Qualora lo si definisse uno splendido romanzo d’avventura, mi arrischio a dire che a Fenoglio non sarebbe spiaciuta la qualifica. La sua prosa è certo irta dei neologismi acrobatici, dei sintagmi anglofoni, dei continui azzardi sintattici, su cui la critica ha speso già da anni attenzioni esaustive. Ma le sue pagine evocano soprattutto uno spirito, uno speciale entusiasmo. Diciamo pure che si celebra in esse, dall’inizio alla fine, il trionfo della giovinezza. È una sorta di vento supremamente lindo ed eccitante, che percorre il romanzo fin nei suoi episodi più desolati, e che rinvia meglio di mille analisi storiche a quella scelta di campo tremenda, assoluta, che ha indotto Johnny-Fenoglio, e gli altri come lui, «ad opporsi in ogni modo al fascismo». Cioè a guadagnar le colline per fare una vita peggio delle bestie, tra fame, scabbia, fango, febbre, neve, morte, morte, morte (l’altrui, la propria, non fa differenza): ma con i denti sempre serrati e la pienezza d’intenti che è di casa fra i diciotto e i trent’anni, suppergiù.
Attingiamo direttamente, per un momento, dai sentimenti originali. Ci racconta Fenoglio: «Forse era meglio morire nei partigiani… tutto questo finirà… – ed allora decise di goderne, di quel marciare, nell’aria algida, con un’arma al braccio, in quel sole vittorioso…». E poi: «L’acciaio delle armi gli ustionava le mani, il vento lo spingeva da dietro con una mano inintermittente, sprezzante e defenestrante, i piedi danzavano perigliosamente sul ghiaccio affilato. Ma egli amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio, e la lontananza e la meschinità della sua destinazione, perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà».
Brani istruttivi. Che ci spiegano cosa fece, per quell’agire, da molla più segreta e impellente, e poi da supporto incrollabile. Fu un feroce desiderio di libertà. Qui la lotta partigiana assume forte valenza esistenziale. E Fenoglio vuole che ci appaia così: come una lotta condotta per la conquista della propria personalità, della propria verità: della propria intima libertà. «Io non mi sento un uomo!», grida Johnny a un’incolpevole ragazza all’inizio del libro. Si sale in montagna a combattere i fascisti, allora, in quanto essi rappresentano la negazione di quella possibilità di crescita umana, etica, e civile. Il fascismo ha sempre eliminato la libertà. Un individuo, un intero popolo – è il sillogismo di Johnny – se per elevarsi dev’essere libero, allora deve eliminare il fascismo. E quando ci si sente più liberi se non a vent’anni?
«E nel momento in cui partì si sentì investito … in nome dell’autentico popolo d’Italia … a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto». Finalmente Johnny si sente responsabile delle proprie azioni; si sente liberato; si sente potente. In una parola si sente uomo. Alla volta della collina, piega addirittura «erculeo» il vento e la terra. Insomma, ecco perché la Resistenza è stata una meravigliosa avventura – della quale Il partigiano Johnny è una delle testimonianze più appassionate. Di più, ecco spiegato perché la Resistenza è una vera epopea, la seconda di quel magro paio che noi italiani possiamo contare, e perché la dovremmo trattare con un certo riguardo.
È stata la boa di un progresso morale. Non a caso, come abbiamo visto, in molti casi vi furono a monte ragioni etiche, ben prima che compiutamente politiche. Ma se nell’opposizione al fascismo giocasse una motivazione ancora più profonda? Un che di sfuggente, oscuro, ma al contempo tenacissimo, irriducibile. L’odio di Johnny-Fenoglio per i fascisti nasce dalla constatazione di una distanza che direi, infatti, antropologica. A sostegno della tesi, c’è per cominciare questa sentenza memorabile che si trova nel capitolo II: «Tutto ciò che era repentino, proditorio, esplodente con urla era fascista». Quindi, tre capitoli più avanti, Johnny riflette sulla tinta delle divise comuniste, grigioverdi come quelle nemiche: eppure «… non era il grigioverde fascista. Il grigioverde fascista, perché fascista, aveva assunto automaticamente una diversa sfumatura (shade), come se il portante fascista gli avesse fatto smarrire e la natura e la saturazione e la brillantezza». Ma il passaggio più esplicito lo si ha quando Fenoglio discute delle inclinazioni politiche degli «azzurri», i badogliani: il loro antifascismo, «integrale, assoluto, indubitabile», era innanzitutto una «potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista».
