Fini Massimo

Sudditi. Manifesto contro la Democrazia

Autore: 
Fini Massimo
La democrazia è il sistema di autoregolazione del mondo migliore possibile?
 
É senza dubbio questo il quesito di partenza che Massimo Fini ci invita a porre e a porci, come suo costume, in modo provocatorio e dissacrante, certo di scuotere la coscienza dei suoi lettori. Il saggio comincia parlandoci della democrazia universale e dei suoi amici; l’America per prima, naturalmente, ma anche un’Europa ossequiosa e uguale nei suoi sistemi, che siano liberali o social-democratici. Tra i grandi “amici della democrazia” cita il politologo americano Francis Fukuyama, che disse che il mondo e la storia erano finiti col crollo dell’impero sovietico, dato che la democrazia, avendo già distrutto i così detti “fascismi”, avrebbe regnato tranquilla e incontrastata. Non serve portarvi a monito l’odierna realtà per vedere quanto sia inesatta questa previsione, pertanto, Fini lascia correre e osserva che questa di Fukuyama, è l’aspirazione di chi, come Bush, ad esempio, vuol globalizzare la democrazia, facendone “dono” a tutti e a tutti i costi.
 
Fini poi vira altrove, a sinistra ad esempio, per dimostrare che questa convinzione generale (che la democrazia sia il massimo della vita), è assolutamente trasversale; Gianni Vattimo, auterovolissimo filosofo “catto-sinistrorso”, sulla Repubblica, in effetti, così si esprime: “Il male è ciò che è contrario alla democrazia”. Poi, in una nota, e non per par condicio, irride il suo omonimo Presidente di Alleanza Nazionale, ex missino e post-fascista, che suggestionato dal clima di adorazione per la democrazia, definì il fascismo “il Male Assoluto”. Ma ce ne è anche per la Rivoluzione industriale, che a detta di Nietzsche aveva creato gli “schiavi salariati”; l’Onu, che accoglie solo chi è positivo al test di democrazia; le Nazioni Unite e tutti gli obsoleti organismi che perpetuano e si perpetuano in questo sistema. Fini, successivamente, sposta l’attenzione sui nemici della democrazia. Qui a diverso titolo vivono i vari Hitler e Mussolini, molto meno i bolscevichi, che comunque la parola democrazia la volevano idealmente mettere vicino alla parola socialista; tra le pieghe anche Alexis de Tocqueville, un liberale che criticò fortemente il sistema democratico americano. Ma perchè Fini ce l’ha tanto con la democrazia così come oggi viene spacciata e concepita? Facciamo uso delle sue parole: “La democrazia rappresentativa, liberale, borghese – insomma, la ‘democrazia reale’ come la conosciamo e la viviamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale, e in una prima approssimazione che pecca per difetto (perchè, come vedremo, la realtà è persino peggiore): ‘un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso’ ”.
 
E la provocazione va oltre quando Fini sceglie l’esempio dei Nuer, un popolo nilotico che vive nelle paludi del Sudan meridionale, per spiegare che si può vivere armonicamente senza che nessuno ci governi: “É impossibile vivere tra i Nuer e immaginare dei governanti che li governino. Il Nuer è un prodotto di un’educazione dura ed egalitaria, profondamente democratico e facilmente portato alla violenza”.
 
L’autore sceglie il sarcasmo per evidenziare che ciò cui apparentemente anela la “superiore civiltà occidentale”, e che è stato fonte di estenuante dibattito tra illuministi, liberali e marxisti - libertà ed uguaglianza, appunto - viene invece facilmente raggiunto dai Nuer, piccolo popolo che a queste agognate virtù unisce anche il primordiale istinto alla violenza.
 
Ma cos’è allora veramente questa democrazia? Per Fini si tratta di un grande imbroglio, basato su un’etimologia che richiama al governo del popolo, ma che invece nei fatti è il suo esatto contrario: “Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunchè, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c’è qualcosa che fa sorgere nell’anima di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo”.
 
L’autore individua nella nascita degli Stati nazionali la progressiva diminuzione del “potere popolare”. Burocrazia, pluripartitismo, rappresentatività a vari gradi e livelli; tutti specchietti per le allodole che celavano e celano un potere meno manifesto, più occulto e sotterraneo, ma più vincolante ed alienante. E più nel tempo hanno voluto spiegarci l’essenza di questo termine così onnicomprensivo, più i cosiddetti pensatori illuminati si sono incartati in teorie cangianti e allo stesso tempo vuote: nemmeno determinare capisaldi univoci ed assoluti si è riuscito a fare con facilità. Fini sguazza nelle contraddizioni di filosofi, politologi e pensatori di varia dignità e titolo, tenendo sempre ben ferma l’idea dell’assoluta dissonanza tra teoria e realtà; e anche laddove ci si riconduce finalmente a punti cardine condivisi (perlopiù nei modelli anglosassoni), il suo “martello” trae ispirazione dalla forza di quello nietzscheano. Dove si dice che il voto è uguale per tutti ad esempio, Fini fa uso delle teorie elitiste (Pareto - Mosca) per dimostrarne la falsità e, con lo stesso metodo e l’ausilio di diverse fonti, smonta anche la presunta uguaglianza, il controlllo sul controllo, il rifiuto della violenza e demagogie assortite
 
