“Ora la vecchiaia è qui. Mi circonda. Mi assedia. Guardo la mia mano. Non ci sono ancora le macchie che deturpano la pelle dei vecchi. Il sangue pulsa generosamente nelle vene. Nulla di veramente essenziale mi è, per il momento, impedito. Ma come Antonius Blok, il Cavaliere del Settimo sigillo, io so che sto giocando a scacchi con la Morte. E che siamo alle ultime mosse”. (p.25).
Sono parole di una lucidità e di una consapevolezza impressionante, queste che ci regala in una delle tante riflessioni autobiografiche, con valenza universale, il giornalista, saggista e scrittore Massimo Fini, il quale sceglie di approfondire il tema oramai a lui più prossimo: la vecchiaia, la morte. Perché prossimo? Perché ha da poco superato i sessanta, il punto di non ritorno, quello in cui si è vecchi senza se e senza ma; altro che anziani, terza e quarta età, comici equilibrismi dialettici per mascherare la sostanza delle cose: quando uno è vecchio è vecchio, non lo si può definire altrimenti. E Fini è spietato nell’ analisi di quello che ritiene un tempo buio e ingrato, senza luci, ricco di malinconie e ricordi, di degrado fisico che annichilisce il buonsenso, che istupidisce, annienta. È il vecchio contemporaneo, postmoderno, ridotto anch’egli a consumatore, il più ridicolo (viagra, lifting, liposuzioni e orrori assortiti), il più vessato, l’utile idiota per eccellenza pronto a esser buttato in uno ospizio, sostanzialmente abbandonato da tutti, considerato una rottura di coglioni per le famiglie. Il vecchio è inutile a sé e agli altri, diciamocelo chiaramente: andrebbe terminato. Eppure, questo parassita che regredisce ben presto ad uno stato fanciullo, che rincoglionisce inesorabilmente, dal dopoguerra in poi, crescendo di numero nella popolazione, è sembrato attaccato alla vita più che ogni altra categoria di persone. Logico, dice Fini. Non è più il tempo dell’ardire della giovinezza, non s’hanno più quei moti di rivolta interiore, voglia di spaccare il mondo, quel sano narcisismo, quell’impeto dionisiaco che ci rende immortali anche alla morte. Audaci, nel giusto tempo per morire. Si, il giusto tempo, quando si è all’apice di sé e morir giovani è vivere per sempre: per un ideale, per eternare la bellezza fisica, eludere la caducità del corpo, la disillusione, il disincanto, l’impiego in banca, alle poste, l’omologazione, la stasi, il relativismo assoluto, il tempo infame: la vecchiaia. Ma anche una morte violenta è meglio che specchiarsi in volto e trovar gli ineludibili segni del tempo, meglio della malattia. Il senso è uno e semplice, Fini elogia l’arbitrio di sé, la consapevolezza e la possibilità d’autodeterminarsi in ogni senso, andando in cerca della “bella morte” se necessario, piuttosto che ritrovarsi a rimpiangere il tempo perduto.
Di qui il tema generale proposto, filtrato attraverso i ricordi della giovinezza, ora lirici, ora sarcastici, ora irriverenti, come suo costume, che fanno di Ragazzo un vero e proprio percorso autobiografico in cui il noto polemista evidenzia con ricche dosi di narcisismo, comunque piacevoli alla lettura, l’aspetto dionisiaco d’una età lucente che assume connotazione universale. Come non ritrovarsi in quelle sensazioni, cosi vive e inebrianti, in quell’assolutezza di gesta che fotografano il tempo dell’immortalità del corpo (e dell’anima-spirito, dico io), quando nulla, veramente nulla può fermarci. Nemmeno un’onda anomala (cfr pp. 63–64). Ma Fini è figlio del Sessantotto, di quel tempo che, spada di Damocle sul capo dell’Italia attuale, mai divenne adulto. E mai lo sarà. Tempo d’illusioni cadute, se mai ci furono: “Di un giovane che vuole rovesciare il mondo sai già che finirà impiegato in banca o che, se arriverà ad avere un potere, sarà peggio di quelli che contesta”. Come dargli torto, guardate la generazione dei Fini-Veltroni (emblemi del grigio tempo italico, soggetti speculari, uno post-fascista e l’altro comunista, un tempo contro il sistema…). E poi ancora: “ Tutte le illusioni – se mai ci furono – sono cadute. Non solo le grandi illusioni metafisiche e palingenetiche, di cui si sapeva da sempre che erano tali, anche se faceva piacere far finta di crederci, ma pure quelle, più modeste, sugli uomini. Sulla loro singolarità. Le maschere si riducono a tre o quattro. E sono appunto maschere. Sotto c’è una sola e cruda verità: ogni uomo ha la morale dei propri istinti. Ecco tutto” (pp.65-66). Il figli del Sessantotto, in generale, sono al contempo causa e effetto del nichilismo assoluto attuale, quello in cui i vecchi, aborto reale della modernità, hanno perso il loro valore originario, quello che avevano nelle società arcaiche e tradizionali, nel Medioevo, fino all’avvento dell’Illuminismo (tema che Fini trattò ampiamente in un illuminante saggio di oltre vent’anni fa, La ragione aveva torto, assolutamente imperdibile e passo obbligato per conoscere il Fini pensiero).