Sono rivendicazioni estetiche, di gusto, di stile. Ci si contrappone al fascismo anche per un’idiosincrasia di pelle, puramente irrazionale, verso tutto l’apparato estetico-antropologico dei suoi gesti, dei suoi tratti, delle sue forme. Elementi – come il cinismo fanfarone e borioso, l’unta sudditanza nei confronti del potere, l’interessata condiscendenza alle gerarchie di status – che sono costanti di un certo modo d’essere italiano, non solo fascista. Giacomo Noventa, in una lettera della fine degli anni quaranta a Coen, Longo e Serra, parla di una differenza essenziale fra antifascisti e partigiani: i secondi non si sono limitati a combattere il fascismo, al modo dei primi, ma hanno combattuto anche e soprattutto contro se stessi, contro l’«indifferenza popolare italiana»; hanno cioè provveduto a uno scavo interiore, per scovare ciò che di fascista c’era in loro stessi. Giorgio Bocca ricorre spesso ad un’immagine del fascismo come «malattia sempre latente» degli italiani. Anche Silvio Lanaro ha accennato nella sua Italia nuova ad un discrimine antropologico fra fascismo e antifascismo. E del resto, in cos’altro confida Johnny, se non in una mutazione caratteriale dell’Italia e dei suoi abitanti, al momento in cui vagheggia di una Resistenza «così nordica, così protestante»? – (cap. V).
Tutto il suo amore per l’inglese, tutto il suo pensare ed esprimersi in inglese, è il riflesso di un disagio verso l’accezione più deteriore del nostro carattere mediterraneo. Sta qui forse anche un lato imbarazzante della perenne attualità del messaggio resistenziale. In ogni caso, a sensazioni di analogo tenore risale l’allontanamento di Johnny dalle brigate comuniste, cui in un primo tempo e casualmente si era associato, e il suo volontario passaggio ai reparti badogliani. I comunisti gli appaiono «come fatti d’altra carne e d’altre ossa», nessuno di loro «era lontanamente della sua classe, fisica e non». Si aggiunga che in loro è presente un connaturato dogmatismo, una propensione alla propaganda costante che a Johnny suona bassa e sleale. È ciò che gli fa ripetere, prima di prendervi le distanze: «I’m in the wrong sector of the right side»; ciò che lo riempie di sdegno quando la salma di Tito – un partigiano suo amico non aderente all’ideologia comunista – viene avvolta in una bandiera rossa, salutata dal commissario politico con parole arroganti e false («sia chiaro che Tito è un morto garibaldino, è un morto comunista»); ed è ciò che lo spinge a massacrare di pugni uno di loro per reazione ad un ordine ambiguo, in una scena di straziante impatto per chiunque abbia creduto ciecamente al mito di un fronte resistenziale compattato in concordia e fratellanza mai scalfibili («Gli diede lo sten nel solar plexus, il rosso rinculò e cadde … mai si era sentito così furioso e distruttivo, così necessitante dell’odio e del sangue…», cap. XXX).
La Resistenza nell’opera di Fenoglio è affrontata con piglio quasi storiografico, con inattaccabile esattezza di cronologia e fatti: Il partigiano Johnny non è da meno, avendo anche questo valore di trascrizione didattica dell’intera parabola che va dall’otto settembre alla presa di Alba, dall’annuncio di disimpegno del generale Alexander al terrificante inverno del ’44, alla ripresa della lotta sul far della primavera dell’anno dopo. E dunque, cosa mai ha procurato a Fenoglio l’antipatia della letteratura engagé, che sedimento su sedimento, lo ha confinato nella perdurante considerazione di «autore minore»? La scrittura geniale, certo, tutta visioni e risucchi, così insubordinata ai secchi dettami del neorealismo. (A proposito di visionarietà, è esemplare il passo seguente: «Si fissò a guardare dov’era la sua casa, giaceva sepolta sotto i rossigni contrafforti della cattedrale. Johnny compì il miracolo di enuclearla in elevazione, ecco la sua casa, col caro contenuto, librata in aria, nel vuoto contiguo ai contrafforti aerei della cattedrale…».) Ma non è solo questo. Ciò che più faceva fremere di preoccupato livore un Vittorini, dev’essere stata proprio la fedeltà pertinace del resoconto, le volute non-omissioni, la cruda assenza d’indulgenza nei confronti della totalità del vissuto partigiano.