Nell’ultima parte l’autore si sofferma invece sull’idea di progresso. Estranea, almeno per come oggi viene intesa, ai greci, ai latini e agli orientali, cominciata a circolare nel mondo giudaico-cristiano, e tradotta al nostro tempo nella pretesa-attesa d’una migliore condizione dell’uomo sulla terra. Tornando al mondo moderno e a tempi più recenti, scorgiamo echi della prassi hegeliana nel pensiero liberale; nel voler vedere la democrazia - e il progresso che ne è la costola madre - come fine e centro della storia. Anche la prassi liberale, comunque, a parere di Fini, nonostante la sua presunta struttura indistruttibile, è soggetta a caducità e finitezza; né più e né meno del marxismo e dei suoi sottoprodotti. E allora, come vive realmente oggi l’opulento Occidente democratico?
Male, molto male, per Fini - e non solo per lui, almeno questo è evidente -, perchè “dominato da oligarchie arbitrarie, non rispettate, ma che detengono la forza reale, si è abituato a servire ogni prepotenza”.
 
Il debole Occidente, pertanto, teme smisuratamente il confronto, soprattutto con le genti del “sud del mondo”, perchè più motivate, più pronte a rischiare avendo meno da perdere, più inclini a scorgere valori alti - lo “scontro di civiltà” con l’Islam ne è una prova.
Anche l’antica dicotomia destra-sinistra sembra cadere in un siffatto contesto, come si consumano lentamente le idee base che ne erano il cardine, lasciando il posto ad un variegato mondo liberal-democratico-liberista con estemporanei cenni al sociale, più che altro usato solo come lustrino per la forma. “Liberale” e “democratico” per un solo ed unico pensiero conformante: “É questo il pensiero unico di cui si sente tanto parlare senza peraltro sapere bene, spesso di cosa si tratti. I pochi che osano mettersi di traverso a questo pensiero sono bollati come inguaribili e ridicoli parassiti”.
 
Constatato che anche il movimento "no global," ora "new global", è risultato essere un bluff, manovrato consapevolmente o meno da un braccio meno evidente del potere stesso, Fini intravede fuori dall’Occidente un interressante fenomeno di resistenza all’omologazione planetaria: “Il movimento talebano del mullah Omar che proponeva, nell’era della modernità democratica trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di ‘Medioevo sostenibile’ (che è qualcosa di meno imbecille dello ‘Sviluppo sostenibile’ che, allo stato attuale, è già un impossibile ossimoro, un’illusione o, piuttosto, una volgare menzogna), cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche...non del tutto aliena però del far proprie alcune limitate e mirate conquiste tecnologiche”.In fondo, ci fa capire l’autore, pare essere stato proprio il mullah Omar l’unico vero No Global dei nostri tempi.
 
Fini, come suo stile, chiude il saggio con un’ulteriore provocazione profetica, ovvero asserendo che non serve abbattere il sistema, tanto esso crollerà da solo portando via con sé tutto, la disperazione dei popoli e l’egemonia dei potenti. Perchè questo è un mondo che sta implodendo, perchè come L’obeso di Giorgio Gaber è: l’infinito di un Leopardi americano. Ma si chiede anche: “Ci sarà l’alba di una nuova Aurora?” Sognare non costa nulla, e poi ci sono sempre i Nuer.
 
Massimo Fini, scrittore e giornalista, costruisce un saggio agghiacciante e disarmante, lontano anni luce dalle odierne inefficaci critiche “illuminate” al potere (la Klein, ad esempio), talmente distante da essere boicottato e avversato da tutti, a destra e a sinistra, al centro e di lato, tra i liberali come tra i progressisti, tra i benpensanti e tra i rivoluzionari in doppio petto. Poco male, forse è proprio questa la sua forza, più si è oscurati, più è segno che si dicono verità scomode e destabilizzanti. E Fini ne dice parecchie, di verità; tante ne ha dette qui e in saggi precedenti, che è riuscito ad allontanare idealmente amici e compagni di lavoro. Ma, in fondo, ai suoi lettori egli piace così, così come ha descritto le gesta di Nerone e Catilina (due superbi saggi storici), come ci ha illuminato sullo “sterco del demonio” (un saggio sul denaro), fatto vivere la ragione d’un tempo oscurato e faziosamente mal interpretato (La ragione aveva torto?), e presentato Nietzsche in una chiave realistica e inconsueta (l’unica biografia sul grande “immoralista” tedesco degna di questo nome). Un saggio, questo Sudditi, che va assolutamente letto, se non si vuol scegliere di vivere con “la testa nel buco”.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE 
 
 
 
Massimo Fini (1944), giornalista e scrittore italiano.  
Massimo Fini, “Sudditi – Manifesto contro la democrazia”, Marsilio, Venezia 2004.
 
Letture consigliate: “Nerone, duemila anni di calunnie” (1993), “Catilina. Ritratto di un uomo in rivolta” (1996) per Mondadori. “Nietzsche. L’apolide dell’esistenza” (2002), “La ragione aveva torto?” (1985), “Il denaro “sterco del demonio”” (1998), “Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità” (2002) per Marsilio.
 
