Fontana Giorgio

Babele 56. Otto fermate nella città che cambia

Autore: 
Fontana Giorgio

Babele rende bene l’immagine di un caos, linguistico prima di tutto. La Babele raccontata da Fontana non è la torre biblica, ma la città di Milano. Uno dei luoghi possibili. Una delle tante città italiane in cui gli immigrati arrivano, vivono, si muovono, lavorano, parlano. Questo libro racconta un viaggio e alcune storie, perché senza incontrare storie, facce e voci è quasi inutile viaggiare. Otto fermate, quelle della 56: a Milano c’è l’usanza poetica di chiamare i bus al femminile. La 56 è l’autobus degli immigrati, quello che percorre via Padova. Storie in movimento e che parlano la lingua della strada. Persone che hanno lasciato un Paese, il loro, e sono arrivate in Italia con un bagaglio di esperienze, fatiche, speranze, desideri. Immigrati che sono, per una meccanica imprescindibile, prima di tutto emigrati. In ogni caso persone con una storia dentro e addosso. Fontana ne ha raccolte alcune e ce le racconta con uno scrivere nitido e urgente, diretto e aperto. La parola detta è una lama che deve colpire direttamente, e non ha una seconda possibilità. Quindi parte della sfida era riprodurre anche questo linguaggio, alterato sotto la forma di protocollo narrativo scritto. Contenuti meticci, stile meticcio.
Il primo incontro è con Gabriele, nato ad Adua, in Etiopia, sullo scorcio della Seconda Guerra Mondiale, ed approdato in Italia nel 1964. Poi ci sono le storie di José Gonzales e Milca, sudamericani, peruviano lui, boliviana lei, ideatore e segretaria di Editoria Latina; Kais il cuoco tunisino; Kamal, il campione di cricket dello Sri Lanka; Karkadan, il rapper venuto dalla Tunisia; i cinesi Liqin e Huang ed Elija il manovale ucraino.
Ognuno di loro è un viaggio dentro il viaggio. Si sono allontanati dalle loro radici per ragioni diverse e tutti hanno cercato, o stanno lavorando, per raggiungere una conquista. La burocrazia italiana non li aiuta molto, i pregiudizi nemmeno. Qualcuno è stato costretto a delinquere perché non ha avuto altra scelta. Sanno che la gente può aver paura dello straniero perché la criminalità immigrata è una realtà, esattamente come lo è quella italiana. L’umiliazione, a volte, è motivo di sofferenza. Conoscono il peso della discriminazione e cercano di conviverci con dignità e qualche silenzio che sa di rassegnazione.
Il grande scoglio per molti è la lingua. Giorgio Fontana si sofferma in vari punti sulla moderna Babele. Arrivare in un nuovo Paese e non conoscere la lingua è un handicap per chiunque. Non poter comunicare con gli altri crea barriere ancora più profonde di quelle tracciate da una faccia, da un colore o da un abito. Alcuni hanno chiesto aiuto ai centri appositi, altri hanno semplicemente imparato l’italiano vivendo in Italia. L’intento è sempre lo stesso: entrare a far parte di una cultura altra, riuscire a sentirsi accettati e rispettati. Perché il rispetto passa anche attraverso la possibilità di comunicare, di capire e farsi capire.
La volontà è quella di essere ospiti e, come tali, obbligati a mostrare il lato migliore della propria cultura. Non è sempre così facile né così scontato. La realtà crea tante fratture e numerose deviazioni. L’occidentalizzazione è una fase spontanea, spesso latente o quasi involontaria. Per alcuni una sconfitta riconosciuta, per altri un passo necessario che non prevede abiure.
E’ una Milano che esiste e che muta, anche al di fuori, o a di sotto, dell’attenzione e della considerazione dei milanesi stessi. Le città si arricchiscono (perché di ricchezza deve trattarsi) di voci, lingue, tradizioni, spazi diversi, lontani da quelli esistenti ma ugualmente vivi ed importanti. I mutamenti sono assorbiti e trasformati in nuovi tessuti urbani e sociali. Chi nega questo passaggio o cerca di arrestarlo, probabilmente contraddice il tempo in cui vive e si prepara all’inevitabile sconfitta umana e culturale.
Un libro generoso “Babele 56”. Perché insegna ed apre piccoli mondi e lo fa attraverso una scrittura godibile, intelligente ed attenta.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE 

Giorgio Fontana vive a Milano, dove lavora da diversi anni. E’ nato nel 1981 a Saronno, provincia di Varese. Ha conseguito una Laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano. Ha vissuto a Montpellier e, dopo aver conseguito la Laurea, si è spostato a Dublino prima a e Montréal, in Québec, poi. Nel 2007 ha pubblicato “Buoni propositi per l’anno nuovo” (Mondadori), nel 2008 “Novalis” (Marsilio) e “Babele 56” (Terre di mezzo). Condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”, collabora con la pagina cultura de “Il Sole 24 Ore” e con “Bottega di Lettura”. Ha pubblicato articoli e racconti su varie testate tradizionali e online.

Giorgio Fontana, “Babele 56. Otto fermate nella città che cambia”, Terre di Mezzo, Milano, 2008.  

Giorgio Fontana sito ufficiale  

Babele 56 video intervista LaRepubblica.it

ISBN/EAN: 
9788861890640

Commenti

Neo MONNA!

