Scritto a soli ventotto anni, “Per alleviare insopportabili impulsi”, prende il titolo dal penultimo dei racconti di cui è costituito. Si tatta di nove storie tutte permeate su quel witz tipico della cultura ebraica, che fanno di Englander un nuovo nome da aggiungere alla lunga lista degli autori ebrei americani di successo, con la consacrazione di Ovadia in copertina, che lo battezza come “l’erede luminoso della tradizione yiddish”.
È l’umorismo amaro, infatti, il vero e proprio fil rouge del libro che diventa dimostrazione tangibile dell’eclettismo del suo autore. Il newyorkese, si misura con le tematiche caratteristiche della narrativa ebraica: dalla storiella ironica, alla Shoah, fino alla tirannia della paura per chi vive a Gerusalemme, passando per le persecuzioni sataliniste, non senza indagare la complessità dei rapporti interpersonali all’interno di quel complesso microcosmo costituito dalla famiglia permeata sull’osservanza della Torah.
Ne “Il ventisettesimo uomo” che apre la raccolta, la narrazione è incentrata sulla cattura di ventisei scrittori ebrei da destinare alla fucilazione, in quanto considerati traditori del regime. A costoro si aggiunge il ventisettesimo, frutto di un errore burocratico che accomuna il destino di un giovane sconosciuto e fino ad allora confinato nel proprio mondo fantastico, a quello delle massime rappresentanze dell’intellighenzia ebraica. Innocente e inconsapevole, il ventisettesimo, si fa emblema dell’intero mondo intellettuale che viene inghiottito dalla perversione di quell’idea comunista che pure agli albori aveva appoggiato e in cui aveva sperato e creduto, venendone infine tradito.
Englander riesce a mescolare comico e tragico senza mai scadere nel grottesco, ma addirittura arrivando ad essere lirico. È pura poesia, infatti, il finale del secondo racconto intitolato “Gli acrobati”, storia paradossale degli abitanti di Chelem che scansano la deportazione nei lager, fingendosi circensi. Qui le risate del pubblico segnano la distanza tra vittime e carnefici, qui il divertimento dovuto alla scarsa agilità degli atleti improvvisati, è rappresentazione satirica della crudeltà del genocidio nazista e l’ironia diventa chiave di lettura privilegiata attraverso la quale esorcizzare il passato.
Lo scrittore si muove con agilità nel tessuto della Storia, estrapolandone frammenti che sceglie di fissare per mezzo di una scrittura capace di restare in equilibrio tra realtà e trasfigurazione.
Si supera la verità a vantaggio della verosimiglianza, moltiplicando le prospettive di analisi.
Il terzo racconto, “Riunione di famiglia”, riprende canoni e personaggi tipici della letteratura yiddish. Englander si discosta dai grandi avvenimenti, accantona le atrocità del Novecento, per calarsi nella quotidianità circoscritta della casa del rabbino, dove “si respira la vita vera, con gli odori che la accompagnano”. Quel tanfo peculiare di un’abitazione assediata da ben tredici figli. Ed è una storia di follia e perdono, di ipocrisia e sregolatezza in cui i ruoli si capovolgono con naturalezza impressionante. La stessa con cui l’autore si prende gioco delle ossessioni degli ortodossi, per bocca di Marty: un pazzo che non smette di interrogarsi, dimostrandosi assolutamente ragionevole nei suoi dubbi. Più ragionevole della cieca fermezza di un rabbino che impone digiuni di espiazione e rinnega il suo stesso sangue.
Englander non risparmia il sarcasmo verso le ottusità e le manie di un credo fondamentalista e fitto di contraddizioni che, tuttavia, pretende l’assolutismo di una fede senza riserve, da rinnovare attraverso la concretezza di una routine plasmata sull’ossequioso rispetto dei comandamenti. E si diverte ad evidenziarne le crepe con la comicità consapevole di chi sa ridere di sé e rifiuta l’arroganza delle certezze, privilegiando, invece, un approccio critico che faccia dell’umorismo l’indice con cui sottolineare la fallibilità umana, per sbriciolarne le conseguenze in un sorriso.
Il tema torna amplificato nel quinto racconto “Il gilgul di Park Avenue”, dove si ironizza sulla conversione di Charles Luger che scopre improvvisamente la propria yiddishe neshama a bordo di un taxi e finisce con lo sgretolare il lungo rapporto con la sposa, messo in crisi dalla rigidità della cucina kosher e dalla ritualità del pregare ebraico. Il legame marito/moglie è anche al centro di altre due storie “L’ultimo modo rimasto”, nonché “Per alleviare insopportabili impulsi” entrambe concentrate sulla coppia osservata, però, da angolature diametralmente opposte, giacchè alla disperata attesa del divorzio fulcro del primo racconto, risponde il desiderio ardente che permea il secondo. Anche in questa occasione, quella di Englander si rivela satira feroce. Verso la stravaganza degli usi e costumi della tradizione ebraica e, nello specifico, verso l’istituzione stessa delle nozze con tutto il loro apparato di norme che regolamentano l’unione coniugale. Allora Gitta “l’agunah, la vedova bianca del quartiere, intrappolata nel matrimonio dalla mancanza di scappatoie della legge ebraica”, secondo la quale resta indissolubilmente legata ad un uomo che l’ha abbandonata da diciotto anni, e Dov cui il rabbino concede un heter, una licenza speciale per sedare la propria passionalità andando con una prostituta, sono a ben guardare le due diverse facce della stessa medaglia. Del lato tragicomico dell’identità ebraica che si confronta con il rigore di quelle tavole della legge che sono àncora e cappio insieme.