Ma torniamo al vecchio, tanto vituperato in privato quanto apparentemente riabilitato in pubblico, perché consumatore anch’egli. Si dice che raggiunga, in conseguenza del decadimento fisico, un azzeramento pressoché totale della libido, una vera propria pace dei sensi. Stronzate! Ci dice Fini, e a giusta ragione, perché soprattutto nell’era del consumo il vecchio, eternamente davanti al video, bombardato da messaggi mediatici a ripetizione, tette e culi al vento, pubblicità-possibilità di erezioni permanenti oltre lo stadio della mummificazione, vacanze crociera per anestetizzare i pensieri e sentirsi “giovane” in compagnia dell’altro sesso, altrettanto decrepito, è convinto del fatto che i limiti si possano superare, o quanto meno spostare oltre la soglia un tempo immaginata. È convinto che può ancora godere, scopare, sentirsi vivo. E non gli interessa se tutto ciò è artefatto, apparenza, l’importante è allontanare il più possibile l’idea della morte. Fini è impietoso, a tal proposito, di un politicamente scorretto che darà certo fastidio a chi crede che questo sia un mondo tutto rose e buoni sentimenti, e non solo a loro, evidentemente. Leggete questo passo e inorridite pure, io lo trovo di un’eloquenza e di una perfezione impressionante: “Se i sensi ci sono ancora, non c’è pace ma frustrazione. Perché diventa difficile e tormentoso soddisfarli. Per la donna, anche nell’ipotesi che abbia ancora voglie, la partita si chiude definitivamente molto prima. Perché dopo una certa età nessuno – a meno che non sia un necrofilo – la scopa più. Questa è la cruda ma nuda verità. Ed è orribile pensare a una vecchia che guarda il proprio sesso, che fu il suo orgoglio e la sua forza, ridotto a una fenditura fetida che nessuno desidera più. Eppoi anche alla donna, per quanto ne conservi, a volte, un desiderio mentale, vengono meno le possibilità fisiche, il sesso non si umetta più, bisogna ricorrere a delle creme e ad altri accorgimenti, cose da gabinetto del dottor Frankenstein. Non resta che sperare nello stupratore onnivoro ”. È ciò che tutti pensiamo, siate onesti, almeno con voi stessi, che solitamente non diciamo, per correttezza (quale?), per quieto vivere, per non irritare il gentil sesso (gentile?), consapevole del suo precoce invecchiare rispetto a un uomo.
Nell’ultima parte dell’opera si approfondisce il tema della vecchiaia, chiamata oggi, eufemisticamente, “terza età”, stigmatizzando gli improbabili abbellimenti dialettici e contenutistici: “vecchio è bello”, naturalmente, nella restituzione per immagini massmediatiche: “figuriamoci se si osa dire apertamente il contrario in una società tartufesca che offende la realtà sostituendola con le parole e ha nella rimozione una delle sue principali caratteristiche” (p.89). Vecchio è bello per i motivi già accennati, è bello se si dimostra giovane, se consuma come un giovane. E la vecchiaia della donna, secondo Fini e a giusta ragione, è ancor più ingrata di quella dell’uomo. Esposta ai modelli anoressici e improbabili anche per molte ragazze, la donna occidentale si sottopone alle note torture fisiche per sembrare ciò che non potrà mai essere, rendendosi ridicola agli occhi del mondo cosi divenendo, nondimeno, un vero e proprio mostro che deambula. Fini esemplifica, sempre attraverso percorsi autobiografici, questo stato di cose, durante un incontro con una nota attrice, al tempo famosa per la sua bellezza: “La pelle del viso era liscia, levigata, i tratti perfettamente disegnati. Mi misi a chiacchierare con lei. Man mano che la conversazione, molto amabile, procedeva, sentivo crescere in me un’inquietudine, un disagio, un senso di repulsione e quasi di ribrezzo che non riuscivo a spiegarmi. Poi capii: dal quel volto trentenne mi guardavano due orribili occhi di vecchia. Se avesse accettato la sua età sarebbe stata una bella, affascinante, vecchia signora. Così era solo uno scherzo della natura, l’abitante di uno di quei castelli fatati che, d’improvviso, si trasformano in un Cottolengo” (p.91). Terrificante. Gli occhi non tradiscono mai, impossibile eludere il tempo con tali mutazioni, quando essi palesano l’orrore di un’anima vecchia, ridicola nel restituire l’assenza di consapevolezza di esserlo.
