Napòlide è un libro di ricordi, frammenti ed emozioni.
La penna è quella di Erri De Luca, scrittore napoletano che da Napoli è andato via presto, e “mai più ha attecchito altrove”.
In queste pagine c’è il suo passato, la sua vita, il suo rapporto con la terra natale.
C’è l’occhio critico e il pensiero originale di uno scrittore “napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo”.
Napòlide è un libro di memorie ed un libro di riflessione.
Come se si guardasse allo specchio, De Luca parla a se stesso e ai napoletani tutti, descrivendo la nostra città attraverso eleganti quadretti, scenette autobiografiche, tuffi nel passato, schegge di vita vissuta.
E lo fa con il solito stile fluido e avvolgente, con quel suo modo di scrivere straripante, che prende spunto da un particolare insignificante ed in modo impeccabile finisce quasi sempre per andare “fuori tema”.
Basta poco, davvero: un biglietto del treno, un sorso di “pér ‘e palummo”, l’immancabile ragù, un tornio fumante, una ragazza vista una sera in una pizzeria di Fuorigrotta, per far esplodere il flusso delle parole.
Ed è in questo modo che De Luca, scavando nel proprio passato, offre la sua visione personale di Napoli: la Napoli di ieri e la Napoli di oggi, una città fatta di odori e sapori, “barocca” e “vischiosa” allo stesso tempo.
Una città che si traveste, che è possibile ritrovare in altri luoghi anche lontani – Gerusalemme, Mostar –, che da secoli si trascina incapace di reagire, tra la pacienza e l’accussì.
I brevi frammenti presenti nel libro regalano splendide emozioni, ricordano personaggi famosi, ricreano vicende autobiografiche: il terribile maestro delle elementari (nel capitolo Nervi), il Molo di Mergellina, i Racconti a voce dell’immediato dopoguerra, il Calcio ed il Sacro. E ancora Totò, “saltimbanco generale di un popolo teatrale”, o Eduardo, “presenza che dava peso e geometria a tutti gli altri corpi intorno”, Giancarlo Siani e Maradona.
L’autore ama la parola colta, l’espressione ricercata, ma non disdegna il dialetto, più immediato, adatto a spiegare espressioni e modi di essere tipicamente napoletani.
Un dialetto che “è come lo sport: deve essere appreso in prima età. Contiene destrezze muscolari, abilità, passi e scorciatoie inammissibili fuori del campo”.
Un dialetto che bisogna usare, perché “chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze”.
Il piccolo libricino si lascia leggere e appassiona, pagina dopo pagina.
Sospeso tra malinconia e speranza, autobiografia ed esercizio di stile, è la lettura ideale per osservare da un’altra angolazione alcuni scorci della nostra città.
Un libro per riflettere su Napoli e su noi stessi.
E forse, alla fine, scoprirsi napòlidi come chi questo libro l’ha scritto.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950). Giornalista e scrittore napòlide.
Erri De Luca, “Napòlide”, Dante & Descartes, 98 pp. 10 euro.
Antonio Benforte. Recensione già apparsa su alternapoli.com
DE LUCA in LANKELOT
Commenti
"Napolide" è un conio molto divertente. Il libro - mai come in altri casi - mi sembra destinato a essere interiorizzato e compreso a dovere soltanto da chi ha Napoli nel sangue; non è il mio caso, ma ricordo di aver apprezzato, su antica imbeccata di Marathe, Montedidio.
Omaggi!
Bello, trovare una pagina su De Luca. E'cosa nota la mia preferenza per i suoi scritti, ma questo "Napòlide" proprio non lo conoscevo. Purtroppo per chi non vive a Napoli è difficilissimo reperire le pubblicazioni della piccola casa editrice "Dante & Descartes", appena scendo a trovare i miei faccio un salto a comprarlo. Grazie per la tua pagina.
Angela, torna presto e fissa tra noi, ci manchi tanto. E non solo per gli scritti sul tuo De Luca:). Forza.
un libro del quale ignoravo l'esistenza, grazie per avercelo presentato, penso anch'io che possa essere capito a fondo solo da chi ha Napoli nel sangue (un po' come certi libri su Venezia, città incomprensibile a volte per chi viene da altrove).
Interessante questa osservazione:
"Un dialetto che bisogna usare, perché ?chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze?.
Sarebbe da indagare sull'uso del dialetto, ma voi lo usate il vostro? Io ho uno strano rapporto col dialetto, anche se si sente da dove vengo appena parlo, cioé la cadenza credo proprio sia evidente e questo a volte mi scoccia pure.
(io sono orgoglioso di conoscere e di poter parlare due dialetti, oltre alla nostra lingua. Sono parte del mio sangue)
io conosco solo il mio e neanche nella forma pura in cui lo sa parlare mio marito ad esempio, eppure mi accorgo di usarlo a seconda delle persone cui mi rivolgo, insomma cambio registro linguistico a seconda degli interlocutori e poi, ma questo dovresti saperlo, mi vengono spontanei intercalari in dialetto mentre parlo italiano magari con persone di tutt'altra regione. Questa tendenza starei cercando di togliermela, perché non mi va tanto, eppure riemerge.
Da piccola, in età già prescolare, i miei (mio papà lo chiamava il "patuà", hce poi ho scoperto essere il dialetto veneto parlato da certi emigranti appunto veneti finiti in Brasile) non volevano che parlassi il dialetto (ma loro lo usavano eccome, ma non pewr rivolgersi a me) ed io lo facevo di nascosto con un'amichetta, che parlava quasi solo quello come "prima lingua", insomma vivevo già una scissione. Non potevo sapere che quella era solo la prima della serie!
Il libro da queste parti va per la maggiore.
Devo ammettere che in quest'ultimo periodo i libri su Napoli anche di emergenti stanno spuntando come funghi.
Sul dialetto: non lo uso, alle volte non lo capisco. Ma mi adeguo. :)
Mi mancate tanto anche voi...
Letto in questi giorni, finalmente.
E'un De Luca intimista come nei primissimi romanzi. Certe pagine sembrano dipingere Napoli come in un acquarello, malinconico e prezioso di colori che pochi altri avrebbero saputo adoperare. Perchè quella di De Luca è scrittura capace di scavarti dentro, carica com'è di una forza emotiva che induce a spostare lo sguardo oltre la pagina, fin dentro i ricordi.
io nun' o' cunuscevo invece, mi sa ca me l'aggia accattà! ^__^ Si parlava per caso di dialetto? Non conosco questo autore, provvederò quanto prima. Una sola annotazione: non mi piace l'espressione Totò saltimbanco, ma quella di "principe della risata". Punto, due punti, punto e virgola!