Approfondimento in rete: Disinformazione / Massimo Fini.
 
Léon, Aprile 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
 


ISBN/EAN: 
9788831784122

Commenti

"?Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunchè, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c?è qualcosa che fa sorgere nell?anima di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo?. > esatto. Puro sentimento di orrore è una definizione particolarmente efficace e onesta. Sottoscrivo.

Anche qui ti ringrazio per la puntuale selezione dei contenuti dell'autore. Emozionamoci insieme: "La democrazia rappresentativa, liberale, borghese ? insomma, la ?democrazia reale? come la conosciamo e la viviamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale, e in una prima approssimazione che pecca per difetto (perchè, come vedremo, la realtà è persino peggiore): ?un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso? ?.
> ecco. tutto qui. Ma naturalmente è un modo più evoluto rispetto a quello dei regimi totalitari. Meno sanguinoso (sterminii statunitensi tipo Dresda a parte: ma quello è un impero), più tollerante (estremamente più tollerante), più caotico, più vivibile. Sulla carta, perfettibile. Appunto: è un'oligarchia, ma del denaro e non delle intelligenze. Per ora.

Francamente, credo che il grande modello debba ancora nascere: e non credo sia la "democrazia occidentale", pur riconoscendo meriti a quel che ha significato e implicato.

Si, questo è un testo particolarmente incisivo. Ho scelto i passaggi che, a mio modo di vedere, sono maggiormente esemplificativi della critica di Fini al sistema democratico occidentale. Ovvio, poi, che Fini sia un polemista col gusto della provocazione: il discorso sul mullah Omar mette in luce questo suo evidente connotato. Certo, però, che ha ragione quando dice che il concetto di "sviluppo sostenibile" è una presa per il culo nei confronti del genere umano.

Il grande modello? Certo non è questo, io spero ardentemente che prima o poi abbia a nascere. Non credo, pur volendo essere ottimista, di vederlo in questa vita. Auguriamoci di intravederne la via tracciata.

Il mondo è sempre stato governato da oligarchie. Più o meno influenti. Almeno, per quanto ne so, sicuramente nell'impero romano, nel medioevo, nell'età moderna. E oggi non vedo perché dovrebbe essere differente. Il problema, che Fini espone come se fosse lui a scoprirlo (ma secondo me non fa altro che scaldare l'acqua fredda), è che questo sistema non è "molto" diverso da quelli precedenti. Ma in una certa misura è diverso. Questo è il fondamento inestimabile. Che la democrazia propagandi se stessa - calcando solo i fattori positivi propri - sta nella logica apologetica del potere. E qui non si può non essere d'accordo con Fini. Però mi sembra non sappia cosa proporre oltre all'attacco gratuito alle degenerazioni (sacrosantemente vere) del sistema democratico e liberista, che è sporco e colpevole, ma che non so immaginarne sostitutivi. Società dove non esiste governo sono possibili solo in comunità di piccola entità. Dove leggi non scritte (ma comunque esistenti per consuetudine) fanno fronte ad un'omologazione ferrea dei modi di pensare e delle coscienze e della morale. Nei sistemi di coesistenza complessi è del tutto utopia. Infiniti tentativi sono stati fatti in ogni epoca (ed in particolare nell'america del seicento, nel mito della nuova "terra promessa" dei puri di cuore). Naturalmente non poteva ch'essere insuccesso, lì dove le comunità sono di una certa entità e non così omogenee.
Lo sviluppo sostenibile non è un inganno. E' l'unica speranza che esiste (concreta e impugnata da dati empirici, non solo disfattisti) per l'unione intelligente e compatibile tra progresso scientifico, libertà (maggiore disponibile) e benessere, con le risorse limitate del nostro pianeta. E i risultati sono sempre più incoraggianti.

Che venga a nascere un modello migliore sarebbe grande rivelazione. Ma adesso, continuo a pensare, questo è quello che ha raggiunto i migliori benefici in ogni campo, e forse, nonostante ciò, per le sue imperfezioni e storture intrinseche, cadrà e verrà meno così come preannuncia Fini. Anche se, criticare il fiume nel quale anc'egli ha modo di lavarsi, perché troppo sporco, mi sembra ancora una volta lo sfogo di un alterego per principio, ma che non ha la responsabilità di dare adito a un dialogo che non sia il rifiuto tout-court, quando a sparare sulla croce rossa siamo capcai un po' tutti. Va bene disilludere, ma davvero oltre a questo, che davvero in pochi non condividevano, vedo sterilità e facile demagogia eversiva, tanto per il piacere di essere contro.

Per lasciarti andare ad un giudizio del genere (l'ultimo, intendo) dovresti conoscere molto meglio la meritevole opera trentennale (sono trent'anni che scrive e si documenta sugli argomenti in questione) di Massimo Fini. Comunque sia, è indubbio che, ad oggi, al 2006, non sorprenda più di tanto l'analisi finiana del modello occidentale. La cosa è, che egli, tra tanti intellettuali leccaculo e conniventi col sistema, ha il coraggio di denunciarlo in modi che non lasciano dubbio alcuno a chi legge. Lo dimostra il fatto che è stato ostracizzato da tutti: dalla carta stampata, dalla televisione, dai media in genere (ricordiamoci che il suo programma su rai 2, Cyrano, venne bloccato la sera della partenza. Diversamente da quel che successe alla Guzzanti - con Raiot -, che invece è anch'ella "sistema", la notizia venne pressochè oscurata).