Il mito, come immaginavano i romani, dovrebbe morire giovane, dovrebbe sparire alla vista, eclissandosi e immortalandosi nel ricordo del suo tempo di gloria: “Non è vero che la bellezza non ha età”, ci dice ancora Fini, è vero invece il contrario, come cantavano anche i fascisti (aggiungo io), consapevoli che “giovinezza è primavera di bellezza” (non a caso Mussolini fece suoi molti miti eterni dell’Antica Roma). Ma oggi si vive nella paura, nell’idea che la vecchiaia è diventata, insieme alla morte, il tabù dei tabù. A questo proposito l’abile polemista ci fa l’esempio dei terribili e involontariamente tragicomici necrologi odierni, in cui la parola morte è omessa a favore dei soliti equilibrismi dialettici (“la dipartita”, “la perdita”, “ci ha lasciato”, “si è spento”…). La vecchiaia è dunque indissolubilmente legata alla morte, ne è l’anticamera, oggi interdetta e scomunicata, lontanissima dall’esser vissuta con serena rassegnazione. Dunque la si vive peggio, la si soffre di più, pur conservando quell’ incrollabile istinto di conservazione che sovente sopraggiunge. Difatti il suicidio del vecchio, nell’odierna civiltà occidentale, è assai raro. Ma c'è un fatto nuovo, da qualche anno a questa parte, anche i vecchi cominciano a suicidarsi. Perché? E qui Fini conclude l’opera, con estrema lucidità, rivelandoci, infine, di sé, del suo ultimo auspicio: “ Il suicidio del vecchio oggi non ha più a che fare con la morte. Ma con la vita. La sua vita. Non è più un suicidio epico. È un suicidio per disperazione. È piuttosto l’ultima dimostrazione di come, ad onta di tutte le ipocrisie e le fandonie sulle bellurie della ‘terza età’, la sua sorte di vecchio, abbandonato impietosamente nella sua drammatica solitudine, senza ruolo, senza autorità, senza più dignità, sia diventata crudele. Quanto a me, attendo. Aspetto di vedere quale morte mi riserverà il destino. E se saprò esserne all’altezza. È la sola curiosità che mi resta”. (p.111)
Il nostro vero nemico, in fondo, non è né la vecchiaia né la morte, ma il più inafferrabile e insondabile elemento che domina le nostre esistenze: il tempo.
Tra saggio e autobiografia, con la consueta verve polemica e un cinismo-realismo sviluppato all’ennesima potenza, Massimo Fini, oramai entrato in quella che considera a tutti gli effetti come vecchiaia (è del 1944), filtra il tema dell’età ingrata e più complicata da vivere attraverso l’elogio della giovinezza. Il proprio vissuto, pur raccontato con toni narcisistici, si universalizza nel restituire la potenza di un’analisi corrosiva che si imprime nell’intimo del lettore fino a scardinarne le difese. È un dono che il nostro possiede da sempre, che ci ha regalato nei suoi saggi storici e nelle sue lucide e impietose analisi delle contraddizioni del mondo globale, fino a mostrarcene il lato oscuro. Anche qui non è da meno, dunque, non risparmiando niente e nessuno, alimentando il percorso narrativo con evocazioni e rimandi a personaggi d’ogni tempo, analizzando gli eventi con spirito critico e sarcasmo. Incontrerete Cicerone (nel primo saggio che cerca di riabilitare la vecchiaia: De senectute) e Seneca (ambedue codardi di fronte alla morte), Gassman (caduto in una depressione senza fine dopo aver compiuto sessant’anni) e Berlusconi ( stronzo fin da bambino, perché non passava mai i compiti ai compagni di classe), Marina Ripa di Meana (esempio di come si diventa tragicomici da vecchi) e Piero Ottone (anch’egli difensore, come Cicerone, della vecchiaia: Memorie di un vecchio felice. Elogio della tarda età) e altri ancora, tutti esemplificativi nell’idea narrativa sviluppata da Fini. Difficile restare equidistanti approfondendo l’opera in questione, perché qui ci si invita a ragionare sul nostro tempo e sugli universali dell’esistenza: