Un romanzo di formazione largamente autobiografico, quest’opera di Fante del 1939. Uno scrittore che ha avuto pieno riconoscimento solo dopo la sua morte, purtroppo.
Protagonista è Arturo Bandini, giovane ventenne, figlio d’immigrati italiani, che è riuscito a pubblicare un racconto e adesso sogna di diventare un grande scrittore. Sogna, perché non sa se riuscirà ancora a scrivere e soprattutto a pubblicare, per ora è poverissimo, vivacchia in un alberghetto di infima categoria a Los Angeles, a volte scrive e poi straccia tutto, altre volte sprofonda nell’autocommiserazione e non riesce a fissare nessuna frase sulla carta.Talvolta Arturo passa dalla prima alla terza persona, come rivolgendosi a un altro se stesso riflesso, parla tra sé e sé favoleggiando ricchezza e gloria letteraria e contemplando la foto del suo editore, come se fosse un idolo protettore, una divinità cui rivolgersi dotata del potere di farlo sopravvivere.
Tra episodi decisamente divertenti e simpatici, aperture liriche e ironie si snoda la vicenda di Arturo, che da ogni fatto sembra voler trarre ispirazione per l’inizio di un racconto, ma poi, nella maggior parte dei casi, non concretizza, si disperde vagolando con la fantasia, sempre in cerca dell’ispirazione giusta. “E me ne sto sdraiato, tutto contento, a seguire con lo sguardo le mie fantasie che si snodano sul soffitto”.
Distratto, spendaccione, con la testa sulle nuvole, anche lui dubita di se stesso, si definisce “uno sbandato, un emarginato dal consesso umano, né carne né pesce né niente”. È chiaramente un personaggio in ricerca.
Nell’esistenza un po’ sbalestrata di Arturo compare poi Camilla, una ragazza messicana, anche lei dunque appartenente a una minoranza e quindi “diversa” per definizione. Con Camilla, Arturo intreccia una strana relazione, che lo porterà per un momento verso tutt’altre braccia, quelle di una donna matura. Vicende che causeranno una sorta di terremoto in Arturo, che si accompagnerà poi a un terremoto vero, quasi a dare maggior risalto al cambiamento. E, poco per volta, dopo una specie di ritorno un po’ opportunistico alla tradizione religiosa, evidentemente tramandatagli dalla famiglia, Arturo trova la sua strada e scrive pagine e pagine.
La gioia dello scrivere è ineguagliabile “…ore di delizia, le pagine si accumulavano una sull’altra e ogni altro desiderio era spento. Mi sentivo come un fantasma che fluttuava sulla terra, ero in pace col mondo e straordinarie ondate di tenerezza mi sommergevano quando mi mescolavo alla folla per strada e parlavo con la gente”.
Nel suo percorso Arturo ha preso consapevolezza del suo essere (e voler essere) scrittore, pur tra mille dubbi e cadute. L’esperienza con Camilla ha contribuito a mostrargli quel che lui non potrà essere (la scena del tiro a segno, dove Arturo si rivela assolutamente incapace di sparare, mostra che lui è adatto a fare altro, ha un compito differente). Alla fine Camilla sarà perduta, inghiottita da quella polvere del deserto che fin dall’inizio pervade la città e Arturo, seppur triste per questa separazione, si avvierà a percorrere altre strade.
Un romanzo sull’arte (e sul suo farsi) e sulla vita: ogni spunto di vita può diventare idea per un racconto nella mente di Arturo, ma nel finale, quando l’arte ha iniziato ad affermarsi, la vita irrompe lacerante e un gesto di rabbia suggella un amore incompiuto.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
John Fante (Denver, Colorado 1909 - Los Angeles, California,1983) scrittore americano di famiglia italiana emigrata negli USA. Frequenta scuole cattoliche e l’Università del Colorado senza completare gli studi. Nel 1930 si trasferisce a Los Angeles dove per mantenersi svolge ogni tipo di lavoro. Dopo alcuni racconti, nel 1938 esce il suo primo romanzo “Aspetta primavera, Bandini”, seguito da “Chiedi alla polvere” (1939) e “Dago Red” (1940).