Al di là di Fini, ciò che non condivido del tuo passaggio è il discorso sullo sviluppo sostenibile, che credo anch'io sia una presa per il culo. Io non so dove tu veda i risultati incoraggianti, ma da quando esiste il discorso sullo sviluppo sostenibile sono aumentate le sperequazioni ed è peggiorato il rapporto tra uomo e ecosistema. A livello di convivenza sociale, io sono un comunitario: auspicherei comunità sempre più piccole, magari federate, che si autogovernino e in cui quelle consuetudini di cui parli valgano di più dei grigi pezzi di carta. Sono contro gli stati nazionali e il concetto di massa in genere. Non so quale approdo troverà la società globale massificata che stiamo vivendo. Posso fare tutti gli sforzi di ottimismo che vuoi, ma non sono affatto fiducioso. Per questo non critico il tono apocalittico di Fini, le soluzioni si tracciano quando c'è una base per farlo. Diversamente, si prende atto della realtà. E si aspettano tempi migliori. Fini, in fondo, non va lontano da questo concetto.

Sì, hai ragione, non conosco adeguatamente l'opera di Fini. Internet e le tue sintesi di pensiero. Però mi occupo (precariamente, nel mio piccolo) di storia, e sui temi che affronta sento di non brancolare del tutto nel buio (ci spero). Il valore di certo coraggio io non riesco a decifrarlo con la stessa onorabilità che tu suggerisci. A me le persone (o gli intellettuali) che col coraggio attaccano senza giusta causa non riesco a valorizzarli al di là del loro ego in trazione. Per me il coraggio è figlio della parsimonia, e piuttosto che caricare i mulini a vento preferisco chi rimane nell'ombra e magari ci pensa due volte. Ed è proprio questo il punto. Personalità che si professano detentori delle soluzioni a tutte le dietrologie occultate, cercando proseliti, non li digerisco. Preferisco meno sensazionalismi e meno radicalismi, soprattutto in ambiti dove la rigidità non può che ridursi a semplicioneria e poca assennatezza con la realtà concreta dei fatti e del da farsi. Di Cassandre non me ne faccio nulla, ne è pieno ovunque. Un pensatore assai intelligente - perché questo è indubbio - che si arrocca nello sparare a zero perdendo i contatti con la realtà, quella che può essere migliorata soltanto col dialogo e il confronto, mi sembra egoista e sinceramente eccezionalmente masturbatorio di se stesso. Non può dire che il novecento non sia stato ricco di conquiste per gran parte dell'umanità, di grandissima differenza col resto della storia della quale abbiamo registrazioni scritte ed archeologiche. Il buon senso, le informazioni e l'abbagliare dei fatti non lasciano dubbi. E' ovvio che non siamo nel mondo perfetto che molte volte con furbizia vogliono darci a bere, ma anche questo è chiaramente confutabile guardandosi in giro. I predicatori mi prudono di voglia di eclatante visibilità, cosa che non tollero. Il ?coraggio? di restare in disparte per sputtanare tutto e tutti senza mettersi in gioco propositamente mi infastidisce pure.

