Ferrari Sara

La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica

Autore: 
Ferrari Sara

La poesia è lo strumento umano che racconta dal di dentro l’inferno del male che cade sulla terra. Il verso dà a ogni cosa il proprio nome. La sua forza evocativa rappresenta una voce distinta e autonoma, capace di illuminare le aberranti contraddizioni della disumanità presenti in ogni forma di orrore che la Storia ha servito con crudeltà nei secoli.
Per questa straordinaria capacità della poesia di andare oltre il ghiaccio conforme delle parole che diciamo, è ancora possibile scrivere poesie dopo Auschwitz. Sarebbe un atto di barbarie se la verità della poesia smettesse di raccontare il nichilismo della cattiveria umana e la scia di sangue che ancora oggi porta con sé.
Con questo spirito bisognerebbe leggere La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Belforte editore, pagine 236, euro 18). Il volume offre per la prima volta in traduzione italiana una panoramica poetica del modo in cui la Shoah è stata rappresentata dalla lingua ebraica.
Le parole dei poeti uccisi nei campi di sterminio o sopravvissuti si possono leggere in questa interessante antologia come una testimonianza ricca di molteplici significati. Poesie che denunciano la tragedia della deportazione si alternano a parole che s’indignano davanti alla crudeltà della bestia umana, mai sazia del sangue del suo simile. Parole come pietre che si scagliano universali contro il terrore e l’orrore di cui è capace il genere umano.
La poesia va letta e scritta per capire l’immagine ferita dell’anima nel tempo dell’oscurità che compromette la sua salvezza.
“Dare un nome al dolore è parte di un processo profondo – scrive David Meghnagi nella prefazione - con cui le generazioni ristabiliscono un contatto che è stato spezzato con la violenza estrema. La poesia ha una funzione terapeutica, mette in contatto le parti interne morte con quelle rimaste vive e così facendo impedisce che il nemico vinca ancora”.
La parola “poetica” restituisce all’anima la forza per illuminare e ridare voce alla speranza.
Nel libro il confronto tra le due generazioni di poeti – gli uccisi e i sopravvissuti – è serrato. Da questo dialogo emerge uno sguardo inedito della Shoah, estraneo alla cultura e al paesaggio della Diaspora.
È soprattutto la poesia dei sopravvissuti a evidenziare una costante oscillazione tra il concreto e il mitico, tra la realtà e la sua elaborazione, che spesso avviene tramite metafore religiose e esistenziali.
La poesia è una forma di preghiera che penetra nella ferita ancora aperta per cantare la notte del male.
Come possono coesistere la poesia e l’orrore di Auschiwitz? E come può l’arte, massima espressione di libertà dell’individuo, parlare della Shoah, di quel male radicale in cui la coscienza individuale è stata annichilita?
A queste due domande, sulle quali s’interrogano da decenni filosofi, intellettuali e scrittori, cerca di dare una risposta esauriente questo volume: un impianto corale di singole voci che esprimono attraverso la poesia, lasciando fuori ogni retorica politichese, la forza distruttrice del male che abbrutisce la dignità della persona. Soprattutto oggi che gli Olocausti fanno ancora notizia, il linguaggio poetico rappresenta quella “funzione terapeutica” che dirada le nebbie sull’orlo del precipizio.
La presentazione di Gianfranco Fini è l’unica nota stonata del volume. La sua eloquenza troppo istituzionale sprofonda nei luoghi comuni del politicamente corretto.

Edizione esaminata

“La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica”. A cura di Sara Ferrari. Prefazione di Davide Meghnagi. Presentazione di Gianfranco Fini. Belforte editore, Livorno 2010


Nicola Vacca, per Lankelot, Agosto 2010

ISBN/EAN: 
9788874670451

Commenti

(Ferrari) ah ah ah,

(Ferrari) ah ah ah, prefazione di Gianfranco Fini... ah ah ah

[Ferrari] Fini? Cos'è uno

[Ferrari] Fini? Cos'è uno scherzo?

[Shoah nella poesia] la

[Shoah nella poesia] la tematica è notevolissima e la segnalazione sicuramente valida, in effetti lascia perplessi la prefazione di Fini.

 

 

[ferrari] perdonate, ma

[ferrari] perdonate, ma onestamente non vedo perché siate perplessi. E' una scelta simbolica, niente affatto scontata, senza dubbio necessaria. Sta a rappresentare la capacità d'uno degli storici leader della destra nazionale di prendere atto delle atrocità della storia e di assumersi la responsabilità di indirizzare la sua area politica in una direzione radicalmente diversa: estranea al male, estranea all'eredità oscura dei regimi totalitari (tutti: in questi giorni sto faticosamente leggendo "Arcipelago Gulag", molto ci sarebbe da aggiungere a proposito dei legami tra Stalin e la comunità ebraica. Per dire...). In Italia gli esami di coscienza e le prese di posizione non sono mai abbastanza. E' bene che nessuno dimentichi da dove veniamo, politicamente, ed è sacrosanto ricordare tutti i giorni che non esiste possibilità di ripetere certe condotte. Puntualizzarlo è saggio. Scripta manent.