"Condirettore del pamphlet letterario ?Eleanore Rigby"

> dici il sito? Molto ben fatto:), ma a memoria mia non è un giornale. E' un gran bel sito, pieno di gente che collabora con BD Edizioni - notizia utile;)

"Un libro generoso ?Babele 56?. Perché insegna ed apre piccoli mondi e lo fa attraverso una scrittura godibile, intelligente ed attenta."

> Sarei tentato di dire cose un po' cattive, come ad esempio: che argomento paraculo, politicamente corretto e sinistroide. In vecchio stile, comunistissimo. E comunissimo. Ma le dico solo a te, che scrivi, come sempre, un bell'articolo, semplice e chiaro. Questo libro è roba che non leggerò mai, neanche sotto tortura. Va da sé. La retorica se la tengano nei partiti e nei centri sociali, abbiamo tutti già dato.

ave ottima,
gf

Il rifiuto di leggere "questa roba" non è intelligente da dire né, tanto meno, da pensare. Non ci vedo nulla di politico nel parlare di immigrati. Se tu la percepisci in questo modo, evidentemente, hai tendenza a "politicizzare" anche quando non serve. Pensavo che in Lankelot non ci fossero partiti né fazioni, ma a quanto pare mi sbagliavo.

Purtroppo parlo per esperienza. Da lettore e da studioso di cataloghi...
Qui niente partiti né fazioni, solo tanta voglia di stanare gli artifici e le speculazioni.

5. Però Gianfranco così giustifichi chi, in passato ma anche ora, sulla base di pagine che ha trovato "semplici e chiare", non ha letto certa "roba" perché considerata in certo modo, e ne ha dati giudizi negativi. Così se non leggerò mai Celine potrò sempre dire di averne letto a proposito pagine "semplici e chiare" che mi hanno dissuaso dalla sua lettura (ovviamente estremizzo, ma il discorso è questo). Tutto questo però fa anche capire come si possono essere creati certi discorsi intorno a diversi autori, di sinistra o destra che fossero o siano. E questo mi sembra interessante.

Se avessi recensito un libro di Veneziani probabilmente non avresti parlato così.
Rifiutarsi di leggere qualcosa e considerarla negativamente in maniera aprioristica come fai tu, Franchi, non è certamente un atteggiamento sano e leale nei confronti della tua intelligenza.
Dovresti conoscere per poter giudicare. E' un passaggio logico oltre che necessario.

(dici? Eppure io recensisco Veneziani Antonio, non quello che dici tu. Se scrivo certe cose di certi libri è perché magari so dell'altro sull'editore, o conosco il suo catalogo...)

6. Branco, la confezione dice un sacco di cose. Vedo ogni giorno decine di libri, tra redazione, schede degli agenti, cataloghi, etc. Fidati del mio naso. Mi pagano per il mio naso:)

per dire, sono anni che rido con molti amici autori, che qui non nomino, delle trame paracule politicamente corrette e "neo-neorealiste". Ho passato serate a inventare trame che sarebbero piaciute ai DS o ai PC. Il dramma del povero emigrato è il punto forte. Credo serva politica seria e saggistica di denuncia seria, non storiellina per insegnare (a chi? a 300 persone?) o filmetto dei Dardenne per parlare delle periferie per capire cosa sia l'integrazione... ma il discorso si amplia, scusate ma non è proprio un argomento che mi diverta molto.

9. 10. Ma vedi, Gianfranco, quello che stavo cercando di dire è che alcuni meccanismi sono, o possono essere, indipendenti rispetto a date linee di pensiero. Ovvero, su 10 persone che leggono dati libri, ce ne sono tot che lo fanno a ragion veduta, ed altre meno. Io credo che una scrittura intelligente ed attenta, come ci dice Monnalisa in questo caso, sia meritevole d'attenzione. Che l'argomento sembri o meno "paraculo", ahimé. Nel senso che, se dovessi andare ad argomento, leggerei molto meno, guarderei molti meno film etc. Riguardo il modo in cui un prodotto è pubblicizzato, va detto che alle volte è indipendente rispetto all'autore, ed altre volte tradisce il senso stesso dell'opera.
Per finire: non ti voglio dire: leggi per forza questo libro. Se non ti sembra nelle tue corde, se ti sembra un già sentito, già visto, perfetto. Più che altro volevo dirti che le scelte di lettura possono essere indirizzate dal modo in cui le cose vengono proposte, che non sempre rispecchia il loro reale valore.

Prendi Morici e l'equo-solidale...l'argomento è interessante e meritevole, ma certo modo di proporlo ha dato vita a stereotipi che poi si sono rafforzati, indipendentemente dal fatto che il mercato equo-solidale ponga le sue radici sul rispetto di condizioni di lavoro, e non di sfruttamento.

Non so se è chiaro quel che volevo dire, ecco. Però spero di sì.

(non credo che Claudio volesse scrivere cose positive dell'equo-solidale, sin da Actarus, amice:).
Ma è chiaro quel che volevi dire. Ti ho risposto poco sopra. Personalmente, come scout e come critico, di fronte a certe cose dico subito "no". A meno che non mi dicano che sto per leggere uno che scrive ovvietà politicamente corrette con lo stile di Cummings o di Joyce, non c'è partita).

Non dico che volesse farlo, o che l'abbia fatto. Anzi. L'idea principe di quel tipo di commercio dovrebbe essere la condizione del lavoro ed il pagamento dello stesso. Ma...rimane commercio. Il frutto di un'idea che per me rimane ampiamente condivisibile è stato, anche, una sorta di pensiero acritico nei confronti della propria posizione. La tendenza è di vedere le travi negli altri occhi, ma essere più indulgenti nei confronti delle proprie. Sempre.