Perché Fini non ci dice quale era il livello di stabilità delle microcomunità agli albori delle organizzazioni sociali? Quanta era la libertà di coscienza e pensiero, quanta ignoranza imperava, quanto dolore fisico e mentale stroncava costantemente la volontà di cambiamento che, per via di cose, era sentita prepotentemente indispensabile? Oggi siamo decine (centinaia) di volte più numerosi di qualche millennio fa. Microcomunità? Impossibile. Perché serve ottimizzazione delle risorse, che solo una nazione forte e solida, compatta e strutturata e organizzata con metodo e razionalità può risolvere. Dispersione e mancanza di industrializzazione: Povertà, miseria, indigenza, soprusi, legge del più forte, totale mancanza di diritti che non siano la forza. Ma quante guerre esistevano quando le comunità erano veramente frammentarie? Quali possibilità di miglioramento dove non c'è pace e tutela, che può esistere solo in stati forti e coesi? La storia è poco dietro di noi. E mi dice che il processo di formazione dei moderni stati nazionali si è avviato in continuità col medioevo. Dopo il disfacimento dell'impero carolingio il potere è stato raccolto dalle signorie territoriali locali, perdendo l'accentramento. Il medioevo è stato un periodo roseo? Non mi risulta. Eticamente e per la salute e per la libertà e per le differenze sociali. Poi l'accentramento è iniziato a rifarsi vivo già dal quattrocento, per poi arrivare a Massimiliano d'Asburgo ed il nipote Carlo V. La Riforma e il pretesto dei principi per l'autonomia d'identità. E una piccola nota: dove è iniziata la ribalta del pensiero moderno di libertà e pari dignità fra gli individui? In Inghilterra ed Olanda, con la più forte identità nazionale già in atto, e con la forza di un'economia mercantilistica (in qualche modo "global") che ha portato ricchezza, ed istruzione ed educazione alla cultura. Senza parlare dei sovrani illuminati, i quali senza il loro potere su larghi territori non avrebbero potuto imporre politiche di razionalità nei sudditi. La rivoluzione industriale è nata, soprattutto, per l'alta disponibilità di fondi di investimento della nascitura borghesia inglese. Conseguenza delle privatizzazioni con le eclousures della campagna prima comunitaria (proprietà privata che ha permesso accentramento di grandi disponibilità monetarie e quindi imprese "in grande" e di scala con abbattimento dei prezzi e disponibilità per tutti di prodotti, dapprima indispensabili per l?igiene, come la biancheria di cotone; i trasporti ferroviari ecc.).
Insomma, economia e conquiste civili vanno di pari passo, e il sistema capitalista è stato il più grande affrancatore del libero arbitrio e della possibilità enormemente allargata di benessere per larghissima parte degli uomini. Il denaro significa opportunità. Chi può negarlo? Chi può negare che avere delle opportunità sia peggio che non averle? Che essere del tutto schiavi sia meglio di essere meno schiavi e manipolabili? Chi può, seriamente, sostenere che era meglio quando il tasso di mortalità infantile era inimmaginabile, il 50% della popolazione, quella femminile, era oggetto proprietà del maschio, che migliaia di insulse guerre fra staterelli provocavano morte, distruzione, devastazione, stupri, e violenze di ogni genere? Già abbiamo avuto ampio esempio dagli avi di come funzionava il governo frammentato in comunità limitate. Contrasti continui, scontri e morti ammazzati e miseria. L'Italia quanto ha patito l'arretratezza del suo perdurare composita rispetto agli altri stati europei anticipatori della moderna nazione? Io dico che criticare fa bene e va fatto, ma sparare a zero senza tenere conto dei meriti della storia significa essere superficiale nei confronti del passato e, soprattutto, del futuro, il quale abbisogna di ben altro che millenaristi che negano il verosimile per amor di contestazione del sistema vigente, e basta.

Lo sviluppo sostenibile è l'unica strada non ipocritamente fattibile e percorribile. Senza aspettare che ci caschi addosso il disastro, così come prevede Fini. Il capitalismo sostenibile non è solo profitto. Lo dimostrano le nazioni occidentali. Dove esistono sistemi di sostegno e di pari opportunità retti e gestiti dalle istituzioni, che si occupano di quelle fasce di cittadinanza estromesse dal sistema del guadagno e del forte individualismo. Il capitalismo può essere gestito e limato delle sue degenerazioni più inumane. E' cosa che è stata fatta e che continuamente verrà discussa e affrontata, finché il buon senso avrà la meglio sulla pura follia. Il capitalismo necessita di un forte dialogo con le parti, in modo che possa autobilanciarsi e regolamentarsi contrastando le storture del liberismo anarchico. Esistono dei metodi e sistemi di contrappeso. Insufficienti? Sola facciata? Non del tutto, almeno. Molto è stato fatto. Il proletariato ha ottenuto diritti inviolabili e che nessuno si sogna adesso di mettere in discussione. E' troppo semplicistico dire: il capitalismo è solo soprafazione. Non è solo questo. Può diventarlo, eccome, ma abbiamo gli strumenti sociali per porre freno al delirio del denaro. E molto è stato fatto e moltissimo andrà fatto. Ma quel che veramente è tanto appariscente quanto naturale è che questo sistema economico ci ha dato molto, e bocciarlo, così, insieme ai suoi vantaggi, mi sembra illogico. Piuttosto serve imparare a rispettare l'ambiente ma senza perdere le nostre libertà, distribuire meglio il denaro (che rispetto al passato è molto più eterogeneamente disponibile) senza che con questo si ridiventi tutti zappatori per dodici ore al giorno. Sincronizzare il sistema della massa con l'inscindibilità del singolo. Questa è la vera sfida nel quale riporre il vero coraggio. Non indicare l'immondizia e poi volersi sentire illuminato.

Qui ci sono due ordini di "problemi", caro Arpa. Primo, che partiamo come al solito da valori diversi: pertanto, ciò che è un bene per te - quindi congruente col tuo discorso, e onesto intellettualmente - molto spesso non lo è per me. O meglio, individuiamo priorità diverse sul bene comune dell'umanità. E la storia - anche io sono un appassionato, nel mio piccolo - la leggiamo diversamente. Inutile ritornare sul discorso che abbiamo già affrontato altrove.

Secondo: pur ammettendo che i tuoi valori di riferimento siano da me - e anche da Fini, a questo punto - condivisi, un esercizio di sano realismo (quindi non disfattismo) me li fa vedere come utopici. Pensare che il capitalismo possa risolvere le sue contraddizioni e diventare equo e solidale, è pura utopia. Credere che il cosi detto "sviluppo sostenibile" sia veramente sostenibile lo è altrettanto (prova ne è il grave stato in cui versa l'ecosistema). Io su ciò sono radicale, spero che il sistema capitalistico crolli il prima possibile o venga spazzato via da una qualche rivoluzione planetaria. Ma non sono così ingenuo da credere che la seconda ipotesi si verifichi facilmente (gli stati ricchi hanno troppi interessi in ballo, e noi siamo tutti borghesi conniventi, chi più, chi meno). Sulla prima ipotesi, quella del crollo su se stesso del sistema capitalistico, ci spero un po' di più. Non è disfattismo, ribadisco, è uno stato di necessità. Perlomeno, mia e di altri sicuramente.