vita, amore, sesso, giovinezza, bellezza, vecchiaia, morte, oblio, eternità si alternano in una danza di parole e di concetti che possono sradicare certezze acquisite, o perlomeno invitare al dubbio. È questo il plusvalore di una prosa affascinante, è questo che accomuna Ragazzo ad altre grandi riflessioni su carta di Massimo Fini, uno che, in fondo, è sufficientemente libero di dire e di scrivere ciò che vuole, perché non compromesso col sistema, perché d’indole anarcoide e difensore strenuo del libero arbitrio di sé. Ecco perché le sue provocazioni non sembrano nascere, vivere e morire solo su carta. Ecco perché l’invito ad eternare la giovinezza, fatto da uno come lui, lo si può accogliere, almeno come suggestione ideale che accompagni il nostro percorso. La vita reale, poi, lo sappiamo, è spesso altra cosa, e Fini ci rivela che la cognizione della caducità del corpo, fin da bambino, l’ha sempre presentita. Ci ha convissuto, non ha cercato la bella morte, non s’è suicidato. Ma è consapevole, è in attesa, sa che deve essere terminato, non si racconta frottole. E, soprattutto, non le ha mai raccontate a noi.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Massimo Fini (1944), giornalista e scrittore italiano.
Massimo Fini, “Ragazzo. Storia di una vecchiaia”, i nodi Marsilio, Venezia 2007.
Letture consigliate: “Nerone, duemila anni di calunnie” (1993), “Catilina. Ritratto di un uomo in rivolta” (1996) per Mondadori. “Nietzsche. L’apolide dell’esistenza” (2002), “La ragione aveva torto?” (1985), “Il denaro “sterco del demonio”” (1998), “Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità” (2002) per Marsilio.
Commenti
Ecco l'ultimo Fini, come promesso. Testo destinatato ad alimentare polemiche e dibattiti. In un certo senso è il suo libro più estremo ed impietoso, a mio avviso.
O.T. Chiedo lumi ai tecnici del sito sul perchè non riesco più a caricare immagini.
E' un problema che ho riscontrato anche io... aspettiamo :)
Grazie Epic, magari avverti(te) sul forum quando è ripristinata la funzione.
Lettura enormemente interessante, piena di spunti.
La vecchiaia a mio parere (ma cosa posso dire io che non ho 40 anni? mah...) è prima di tutto un fatto interiore.
Può darsi, anzi, è senza dubbio vero, che il decadimento fisico c'è e fa parte delle regole, e non ci si fa niente - o poco.
I problemi legati alla sessualità sono un altro conto aperto.
Le malattie possono annichilire tutto quello che siamo stati.
Sì, da non augurare a nessuno a certe condizioni.
Ma io vengo da una famiglia di donne longeve e lucidissime, fino all'ultimo e ho guardato la vecchiaia vera (diciamo dopo gli ottanta e fino quasi ai cento) pur con tanti problemi farsi maestra straordinaria di vita, di esperienza, perfino di un'insospettabile comprensione (quante cose la mia nonna materna vedeva con occhio finalmente limpido a novant'anni e della sua vita e di quella nostra, lontana da lei sessant'anni).
Non c'è solo prestanza fisica, potenza, vigore.
Certo li rimpiangeremo, ma anche a 40 anni non hai più la resistenza dei 20 e neppure la tolleranza delle cose...
Forse per gli esempi di "bella vecchiaia" che ho avuto davanti agli occhi (femminili, però) non temo le stagioni che passano...
L'idea del suicidio sa di non accettazione della vita, che è un pacchetto complesso ma andrebbe preso tutto intero per come ce lo consegnano... E direi che ci sono motivi ben più gravi per pensare di darsi la morte che non il tempo che passa su di noi.
"La vecchiaia è dunque indissolubilmente legata alla morte, ne è l?anticamera, oggi interdetta e scomunicata, lontanissima dall?esser vissuta con serena rassegnazione"
Il punto è qui. Ed è vero che c'è un disegno volto a trattare l'essere umano come consumatore e poi come rifiuto.
A fargli credere di essere onnipotente ed eterno.
