CHI VINCE NON PRENDE NIENTE*
“Hemingway scrive a secco, non sbava quasi mai, non gonfia, ha i piedi per terra”. Questo il giudizio di Calvino, capace di chiarire con mirabile sinteticità il tratto distintivo della tecnica hemingwayana, quel famoso taglio “telegrafico” di cui l’autore stesso andava fiero. Lui, lo scrittore più chiacchierato dell’intero panorama letterario mondiale, l’uomo attorno al quale non tardarono a sorgere fantasiose leggende che lo proponevano come prototipo dell’esperto cacciatore, dell’incallito bevitore, dell’inguaribile donnaiolo, dell’individuo, insomma, perennemente in cerca di forti emozioni.
Le stesse emozioni che impregnano le sue pagine, pervase da quel senso di vigoria morale e fisica, dietro il quale si cela l’ossessione ambigua e perversa della morte, eterna protagonista delle opere di quello che impropriamente la critica ha definito come hard boiled. Un duro nello scrivere e nel vivere, un duro costretto, tuttavia, a confessare la propria fragilità di fronte agli orrori del primo conflitto mondiale, “quando si sentì uscire l’animo dal corpo come un fazzoletto di seta sfilato dal taschino per un angolo”.
E la guerra, la caccia, la corrida descritte nei suoi romanzi, finiscono, di volta in volta, per trasformarsi, quindi, in palcoscenico con il sipario alzato sulla danza macabra della morte, nera etoile dello spettacolo che “agisce recitando la sua barocca rappresentazione, all’interno della quale il piacere di dare la morte nasconde a stento quello di poterla ricevere”. L’odore dolce del sangue penetra, spietato, offuscando la vista dei lettori persi tra le pagine di libri che si imprimono nella mente con la forza e l’immediatezza di un dipinto. Ogni parola esprime il tratto magistrale di un pennello che si muove sulla tela guidato dalla mano sapiente dell’artista, capace di rendere con fresca semplicità le tinte più tenui ed il buio più cupo senza tralasciare le infinite sfumature di una scala cromatica in grado di arrivare alla trasparenza.
La scrittura scorre fluida evocando un suggestivo susseguirsi di immagini cariche di quell’intenso simbolismo respinto dall’autore, secondo il quale esso costituiva “solo un trucco degli intellettuali”, mentre “il segreto del romanzo consisteva proprio nella sua totale assenza, nell’emozione creata esclusivamente dall’azione”, dalla lotta dei personaggi con l’unica, vera protagonista dei suoi romanzi: la morte.
Santiago, pertanto, incarna l’umanità intera tesa ad affrontare il destino, ed il mare, chiamato la mar, al femminile, da chi riusciva ad amarlo al punto da parlarne come di una donna, “come di qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e che se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle”, portato, com’era a reagire agli influssi della luna con sensibilità femminea, il mare rappresenta lo scenario crudele ed indispensabile della perenne sconfitta dell’uomo, incapace, anche quando vince, di trionfare del tutto, come nel caso del vecchio pescatore abile nell’affermare la sua supremazia sul merlin e, tuttavia, derubato del suo successo.
Un successo che mantiene, secondo Hemingway, il suo valore nella misura dello sforzo fatto per accettare e vivere la sfida quotidiana dell’esistenza, una sfida che richiede, come afferma Griffin, quella sensibilità alla bellezza, quel coraggio nel rischio, quella disciplina alla verità, capaci di condurre, moralmente, alla vittoria anche nella sconfitta. Lo scrittore americano firma, all’età di cinquantatre anni, “il libro in cui dice il massimo che aveva da dire e nel miglior modo in cui avrebbe mai potuto sperare di riuscire a dirlo”, il libro che vale la sua definitiva consacrazione al successo, decretata dalla vittoria del premio Pulitzer e del Nobel, il libro della maturità, l’ultimo dono lasciatoci prima di pulire uno dei suoi fucili e decidere di trovare “involontariamente” la fine della propria vita.
*“Winner take nothing”, racconto hemingwayano datato 1933, capace, nel titolo, di sintetizzare profeticamente l’avventura malinconica del vecchio Santiago. Da qui la traduzione italiana che introduce alla mia pagina, riportata nel desiderio di riconoscere il legame tra il primo e l’ultimo Hemingway.
Angela Migliore
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"Un successo che mantiene, secondo Hemingway, il suo valore nella misura dello sforzo fatto per accettare e vivere la sfida quotidiana dell?esistenza, una sfida che richiede, come afferma Griffin, quella sensibilità alla bellezza, quel coraggio nel rischio, quella disciplina alla verità, capaci di condurre, moralmente, alla vittoria anche nella sconfitta".
Perfetto, Angela.
Il nostro Vecchio è un uomo che pensa, parla da solo, pianifica, si stanca e rimane frustrato. È l'ideale percorso quotidiano di ognuno di noi che affronta le proprie difficoltà.
È magnetico il percorso di quest'uomo, ti cala davvero nel suo stato d'animo e ti avvolge di tutta la stanchezza che prova.
Raffaella
Ho letto questo libro tre volte in tre diversi periodi, a 12, 17 e 22 anni. Precisando che mi son appassionato di più all'Hemingway dei (49) racconti, questo libro è incredibilmente ricco di simbolismi e di spunti riflessivi. A livello di "frase" lui è incredibile. Esattamente come hai detto tu, Angela, lui evitava a tutti i costi retorica ed inutili gingilli intellettualoidi. Ma è impossibile resistere al fascino genuino del romanzo.
Insieme a Raymond Carver ha fatto scuola. Punto.
Hemingway non è tra i miei preferiti, ma non si può non apprezzare "Il vecchio e il mare". Dei 49 racconti aveva scritto Franco, sul vecchio Lankelot.com.
http://www.lankelot.eu/?p=1170 ecce!
"prototipo dell?esperto cacciatore, dell?incallito bevitore, dell?inguaribile donnaiolo, dell?individuo, insomma, perennemente in cerca di forti emozioni".
> credo si tratti dell'immagine che EH
ha voluto proiettare nel mondo. Scrivendo e scrivendo di sé.
"L?odore dolce del sangue penetra, spietato, offuscando la vista dei lettori persi tra le pagine di libri che si imprimono nella mente con la forza e l?immediatezza di un dipinto. " >
odore e dipinti assieme. Questo passo è densissimo.
5-6
Sì, credo tu abbia ragione ed è quello uno di motivi per cui non impazzisco per Hamingway.
7
odore e dipinti. Succede quando la lettura riesce a diventare esperienza sensoriale oltre che viaggio mentale. Difficilissimo per gli odori. Meno per le immagini, nel mio caso, essendo lettrice abbastanza "visiva".