Seppure scritti in un intervallo di qualche anno l’uno dall’altro – precedente il libro di Bettiza (2000) a quello di Rossanda (2005) – si tratta di due testi utili da affrontare parallelamente, per la certa ricorrente identità dei temi che vi vengono discussi e per il fatto che ciò avviene da punti di vista alternativi, talora apertamente discordanti.
Nelle grandi linee sono diffusamente noti i profili dei personaggi, il loro percorso professionale e politico-culturale.
Enzo Bettiza è il giornalista dalmata, originario di Spalato, corrispondente per i più importanti quotidiani nazionali (“La Stampa”, “Il Corriere della Sera”) da diverse capitali europee (Vienna, Mosca) in momenti centrali della storia del Novecento, che insieme con
Indro Montanelli ha fondato “Il Giornale” negli anni Settanta, è stato senatore e parlamentare europeo come liberale indipendente e ha costruito infine, sin dai tardi anni Cinquanta, una carriera di romanziere forse meno apprezzata rispetto a quella di giornalista ma ugualmente brillante (da
Il fantasma di Trieste del 1958 fino a
Il libro perduto dello scorso anno).
Anche Rossana Rossanda proviene dai territori un tempo italiani dell’Adriatico orientale. A Pola, infatti, è nata e ha trascorso l’infanzia prima di trasferirsi, a causa di una travagliata situazione familiare generata dalla crisi economica del 1929, a Venezia e poi a Milano. Ha partecipato alla Resistenza e militato nel partito comunista, del quale, dall’immediato dopoguerra, ha percorso la gerarchia interna divenendo in breve tempo la responsabile nazionale della sezione cultura e membro del comitato centrale. Ha lavorato nella redazione del settimanale di partito “Rinascita” e nel 1968-69, a seguito di un inconciliabile dissidio con la politica ufficiale del Pci riguardo all’invasione sovietica di Praga, è stata espulsa dal partito. Lei e il restante gruppo di contestatori hanno allora dato vita al movimento politico, presto abortito, e al quotidiano, tutt’ora vivo e vegeto, del “manifesto”.
La cavalcata del secolo e La ragazza del secolo scorso non sono libri di storia e nemmeno autobiografie strettamente intese, ma una ibridazione, riuscitissima in entrambi i casi, dei due generi. Contengono il racconto in soggettiva di due intelligenze fuori del comune che hanno incrociato da posizioni privilegiate alcuni fra gli snodi più cruciali della storia contemporanea (Bettiza in prospettiva maggiormente europea, e centroest-europea in particolare).
Si diceva, in apertura di articolo, come in questo caso risulti utile un confronto fra i due libri – poiché quest’ultimo va a tradursi immediatamente in un confronto fra giudizi, narrazioni, mentalità, itinerari professionali e umani, prospettive ideali e politiche raramente concilianti. È un aspetto che balza evidente agli occhi in numerose pagine dei volumi, e del quale qui mi limiterò a dare un paio di esempi fra quelli che reputo maggiormente probanti.
Comincio dal dato biografico di base, che in qualche modo assimila i due autori: Spalato e Pola, le città che hanno dato loro i natali negli anni Venti. Sia Bettiza che Rossanda provengono da quell’italianità dell’Adriatico orientale che, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, si è vista assestare colpi tremendi dalla storia, tali da condurla alla quasi completa estinzione.
Ora, nel libro di Bettiza il racconto dell’esodo dalla Dalmazia è non solo doviziosamente illustrato, ma anche problematizzato a dovere in una visione complessa e di lungo periodo, che tiene al centro la categoria dei nazionalismi, seguendone il processo di espansione e le (esiziali) conseguenze sul piano storico. Nulla di tutto questo troviamo invece nel libro di Rossanda, la quale evita anche solo di accennare all’argomento. È un silenzio non collegabile, con ogni probabilità, unicamente al motivo biografico costituito dal precoce trasferimento da Pola a Venezia vissuto dall’autrice, che non avrebbe quindi fatto in tempo a saldare in un solido legame affettivo l’appartenenza alla sua città natale. Ma sono omissioni (per non dire “rimozioni”), bensì, che sembrano trovare più conforme collocazione in quell’atteggiamento di reticenza e ambiguità, a più riprese denunciato da un quindicennio a questa parte, che la sinistra comunista italiana ha osservato verso la totalità dei problemi attinenti alla storia giuliana degli ultimi sessant’anni.
Il valore più duraturo del libro di Rossana Rossanda, credo, sta proprio nella vigorosa propensione a un ragionamento mai tentato dall’autoindulgenza, nella pregevole volontà di discutere pubblicamente e criticamente, e sino in fondo, i passaggi ardui della propria esistenza, le scelte compiute in nome di valori e in forza di un immaginario politico che oggi sappiamo dolorosamente svalutati, usciti a pezzi dalla prova della storia. Si tratta di un contegno intellettuale improntato a una sincerità davvero rara, e che percorre con speciale veemenza i capitoli dedicati alle cause della sconfitta delle sinistre nelle storiche elezioni del 1948 – anche da Bettiza affrontate da sinistra, auspici le giovanili, e subito ripudiate, simpatie comuniste.
