Il titolo originale dell’opera di Elorriaga era “Vredaman”. Un articolo apparso su “Deia” nel 2005 spiega che si tratta di una parola inventata, non pronunciata nell’opera, coniata come omaggio ibrido a uno dei protagonisti di “As I Lay Dying” di William Faulkner, Vardaman Bundren, e al pittore olandese Vredeman de Vries. Ma chi è Vardaman Bundren, nel romanzo di Faulkner? Il più giovane degli eredi del clan Bundren, protagonista della saga: sconvolto dalla morte della madre, non sa accettare l’accaduto e ha una percezione della realtà confusa e vaga. L’unica creatura vivente di cui conosceva la morte, sino a quel momento, era un pesce. E ora, “My mother is a fish”. Non stupirà quindi che l’agnizione della morte nel romanzo dello scrittore basco sia accompagnata a quella simbolica di un altro animale, in questo caso una libellula – in Elorriaga il bambino protagonista è orfano del padre (p. 171). “E allora ho capito che anche i papà muoiono, come le libellule. E anche le mamme. E anche i bambini” – sì, e a questo punto sarebbe necessario deviare, dedicando un breve inciso sull’atrocità impronunciabile del dolore della morte dei bambini in letteratura, pensando naturalmente alla sua rappresentazione princeps in Forest (“Tutti i bambini tranne uno”) e all’archetipo oscuro e solare a un tempo del “Peter Pan” di Barrie. Ma in questo romanzo un bambino è protagonista, come nella matrice Faulkner, della scoperta della morte: la morte dell’alterità. Ed è un bambino io narrante. Questo è il nucleo primo.
Elorriaga entra in un campo minato. Non basta spezzettare le frasi e singhiozzarle per restituire la visione del mondo di un ragazzino. Se nell’opera prima, “Un tram a s.p.”, aveva voluto raccontare il mondo dalla prospettiva (anche) di un anziano, impresa non elementare ma evidentemente riuscita, qui precipita nell’infanzia: rischiando di inciampare. Forse incespica, perdendosi magari nei subplot (senza dettagliare, nomino en passant il rugby – notevole a p. 61 – un carteggio sentimentale e un campionato europeo di falegnameria: tutto giustificato dalla presenza o dallo spettro delle figure famigliari di Tomas), ma nel finale si risolleva e riesce a volare con l’ala sola di chi ha perduto per sempre il proprio padre.
Nelle letterature del Novecento, il pensiero va – in ordine cronologico – dapprima al piccolo Horty Bluett de “Cristalli sognanti” di Sturgeon, quindi all’ancora inadeguatamente apprezzato “Musica rock da Vittula” dello scandinavo Niemi, infine al decisamente satirico neo-Kaspar Hauser di Percival Everett, “Glifo”: probabilmente il piccolo protagonista di Elorriaga si troverebbe più a suo agio col piccolo Mattias, svedese per caso. Condividono innocenza, ingenuità e primi vagabondaggi con gli amici. Non sono intelligenze sovrumane come Horty e Glifo. E allora ecco spiegata la scelta del titolo di questa versione italiana: si perde, inevitabilmente, la reminiscenza chiave faulkneriana, ma si suggerisce la dimensione princeps del romanzo. Quella di chi non capisce la liquirizia così come la morte: e deve affrontare entrambe, comprendendo che di cose ben differenti si tratta.
In questa macabra e umanissima iniziazione ai limiti della nostra natura, il romanzo di Elorriaga va idealmente ad abbinarsi – nella gentilezza, e nella misura: nella facilità di narrazione – a “In uno specchio, in un enigma” di Jostein Gaarder. Elorriaga non conosce la spiritualità dell’artista norvegese, ma è terrigno e dolce: così, spiega la sofferenza con poche pennellate, descrizioni minime, bastevoli a sospenderti in quel momento. Quello della fine, della fine di tutto (tutto: intendo quel che aveva senso).
La consolazione resta cantare le storie. Esistono solo quando sono condivise.
Non sempre forse
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Unai Elorriaga (Bilbao, 1973), laureato in Filologia, insegnante, traduttore, saggista e scrittore basco. Ha esordito pubblicando “Un tram a s.p.” nel 2001.
Unai Elorriaga, “Le piante, per esempio, non bevono caffelatte”, Gran via, Milano 2008. Traduzione dal basco di Roberta Gozzi. Cura redazionale di Maddalena Cazzaniga e Fabio Cremonesi. Progetto grafico di Margherita Loewy.
Collana m30, 12. “m30 è la tangenziale di Madrid, una strada che gira intorno al cuore della Spagna e da cui si dipartono le grandi arterie che conducono ai quattro angoli del Paese. M30 parla tutte le lingue della Spagna plurale – basco, catalano, castigliano, gallego – e propone autori strettamente contemporanei, narratori che rifuggono la contemplazione del proprio ombelico, punti di vista curiosi e spesso mordaci su una società in rapidissima trasformazione”.
Prima edizione: “Vredaman”, 2005.
Approfondimento in rete: Rassegna stampa italiana
In Lankelot: Elorriaga Unai - Un tram a S.P. a cura di Gf
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2008
Commenti
spiega la sofferenza con poche pennellate, descrizioni minime, bastevoli a sospenderti in quel momento. Quello della fine, della fine di tutto (tutto: intendo quel che aveva senso).
La consolazione resta cantare le storie. Esistono solo quando sono condivise.
Non sempre forse
"La consolazione resta cantare le storie. Esistono solo quando sono condivise.
Non sempre forse"
> non so se sia sufficiente in certi casi, ma certo aiuta, altrimenti non lo farebbero in tanti.
Ho l'impressione che questo sia un libro non tanto difficile da legggere, ma da recensire...per l'argomento soprattutto.
sì, parte l'argomento, parte il tono tenuto nei confronti dell'argomento, parte la qualità dell'opera - a mio avviso nettamente seconda rispetto all'ottimo esordio, un "tram a sp" - e infine parte i dichiarati debiti faulkneriani complicano l'impresa, pretendendo una semplificazione. Da Elorriaga mi attendo un gran romanzo quando scoprirà fede e spiritualità. Oggi è un bravo narratore neorealista, capace di raccontare fingendosi anziano o bambino con diversa intensità.
allora Gaarder è decisamente più avanti di lui. Ha una spiritualità alta secondo me.
Sì. Ma stilisticamente JG è più semplice e meno pretenzioso. Forse per questo il suo "In uno specchio, in un enigma", nel genere, ha avuto diversa fortuna di critica e pubblico. Elorriaga sembra imbevuto di sperimentalismo protonovecentesco - in questo libro c'è anche, in fondo, qualche pagina di stream of consciousness, in piena atmosfera faulkner - e ho l'impressione abbia interiorizzato quel clima, e voglia provare qualcosa di nuovo (per ora vedo: cambio registro, cambio prospettiva del narratore: cambio anche vertiginoso, a dirla tutta) nel tempo. Ha trentacinque anni, vediamo dove arriva. Dove vuole arrivare, anche:)
(ecco, magari meno cerebralità nei subplot... e meno ricerca di stranezza a ogni costo).