Salvo lasciare che si svegli scoprendo la menzogna di certi assunti.
Ma sta anche a noi spostare l'accento da quello che ci viene venduto come valore universale a quello che è per noi il senso della vita.
"Non è più il tempo dell?ardire della giovinezza, non s?hanno più quei moti di rivolta interiore, voglia di spaccare il mondo, quel sano narcisismo, quell?impeto dionisiaco che ci rende immortali anche alla morte. Audaci, nel giusto tempo per morire. Si, il giusto tempo, quando si è all?apice di sé e morir giovani è vivere per sempre: per un ideale, per eternare la bellezza fisica, eludere la caducità del corpo, la disillusione, il disincanto, l?impiego in banca, alle poste, l?omologazione, la stasi, il relativismo assoluto, il tempo infame: la vecchiaia."
> Passo impressionante.
"Il senso è uno e semplice, Fini elogia l?arbitrio di sé, la consapevolezza e la possibilità d?autodeterminarsi in ogni senso, andando in cerca della ?bella morte? se necessario, piuttosto che ritrovarsi a rimpiangere il tempo perduto."
> Dove ho lasciato la mia copia del "De Senectute"? Adesso mi sarebbe servita.
"Fini-Veltroni (emblemi del grigio tempo italico, soggetti speculari, uno post-fascista e l?altro comunista, un tempo contro il sistema?)."
> Dovrei trovare il passo.. aspetta.
Roma - Nel 1995 gli chiesero per la prima volta: è mai stato comunista? Walter Veltroni rispose con veemenza, spiegando che no, non lo era stato: «Non ho mai partecipato a un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono neanche andato all?estero nei Paesi socialisti». Però questo è un ricordo «sbagliato», anzi, in un avventuroso viaggio con una delegazione ufficiale della Fgci nella Germania dell?Est nell?estate del 1973, al Festival mondiale della gioventù comunista, scoccò proprio la prima scintilla dell?amore con la sua futura moglie Flavia Prisco.
http://lucatelese.org/articolo.php?nn=231&font=0
Stessa fonte:
" «Si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». Gli autori del libro ricordano l?irriverente risposta del Manifesto, una prima pagina con una foto giovanile di Veltroni e D?Alema accompagnata dal titolo scorticapelle: «Facevamo schifo». Ma Veltroni non molla: «Io ero un ragazzo, allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura un nemico da abbattere»."
"La vita reale, poi, lo sappiamo, è spesso altra cosa, e Fini ci rivela che la cognizione della caducità del corpo, fin da bambino, l?ha sempre presentita. Ci ha convissuto, non ha cercato la bella morte, non s?è suicidato. Ma è consapevole, è in attesa, sa che deve essere terminato, non si racconta frottole. E, soprattutto, non le ha mai raccontate a noi."
> Dev'essere una bella sassata.
Io credo di poter immaginare, e di poter capire il discorso di MF. Lo leggerò, magari, (quando? ah. Leggerò) e cercherò di capire perché non ha l'istinto che sogno da bambino, per riconoscenza: quello del nonno. Vorrei - mi rendo conto che è tecnicamente difficile, ma non impossibile, per via dell'età - vedere un nipote maschio arrivare sino ai 20 anni. Solo per la gioia di restituire l'imprinting. E smadonnando per tutto il resto, certo: salute, spirito e forze perdute, e più persone morte che vive tra quelle incontate, e via dicendo. Ma quel nipote...
Quel nipote mi piacerebbe vederlo vivere e crescere.
Dimenticandomi di me.
Grazie per l'articolo, Fede. Ottimo:).
(inserito l'archivio MF in lankelot)
4 - Ave Ilde! E grazie per il commento approfondito da note autobiografiche. Fini ovviamente parla della vecchiaia nel mondo moderno, nell'era globale. Universalizza il tema, ma è logico che ognuno fa storia a sé. Sta a noi spostare l'asse dei valori, dici. Più che giusto ma assai complicato. Fini in effetti fotografa, non cerca e non trova contromisure, forse perchè vecchio anche lui, e sfiduciato sulla capacità di ridestarsi dell'uomo attuale. Una cosa è certa, fin quando sarà il consumo il motore del mondo queste dinamiche non potranno che peggiorare, non solo per ciò che concerne la vecchiaia, ahimé.
7-8 Ah ah ah, si si lo ricordo, Veltroni sfiora il ridicolo. é un degno protagonista dell'italica tragicommedia.
Eh. Ma pensa chi c'avemo avuto come sindaco...
