte di compagni d’avventura che testimoniano l’illibertà diffusa e “normale” di quegli anni.
La riflessione di Forcella, quindi, si rivela una triste ma sincera visione del giornalismo politico e, più in generale, del rapporto tra politica e media. Enzo Forcella, con “Millecinquecento lettori”, per la prima denunciò apertamente questo sistema giornalistico del do ut des, mettendolo in crisi e rendendo chiari a tutti il legame perverso tra informazione e politica.
Con uno stile incisivo, ironico e disincantato il giornalista rivela una situazione vera anche ai nostri giorni, soprattutto se confrontata con una ricerca svolta per conto del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti sulla autonomia e la libertà goduta dai giornalisti italiani, all’interno del “Quarto Rapporto sulla Comunicazione in Italia”, a cura del Censis e con le statistiche della Freedom House, che ci classifica al 79° posto al mondo per libertà di stampa, in un regime solo “partly free”.
Anche se è ormai un articolo di giornale risalente a più di cinquanta anni fa, l’articolo di Enzo Forcella è un testo necessario e attuale ancora oggi: anche oggi i nostri politici sembrano attori su un palco, con tanto di cerone e parrucche finte. Si odiano, si sfidano, urlano, sbraitano ma in realtà mancano di programmi e non fanno nulla di concreto per il bene del paese. Il giornalismo fa lo stesso. Quasi sempre influenzato dalle proprietà editoriali, finisce per essere riflessione sterile ed autoreferenziale, non offrendo mai soluzioni concrete ai problemi di cui parla. Manca di coraggio, di idee, sembra non avere né il potere né la voglia di creare opinione, mentre la tv, con i suoi “Porta a Porta”, i mezzibusti ammiccanti e i tg da quattro soldi sferra l’ultimo, micidiale attacco all’autonomia intellettuale e alla libertà dello spirito critico.
Forcella gettò, per la prima volta, un “sasso nello stagno”, come ha scritto Alberto Sensini, “ma lo stagno si è subito richiuso e è […] nessuno più si è interessato di quel problema, che pure è di fondamentale importanza in un paese come il nostro”. Un paese che ha tanto da imparare da uno scritto come questo.
Mala tempora currunt, oggi come allora.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Enzo Forcella, “Millecinquecento lettori. Confessioni di un giornalista politico”, a cura di Guido Crainz, Donzelli, Roma, 2004.
Enzo Forcella (Roma 1921 - 1999), giornalista e scrittore italiano. Ha scritto sul «Mondo» di Pannunzio, «La Stampa», «Il Giorno» e «la Repubblica». Dal 1976 al 1986 ha diretto Radiotre, ed è stato presidente dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza.
Antonio Benforte, 13 luglio 2005.
Commenti
Per capire come funzionano certi meccanismi.
Come un teatrino di marionette ben assortite, mosse tutte dagli stessi fili, che dietro la facciata d?odio, le opinioni divergenti e le polemiche in realtà si stimano stringendosi la mano. Non esistono veri nemici in politica, dunque, e il giornalista politico lo sa: per questo deve scrivere e descrivere bene questa continua recita, questo ricoprire ruoli fittizi e senza spessore, per far sembrare importanti avvenimenti di secondo piano, manipolare la verità, sminuire le notizie, autocensurarsi, insomma, per non scontentare i protagonisti della politica, far si che tutto quadri e la recita teatrale possa andare avanti.
(integro qualche tag!)
grazie ant'
ottimo, grazie a te
": sono non più di millecinquecento i lettori di un giornalista politico italiano, concentrati in pochi elementi appartenenti a classi sociali ben definite, interessate per necessità alla lettura e alla comprensione delle notizie politiche. "
> Sai che questa storia me la sono rivenduta per anni, estendendola ai giornalisti culturali? Ogniqualvolta incontravo un giornalista culturale bolso e presuntuoso gli ricordavo questa boutade...
se la cantano e se la suonano. applicabile a molti altri settori della stampa e della vita sociale, sì. a tutti, probabilmente.
Stampa sicuro:).
Stampa di partito peggio che peggio...