Il buon successo di critica gli permette di lavorare a Hollywood come sceneggiatore per tutta la vita. Come narratore fu riscoperto solo nel 1982 con “Sogni di Bunker Hill”, con protagonista ancora Arturo Bandini
John Fante, “Chiedi alla polvere”, La Biblioteca di Repubblica, Milano 2003. Traduzione di M.G.Castagnone.
Prima edizione: John Fante, “Ask the dust”, 1939.
Altri libri di Fante recensiti su Lankelot.com:
Sito internet: http://www.johnfante.it/
Marina Monego.
Commenti
aaaah!!!!!!non riesco a ridurre lo spazio bianco, stasera 'sto cotta, scusate.
Il titolo di questo romanzo mi ha sempre affascinata, ma c'è stato qualcosa che, fino ad oggi, mi ha trattenuta dal leggerlo. Eppure ho un debole per i libri che indagano il rapporto con la scrittura, con l'arte e il suo farsi...
Sono convinta che la consapevolezza di voler essere scrittore postuli una sorta di latitanza dalla vita, ma che quest'ultima si lasci accantonare solo per poi arrivare ad imporsi come fulcro della creativià artistica.
Io l'ho scoperto grazie al primo lanke, leggendo la rec di GF.
Latitanza dalla vita in che senso?
Nel senso di vivere immersi nel sogno, conquistati dall'ideale e distanti dalla realtà.
non sempre, ci sono scrittori che conoscono bene la realtà in cui vivono, non mi sembrano solo immersi nel sogno, ce ne sono stati d'impegnati in politica (naturalmente sempre riservandosi il diritto di pensare con la propria testa), io direi invece che spesso sono scarsi riguardo lo spirito pratico, le piccole cose quotidiane da fare.
Alla fine ho l'impressione che la casistica sia molto varia in ogni caso.
La tua osservazione andrebbe girata a Gf comunque. :-)
Le arance barattate, i duelli verbali, una vitalità immensa in questo romanzo di Fante, un inno alla scrittura, forse rinnegando anche un po' la vita. Afferrare è la prima cosa che facciamo quando nasciamo, l'ultima cosa che facciamo da vivi è aprire le mani, lasciamo cadere la polvere, e poco importa che non sia esattamente quella di un deserto californiano.
Sì, la presa di coscienza della realtà e delle sue problematiche credo sia il passo successivo. Quando la vita, sia quella vissuta sia quella solo pensata, arrivano a collimare nella creatività dello scrittore, che smette di essere fantasma fluttuante e scopre l'arte come linguaggio privilegiato, chiave di volta per elaborare il cambiamento, e al tempo stesso come prospettiva altra sul mondo e sulla propria interiorità.
Premesso che lo rileggerò in futuro, incredibile, ma io non l'ho digerito. Troppo autoreferenziale, un lungo monologo di e per se stessi...forse come chiosava per altro discorso Angela al punto 4 un eccessivo "vivere immersi nel sogno, conquistati dall?ideale e distanti dalla realtà". Insomma un testo acerbo, immaturo, ma forse devo approfondire. Lo farò.
ringrazio prima di tutto chi mi ha sistemato la grafica (ma come si fa? Vabbé che ieri sera proprio connettevo poco).
Baol: a me Arturo è riuscito invece molto simpatico, prima o poi leggerò anche gli altri libri che llo vedono come protagonista, però i seguiti spesso non sono mai all'altezza del primo, temo.
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Angela: ottime osservazioni, su queste concordo.
(stavolta alla grafica ho pensato io. Semplicemente ho selezionato le righe bianche e le ho cancellate. E un'altra cosa, mi pare, ho messo "normale" al formato dopo aver selezionato tutto).