Englander lo mette bene in evidenza attraverso l’intelligenza del suo umorismo, giocando sul filo dell’assurdo con un’acutezza tale da destreggiarsi tra il parodistico e l’aporetico. L’esempio più lampante lo abbiamo col racconto “Babbo Rebbe” in cui un rabbino è costretto da sua moglie a lavorare addirittura come Babbo Natale in un centro commerciale. È incredibile, irragionevole, contraddittorio eppure non privo di logica. Quella impietosa capace di dipingere la figura dell’ebreo in tutte le sue contraddizioni, forzando stereotipi e piegandoli ai fini narrativi per inchiodare ad un riso che non è l’antitesi del dolore, ma la sua migliore stigmatizzazione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nathan Englander (1970) è cresciuto a New York e vive a Gerusalemme. Ha studiato all'università di Gerusalemme, ha preso la laurea all'università di Binghamton ed il diploma M.F.A all'università dell'Iowa.
Nathan Englander, “Per alleviare insopportabili impulsi”, Mondadori, Milano, 2007
Titolo originale: For the Relief of Unbearable Urges
Traduzione di Giovanni Garbellini
Pp. 222
Prima edizione italiana: Einaudi, 1999
Commenti
Grazie a Paolo per il consiglio di lettura.
Grazie a te per la fiducia! Grande Angela. Ora leggo...
"Ne ?Il ventisettesimo uomo? che apre la raccolta, la narrazione è incentrata sulla cattura di ventisei scrittori ebrei da destinare alla fucilazione, in quanto considerati traditori del regime. A costoro si aggiunge il ventisettesimo, frutto di un errore burcratico che accomuna il destino di un giovane sconosciuto e confinato nel proprio mondo fantastico, a quello delle massime rappresentanze dell?intellighenzia ebraica. Innocente e inconsapevole il ventisettesimo si fa emblema dell?intero mondo intellettuale che viene inghiottito dalla perversione di quell?idea comunista che pure agli albori aveva appoggiato e in cui aveva sperato e creduto, venendone infine tradito."
Belissimo racconto.
"Englander non risparmia il sarcasmo verso le ottusità e le manie di un credo fondamentalista e fitto di contraddizioni che tuttavia pretende l?assolutismo di una fede senza riserve, da rinnovare attraverso la concretezza di una routine plasmata sull?ossequioso rispetto dei comandamenti. E si diverte ad evidenziarne le crepe con la comicità consapevole di chi sa ridere di sé e rifiuta l?arroganza delle certezze, privilegiando invece un approccio critico che faccia dell?umorismo l?indice con cui sottolineare la fallibilità umana, per sbriciolarne le conseguenze in un sorriso."
Sarei curioso di sapere la reazione della comunità ebraica newyorkese...
2- Figurati, era nelle mie corde. Mi ha fatto piacere leggerlo, anche se ho impiegato un bel po' per scriverne!
4- Dici che possano essersi risentiti?
Sono permalosetti, però tradizione vuole che abbiano un buon senso ironico :)
5.4. Englander poi non ci va giù così pesante.
6- No, infatti e poi ha un'ironia che sa essere anche elegante. A me è piaciuto molto.
E' stato un ottimo consiglio. Ancora grazie.
"Scritto a soli ventotto anni, ?Per alleviare insopportabili impulsi?, prende il titolo dal penultimo dei racconti di cui è costituito. Si tatta di nove storie tutte permeate su quel witz tipico della cultura ebraica, che fanno di Englander un nuovo nome da aggiungere alla lunga lista degli autori ebrei americani di successo, con la consacrazione di Ovadia in copertina, che lo battezza come ?l?erede luminoso della tradizione yiddish?."
> Notevole scheda & bella contestualizzazione. Grazie Angela;)
:) Faccio quel che posso, le rare volte che posso.
" L?esempio più lampante lo abbiamo col racconto ?Babbo Rebbe? in cui un rabbino è costretto da sua moglie a lavorare addirittura come Babbo Natale in un centro commerciale. È incredibile, irragionevole, contraddittorio eppure non privo di logica."
> Una chicca per approfondire il ruolo del BN tra gli yankee...
http://www.gutenberg.org/etext/2048
chicca datata 1819. cerca tra i racconti...