Verrebbe da dire, con facile gioco di parole, che Fenoglio ha narrato una Resistenza fin troppo reale per i neorealisti. Inoltre ha un senso troppo lacerante dell’irreparabile e del fato. Johnny – noi con lui – sa la sua fine dall’inizio. Si concede un bagno presso uno stagno, in completa nudità, e si sorprende a pronosticare dove il foro letale spezzerà la levigatezza della sua pelle («Era enormemente, forse sacrilegamente, eccitante … fantasticare il bersaglio e il varco aperto in quella intatta integrità»). Lo percuote di continuo la cognizione che è «solo una questione di date» («la constatazione si riversò su di lui, gli si adattò come un anello d’acciaio»). Il rigore inesorabile, con cui lo si sospinge al suo destino, dev’essere sembrato un atto inutilmente crudele, teso a soffocare sentimenti di speranza e liberazione. In realtà, è solo un’altra epifania del viscerale amore di Fenoglio per l’aspetto avventuroso, ed epico, dell’esistenza. Non avrà mai dubitato, lo «scrittore partigiano», che di Johnny bisognasse fare un eroe. Lo ha reso tale, però, nell’unico modo a lui tollerabile: lontano dalla retorica dell’ideologia, con misura sobria, con tatto understated.
Una nota a concludere. Di fronte al sacrificio che appartiene alla letteratura, il cuore cede alla commozione. Di fronte a quello che appartiene alla storia, di fronte allo strappo fra prezzo pagato e risultato raggiunto, non può non cedere all’indignazione. Lo spettacolo dell’Italia repubblicana spiccherà sempre nel suo fallimentare e colpevole nanismo. «Forse era meglio morire nei partigiani…»: a quanto pare, già allora aleggiava l’amara prescienza.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione speciale per il quotidiano «la Repubblica», 2003. Prima edizione: Einaudi, Torino 1968.
Beppe Fenoglio (Alba 1922 – Torino 1963), scrittore e partigiano italiano.
Patrick Karlsen, maggio 2004.
Commenti
"Finalmente Johnny si sente responsabile delle proprie azioni; si sente liberato; si sente potente. In una parola si sente uomo. Alla volta della collina, piega addirittura «erculeo» il vento e la terra" > ecco qualcosa che Pavese non poteva sognarsi di scrivere e di vivere. La differenza immensa è tutta qui.
"il passaggio più esplicito lo si ha quando Fenoglio discute delle inclinazioni politiche degli «azzurri», i badogliani: il loro antifascismo, «integrale, assoluto, indubitabile», era innanzitutto una «potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista»".
> se Badoglio sapesse chi sono oggi gli azzurri si tirerebbe un colpo.
"hanno combattuto anche e soprattutto contro se stessi, contro l?«indifferenza popolare italiana»";
> popolare: genetica. Antropologica. Hanno tollerato Berlusconi e lo hanno votato anche pochi mesi fa, 26 percento: tutti sanno benissimo cosa hanno votato e chi e cosa significa. Cristo.
RICORDI. «I'm in the wrong
RICORDI. «I'm in the wrong sector of the right side»; SCRIVI: "Lo spettacolo dell'Italia repubblicana spiccherà sempre nel suo fallimentare e colpevole nanismo". a POSTO.
Patrick ti devo ringraziare per questa recensione: è un capolavoro non solo per l' analisi letteraria, ma anche per le idee che esprime, finché ci saranno persone come te potremo ancora sperare che dal nanismo colpevole si possa risorgere.
Lessi questo libro molti anni fa (tra l'altro era un'edizione vecchia, diversa da quella che c'è adesso mi sembra), ai tempi dell'univ. e mi lasciò un senso di qualcosa di bello, di grande, d'entusiasta, di giusto. Mi dispiacque finirlo e mi commosse in alcune pagine. Fenoglio ha uno stile asciutto, secco, che alle volte ti lascia senza fiato. Penso in questo momento all'incipit de "I Ventitrè giorni della città di Alba".
"Ci si contrappone al fascismo anche per un?idiosincrasia di pelle, puramente irrazionale, verso tutto l?apparato estetico-antropologico dei suoi gesti, dei suoi tratti, delle sue forme. Elementi ? come il cinismo fanfarone e borioso, l?unta sudditanza nei confronti del potere, l?interessata condiscendenza alle gerarchie di status ? che sono costanti di un certo modo d?essere italiano, non solo fascista". Osservazioni come questa sono attuali e abbiamo ben visto quali danno hanno portato.
