LA MACCHIA DELL’INTELLIGENZA.
Atmosfere irrespirabili, violenza e trivialità, condite dallo sfondo noioso e superficiale di una America degli yuppie stereotipata e soporifera. Le avventure di un giovane, Patrick Bateman, i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e i Genesis di Phil Collins. Volgarità gratuite e splatterose descrizioni di omicidi e sevizie, per giunta confuse da aberranti digressioni pop riservate a star di plastica provenienti direttamente dal più sordido limbo televisivo anni Ottanta; e brucia, come sempre quando si affronta un romanzo di Ellis, aver la sensazione di poter sfogliare le pagine di un narratore dotato di un discreto talento e del dono, sempre più raro, della leggibilità e della fruibilità, e di essere incappati invece in una storia sordida, nauseante e disgustosa.
Patrick Bateman, si diceva, giovane yuppie protagonista del romanzo, vive nella realtà di carta di un sistema malato di edonismo e di licenziosità; un’esistenza vuota che è non tanto dedita, quanto consacrata alla ricerca del piacere più estremo e della frivolezza più volgare – tutto quel che possiede è griffato, e l’acume e l’interesse di un suo simile si misurano in base al parametro della griffe.
Nel vuoto incolmabile di una vita giocata ad essere uno status symbol vivente, lacerato dalle inevitabili e insanabili contraddizioni della parte, la soluzione che Bateman sceglie, parrebbe, per ritrovare una sghemba e barbara traccia di umanità nella sua esistenza è un ritorno sanguinolento e grottesco all’animalità più becera. Degradato e corrotto, conduce due vite in due mondi: ennesima aberrante e contaminata reincarnazione dello stevensoniano Jekyll e Hyde, di notte si abbandona a sevizie, violenze, stupri, omicidi, torture, dissanguamenti e quant’altro.
Un romanzo che non sentivamo il bisogno di leggere, stanchi ed estenuati come siamo dalle martellanti morbose descrizioni di delitti nei reportage di cronaca nera divulgati dai media, neanche fossero natalizie novelle di Dickens; non avevamo alcun desiderio di ascoltare queste confessioni di un assassino seriale ovviamente psicotico e ovviamente schizoide; non avevamo alcuna necessità di leggere descritte le tecniche di tortura e di violenza adottate, con straordinario eclettismo, di volta in volta; non sentivamo la curiosità di incontrare un personaggio che vive nella affannosa ricerca di conferme alle proprie instabilità e alle proprie insicurezze consumando avidamente tutto ciò che appartiene alle elite; rimaniamo perplessi di fronte al silenzio di quelle aziende, come la Rolex e la Armani, che non si sono ribellate di fronte ad un romanzo che associa i loro prodotti alle scelte estetiche di uno spietato e volgare assassino; rimaniamo estremamente sconcertati dalle scelte editoriali della Einaudi, che pare essersi votata alla letteratura di consumo più sordida e antiletteraria, al creep-show tradotto in narrativa con esiti farraginosi e imbarazzanti; restiamo imbarazzati per il successo di un romanzo come questo, che altro non è che un verboso delirio non di uno psicotico, ma di un narratore in cerca del colpo a effetto. Il pubblico pare assetato di violenza estrema e di, in genere, “esperienze estreme”: questo romanzo è la colazione di Hannibal Lecter, non so come altro nominarlo.
Si può auspicare che questo fenomeno di sciacallaggio intellettuale conosca un epilogo in tempi ragionevolmente brevi: orfani di grandi letterati e di letteratura pura, veniamo nutriti da questa produzione noiosa e violenta, priva di qualsiasi satira e qualsiasi filtro: entriamo nelle abitazioni e nella mente di un assassino, e andiamo ad accompagnarlo tra le lenzuola e ai tavoli di un ristorante.
Ribadisco, c’è un limite a ogni provocazione: questo libro precipita e si trasforma, senza mezzi termini, in uno dei più clamorosi insulti all’intelligenza e alla sensibilità dei lettori.
