Sgombriamo il campo da un primo equivoco: il nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, letterato torinese classe 1957, non è un noir e non ha niente o quasi a che fare con l'ecomafia, a dispetto della (nobile) collana di progetto in cui è inserito, quella di VerdeNero. Sgombriamo il campo con gioia – personalmente non ho nessuna simpatia per la letteratura di genere, e non l'ho mai nascosto; ma ne ho molta, senza dubbio, quando il genere si rivela “impegnato” e di denuncia, come in questa collana – e ci ritroviamo di fronte a un grande romanzo dedicato a (e concentrato in) un tema fondamentale: l'arte della fotografia.
Damir (il nome significa: “sì alla pace”) è un fotografo di sangue bosniaco, nato a Sarajevo, testimone degli anni tristi della guerra, e dei bombardamenti, scampato alle disgrazie ricostruendosi una vita a Milano (p. 79), come fotoreporter. Gli è rimasto, del suo Paese, la lingua: la lingua è la patria (p. 153). Il suo è il mestiere di guardare – non solo di vivere. Sa d'essere pagato per il suo sguardo: ha raccontato “i caffè di Beirut, i raduni gitani in Francia, le palestre di boxe in disarmo in Italia, i musulmani di New York, la vita notturna di Gaza, che non immagini ma esiste, o come si possa sopravvivere a Grozny dopo l'attacco ceceno al teatro Dubrovka di Mosca, come ci si diverta nelle feste private di Teheran, come i funerali riassumano la storia dei popoli, le loro origini e non la fine (...)” (pp. 27-28). E adesso si ritrova dalle parti di Portopalo, in Sicilia (memoria sinistra: cfr. “I fantasmi di Portopalo” di Bellu), nell'hotel Mogador, scelto per via delle suggestive assonanze del nome. È uno che ha già dormito in un'infinità di posti, considerando il lavoro che ha scelto, e che ovunque vada pensa sempre di andarsene (p. 65): “Pensa e se ne va. Ovunque sia, se ne va. Se ne andrà”. E in effetti l'esperienza isolana non durerà molto; il tempo di amare una donna e di ritrovarsi a osservare la storia nascosta di quei lavoratori clandestini che smantellano le navi per rivenderne le parti. Con un pizzico di lirismo, ecco – ad esempio – il cimitero di navi:
“Vedi questo sforzo immenso dell'uomo che arriva al capolinea, queste mastodontiche navi costruite per attraversare i mari, per domarli, rendergli maneggevoli e banali come qualunque terra, eh, le vedi alla frutta. Le vedi alla ruggine, smontate, che crollano, ormai corrose, e passano. Non partono più, passano soltanto. Dovresti fotografarle” (p. 180).
Punto? Tutto qua? Fermi. Dicevamo che questo è il grande romanzo della fotografia. Entriamo nel dettaglio. “Damir Babic fotografa carne, per questo ha bisogno della vecchia pellicola. La pellicola è un impegno con la luce e contiene la carne; il digitale la sublima – teorizza. Non ha fretta, non gli piacciono le cose comode e troppo precise, neppure quelle che diventano immediatamente ciò che sono. Ci vuole fatica e imperfezione per diventare ciò che si è” (pp. 33-34).
Poesia. Ancora. Filosofia della fotografia, adesso.
“Un osservatore non è un fotografo, un osservatore è uno che usa la macchina. Il fotografo, invece, è un pensiero che scatta, un'illuminazione che agisce e poi sparisce. Agisce e sparisce, agisce e sparisce, e si muove ancora in te dopo che hai scattato. Un po' come il mare, mi capisci?” (p. 172).
Etica, ora.
“E' sempre un giudizio, la fotografia. Mai una morale, però. Non è un moralismo, è un'etica. E non è sempre quella di chi scatta, è un'etica della foto in sé, capisci?” (p. 184).
E cosa osserva, in Sicilia? Cosa impara?
“Poi si vedrà non esiste da noi. In Sicilia non si coniugano i verbi al futuro, usiamo il presente, diciamo poi si viri. Abbiamo l'eterno presente non il tempo futuro, siamo così. Nessun dialetto siciliano ce l'ha, il futuro” - dirà Lena (p. 130).
E ancora poesia: “Se quei due sono capaci di fare queste cose, pensa smarrito, allora sono anche capaci di morire. L'amore è un'ischemia, pensa, porta la morte a piccole dosi, la celebra e la imita” (p. 84).
Ecco. Ci voleva un artista che ragiona in versi per raccontare un dramma con toni così elegiaci, e così onirici. In appendice, un apparato di notizie (“I fatti”) a firma Pergolizzi (Legambiente) per sensibilizzare cittadini e lettori sulla questione dello smantellamento e dello smontaggio (shipbreaking) delle navi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gian Luca Favetto (Torino, 1957), giornalista (Repubblica), critico cinematografico, poeta, drammaturgo e scrittore italiano; ideatore di www.interferenze.to.it
Gian Luca Favetto, “Le stanze di Mogador”, VerdeNero, Milano 2009.
Approfondimento in rete: WIKI IT / Interferenze / Blog VerdeNero / .
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2009.
Commenti
Sgombriamo il campo da un primo equivoco: il nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, letterato torinese classe 1957, non è un noir e non ha niente o quasi a che fare con l?ecomafia, a dispetto della (nobile) collana di progetto in cui è inserito, quella di VerdeNero. Sgombriamo il campo con gioia ? personalmente non ho nessuna simpatia per la letteratura di genere, e non l?ho mai nascosto; ma ne ho molta, senza dubbio, quando il genere si rivela ?impegnato? e di denuncia, come in questa collana ? e ci ritroviamo di fronte a un grande romanzo dedicato e concentrato a un tema fondamentale: l?arte della fotografia.
ecco, l'incipit di questa tua mi fa riflettere sul fatto che in queste edizioni, almeno per quanto riguarda i (primi) libri che ho letto, nonostante l'inserimento in un "genere", non sono effettivamente inquadrabili nella classicità del genere, perché è l'impatto della denuncia ad avvicinarvisi (cronaca nera) più che la forma e la sostanza con cui i singoli autori "chiamati" hanno risposto. Poi in ognuno di loro è lo stile che fa il resto.
Non ho potuto fare a meno di soffermarmi sui tempi del/dei dialetti siciliani. Singolare o forse no e devo riflettere anche sul mio, perché ne rilevo le medesime assonanze. Questo titolo lo leggerò senz'altro, in un tempo più o meno relativamente breve.
(sembrerebbe proprio di sì... e la tua mi sembra un'ottima sintesi. In ogni caso, è una strada maestra molto interessante. Promettente).
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Sì, sulla questione dei tempi del dialetto - approfondiamo. Mi è rimasta molto impressa. In effetti anche in romanesco si dice "mo vedemo" o "poi vedemo". E ci sono frasette classiche tipo "see, domani" e via dicendo:)
copertina!
copertina!