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Quanto al discorso sulla realtà e sul sogno, cos'è la realtà io ancora non l'ho capito, questo posso dirvi. Ma inizio a sospettare di avere qualche problema in sede di percezione - in generale.
io, direi che "Chiedi alla polvere" è il seguito di "Aspetta, primavera bandini", il primo fante che ho letto. lì ho conosciuto arturo bandini bambino, la sua famiglia, il freddo colorado.. e mi sono innamorata. è forse proprio da quello che dovresti (ri)cominciare, bauletto (baol) e te l'ho già detto! anche, per apprezzare meglio "Chiedi alla polvere" e per capire, ancora di più, i tormenti (anche religiosi) di quel ragazzo, solo a los angeles che si nutre di arance e sogni perchè vuole scrivere... e per mandare giù quell'autocommiserazione che un po' irrita... concordo.
è stato naturale, poi, trovarlo uomo, ormai maturo e scrittore, in "La confraternita dell'uva". è henry molise (ma è sempre arturo) che cerca di capire e recuperare il difficile rapporto con il padre, un misto di odio, insofferenza, profonda ammirazione e rispetto. lo scontro tra due generazioni troppo diverse che mai si comprenderanno al massimo si possono tollerare. in quest'ultimo ho trovato come dei piccoli pezzi di puzzle che mancavano ai primi due. nessuno mi ha delusa. mi hanno lasciato tutti la voglia di leggerne un altro.
... il prossimo sarà "La strada per los angeles" (mi aspetta da mesi) il primo della saga anche se pubblicato solo dopo la sua morte. e poi "Sogni di Bunker Hill"... l'ultimo.
sono sicura di trovare altri pezzi del puzzle...
*
"Sto cercando di ricostruire gli avvenimenti in ordine di tempo. Inverno, primavera o estate, i giorni scorrevano uguali. Solo la notte ci permetteva di stabilire la fine di un giorno e l'inizio di un altro."
*
non l'ho capito neanche io cos'è la realtà. e, comincio ad essere certa di avere grossi problemi di "percezione".
[fante] V.S.Gaudio da:
[fante] V.S.Gaudio
da: La Stimmung con John Fante
sulla Cosa bandiniana e l’aoristo di Camilla Lopez
nella nostra vita sotto forma d’un gesto, del
suo volto, di una forma costitutiva del suo esserci,
la linea del suo pondus, è nel deserto e nella polvere
che ci folgora, perché detiene in un solo istante
tutto ciò che non ci sarà mai dato di sapere,
tanto che come Camilla Lopez, che come analemma
esponenziale del fantasma di John Fante, si è
commutata in Amy Smart, che è l’analemma
esponenziale del fantasma di John Fante nel poeta
al cui meridiano oggi passa, è il luogo che ci sfugge
attraverso cui sia lui John Fante che io V.S. Gaudio
sfuggiamo a noi stessi:
il segno meno che sigla la funzione fallica,
la mancanza, lo statuto di (-φ) è al centro del desiderio
di John Fante ma è un nodo che, per Camilla Lopez,
non è necessario, l’oggetto fallico non viene per lei
che in secondo piano;[i] Arturo Bandini non se ne accorge,
lui pensa che il reale sia pieno di cavità e di polvere,
non s’avvede che al reale non manca nulla,
perché dico questo? Ma semplicemente per il fatto
che lui sembra che sia devoto al participio futuro
che indica un’azione che si svolge in un momento
posteriore a quello del verbo reggente,
tanto che, un po’ come avviene traducendo l’aoristo
in italiano, il participio aoristo sembra assumere
il valore temporale di anteriorità:
lui sembra che non veda il fallo incarnato
nell’immagine di Camilla Lopez, l’avesse appena
intravisto si sarebbe invasato di Amy Smart, che ha
il cognome di sua moglie e che, vai a vedere, è dalla
zona di Topanga Canyon che proviene, precessione
di tutte le determinazioni venute da un altrove,
essendo così illeggibile e indecifrabile Arturo Bandini
avrebbe potuto sposare la forma così estranea e così
fortuita dato che in ogni modo non avrebbe mai
potuto sapere chi fosse?
