Endrigo Sergio

Quanto mi dai se mi sparo?

Endrigo Sergio

Nato da famiglia polesana, costretto all'esilio dopo l'atroce mutilazione territoriale dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, appena adolescente, Sergio Endrigo crebbe tra Brindisi – in un collegio per i nostri fratelli profughi, presto abbandonato – e Venezia. Appassionato di musica sin dall'infanzia, dopo lunga gavetta tra night e balere incise i primi dischi tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Fu un cantautore elegante, sentimentale, di almeno discreto successo nazionale, protagonista di diverse tournée all'estero. Attorno agli anni Ottanta cominciò il lento declino: quando scrisse questo romanzo, polemico nei confronti dell'industria discografica, nemmeno l'industria del libro gli diede ascolto; “Quanto mi dai se mi sparo?” venne così stampato in Svizzera nel 1995, per un piccolo editore, dopo anni di tentativi caduti nel vuoto. Soltanto nel 2004, per merito di Stampa Alternativa, il romanzo ha iniziato a circolare a dovere in Italia. È stata una delle ultime, meritate soddisfazioni del malinconico ragazzo di Pola, morto nel 2005. Il romanzo ha assunto il valore di un testamento spirituale: uno sganassone all'industria discografica, a chi ha fatto diventiere un mestiere artigianale un lavoro, sporcando la musica col marketing, e con la menzogna della centralità dell'immagine. È il libro di un vecchio artista che non si riconosceva più in niente, e si sentiva solo. Va letto e interiorizzato con rispetto: è diventato il romanzo di una vita, e della fine di un'epoca. È diventato – è bene rimarcarlo – uno degli ultimi libri pubblicati da artisti istriani italiani, scritto da un istriano nato prima che il comunismo decidesse che gli italiani in Istria non dovevano più esistere, o giù di lì. È un pezzo di Novecento italiano, un piccolo tesoro sporco di polvere, e di sangue.

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Giovanni Birillieri, in arte Joe Birillo, ha cinquant'anni e tanta nostalgia del passato: la sua carriera di musicista è entrata in crisi, il pubblico non risponde più. Da dieci anni vende pochi dischi, è finito. Si sente vecchio, “vecchio di cuore”, e inadatto a un mondo con pochi ricchi e milioni di frustrati, che si illudono di possedere in esclusiva un vestito o un gadget hi-tech e per quel possesso in esclusiva si mostrano avidi di denaro, a qualsiasi costo.

Joe è gentile, ma la sua gentilezza viene scambiata per debolezza. Si ritrova a suonare nelle discoteche – a volte, vuote: otto spettatori – e si guarda intorno domandandosi cosa sia andato a fare. È preda del Gatto e la Volpe: non disonesti, ma perplessi; con Joe stanno perdendo denaro per la prima volta in vita loro.

Sono mercanti di carne umana. Si sono sostituiti all'antico Ufficio di Collocamento, che non è mai servito a niente. Prendono un cantante, un gruppo o un intero spettacolo, in esclusiva, e tentano di venderli. Generalmente, la percentuale che pretendono è il venti per cento. Poi c'è la percentuale dell'impresario locale (non c'è paese con almeno mille abitanti, in Italia, che non abbia un impresario locale) e così il cachet del cantante o degli spettacoli viene praticamente raddoppiato. La metà circa dei soldi va al cantante, alla ballerina, ai musicisti, ai tecnici: a quelli che lavorano davvero” (pp. 20-21).

Joe pensa a quando viveva il successo, convinto che sarebbe durato per sempre; e ricorda quando s'era accorto che lui non c'entrava più niente con tutto quello che passava alla radio o in tv, domandandosi dov'è che aveva sbagliato. “Il successo” - dice - “è come la merda (o come il miele, se preferite): per le mosche è un richiamo irresistibile. Il successo è un odore: appena svanisce, tutti volano altrove”. Qualcuno rimane: gli amici di prima (p. 48). Pochi ma buoni.

Joe adesso è consapevole che potrebbe scrivere le canzoni più belle del mondo, ma non servirebbe a nulla – non se ne accorgerebbe più nessuno. Ammira Gaber (p. 34) che è riuscito a scendere dal carrozzone, per prendersi gioco del carrozzone dell'industria del disco, delle mode, della frenesia dei cambiamenti delle tendenze.