Non è un noir, perché è sporco di un sangue da splatter hollywoodiano; ed è gratuitamente sporco di sangue. Non è un giallo, perché non esiste né un detective degno del nome, né un mistero da risolvere: sappiamo ogni cosa, nulla dubitiamo, tratteniamo la nausea e – per fortuna – qualche risata sfugge. Quando si frantumano mascelle e si insiste per potersi godere una fellatio dalla smascellata vittima, o si decide di bruciare il libro appena letto, o lo si completa pensando “conosci il tuo nemico”, oppure si deride l’imbecillità di chi ha inventato una porcheria del genere. Quanto ai lettori, la tentazione di scuotere il capo, o – in alternativa- di lanciarsi di testa in tuffo contro uno spigolo per disperarsi del livello delle scelte estetiche della contemporaneità, è fortissima.
Non so come si possa amare un libro del genere; qualcuno mi insegni cosa devo amare in un’opera da forca. Non so come si possa apprezzare un libro del genere;probabilmente, qualcuno suggerirà che serve ad esorcizzare la violenza del sistema o a rappresentarne l’esasperazione. Non so come si possa pubblicare in Italia (o in America) una ignobile e volgare pagliacciata antiletteraria come questa, spacciandola come innovativa, postmoderna o “pulp” (che infelice genere, che infelici autori, che infelici lettori: finiranno mai di annegarci in questa loro bagnarola di sangue, merda e violenza?). Non so proprio cosa ci sia di divertente in un’esperienza del genere: non spaventa la volgarità e la trivialità, ma la naturalezza nel soffermarsi sul dettaglio morboso e scabroso.
La macchia dell’intelligenza di Ellis si respira nei dialoghi, sempre intensi e incisivi come in “Meno di zero” e “Glamorama”, e in una splendida facilità di narrare. Molto cinematografico; molto fluido, molto visivo. Ma disgustoso, emetico e destinato ad un oblio che auspico sia generosamente avido.
Al macero. Per sempre. E al macero, con un libro del genere, quanti tra gli scrittori della nuova generazione intendono ripetere uno schema del genere. Si dedichino ai b-movies o a certi fumetti, e si volgano ad un pubblico abbondantemente imbecille e morboso. Che un silenzio inviolabile cada, per sempre, sugli artigiani del sangue, della violenza e della volgarità in letteratura. Torniamo all’arte, e attendiamo al varco Ellis, che sicuramente avrà altra fortuna e altri esiti.
Trovi una storia affascinante da raccontare, rimanga crudo ma dimentichi queste psicosi nauseabonde.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Bret Easton Ellis, “American Psycho”, Einaudi, Torino, 2001.
Traduzione del narratore Giuseppe Culicchia, che in quarta di copertina asserisce: “Questo viaggio senza ritorno nella follia e nella spersonalizzazione a base di immagini patinate e ultraviolenza non ci parla solo di un “eroe” e del suo tempo, ma finisce per rappresentare noi stessi e i nostri giorni. E anche quelli che verranno”.
Lankelot, G.F., Novembre del 2002.
Recensione revisionata nel luglio del 2003. Originariamente apparsa su ciao.com.
Commenti
Il film è orrendo.
Il libro l'ho letto da piccino, lasciandomi il nulla. Sbaglierò ?
Siamo già in tre, mi sa che c'è qualcosa di vero:).
Libera Violenza e poi ?
E poi marketing editoriale. Feccia. Peraltro yankee. Feccia cucinata con olio andato a male.
Ho visto solo il film, e tanto m'è bastato. Come abbia fatto un soggetto come Ellis a diventare un fenomeno editoriale resta un mistero. Sempre rifacendomi al film, ho il ricordo di una storia inutilmente truce e dai risvolti psicologici tutto fuor che drammatici, anzi direi tragicomici.
hai tolto un gran pezzo dall'armadio. Che nostalgia, i meandri di ciao.com. Su Ellis già detto, tempo addietro, ne scrissi anche io. Un libraccio utile come mensola, forse. che dire poi de "le regole dell'attrazione?" meglio, peggio? non so. Conserviamo Glamorama.
Sottoscrivo. In toto.
A me pare sconcertante che pagine come questa, critiche come la tua non abbiano incontrato reazioni e aiutato a innescare dibattiti.
inneschiamolo
Io avevo visto il film. Scopro solo ora che dietro c'è un libro.
Che ignoranza.. vado a nascondermi...
Non ti sei persa niente di particolare. E' roba da Einaudi nuova.
Noleggiammo il dvd del film a Nettuno perchè Zaphod aveva gradito parecchio il libro. Dopo dieci minuti abbiamo spento, il fusto di warsteiner sul tavolo cinquettava così dolcemente...
copertiva + archivio BEE
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