Grazie!
Mi volevi a commento, Patrick. Eccomi:
"Elementi ? come il cinismo fanfarone e borioso, l?unta sudditanza nei confronti del potere, l?interessata condiscendenza alle gerarchie di status ? che sono costanti di un certo modo d?essere italiano, non solo fascista".
Certo ridurre a questo l'esperienza del fascismo significa non averlo assolutamente compreso. Si può essere estranei e anche violentemente contrari ad una ideologia ma questa è un'analisi, pur volendola prendere per buona (cosa che non è), solo di semplice superficie.
Citi Bocca che si è sempre atteggiato a moralizzatore, lo stesso Bocca che fu fascista della peggior specie fino a quando gli convenì, quel Bocca che - insieme con Scalfari, altro che si erigeva (ora fortunatamente pare sia in pensione col cervello) a moralizzatore - inneggiava alla superiorità della razza (e ci sono documenti a testimoniarlo). Bocca avrebbe dovuto tacere dopo il 45, ma come tanti riabilitati privilegiati voltagabbana dell'Italia Repubblicana ha potuto pontificare scrivendo maree di carta straccia, infamie e falsità assortite (nemmeno ben documentandosi quando si è permesso di analizzare autori come Evola, ad esempio).
Fenoglio, come avrai capito, mi è lontanissimo. Questo romanzo, che lessi alle superiore per dovere, mi è assai indigesto per parecchi motivi. Ma riconosco lo stile, un brillante stile letterario che se concentrato su altri argomenti mi avrebbe certamente affascinasto.
Marina: grazie infinite per i tuoi incoraggiamenti, e per la lettura così attenta del mio pezzo. Che coccola che sei.
Leon: certo non era mia intenzione elaborare un'analisi dettagliata del fenomeno fascista nel suo complesso. Mi limitavo a osservare come Fenoglio, e così altri autori, avessero maturato una distanza dal regime, prima che come chiara scelta politica, come frutto di un'idiosincrasia estetica ed etica: in definitiva, antropologica. In questo senso, interessantissimi sono i giudizi di Fenoglio sulla Resistenza come inopinata, e incongrua per il nostro Paese, esperienza "protestante".
Della biografia di Bocca pre-Resistenza si vociferano molte cose. Ma in questi casi, più che puntare il dito su voltafaccia e affini, è più proficuo ragionare sulla pervasività di un regime che obbligava gli intellettuali, se volevano partecipare pubblicamete alla vita culturale nazionale, a sposare -- spesso opportunisticamente, è chiaro -- molte delle sue atroci parole d'ordine. Tieni conto, in ultimo, che Bocca nel '44 aveva ventitré anni. Quante stronzate ho detto io a ventitré anni?
Grazie per il commento - e per lo sforzo che è sotteso. Ho apprezzato.
Ma Bocca è rimasto opportunista e cialtrone anche nell'Italia repubblicana. Le stronzate ha continuato a dirle per una vita. I suoi scritti pregioudiziali e assai poco documentati lo dimostrano.
Ora mi hai innescatto su questi temi, peggio per te;)
Questa me la stampo e me la studio per Lett. It. Contemporanea...
Al di là della acclarata "passione" politica di Fenoglio, io questo scrittore l'ho apprezzato molto per le sue notevoli capacità scrittorie. Noto che sul sito non c'è "Una questione privata", che a me piace molto e lo ritengo (personalmente) uno dei più riusciti del dopoguerra sulla guerra. In futuro spero di poter colmare questa lacuna, anche questo appena comprato per rileggerlo all'alba dei miei primi quarant'anni :-)
Mi piace molto questa recensione. Chi sa perché l'avevo saltata.
mah. misteri lankelottiani.
fenoglio - copertina &
fenoglio - copertina & piccolo archivio
[fenoglio] Gianluca
[fenoglio] Gianluca Montinaro, sul "GIORNALE" del 26-01
Quando Renzo De Felice pose la questione sul ruolo della Resistenza, formulò un interrogativo sulla bontà dei valori che l’animarono e sulla correttezza, o meno, di considerarla il momento fondativo dell’Italia repubblicana. Se questo dubbio, in tempi recenti, si è fatto strada in ambito storiografico, attraverso il dibattito sulla «morte della patria», non altrettanto si può dire nella letteratura d’argomento, cristallizzata a quasi 50 anni fa. Dei tanti romanzi e racconti scritti sulla Resistenza, pochi sono andati al di là del neorealismo apologetico allora imperante. Fra essi il più importante (e uno dei pochi a essere ancora letti) è Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (1922-63) il quale, lontano dai salotti e dai dibattiti culturali, traccia un affresco, critico e disilluso, della partigianeria. Fatti che ben conosceva, avendo militato, dopo l’8 settembre, in formazioni monarchiche.