Joe è uno che non crede più a niente, e non ha nemmeno più paura della morte: pensa al suicidio. Pensa a un ultimo disco o a un primo libro, e poi via, nel niente. Pensa ad andare in analisi.

Chi sono, che cosa faccio? Scrivo. Scrivo cose che non fregano più a nessuno, capito dottore? E non vivo la povertà mia lieta, non sono né povero né ricco e non so più che cos'è la letizia, l'allegria del vivere. Svegliarsi e pensare a una cosa bella che ti aspetta, un miraggio, un brillio di mare, una vela, due occhi nuovi di donna... Avevano parlato di suicidio, ma così, scherzando, tra una forchettata di rigatoni e un bicchiere di vino” (p. 65).

Joe è un antieroe. Uno estraneo al marketing. Uno che guida una vecchia scassona, diesel, e non sa orientarsi nelle pagine della critica rock, perché è una critica che parla una lingua che lui non conosce. La trova finta. È un vecchio cantante di cinquant'anni che non appartiene più a niente. Allora pensa: ultimo concerto, morte in diretta. Il marketing ultimo lo invento io – è quello che conclude un discorso avviato da Tenco. Mi ammazzo e poi gli eredi si godono quel che ne deriva, royalties e via dicendo. Muoio perché abbiano soldi per comprarsi i vestiti firmati.

Pensa: mi ammazzo, ma col placet dei miei agenti e dell'avvocato. Man mano, si organizzano. Annuncia il prossimo suicidio in prima serata. Sarà una messinscena, che gli garantirà una seconda vita lontano dall'Italia e dalla famiglia, assumendo una nuova identità. Joe si scopa il passato, dopo aver messo in scena la sua morte, poi beve qualcosa e taglia la corda.

Con grande stile. Qualcosa rimane – essere uno che scrive e pensa in musica: l'identità non si abiura, si altera al limite – ma c'è già un aereo che vola sull'Atlantico. Meglio non pensare più al passato, sbronzarsi e sparire.

Il mondo di Joe è finito – è terminato. S'è dissolto. Fragorosamente.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sergio Endrigo (Pola, Istria, Italia 1933 – Roma, 2005), cantautore e scrittore istriano.

Sergio Endrigo, “Quanto mi dai se mi sparo?”, Stampa Alternativa, Viterbo 2004. In appendice, autobiografia raccontata, raccolta da Monica Mariotti. Prefazione di Franco Battiato. Quarta di Minà.

Prima edizione: Svizzera, 1995.

Approfondimento in rete: Wiki it / Istriani Illustri / Sito ufficiale di Sergio Endrigo / Lupi in Stradanove / gm / Railibro / Stampa Alternativa

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.

 

 

ISBN/EAN: 
9788872268131

Commenti

È il libro di un vecchio artista che non si riconosceva più in niente, e si sentiva solo. Va letto e interiorizzato con rispetto: è diventato il romanzo di una vita, e della fine di un?epoca. È diventato ? è bene rimarcarlo ? uno degli ultimi libri pubblicati da artisti istriani italiani, scritto da un istriano nato prima che il comunismo decidesse che gli italiani in Istria non dovevano più esistere, o giù di lì. È un pezzo di Novecento italiano, un piccolo tesoro sporco di polvere, e di sangue.

Il successo? - dice - ?è come la merda (o come il miele, se preferite): per le mosche è un richiamo irresistibile. Il successo è un odore: appena svanisce, tutti volano altrove?. Qualcuno rimane: gli amici di prima (p. 48). Pochi ma buoni.

E' un libro amaro, come Via Broletto 34. E malinconico, come Aria di neve.
Più volte si è cercato in questi anni di ridare la meritata attenzione allo spessore di Sergio Endrigo (vedi Battiato), ma - secondo me - si è fatto ancora troppo poco.

Endrigo aveva le qualità ( e le stimmate ) di un grande artista. Sapeva il proprio valore: proprio tale consapevolezza lo amareggiava, e al tempo spesso confermava nel suo autogiudizio. Ma la sua opera, sciolta dalla sua vita, ha preso vita e durerà molto oltre quella di altri di maggior successo e minor valore. Non è un caso unico. Si dice PECCATO, meritava il successo. Ma se ci pensate il suo più grande desiderio, quello di venir riconosciuto, è stato colto.