9 - Non sai quanto lo desiderei anch'io, vedere un nipote di vent'anni. Ma ho ancora meno possibilità di te, per tanti, troppi motivi, non ultimo i 5 anni in più;)
Si si, il libro è una sassata scagliata in faccia al lettore, che non resta certo indifferente alla lettura, te lo assicuro, anche se già forgiato da "La ragione", "Sudditi", "Lo sterco del demonio" e compagnia. é un testo impressionante, per acume e naturalezza narrativa. Una naturalezza incredibile visto il tema trattato. E, giuro, grazie alla capacità narrativa di Fini (se hai letto "Nerone" la puoi ricordare, ma io ti consiglio l'opera su Nietzsche, un capolavoro per chiarezza espositiva e contenuti), si legge che è un piacere. E poi sono 110 pagine, per i tuoi ritmi è il tempo d'un caffé;)
Grazie dell'apprezzamento, e di aver focalizzato nel punto 5 il passo a cui tenevo maggiormente, per sensibilità personale più che altro. Il tema dell'ardire giovanile, dell'eterna bellezza che sconfigge la morte m'appassiona da sempre.
Grazie a te.
Ottimo contributo. Magari un giorno avremo l'opera omnia di Massimo Fini, archiviata e a disposizione di tutti, da queste parti.
Mi sa che fuori mi porto Nerone e Catilina, potrei contribuire scrivendo di quelle opere - che mi hanno formato:).
(la bellezza per sconfiggere la morte... è una strada.)
a proposito: caricamento immagini ripristinato!
Io concordo con Ilde. Quella che descrive Fini (mi riprometto però di fare una lettura diretta e meditata) mi pare la realtà più diffusa ma anche omologata. Il fatto che anche se privilegiata e minoritaria, l'altra realtà, non concede di dedurre assolutismi sulla vecchiaia, come esperienza in sè.
Il problema lui l'ha centrato ed è quello della solitudine, e non della morte (credo che il rapporto con la morte per un vecchio viva di tutt'altri umori rispetto ad un giovane), ma non mi sento di dire che il processo di invecchiamento sia per questo una deriva tragica.
Io ho ammirato la solitudine di alcuni vecchi, ricca e composta, come un giovane non saprebbe vivere.
12. La modernità offre poche soluzioni alternative al vecchio, è vero, ma attenzione ad esaltare il distacco con il problema nel passato (però non so come Fini affronti questo argomento): sarebbe stata più felice la sua vecchiaia in un'epoca pre-moderna? Quando spesso morivi comunque solo e affogato nella tua miseria (ancora una volta nella maggioranza dei casi)? Ho seri dubbi. Anche allora credo che la vecchiaia felice fosse un privilegio per pochi.
Secondo me il problema della modernità, in rapporto alle età, non sta nella terza ma nella seconda. Passiamo dalla giovinezza alla vecchiaia, senza una matura fase intermedia. E' naturale che l'effetto di questo sia devastante.
scopro, in questa stessa sera dopo aver letto la tua rec, questo articolo: http://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/753/52/1/0/lang,it/
Altra voce e altre considerazioni, altro punto di vista.
Ilde ha centrato molti spunti della ricca rec, direi.Qui mi sembra giusto:
"Ma sta anche a noi spostare l?accento da quello che ci viene venduto come valore universale a quello che è per noi il senso della vita."
> io credo che uno dei problemi sia che la vecchiaia non viene attualmente accettata, si tende appunto a rimuoverla come la morte.
Personalmente sono sempre vissuta a contatto con vecchi (e sono pure nata da genitori anziani), più o meno a posto con la testa,che hanno sempre condizionato la mia vita e tuttora lo fanno (e in modo anche piuttosto pesante). Da alcuni ho molto imparato, a volte anche dalla loro demenza....
9 Gf, ma che bel pensiero questo del nipote!!!!!!! :-)
21, 9. Eh. Era giusto, dai:).
18 - Gens, Fini ha fatto ( 20 anni fa ma ancora attualissimo) uno studio interessantissimo e ben documentato sul rapporto tra società arcaiche e comunque pre illumiste, e mondo post illuminista. Leggilo e avrai delle sorprese. Soprattutto sul come si viveva la vecchiaia, ma su molte altre cose che la storia ha mal riportato (Il testo è "La ragione aveva torto?". Ad ogni modo è un fatto che il vecchio avesse più dignità in qualsiasi altra epoca piuttosto che nella nostra.