P.S. Se vuoi conoscere l'analisi storica di Fini sul medioevo e dell'era pre-illuminista, non è questo il libro. Rimando a "La ragione aveva torto?", testo documentatissimo e pieno di rimandi.

Hai ragione, il discorso è già stato attraversato da tempo. Però io vedo un procedimento di tollerabilità del capitalismo che gradualmente sta crescendo. Esistono delle politiche, da decenni, di riduzione dell'impatto ambientale. Agli albori questo non era, c'era anarchia. Le politiche sociali hanno avuto il loro peso e si sono guadagnate ampi spazi. Hanno vinto e perso, ma la lotta continua. Per quanto riguarda l'ambinete: sono stati resi obbligatori depuratori, stoccaggio di materiali particolarmente inquinanti, il sistema del riciclo, le energie alternative, la riduzione (ancora insoddisfacente, ma sulla via, misurabile, di miglioramento da anni) dei gas serra. E poi la maggiore consapevolezza e responsabilizzazione del cittadino nei riguardi dell'ambiente.

La ricerca di energie alternative veramente concorrenziali è ancora in atto, e non possiamo essere sicuri si tratti di utopia. Non prevediamo il futuro. Quello che verifico è però che la gente e la legislatura sta annodando reti restrittive di protezione, propozionalmente al rischio che aumenta. Credo nell'autocontrollo, soprattutto, cinicamente, perché è nell'interesse anche della logica del denaro evitare lo strappo totale con l'ambiente.

Ci sono forti poteri in gioco, che premono per mantenere i propri privilegi a discapito di investimenti nel sostenibile, e fanno paura anche a me. Ma esistono anche forze contrarie e altrattanto forti. Altrimenti non si spiegherebbero tutti i progressi come il diritto allo sciopero, la condanna del lavoro minorile ecc. Il sistema liberista non riguarda solo la sfera economica, abbraccia anche quella del pensiero, creando un forte sistema di feed-back: l'opinione pubblica. Non va sottovalutata. Perché ha potere di coercizione in politica e nelle grandi aziende e corporations ciclopiche. Secondo me bisogna insistere con gli strumenti che ci ha dato la libertà, e, senza sentirmi utopico, immagino un mondo dove la gente non si sia stancata di pretendere con buon senso il rimedio ai grandi problemi che esistono. Anche perché moltissimi altri, in passato, sono stati risolti, e l'intelligenza e senso della giustizia non sono ingenuo ottimismo.

Le alternative sono poche: o ritorno al passato, fondamentalmente alla legge della giungla (che sia forza fisica, monetaria, aristocratica), infinitamente più spietata che adesso; o l'inimmagginabile nuovo sistema economico che potrà essere migliore del capitalistico, così come questo ha saputo esserlo dei precedenti.

Qualunque sistema sia, dovrà essere più equo di questo. Ma sia chiaro, non auspico un mondo indifferenziato in cui tutti abbiano tutto allo stesso modo. Non mi piace la società in cui tutto è indistinto e massificato, pur se vagamente equo. Il più grosso dilemma che mi insinua il metodo democratico è che non riesce a far prevalere le elite, e che, di fatto, non è nemmeno un governo del popolo. é un ibrido in cui governano e decidono i mediocri. Lo definirei: governo dei mediocri. Certo, tu mi dirai: meglio mediocri che tiranni. E io ti rispondo: certo, ma dobbiamo accontentarci della mediocrità per evitare la tirannia? Il modello comunitario di organizzazione sociale mi sembra quello che maggiormente viene incontro a questa esigenza (Taylor, Tonnies, senza disdegnare un'amalgama con le teorie di Pareto). In che modi e in che forme è tutto da valutare, certo. Ma ci sono esperienze di questo genere che cominciano a prendere piede nel mondo occidentale. Per me ciò è un bene (qui rimando ai testi dell'Arianna editrice su Glocalismo e Comunitarismo, e al saggita francese Alain De Benoist).

La meritocrazia deve partire dall'opportunità uguale per tutti di emergere in ragione delle proprie e specifiche qualità. La possibilità dev'essere per tutti, ma non la realizzazione agli stessi livelli di responsabilità e ruoli. Il libersalismo ha in sé parte di questo meccanismo. Ma è imperfetto e facilmente scardinabile, siamo d'accordo. Sempre meglio del feudalesimo e dei diritti vitalizi strangolanti a padroni e signori. Sempre meglio di non nascere plebeo e basta, o figlio di fabbri che diverrà necessariamente fabbro.
Parlami meglio del modello comunitario, e degli esempi postitivi di concretizzazione in atto. Dove e con quali elementi fondamentali di caratterizzazione.

