L’elemento che ancora oggi ci induce a parlare dell’attualità di Eugene Ionesco, a un secolo dalla nascita, è di sicuro la sua capacità di ritrarre il dolore di una stagione unica dell’uomo. Questa è la tesi che Nicola Fano, giornalista e esperto di teatro, espone in un libro (Ionesco Eugène, Alberto Gaffi editore, pagine 97, euro 10) dedicato al famoso drammaturgo.
Il “Teatro dell’ Assurdo” ha raccontato il nostro mondo mezzo secolo prima che le cose accadessero. La spersonalizzazione dell’individuo, il crollo delle ideologie, la solitudine dell’individuo di fronte a una società - massa nella quale non si riconosce più. Sono alcuni dei temi che negli anni Cinquanta Ionesco ha affrontato nelle sue opere teatrali. Ne La cantatrice calva il drammaturgo mette in scena un catalogo di individualità stupide e vuote che sopravvivono all’impossibilità di dare un senso. Quello che ieri sembrava assurdo, scrive Fano, oggi si legge in una prospettiva di sinistro realismo. Ionesco aveva capito che il mondo cambia sotto i nostri occhi, ma in un modo che noi non siamo in grado di comprendere.
Fano riconosce a Ionesco il ruolo dell’antagonista rispetto alla cultura del suo tempo. Ne evidenzia la dignità anticonformista che lo portò a polemizzare con Sartre e Genet. “Il Teatro dell’Assurdo” rappresenta, più oggi che ieri, l’insensatezza della condizione umana. Oggi che questa degenerazione si fa più intensa, che lo spaesamento dell’ uomo si fa globale nell’ era della società – spettacolo, dove tutto si annienta perché appare, le pagine di Eugène Ionesco hanno un’autenticità difficilmente smentibile. Il suo teatro d’avanguardia era già andato oltre, precorrendo i tempi Ionesco aveva individuato con grande genialità il dolore dell’uomo che non ha più identità. Fano ricostruisce anche i rapporti tra Brecht e Ionesco. I due uomini di teatro, secondo la sua opinione, stanno dalla stessa parte della barricata scenica. Brecht combatteva la disgregazione umana del Novecento resa palpabile dalla cronicizzazione di falsi rapporti di potere, Ionesco denunciava il sovvertimento delle scale dei valori tradizionali. Non siamo d’accordo. Brecht e Ionesco erano agli antipodi: il primo era un sostenitore del realismo sociale, quindi la società viene prima dell’individuo, il secondo era un liberale senza saperlo, e quindi poneva l’individuo prima della società.
Il metodo Ionesco attraverso il teatro ha cambiato la società e il costume.
Il critico teatrale inglese Martin Esslin, nel suo saggio Il teatro dell’assurdo, pubblicato nel 1961, analizza in modo comparato autori diversi tra loro (Adamov, Beckett, Ionesco, Genet, Pinter e Arrabal) accomunati dalle incomprensioni che all’epoca suscitavano il loro modo avanguardistico di fare teatro. Il critico legge il “Teatro dell’Assurdo” alla luce della sperimentazione degli anni Cinquanta. Ma fu Ionesco che in un saggio su Kafka definì il termine assurdo come “ciò che è privo di scopo: recise le sue radici religiose,metafisiche e trascendentali, l’uomo è perduto, tutte le sue azioni divengono insensate, ridicole, inutili”.
Rileggendo oggi le sue opere più importanti, alle quali Fano dedica un capitolo esauriente, Ionesco, più di Beckett e Brecht, ha manifestato l’abisso e l’assurdità della condizione umana, ha scritto dell’impossibilità di esprimerla attraverso canoni linguistici, ha colto la drammaticità di una crisi epocale che ha aperto le porte a un devastante nichilismo di valori che oggi sta travolgendo tutto con il suo regime di assenza di regole.
Fano coglie le contraddizioni di Ionesco che spinse il teatro al di là di quella zona intermedia che non è né teatro né letteratura, per restituirlo al suo ambiente, ai suoi limiti naturali. Convinto che bisognava non più nascondere gli artifici, ma renderli ancora più visibili, deliberatamente evidenti, andare a fondo del grottesco, nella caricatura, di là dalla pallida ironia di ingegnose commedie da salotto: spingere tutto al parossismo cioè alle fonti del tragico. Fare un teatro di violenza, violentemente comico, violentemente drammatico.
Questo è il metodo Ionesco che ha aperto la strada all’inquietudine contemporanea. Stando sempre dalla parte dell’individuo pensante che vive un dramma. Ionesco, quindi, non poteva stare dalla stessa parte della barricata di Brecht, sostenitore convinto degli ideali del collettivismo. Le loro strade sceniche erano parallele e diametralmente opposte. Se egli non fosse stato antagonista rispetto alla cultura marxista forse non staremmo qui a parlare della sua profetica attualità. Sembra ingeneroso affermare, come fa l’autore di questo saggio interessante che pur riconosce la grandezza del grande drammaturgo, che Ionesco ha combattuto dalla parte sbagliata rispetto alle sue stesse idee.
BREVI NOTE
Nicola Fano (Roma, 1959), giornalista e storico del teatro.
Nicola Fano, “Ionesco, Eugène”, Alberto Gaffi editore, Roma, 2009. Pagine 97, euro 10.
Nicola Vacca
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neo nick!
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