Fogliato Fabrizio

{la visione negata}. Il cinema di Michael Haneke

Autore: 
Fogliato Fabrizio
 I miei film sono una sorta di consapevole omissione del lato bello della vita
(pag. 14)
 
È davvero la frase più rappresentativa del cinema del cineasta austriaco, Michael Haneke. Equilibrata, decisamente veritiera, egli afferma, con tutta la placidità di chi crea narrazione manipolando la menzogna a proprio piacere, che la sua scelta è stata ben precisa. Come fargliene una colpa? Ha optato per quel lato che generalmente viene omesso o, più onestamente, nascosto, nella maggioranza dei film. Benvenuti dunque nel mondo di Michael Haneke: d’ora in avanti chi vuole può restarne fuori. Libero arbitrio. Per chi ama l’intelligenza e il fascino dell’arte invece, è un invito verso un teatro della crudeltà contemporaneo.
 
Fabrizio Fogliato ha realizzato la prima monografia nel nostro paese dedicata al lavoro del maestro austriaco, scovando film rari e portando alla luce dei saggi di estremo interesse per comprendere uno dei registi più sottovalutati dei nostri giorni. È sempre facile impelagarsi con confuse reazioni davanti a film talmente forti e spesso è difficile avere un’idea ben precisa su un autore che sa farci così male. Haneke, per la forza delle sue immagini può ricordare senz’altro Carmelo Bene per quanto, fuori dal set, si dimostri più “buono” e teorico di quanto non sembri. Carmelo Bene, autentico dandy di fine Novecento, era un’opera d’arte vivente e la sua scontrosità e violenta affermazione era invariata ovunque egli si esprimesse. Haneke, nelle interviste e nelle conferenze, si apre totalmente nell’illustrare le sue teorie su rappresentazione e opera d’arte.
Il titolo è presto chiarificato dallo stesso Fogliato: La sua è una “visione negata” perché non ottimizza mai il rapporto con lo spettatore, anzi lo negativizza coinvolgendolo in un esercizio crudele e sadomasochistico, dove i ruoli di “servo” e “padrone” sono continuamente invertiti. La sua è un’arte della visione “altra”, riconducibile all’esperienza di Aldous Huxley, basata sul principio: sensazione + selezione + percezione = visione”.” (pag. 15).
E il puzzle che compone ogni individuo, in questo caso naturalmente Haneke, si delinea lungo una serie di autori – e quindi, di universi filosofici differenti – che parte inevitabilmente da De Sade (primordiali e raffinate teorizzazioni sulla violenza), Artaud (la sua moderna revisione dell’arte e della crudeltà), Bresson (lo sguardo, fissità dell’immagine), Hitchcock (il tema angosciante della minaccia imminente) e Pasolini (vita d’una violenza contemporanea da anteporre all’ostruzionismo dei media). Un percorso intellettuale che coincide parallelamente alla formazione teatrale che tecnicamente incide sulla crescita artistica del regista: il rapporto con gli attori e i tempi della narrazione. Dopo il teatro è la volta della televisione e dunque del mezzo filmico: il suo debutto è tardivo ma non per questo incolore, Michael Haneke aveva 47 anni. Da allora, passato sul grande schermo, il suo percorso è inarrestato e vanta anche un insolito – ma nemmeno poi tanto – sdoppiarsi, è il caso del remake di Funny games, versione americana di quella austriaca. Viene da pensare, per esempio, al maestro del brivido Alfred Hitchcock con i suoi due, il primo inglese l’altro americano, “L’uomo che sapeva troppo”.
Quali sono dunque le tematiche della filmografia di Haneke? Si sarà inteso: la violenza e la sua rappresentazione. Autentico teorico, il cineasta ha le idee ben chiare e le espone con grande autorevolezza. Gli spettatori sono abituati a vedere di tutto, a voler sapere sempre più particolari, all’insegna del più basso voyeurismo. I telegiornali sono bollettini di guerra, gli spettatori assorbono il continuo blaterare di avvenenti giornalisti intristiti e scossi che ragguagliano sulla dinamica della violenza su infanti o donne seviziate, mostrano i vestiti, le case, le planimetrie dei luoghi del delitto in una inesauribile e patologica curiosità che non ha fine: i programmi che spacciano la filantropia spargono odio e paura verso il prossimo, creano allarmismi fasulli, malcelando un desiderio inconscio collettivo di violenza, senza conoscere pudore, pestando sul tasto del porno mascherato di melodramma. Lo squallore delle inchieste giornalistiche sugli omicidi – pregni di un provincialismo che fa bestemmiare – è sempre ben accetto dagli spettatori. “L’ambizione giornalistica ha sacrificato ogni più elementare rispetto della dignità delle vittime” (pag. 191)