Posso concordare sul fatto della seconda età, come tu la chiami, ma questo deficit, e Fini lo spiega bene, è figlio del 68 e dei suoi danni irreversibili: figli mai divenuti adulti etc.
19 -20 - Ho letto l'interessante link Marina, ma è normale che chi crede, chi ha fede adotti un altro punto di vista. Fini è volutamente impietoso, usa il cinismo e il sarcasmo per stigmatizzare i mali e le contraddizioni del nostro tempo, qui come altrove. é logico che ognuno fa storia a sé, che si invecchi più o meno bene a seconda delle circostanze, ma è innegabile che oggi il vecchio è davvero l'ultima ruota del carro, esposto al ridicolo e al disprezzo della società: esposto alla solitudine più miserevole. Inutile nasconderci dietro un dito, il vecchio è utile solo come consumatore, non ha più quella funzione di guida. Non gli si porta più il rispetto di un tempo. Il suo sapere è stato sostituito dalla tecnologia, per darti un'immagine fredda quanto calzante, a mio avviso. La vecchiaia ci fa orrore, non neghiamolo. Un tempo non era cosi.
O.T. Mi scuso Marina se ancora non t'ho mandato le mie promesse impressioni sul tuo libro, che ho comunque letto con interesse. Credo anche di aver individuato tutti i tuoi racconti (be', lo stile è molto diverso da quello di Enrico). Ho poco tempo in questo periodo, difatti recensisco anche meno. Però ci tengo a lasciarti pensieri di una minima compiutezza, quindi prima o poi lo farò;)
Quando vuoi mandarmi le tue impressioni, Federico, mi farà sempre piacere :-)
>riguardo ai vecchi, io ne vedo anche di rispettati e curati nella loro malattia e non sono pochissimi. Certo con i ritmi di vita odierni è tutto molto difficile. Questa civiltà di fatto non rispetta neanche i bambini, pure loro trattati da consumatori e coperti di cose, di oggetti, ma carenti spesso nell'affetto e enll'educazione, diciamo che nessuna fascia d'età "debole" è rispettata, valgono solo i rampanti e i sani.
"La vecchiaia ci fa orrore, non neghiamolo. Un tempo non era cosi."
> certo, come la malattia e la morte, visto che i modelli proposti sono l'eterna giovinezza e la bellezza e la forza...
credo che un'accettazione responsabile del proprio essere nel mondo comporti anche il saper guardare in faccia la vecchiaia pure nei suoi aspetti più devastanti, può essere un salutare shock (e su questo io sono per una "terapia d'urto", la realtà non è morbida,quasi mai, ma va affrontata, non si può scappare). Insomma propongo scelte controcorrente.
Léon stimo molto Fini come intellettuale, e raccolgo il tuo invito ("La ragione aveva torto"), ma ho avuto l'impressione dal virgolettato che il cinismo, non controllato, abbia reso riduzionistica la sua analisi. Sono pronto a ricredermi. Non è questione di pudore rispetto al tema, anzi, una fortuna dei giorni nostri è quella che posso mandare a quel paese un vecchio se per me è insopportabile. Una volta questo era impossibile (c'era rispetto e inibizione).
Non mi piace portare rispetto a priori sulla base dell'esperienza, è un retaggio del passato questo secondo me. L'esperienza, gli anni, non insegnano proprio un bel nulla. Bisogna vedere come sono stati spesi questi anni.
Forse un tempo l'esperienza si coniugava meglio con la saggezza, può essere, questo giustificherebbe la dignità e il rispetto. Ma credo che ci sia stato anche un largo fenomeno di devozione a priori verso persone che non sempre erano illuminate.
Caro Fini, nel suo libro «Ragazzo. Storia di una vecchiaia», citando Epicuro, dice che sbaglia sostenendo che non bisogna avere paura della morte perchè, «quando c?è lui
non c?è lei, quando c?è lei non c?è lui», io dico che ha ragione Epicuro perché la
«saggezza» della gente comune è tutta lì. Le persone semplici, che costituiscono le
gran parte della popolazione del nostro mondo, non proiettano un bel niente nel
futuro e il pensiero di dover morire non le sfiora nemmeno».
Giancarlo Maini, Pontecchio Marconi (Bo)
Se l?uomo non avesse paura della morte non si sarebbero inventate religioni, cosmogenie, ipotesi metafisiche, paligenesi, fedi, a cui la gente, anche, e forse soprattutto, la gente semplice (Epicuro, se mi permette, era un intellettuale) si è affidata
per lenire questa angoscia. Ma direi che la paura della morte, anzi un obbietto terrore
della morte, è presente soprattutto oggi, nella società industriale. in quella agricola, dal
tempo ciclico, l?uomo consapevole, attraverso il calcio seme-pianta-seme, che la morte non è solo la conclusione inevitabile della vita, ma è la precondizione della vita.