Ignoto ai più è che dietro il titolo Partigiano Johnny si cela però una vicenda editoriale e filologica fra le più complesse, negli anni alimentata anche dal fastidio della critica marxista nei confronti di un «irregolare». A percorrere la storia di questo romanzo provvede ora un ampio saggio di Roberto Bigazzi, Fenoglio (Salerno, pagg. 252, euro 14), che accompagna il lettore in quello che lo scrittore inizialmente concepì come un ciclo: dal settembre ’43 alla Liberazione. Fenoglio fu invece costretto da Livio Garzanti e Pietro Citati a tagliare il racconto che, intitolato Primavera di bellezza, viene stampato nel ’59. In quelle pagine, depotenziate e di afflato cronachistico, il protagonista, un giovane sottufficiale dell’esercito italiano allo sbando (soprannominato Johnny a causa del suo amore per la cultura anglosassone), muore sul finire del ’43, in una delle sue prime azioni partigiane. Invano Fenoglio tenta di farlo «risorgere», cercando di pubblicare il resto del materiale. Solo dopo la sua morte appare, nel 1968, con titolo Il partigiano Johnny, un testo che mescolando con disinvoltura diverse stesure, pone la fine della narrazione agli inizi del ’45. L’uccisione del protagonista sancisce, in questa versione, un forte orizzonte di pessimismo e impotenza: come non sarà la resistenza comunista (dalla quale Johnny subito si era allontanato) a ricostruire l’Italia, così non sarà quella badogliana (vecchia e senza slanci).
Nel 1978 Maria Corti rintraccia il pezzo finale della storia di Johnny. Scritto in inglese (lingua che Fenoglio predilige) e battezzato UrPartigiano narra gli ultimi mesi di guerra. Ma racconta anche della disillusione del protagonista verso il futuro (verso ciò che sarebbe diventata l’Italia repubblicana), della lacerazione del Paese e della «falsa retorica del mito resistenziale come fenomeno di massa funzionale solo al Pci» (per dirla con De Felice). Tanto è bastato per condannare questo finale che, pubblicato una sola volta, non venne mai più incluso nelle edizioni successive (tutte riferibili alla versione filologicamente scorretta del 1968) e che ora torna si può (ri)leggere nel saggio di Bigazzi.
[le donne in fenoglio,
[le donne in fenoglio, Johnny] tra i passi che più mi hanno colpito, tornando sul libro:
"Il solo fatto che portassero un nome di battaglia, come gli uomini, poteva suggerire a un povero malizioso un'associazione con altre donne portanti uno pseudonimo. Esse in effetti praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d'amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini doomed e l'amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza. Si resero utili,combatterono, fuggirono per la loro vita, conobbero strazi e orrori e terrori sopportandoli quanto gli uomini. Qualcuna cadde, e il suo corpo disteso worked up the men to salute them militarily. E quando furono catturate e scamparono, tornarono infallantemente, fedelmente alla base, al rinnovato rischio, alle note sofferte conseguenze, dopo aver visto e subito cose per cui altri o altre si sarebbero sepolti in un convento" [fenoglio, "il partigiano johnny", pagine 159, 160 - einaudi, 2005]
[l'italiano che non c'è] Dal
[l'italiano che non c'è] Dal capitolo 20 del "Partigiano Johnny":
"Scendevano, alla very nera sponda del lago petrificato che era la città, per posti e passi famigliari a Johnny. Gli uomini ora taciti, tesi ed elastici, discretamente fidabili. In venti minuti già sailed nei selvaggi prati presso il fiume, pazzamente fradici, ma ugualmente graditi dopo i troppo ripidi sentieri della collina, fenomenalmente accidentati, cancellati dalla notte e richiedenti troppa tensione. Il loro fruscio nell'erba alta suonava enorme, sweeping, non ancora obliterato dal pur vicino crosciare della cascata della centrale elettrica. Johnny si voltò a guardare indietro nella luce canuta la sfilata: 'yea,we were a ghastly crew'."
> Estremamente musicale. assolutamente allucinato. il senso è un gioco. pagine 231, 232 della Einaudi, 2005.