Haneke non solo sa come manipolare la suspense e la violenza, ma penetra a fondo nell’anima dello spettatore: non gli dà quel che cerca, il suo bisturi colpisce l’anima più profonda, allarma il sistema nervoso e lascia il segno. È la punizione più adatta per chi ha sete di violenza. Per i ragazzi decerebrati che cercano la nuova Arancia meccanica quando della prima capivano (termine azzardato) soltanto le scene più crude. Infatti molti spettatori si sentono oltraggiati, violentati dalle sequenze metaforiche di Haneke (Funny games è un continuo giocare sul cinema, con battute metalinguistiche di efficace riflessione) e ne parlano come di un film sleale, ingiusto. Naturalmente ci sarà sempre quella pericolosa fetta di pubblico che salverà questi film per la loro violenza mentale senza vederci nient’altro.
Nello straordinario saggio “Violenza e media” Haneke dà il meglio di sé: non solo fugge gli stereotipi in cui era facile capitolare, dimostra anche un’analisi attenta dei mezzi di comunicazione e dei loro risvolti nella società attuale. Contiene in sé alcuni dei nodi fondanti della sua poetica e della ragion d’essere del suo cinema: “Per quanto riguarda la violenza, la questione non è dunque sapere come mostrarla, ma come aiutare lo spettatore a prendere coscienza della propria posizione rispetto alla violenza e al modo in cui questa viene rappresentata” (pag. 192). Salvaguardare dunque lo spettatore, o in qualche modo destarlo dalla trappola in cui i media lo hanno rinchiuso: la sua passività dev’essere scrostata, deve ricrearsi un dialogo tra lui e i film. Il monologo che il cinema commerciale e la televisione impongono alla mente atrofizzata di chi guarda va destabilizzato, e Haneke cerca una via altra per ricreare il contatto sano che un tempo avveniva: la consapevolezza della rappresentazione della realtà da parte di chi guarda.
E annuncia quella che può essere interpretata come una lotta: prendere le distanze dal cinema come merce: “Il commerciante, che definisce e produce il cinema come merce, sa che la violenza si può vendere solo – ma in questo caso particolarmente bene – quando è privata di quanto nella realtà la costituisce: l’orrore profondamente destabilizzante della sofferenza e del dolore” (pag. 188). Haneke non disdegna il dolore, la violenza che mette in scena non è compiacimento dell’atto, è una indagine che rende vivo il dolore per chi guarda, facendolo penetrare nella narrazione non solo come voyeur ma come vittima. E condisce il tutto disseminando il racconto con sfumature atte a svegliare e ricordarci che tutto è finzione. Certo, bisogna saper guardare.
Egli, inoltre, non mostra la violenza. Anzi, si meraviglia delle immagini terrificanti che Spielberg mostra in un film come “Schindler’s list” il cui tema è assai delicato e l’argomento contiene delle situazioni raccapriccianti. Non gli perdona di aver mostrato delle violenze così forti non prive di compiacimento.
Al contrario, sorprenderà, considera più riuscito un film senz’altro più estremo: “L’unico che, a mio avviso, è riuscito a rappresentare la violenza in maniera responsabile, è stato Pasolini in Salò e le 120 giornate di Sodoma. Lì la violenza era quello che è e questa violenza non si può consumare, a meno che non si abbia qualche serio problema. Se ci si sente responsabili per il film come opera d’arte questa è l’unica possibilità” (pag. 18).
La filmografia è curata da Fogliato con passione e rigore. Non sorprenderà che tra i titoli compaia Il castello da Kafka, maestro dell’angoscia esistenziale, peccato però sia una versione televisiva piuttosto difficile da reperire. Insomma, per chi abbia voglia di cimentarsi in un cinema forte, che pure non insulta lo spettatore ma lo scuote emotivamente, Haneke è una garanzia di intelligenza e riflessione.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
 