Inoltre aveva il senso di un destino collettivo, della famiglia allargata, della comunità di villaggio, della specie e anche dell?eterno gioco del passaggio di testimone fra i vecchi e i giovani. E in questo modo riusciva, in qualche modo, a metabolizzare la morte. Noi invece non viviamo a contatto con la natura ma con oggetti, che non si riproducono ma caso mai di sostituiscono, alla cui sorte ci sentiamo sinistramente omologhi, inoltre abbiamo perso ogni senso di un destino collettivo e quindi la nostra morte ci appare come esclusivamente individuale, definitiva, assoluta. E perciò inaccettabile. E poi, mi scusi, se l?uomo moderno non avesse il terrore della morte perchè Berlusconi, che è un prototipo, non starebbe trafficando per vivere fino a 120 anni e nei necrologi c?è scritto di tutto tranne che la verità: «è morto»?
Massimo Fini
http://www.massimofini.it/
http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3179722-nietzsche
!
è uscito in economica, finalmente! Spero invogli all'acquisto. Forse il più bel libro che ha scritto Fini, a mio avviso. Certamente un documento unico, nel suo genere. Prima o poi lo rileggo e lo recensisco per Lankelot: un testo del genere deve esserci, qui dentro. A meno che qualche altro appassionato voglia precedermi;)
29-30 - Ovviamente mi riferisco a "Nietzsche l'apolide dell'esistenza", non a "Ragazzo storia di una vecchiaia";)
sistemati tags+archivio
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[Massimo Fini] Premetto che
[Massimo Fini] Premetto che di Massimo Fini ho letto solo qualche articolo e alcuni passi dei suoi libri ma in questi giorni ho avuto modo di vederlo in tv, su La7 durante una discussione sulla violenza degli uomini nei confronti delle donne e non è la prima volta che dà l'impressione di essere un semplice provocatore, alla "faccio il figo e la sparo più grossa". A parte aver espresso una serie di argomentazioni trite e ritrite, ma che uno poi può condividere o meno, è stato il modo di porsi sinceramente da intellettuale piccolo piccolo, da persona che una volta in difficoltà si mette a spararla ancora più grossa. Dall'altra parte c'è una filosofa/scrittrice Michela Marzano, presenza fissa nei salotti intellettuali radical chic, ma una volta messo in difficoltà dalla suddetta signora non ha saputo far altro che invitarla ad iscriversi ad uno "stage" e a darle della khomeinista. Se pensava di fare il figo o di fare chissà cosa, sinceramente è sembrato un uomo ridicolo. Non so, bah, ma mi aspettavo qualcosa di più da quest'uomo.
(Massimo Fini) Ho visto
(Massimo Fini) Ho visto anch'io la trasmissione. Premesso che la Marzano è insopportabile e spara un mucchio di cavolate, è stata proprio la trasmissione in sé di non eccelso livello. Pertanto, tutti i convenuti non potevano che far brutta figura, visto il livello della discussione e le domande poste. Ad ogni modo, Fini rende molto ma molto di più sulla pagina scritta - e meno male - che in tv. Questo da sempre. Leggiti "La ragione aveva torto" e soprattutto (te le consiglio vivamente perché è un libro meraviglioso, addirittura avvincente a dispetto dell'argomento - ovvero una biografia) "Nietzsche. L'apolide dell'esistenza".
[Massimo Fini] Non avevo
[Massimo Fini] Non avevo dubbi che la Marzano ti infastidisse. ah ah ah e comunque devi ammettere che l'ha quasi sormontato. Ci provo con il libro che mi hai consigliato, vedo questo pomeriggio se è presente in biblioteca.
(Massimo Fini) be, la Marzano
(Massimo Fini) be, la Marzano parla come se avesse in mano ogni certezza, e invece spara cavolate enormi, pure indispettita se mettono in dubbio il suo pensiero(secondo me gli manca qualcosa di fondamentale nella vita... ah ah ah, mi hai capito). Fini in tv non sa parlare, chiunque ha un linguaggio più sciolto. Non fa testo, ti ripeto. Leggiti "Nietzsche" e poi mi dici, ovvio ti deve interessare il personaggio.