A tavola e nell'alcova si invita una volta sola...
Il libro della Esquivel si impone per la sua prosa fresca e pulita, travolgendo i lettori con la forte carica sensuale di una storia attraversata da magia, sentimento, passione e cucina, quella della tradizione sudamericana, dolce e amara allo stesso tempo.
Il titolo originale “
Como agua para chocolate” è stato mantenuto nella traduzione italiana del film “
Come l’acqua per il cioccolato” (1992) di
Alfonso Arau, regista nonché marito della Esquivel.
La cioccolata sarà protagonista di un capitolo, o come uno dei tanti ingredienti per preparare il “mole” di tacchino; in compenso dodici mesi dell’anno saranno scanditi da altrettante ricette, amori e rimedi casalinghi in cui abbonda il peperoncino dando corpo, infine, ad un originale racconto di vita che trasmette il gusto forte di una pietanza farcita da tradizioni popolari e che la mente rielabora sentendole estremamente vicine.
Lo stratagemma delle ricette di cui si serve la scrittrice per introdurre i singoli episodi, si presenta come un diario della memoria familiare che ha la capacità di restituire al mondo reale un personaggio magnetico e sovrannaturale.
Per rispettare titolo e contenuto, il romanzo si divora letteralmente in poche ore, non tanto per il suo medio formato, ma perché riesce a rapire la fantasia di chi ci si accosta con l’anima ben disposta partecipando al banchetto dell’esistenza di Tita, capace di creare delizie sopraffine e di renderle vive con la sua anima pura.
Le vicende terrene della protagonista, nonché quelle degli altri personaggi che le stanno accanto, si caratterizzano per il profondo legame tra la cucina ed i sentimenti sul presupposto di quanta influenza possa avere il cibo nella vita di ognuno, non soltanto per soddisfare il bisogno naturale di nutrimento.
Avete mai pensato a quanto una cena ben riuscita possa aiutare l’inizio di un amore, di un’amicizia o di un’alleanza economica? E per quanto tempo le leggende popolari siano riuscite a condizionare il modo di vivere degli esseri umani, riferendomi con questo alle esperienze tipicamente femminili.
Antichi consigli, tutt’oggi ancora in uso, proibivano la cucina alle donne durante il ciclo mensile data l’influenza nefasta sul buon andamento della cottura, mentre rituali magici mescolavano potenti ingredienti naturali ad altri di derivazione umana affinché le pozioni acquisissero maggiore forza per influenzare la mente, i sentimenti e la volontà altrui.
Questo romanzo squisito esalta il sapore del cammino di Tita, dolce creatura che sembra non appartenere a questo mondo, vivendo non di stregonerie tipicamente intese, ma di magia come collante dell’evoluzione della storia.
Magia di sentimenti repressi negli anni che si materializzano fuoriuscendo dal cuore inconsapevole e si mescolano agli ingredienti delle pietanze quotidiane per poi confondersi con gli odori ed i sapori più vari.
Marzo
“Quaglie ai petali di rosa”
Ingredienti
12 rose, possibilmente rosse
12 castagne
Due cucchiai di burro
Due cucchiai di fecola di mais
Due gocce di essenza di rose
Due cucchiai di semi di anice
Due cucchiai di miele
6 quaglie
1 pithaya(fiore bianco dal profumo intenso)
“Si staccano con grande attenzione i petali delle rose, stando attenti a non pungersi le dita, perché a parte il forte dolore causato dalla spina, i petali possono rimanere impregnati di sangue e questo, oltre ad alterare il sapore della pietanza, può provocare reazioni chimiche addirittura pericolose” (pag. 41).
Ogni ricetta ben rifinita negli ingredienti e modalità di cottura, introduce, quindi, un capitolo della vita di Tita.
La ragazza nasce in mezzo al cibo, in cucina, spinta da lacrime che scendono come un torrente in piena. Si racconta che le domestiche, dopo che il sole ne ebbe asciugato tutta l’acqua, avevano raccolto cinque chili di sale da riporre in dispensa. Tita piangeva sin dalla nascita perché già consapevole che nella sua vita non avrebbe mai conosciuto il matrimonio, per una tragica sorte che la voleva accanto alla madre sino alla fine dei suoi giorni terreni.
Una storia che si dipana tra fine Ottocento ed inizio Novecento in un Messico legato a culture e tradizioni secolari; una storia, la sua, che nella tragedia riesce ad emozionare pur senza essere lacrimevole.
Tita vive per la cucina e la cucina vive in lei. Il cibo prende vita sotto le sue mani, ricettacoli dell’amore ricambiato di Pedro ma ahimé impossibile, del suo odio per una tradizione spietata, del dolore per il matrimonio del ragazzo con la sorella, della sua gioia quando l’uomo dei sogni la ricambia da vicino e allo stesso tempo da così lontano.