Fabrizio Fogliato, critico cinematografico italiano, ha pubblicato nel 2006 per Falsopiano Flesh and redemption. Il cinema di Abel Ferrara. Insegna Teorie e tecniche del montaggio presso l’istituto “Ripamonti” di Como. È redattore di Nocturno cinema e Voceditalia.it.
(fonte: quarta di copertina)
 
Fabrizio Fogliato, {la visione negata}. Il cinema di Michael Haneke, Falsopiano, Alessandria, 2008. Nota editoriale di Fabio Francione.
 
Per approfondire: Michael Haneke su Lankelot
 
Luca Martello, 20 marzo 2009
ISBN/EAN: 
8889782552

Commenti

Ecco la prima monografia italiana sul cinema di Haneke.

HAMMER!

Io i due "Funny games" non li ho visti. In compenso ho visto "Niente da nascondere", un film scialbo e sopravvalutato dalla critica. Di Haneke altro non so. Ad ogni modo, ottimo aver recensito la prima monografia italiana sul suo cinema, Epic.

"Al contrario, sorprenderà, considera più riuscito un film senz?altro più estremo: ?L?unico che, a mio avviso, è riuscito a rappresentare la violenza in maniera responsabile, è stato Pasolini in Salò e le 120 giornate di Sodoma. Lì la violenza era quello che è e questa violenza non si può consumare, a meno che non si abbia qualche serio problema. Se ci si sente responsabili per il film come opera d?arte questa è l?unica possibilità? (pag. 18)."

Ovviamente qui sono in totale disaccordo, come immaginerai;)

3, guarda Funny games, il primo - se possibile, senza leggere nulla al riguardo :)

4, qui credo che Haneke si limiti a dire che Pasolini ha realizzato una violenza repellente (nel senso che fa tanto male che ti fa scappare dal film) a differenza di molti altri che organizzano vere e proprie coreografie splatter che al pubblico piacciono. Lui non sopporta che si vedano scene di sangue se son regali per gli appassionati dell'horror. Infatti, per assurdo, trova più violento "Schindler's list" :)

5 - Schindler's list più che violento l'ho trovato noioso;) Ma il suo concetto è chiaro, solo che non trovo sia Salò il modello più esemplificativo.

Di Funny Games vedrò il primo, ok. E non leggerò nulla in proposito. So vagamente la trama ma mi sono estranei gli accadimenti specifici.

Daje :) E sta attento soprattutto ad alcune frasi, specie nel finale...

"Haneke, per la forza delle sue immagini può ricordare senz?altro Carmelo Bene per quanto, fuori dal set, si dimostri più ?buono? e teorico di quanto non sembri. Carmelo Bene, autentico dandy di fine Novecento, era un?opera d?arte vivente e la sua scontrosità e violenta affermazione era invariata ovunque egli si esprimesse. Haneke, nelle interviste e nelle conferenze, si apre totalmente nell?illustrare le sue teorie su rappresentazione e opera d?arte. "

> !

Vedrò qualcosa di Haneke e tornerò a leggerti per parlarne, con adeguata preparazione. La scheda è - manco a dirlo - bellissima.

9. Come detto a Federico, parti dal primo "Funny games".

8. Be', è uno dei pochissimi che abbia preso alla lettera la lezione di Wilde...

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