Allora, come immaginerai il modello comunitario è basato su una forte identità di gruppo (comunità), forte autonomia rispetto ad un potere centrale, e valorizzazione delle figure più rappresentative condivise (è più facile individuarle in piccoli gruppi, naturalmente). Ha come priorità l'armonia e l'equilibrio tra uomo ed ecosistema. Teorizza un'economia solidale in cui il punto cardine è la partecipazione (per capirci, in un'impresa, i dipendenti partecipano agli utili e alla gestione, quindi acquisiscono consapevolezza del proprio ruolo non più alienante e meccanizzato). Autoproduzione e autoconsumo sono privilegiati. Le consuetuidini acquisiscono spesso preminenza rispetto alle norme scritte e alla burocrazia. L'idea fondante del comunitarismo è la meta condivisa: ovvero un'alta qualità della vita comunitaria che, a differenza dell'idea collettivista-marxista, è molto attenta - privilegia - la valorizzazione delle differenze rispetto alla presunta uguaglianza data dalla massificazione. Un po'- passami il paragone - come l'idea induista della divisione in caste. Che non era affatto coercitiva, ognuno era orgoglioso del proprio destino alla nascita: che fosse sacerdote, guerriero, contadino etc..
Qui non è proprio così, ma c'è più facilmente, rispetto ad una democrazia parlamentare di uno stato nazionale, il riconoscimento del valore e dei ruoli di chi decide per la comunità.

Le esperienze di cui ti parlo sono cominciate - e sono documentate - nel nord europa e negli stati uniti, lontano ovviamente dai centri industrializzati. Ma è un modello che sta trovando riscontri tra coloro che sono in contrasto con questo modello di sviluppo e di vita globale: a destra come a sinistra.

Oggi comincio, appena torno dallo stadio, a leggere uno dei tuoi antichi doni: "La ragione aveva torto?".
Se hai tempo di scriverne in 48 ore, vengo poi a commentare & glossare;)

Massimo Fini, mentre sto per cominciare, è per me il caro ricordo dei libri su Nerone e Catilina, entrambi molto amati. A questi si aggiungono le tue riflessioni su questo libro e tutti gli articoli che ci hai proposto nell'ultimo anno e mezzo.
Saprò dirti!

Non saprei, Franco. é un testo chiaro ma articolato, dovrei riprenderlo in mano. 48 ore sono un po' pochine. Nerone e Catalina sono testi molto amati anche da me, perchè restituiscono dignità (soprattutto a Nerone, percepito - a torto - come tiranno incendiario e nulla più)a due personaggi molto più sfaccettati di come la storiografia ufficiale ce li ha presentati. Ad ogni modo, su "La ragione aveva torto" ci provo, vediamo...

A margine, su tematiche affini a quelle finiane, si è mosso un sociologo fuori dai soliti giri(Carlo Gambescia), con un libro che porta su questo titolo emblematico: "Il migliore dei mondi possibili. Il mito della società dei consumi". Ed. Settimo Sigillo. Ieri sono stato alla presentazione, davvero interessante (ho parlato con l'autore che mi ha fornito parecchi spunti e suggestioni). Ho il testo, immagino ne scriverò.

E' che mi piaceva fossi tu a scriverne:) A questo punto anche di Gambescia, quando vuoi. Io adesso archivio i miei appunti, magari quando ne scriverai tirerò fuori il libro e ne riparleremo. Grazie ancora per il regalo, il testo è pieno di stimoli e suggestioni interessanti. Ma ne riparleremo al momento giusto:)

Va bene, allora ne scriverò, ma non in 48 ore. però giuro che ne scrivo al più presto. Comincio a rileggerlo nei ritagli di tempo;)

Intanto sappi che l'ho finito, appuntato, glossato. Sono pieno di assist. E ti ringrazio di cuore per il dono (e per l'edizione: sai bene che Settimo Sigillo mi tocca il cuore per ragioni ideali e politiche, molto spesso).

Ave!

L'ho ripreso in mano oggi, appeno lo finisco (sto un po' impicciato perchè ho ricominciato la cura antibiotica) ne scrivo, cosi ci scambiamo un po' di impressioni. Pensa, a te ho regalato l'edizione Settimo Sigillo (la cercai di proposito, invece di comprarlo in una Mondadori o Feltrinelli qualsiasi in diversa edizione;)), ben fatta anche esteticamente, la mia è invece un'economica dei tascabili Marsilio. Sono felice che ti abbia dato spunti e suggestioni su cui riflettere. Lo ricordo attualissimo, nonostante sia stato pubblicato nel 1985.

Credo mettersi d'accordo sul Fini provocatore e polemista sia un po' difficile.
Partiamo da valori distanti anni luce, anche se non comprendo ancora bene la sua evoluzione politica ed intelletuale (di Fini Massimo intendo): lo ricordo anni fa socialista coerentemente anticlericale, poi vicino alla Lega, poi non si capiva bene se antiberlusconiano o filo Ulivo, poi me lo ritrovo che, da buon vecchio anticlericale mai pentito, mi fa l'elogio di un talebano.
Il discorso di fondo l'ho seguito, anche nel suo preferire (la dico in soldoni) il modello iraniano a quello esacrato delle democrazie europee.
Non capisco se faccia realmente sul serio il novello Masssimo Fini o se faccia proprio un gusto di un paradosso che sicuramente può "acchiappare" chi ha comunque animo antagonista al cosiddetto "sistema".
Come conosco certe suggestioni dispensate dai cosiddetti "antimondialisti".
Al che la perplessità cresce sempre più; tralasciando peraltro tutto certo retroterra culturale che ha riferimento nei passati totalitarismi.
Per uno come me, sicuramente di animo liberista e liberale, che (ma va?) apprezza il citatissimo Giavazzi (vedi forum), il millenarismo di Fini (Massimo) non può che essere a distanze siderali.
Che dire?
Anzi potrei parlare di Gambescia e del Settimo Sigillo, almeno per quello che ne so io (mi colpì particolarlmente, e non in senso positivo, la prefazione ad un libro di un amico che lì ha pubblicato), ma preferisco avere oportunità di assist ad hoc con recensione altrettanto ad hoc.
Diciamo che in grandi linee mi accodo a quanto scritto da Arpaeolia.
Di Massimo Fini mi rimane solo un grande interrogativo: ma dice sul serio?