Il cibo è il veicolo di cui Tita si serve naturalmente per comunicare i sentimenti che si trasmettono inevitabilmente a chi si avvicina alle sue pietanze. È qui che nasce l’alchimia tra lo spirito e la materia: chi si ciba delle sue delizie ne resterà coinvolto nel profondo. Ed ecco che dalla ricetta delle quaglie ai petali di rosa un desiderio irrefrenabile d’amore si desta nell’animo di tutti gli ospiti che non riusciranno a trattenere i loro istinti.
Il giorno è il momento che Tita preferisce perché nella cucina esprime se stessa, esprime ciò che la società in cui vive le vieta.
La notte, invece, quando il freddo del suo cuore gelato dal destino avverso prende il sopravvento, si avvolge in una coperta che continua a preparare nella speranza che possa un giorno essere talmente grande da riuscire infine a scaldarla.
Con le sue ricette riuscirà a condizionare il destino di chi le sta vicino. Il suo amore e le sue sofferenze saranno vissuti da tutti coloro che si ciberanno dei suoi piatti prelibati, fino a quando gli eventi diverranno incontrollabili.
Il suo amore tornerà a lei per un breve ed interminabile istante in un finale commovente e lirico, che concentra in sé tutta la poesia dell’anima del personaggio magico di Tita.
“Se per un’emozione molto forte si accendessero tutti insieme i fiammiferi che abbiamo dentro di noi, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; ed allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci inviterebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta...”(pag. 177).
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Laura Esquivel, nata a Città del Messico nel 1950, è sposata con il regista Alfonso Arau che dal suo primo romanzo ha tratto il film “Come l’acqua per il cioccolato” (1992).
“Dolce come il cioccolato” ha venduto oltre quattro milioni di copie in tutto il mondo, con una traduzione in trentatre lingue.
Altri suoi romanzi: “La legge dell’amore”, “Veloce come il desiderio”, “La voce dell’acqua”.
Laura Esquivel, “Dolce come il cioccolato”, Tea, Milano, 1998. Traduzione di Silvia Benso.
Prima edizione: “Como agua para chocolate”, 1989.
Pagine già inserite in Ciao.it. Revisione per Lankelot.com.
Commenti
Movi sulla ESQUIVEL.
buona lettura amices!
"Avete mai pensato a quanto una cena ben riuscita possa aiutare l’inizio di un amore, di un’amicizia o di un’alleanza economica? E per quanto tempo le leggende popolari siano riuscite a condizionare il modo di vivere degli esseri umani, riferendomi con questo alle esperienze tipicamente femminili."
> http://www.ibs.it/code/9788806144043/blixen-karen/babette-feast-babette
ecco cosa dovremmo riscoprire... la Blixen!
"C'è almeno un testo nella letteratura del XX secolo che si può considerare come una grande parabola disperata sul dono e l'artista: Il pranzo di Babette, di Karen Blixen. Babette, grande cuoca parigina esiliata in Norvegia dopo la Comune, diventata modesta cameriera, vince diecimila franchi alla lotteria. Il lettore ritrova così la Fortuna. Ritroverà anche la larghezza e il dono del cibo: Babette, invece di rientrare a Parigi, spende tutta la sua fortuna per offrire un festino, in una comunità di puritani, alle sue austere padrone. I commensali gusteranno quasi a loro insaputa un momento di intensa felicità, ma quel dono straordinario non sarà veramente riconosciuto. La donatrice non sarà ringraziata. Il solo che abbia indovinato ciò che gli è stato offerto, un vecchio generale malinconico, rimane chiuso nel suo dolore. "Non avreste dovuto spendere per noi tutto quello che possedevate" dicono a Babette l'indomani. "Sono una grande artista", risponde lei. Ironia: il pastore defunto, di cui il festino celebrava l'anniversario, soleva dire ai suoi parrocchiani: "Le sole cose terrene che abbiamo diritto di portare in cielo sono quelle che abbiamo donato".
(Jean Starobinski, A piene mani. Dono fastoso e dono perverso, trad. di A.Perazzoli Tadini, Einaudi, 1995, in Lunario di fine millennio. 366 letture per il Duemila, a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, 1999)
http://www.lankelot.eu/index.php?tag=letteratura-messicana
4 voci soltanto, ma tutte appassionanti.
2. era una mia idea in origine...:)
3. molto...tra gli altri, Paz e Rulfo, non c'è che dire. Ma ne aggiungerò un altro credo.
2. ... perfetto allora;).
3. Anteprima! E vai;)
Ecce Movi(e):
http://www.lankelot.eu/index.php/2009/03/08/arau-alfonso-come-l-acqua-pe...
(tra le pagine più lette in questi primi giorni di maggio!)
reimpaginata.
reimpaginata. come? semplicemente riaprendola e pulendo la prima riga saltata:)