“Il fallo, là dove è atteso in quanto sessuale,
non appare mai se non come mancanza”:
[ii]
da qui il fallo è chiamato a funzionare come
strumento della potenza ma, come desidera
Camilla Lopez, è l’angoscia che s’erige.
Alla potenza non si chiede di essere ovunque,
un po’ come la polvere, è a lei che si chiede
di essere là dove essa è presente, perché,
come dice Lacan, “quando viene meno là dove
è attesa, cominciamo a fomentare l’onnipotenza.
Detto diversamente, il fallo è presente,
è presente in ogni luogo in cui
non c’è in quanto tale”.
[iii]
Detto tra noi, è il supporto di (+φ) che Arturo
Bandini non trova in Camilla Lopez
che, invece, Sammy trova, per poter godere
appunto di una potenza ingannevole.
Polvere in bocca, polvere nell’anima, via
dalla gente polverosa e cerca il verde oceano,
via con una ragazza vestita di verde fino a Long Beach
con vista sul mare, e per tutta la sera una bottiglia di gin
e quella lì verdevestita, che è Amy Smart,
la chiama sempre Camilla per sbaglio, finché
lei urla: “Finiscila di chiamarmi Camilla!
Io mi chiamo Amy, Amy Smart”.
E dormendo con la verdevestita, fingendo
che sia Camilla per tutta la notte e il giorno dopo,
lì davanti al verde oceano: duecento dollari per
un altro racconto e avrà Camilla a modo suo;
perché sì Camilla, a modo suo l’ha avuta,
la polvere si alza, non vola un uccello, non
ci sono le luci del crepuscolo a riempire quella
sera di marzo, c’è la polvere dello shummulo,
Dio che Bandini penoso quella sera del compleanno
di Amy Smart, con la sua regina che avrebbe voluto
farsi fare lo shummulo, che è un po’
come l’incorporazione della voce,
cosa che induce ad affermare che la particolarità
della risonanza risiede nel fatto che vi domina
l’apparato, lì è l’orecchio, che risuona solo
alla sua nota, alla frequenza che le è propria;
qui è lo gnomone che percorso nella lunghezza
dello spazio che opera dunque come un tubo,
di qualunque genere esso sia, flauto o organo,
è un tubo a tasti, nel senso che è la cellula posta
in posizione di corda – che però non funziona
come una corda – a essere interessata al punto
di ripercussione dell’onda e a farsi carico
di connotare la risonanza interessata.
Per questo, per questo oceano che c’è
nello gnomone di Amy Smart, lo shummulo
ha tutta la polvere dell’oceano e del deserto di Santa Ana,
una musica elementare, chiedi a Charles Bukowski.
(da:V.S.Gaudio,La Stimmung con John Fante sulla cosa bandiniana e l'aoristo di Camilla Lopez, in: Italoamericana di Alessandro Gaudio e V.S.Gaudio, www.lunarionuovo.it n.28, novembre 2008)
[i] Cfr. J. Lacan, La donna, più vera e più reale,in: Idem, Il Seminario, Libro X, trad.it:Einaudi 2007: cap. XIV, in ivi.
[ii] J. Lacan, Ciò che entra dall’orecchio, cap. XX in ivi, p. 293.
[iii] Ibidem.
[fante, gaudio] artista
[fante, gaudio] artista gaudio, ti posso domandare di spiegare ai lettori cos'è un "analemma"?
[gaudio] grazie per questa
[gaudio] grazie per questa fallica lettura di Bandini:). Hai uno stile impressionante, personale, caratteristico, atipico. Ti andrebbe di cominciare a scrivere recensioni qui su Lankelot? Vuoi che ti spieghi l'iter?