Perchè dubitare della sua buona fede, Lupo? Non ne vedo il motivo. Sentirsi lontano da un pensiero non necessariamente vuol dire crederlo in cattiva fede. Se si legge approfonditamente l'opera finiana (non solo i saggi politici, ma anche i brillanti saggi storici su Nerone, Catilina e Nietzsche) si capisce la compiutezza e la coerenza del suo pensiero. Fini dice cose scomode e soprattutto vere, per questo è ostracizzato dai benpensanti e dal Sistema. Poi, Lupo, che io mi ritrovi nelle sue idee è più che normale: non sono marxista né liberale, non mi baso su principi economicisti e ho sempre creduto che lo sviluppo sostenibile sia una presa per il culo. A me la realtà è tanto chiara è evidente, talmente chiara che, ad esempio, non trovo cosi decisivo il voto in un paese in cui soastanzialmente cambia poco o nulla, chiunque governi. Rispetto la tua lontananza da questi pensieri e dall'autore, ma al posto tuo eviterei di pormi la questione del "ci fa o c'è", tanto è seria e grave la sua analisi delle dinamiche che governano la modernità. Fini non è l'unico mio punto di riferimento in merito, nelle Edizioni Arianna ci sono fior di saggi e di autori che analizzano la società da un punto di vista altro rispetto a quello liberale e economicistico. L'aumento di sensibilità rispetto alle tematiche che pone Fini ed altri suoi epigoni o similari in tutto l'occidente dovrebbe darti la misura del fatto che siamo in tanti, oramai, a non credere più alla favoletta che questo sia il migliore dei mondi possibili.

P.S.Gambescia è un altro ottimo riferimento, fuori da ogni logica politica, di lobby e d'interesse.

Lupo, io non riesco ad assolutizzarlo, Fini. Lo vedo come un (più o meno brillante e originale, dipende) polemista di grande livello; non è un ideologo, non ha colore politico, è un franco tiratore. Non ha fatto carriera, è piaciuto trasversalmente e mai a chi comandava. In altre parole mi diverte e spesso mi ha insegnato qualcosa: anche quando - cfr. taleban - va oltre la logica, perché capisco bene che ha la malattia degli intellettuali: la distanza dalla realtà.

Se lo leggi su Nerone e Catilina forse riesci ad apprezzarlo meglio. Fammi sapere;)
(io e il Giavazzi ci incontreremo: da lettore dico, lo affronterò e lo scoprirò. Chissà mai che non riesca a creare qualcosa di nuovo sulla base di tante influenze;) )

Giavazzi è un puro economista e sicuramente non è leggibile se si cerca qualcosa che vada nel senso di condivisione di valori etc etc.
Comunque sia, visto che è stato tra i pochissimi ad affrontare tematiche scomode in un'Italia fatta di lobby, non ho potuto non apprezzarlo.
Fini (Massimo)?
Si penso anche io sia un provocatore e un battitore libero.
Ma appunto per questo da non prendere propriamente alla lettera: altrimenti dovremmo fare un elenco enciclopedico di contraddizioni presenti e passate.

p.s. : lo conosco da anni, da quando scriveva sull'Europeo.

Sai cosa? Io credo che la sua forza sia proprio in questo. E' uno che quando ha tentato di creare un movimento politico s'è auto-fracassato. Fossi in lui scriverei soltanto di Storia Romana. Parli del presente e chi vuol capire capisce, ma non fai Storia e non fai Politica esplicitamente. Eppure divulghi idee, pensieri, concetti: analizzi e interpreti.
Gli strapiombi della logica si notano meno. In alcuni casi i suoi paradossi, più s'avvicinano al presente, più diventano grotteschi. Eppure sviluppa pensieri nel lettore, a ogni livello.

Insomma: io lo leggo come fertile materia per la mia narrativa e i miei pensieri;)

Ecco, Franco ha inquadrato abbastanza bene il personaggio e le importanti e utili suggestioni che ci può regalare. Anche se io non credo che sia troppo distante dalla realtà, pur essendo un intellettuale.

"quella Fukuyama, è l?aspirazione di chi, come Bush, ad esempio, vuol globalizzare la democrazia, facendone ?dono? a tutti e a tutti i costi".
Eh, tristissima verità.

ah non sapevo. Ringrazio Avgvsto per la divulgazione.

(aggiungo l'archivio MF)

(aggiungo l'archivio MF)