Caro Franchi, credo di capire i suoi sentimenti, ma non crede che questo tornare con quasi ossessiva ripetizione al tema Istria perduta sia un po fuori luogo, qui ?

Il passato è passato. Alimentare con rancori la vita di chi vive oggi ( e non ha la sua cultura per dis-tinguere idee e comportamenti ) è - a parte tutto - sterile. Forse dannoso.

Scusi la franchezza, ma se non lo si è qui, dove ?

Lei, (anche) Istriano, sta facendo belle cose. Questo conta.

Le opere riscattano, il raccontare ripara: se lo lasci dire da un ebreo laico che - per troppe ingiustizie, peraltro non ancora smesse - inferte al suo popolo, ha imparato la lezione del raccontare e del ridere...

Avevo notato il titolo nel catalogo di Stampa Alternativa che sta facendo un gran lavoro.
Lo conosco solo per la musica, un po' perché era uno dei preferiti di mia madre un po' perché durante la mia infanzia c'erano sue canzoni indimenticabili (ci vuole un fiore, l'arca di noè che stavo riascoltando nostalgicamente poche settimane fa).

http://www.youtube.com/watch?v=YDo2EdPQ0Jw&feature=related

3. Hai ragione, Paola. Serve qualcosa di nuovo. Servirebbe, ad esempio, uno studio completo e organico dei suoi testi. E' vero.

4. Caro Valerio, è vero - Endrigo è stato conosciuto e riconosciuto; forse ha avuto meno riconoscimenti di quanto avrebbe meritato, ma almeno - per qualche decennio - è riuscito a guadagnare centralità. Non è da tutti.

Quanto alla questione istriana, nel caso di Endrigo è inevitabile, per forza di cose. Parlava spesso - a parte "1947" - della povertà della sua famiglia e dei sacrifici della mamma. E' giusto che tutti sappiano perché, che capiscano che c'è stato dell'altro oltre alla malasorte... c'è uno strano pudore che vela le vicende degli esuli, va sconfitto e dissolto.

Rancori è insensato averne - ma "non dimenticare" rimane la parola d'ordine. Degli istriani non parla nessuno. Nel 1960 e qualcosa Bianciardi diceva che Arpino era yugoslavo, perché era nato a Pola. La mamma di un mio amico, nata a Pola, sulla carta d'identità risulta "apolide". Della nostra storia non parla nessuno e a scuola non si studiava affatto, quando io ho fatto la maturità almeno (1996). Noi siamo al principio della memoria della diaspora, voi l'avete tenuta viva per millenni.
C'è molta similitudine tra gli esuli giuliani e dalmati e il vostro antico e disperso esilio.

Raccontare e ridere, poi, va sempre bene. Ma ho conosciuto tanti nipoti - e pronipoti, ormai - che si vergognano del loro cognome, e che non parlano mai della loro storia. Non voglio che il popolo da cui vengo diventi come i ruteni...

tutto qua:)

5. sottoscrivo, stanno facendo davvero un gran lavoro.
Ho ancora cinque-sei loro titoli da sottoporvi, massimo un mese e arrivano. Uno lo presenterà Leon, spero: parla del Tibet. Giovedì glielo porto...

appartiene ai ricordi della mia infanzia o poco dopo, come cantante, piaceva a mio padre. Pper il resto ammetto di non essermi mai interessata alle sue vicende esistenziali e, musicalmente, poi ho avuto altre preferenze.

Sergio Endrigo mi e' sempre stato e mi continua a restare nel cuore. ''Per fare un albero'' e' una canzone che canto spesso a mia figlia Laura. Anche perche' l'eleganza non e' acqua e in Sergio ce n'era tanta. Pertanto, come io lo ascoltavo quando avevo tre anni e mi affacciavo in braccio a papa' dalla finestra della nostra casa in via Baldassarre Peruzzi, nel Rione di S.Saba (Aventino - Roma), cosi' vorrei che Laura lo canticchiasse affacciandosi dal nostro balcone lubianese. Un artista e un poeta. Vero.

bellissimi commenti, amices.
grazie per le belle condivisioni.

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