Ciò che mancò al Pci, è affermato in sostanza e con acume da Rossanda, fu una politica di respiro in senso lato nazionale, capace di assorbire gli interessi e le aspirazioni non soltanto di un gruppo sociale, ma di una collettività più ampia; un’azione tesa ad armonizzare le spinte di diversa origine che salivano in quel momento dal Paese, organizzandole in un progetto comune (è, del resto, precisamente quanto fece vincere la Democrazia Cristiana). Tuttavia è appunto in questi passi del libro, dove più ricco di risultati si fa l’approccio autocritico dell’autrice, che è possibile cogliere simultaneamente la parzialità, il limite della lettura alla base dell’approccio stesso. Se nella ricostruzione minuziosa dello scenario politico e sociale dell’Italia di allora, infatti, si fa mancare completamente il tassello relativo alla storia della frontiera orientale, risulta forzatamente monca la spiegazione e, con ciò, impossibile la comprensione profonda dell’insuccesso elettorale scontato nel ’48 dalle sinistre e in particolare dal Pci. Nell’assenza di un sia pur minimo accenno alle sofferte vicende del confine orientale -- assenza che, nelle memorie di un’anziana comunista italiana, ancorché nata a Pola, forse non desta eccessivo stupore ma è ugualmente degna di nota – non è dato di cogliere la dimensione vera del fallimento della politica nazionale del Pci, il quale proprio davanti alla “questione di Trieste”, alla dissoluzione della Venezia Giulia e all’esodo di quasi trecentomila connazionali, ha visto clamorosamente frantumarsi le enunciazioni di principio, le strombazzate velleità di una politica “nazionale” e, con esse, le ambizioni a divenire guida politica del Paese. Al volume di Rossanda sembra estranea la nozione che sulla solidarietà si fonda il sentimento nazionale, e che è la solidarietà a ispirare qualunque durevole disegno di governo; né appare acquisita la consapevolezza che il comportamento del Pci, in quei frangenti, si dimostrò tutto fuorché solidale – il che è grave particolarmente per un partito che si voleva il rappresentante per eccellenza delle istanze “popolari”. Nella misura in cui la frontiera orientale non vi sia integrata, insomma, qualunque storia d’Italia risulta non solo incompleta ma incomprensibile.
Il secondo paragone che stabilisco brevemente fra i due libri, a conclusione di queste note, concerne gli avvenimenti del 1968. Eventi che chiudono le memorie di Rossanda, con la già ricordata cacciata dal Pci, la fondazione del “manifesto” e la trasposizione delle speranze, definitivamente tradite dal partito, nello spontaneismo delle nuove forme di protesta – speranze che l’autrice a posteriori dichiara, amaramente e di nuovo coraggiosamente, pure esse fallite.
Enzo Bettiza invece il ’68 lo visse a Praga e in Germania orientale, in quel Centroeuropa che, volentieri etichettato sbrigativamente “Est”, è spesso evocato nei ricordi di Rossana Rossanda come uno spinoso impaccio e come tale nella sua narrazione liquidato. La visione della protesta centroeuropea, brutalmente smorzata dai carriarmati sovietici e così vibratamente descritta nella Cavalcata del secolo, permette a Bettiza di istituire una distinzione fra un ’68 “finto” e un ’68 “vero”. Il primo sarebbe quello degli studenti italiani e degli altri paesi occidentali, caratterizzato da obiettivi di lotta che, non distaccandosi da piattaforme relative al costume e alle mentalità, ne denunciavano l’appartenenza a un mondo privilegiato, piuttosto ricco e già libero. Il ’68 di Praga, al contrario, non aveva ancora risolto il problema fondamentale della libertà, e da ciò, attraverso la sua drammatica riproposizione e la sanguinosa sconfitta che seguì, ricava nella lettura di Bettiza la patente di maggiore “veridicità”.
EDIZIONI ESAMINATE E BREVI NOTE
Enzo Bettiza, La cavalcata del secolo, Mondadori, Milano 2000.
Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005.
Commenti
"(...)studenti italiani e degli altri paesi occidentali, caratterizzato da obiettivi di lotta che, non distaccandosi da piattaforme relative al costume e alle mentalità, ne denunciavano l?appartenenza a un mondo privilegiato, piuttosto ricco e già libero". > sul concetto di già libero mi tremano i polsi, perché non dimentico che la nazione che ci chiama elettori è nazione occupata militarmente da 60 anni. Ma ho capito il senso.
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Queste "ibridazioni" tra generi ti dovranno tornare care, come autore. Parlo della natura dei testi, cui alludevi nelle prime battute. Mi sembra che tu abbia questo in vena, una scrittura che sappia sublimare i confini tra i generi. Mi aspetto - ci aspettiamo, in tanti - enormi cose, perché già grandi ne hai donate col tuo Postnovecento.
Eccellente la schiettezza e la chiarezza di questo passo, per cui personalmente ti ringrazio molto: "omissioni (per non dire ?rimozioni?), bensì, che sembrano trovare più conforme collocazione in quell?atteggiamento di reticenza e ambiguità, a più riprese denunciato da un quindicennio a questa parte, che la sinistra comunista italiana ha osservato verso la totalità dei problemi attinenti alla storia giuliana degli ultimi sessant?anni".
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Perfetto.
di sfuggita, non mi potevo far scappare il tuo pezzo. Ottimo, Patrick, ottima soprattutto la sottolineatura dove dici "Nella misura in cui la frontiera orientale non vi sia integrata, insomma, qualunque storia d?Italia risulta non solo incompleta ma incomprensibile". Credo poi che per i periodi di cui parli questo abbia una portata non trascurabile: e invece spesso si è preferito dimenticare, ignorare, oltrepassare. Ma il nostro confine è ancora porta verso Est con tutto ciò che questo comporta - non solo negli anni da te ricordati, ma nel periodo del conflitto jugoslavo e finanche oggi in tempi di frontiere sostanzialmente aperte. Grazie per la tua pagina di storia, per la comparazione acutissima e per le riflessioni che essa genera. Ilde
Ilde, grazie a te davvero per l'attenta lettura. Concordo con te sulla persistenza di una particolare funzione propria al "nostro" confine. Qualcosa di molto grosso sta bollendo in pentola; questa è una parte d'Italia destinata a divenire in breve tempo sempre più strategica.
copertina & archivio BETTIZA
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