Ōe Kenzaburō

Note su Hiroshima

Autore: 
Ōe Kenzaburō

I potenti d’oltreoceano sono soliti ripetere che non bisogna dare troppa importanza alla questione, sostenendo in pratica che l’essere umano, per quanto profonda possa essere la palude in cui viene scaraventato, riuscirà comunque a tirarsi fuori con le sue sole forze. Esiste – mi chiedo - un modo di ragionare più orribilmente grottesco di questo? Esiste da qualche parte un credo di tipo umanistico che sia più turpe e meschino di questo?” (pag. 131).  

Durante la Conferenza di Potsdam nell’estate del 1945, il Presidente Harry S. Truman, lanciò l’ultimatum al Giappone con la richiesta di resa completa. Nella  Dichiarazione di Potsdam ci sono due punti che non lasciano spazio ad equivoci rispetto alle intenzioni: il primo è il numero 3: “Il risultato della vana e insensata resistenza tedesca alla potenza dei popoli liberi della terra dovrebbe essere un esempio di terribile chiarezza per il popolo del Giappone. Le forze che stanno ora convergendo sul Giappone sono incommensurabilmente maggiori di quelle che, dirette contro la resistenza nazista, hanno necessariamente sconvolto le terre, le industrie e le vite di tutto il popolo tedesco. Il pieno uso della nostra potenza militare, sospinta dalla nostra risolutezza, significherà un'inevitabile e completa distruzione delle forze armate giapponesi e inevitabilmente la totale devastazione della patria giapponese”. Il secondo è il punto 13: “Noi facciamo appello al governo del Giappone affinché proclami immediatamente la resa incondizionata di tutte le forze armate giapponesi e fornisca adeguate garanzie della loro buona fede in tale azione. L'alternativa per il Giappone è la rapida e totale distruzione”.
 
Era un ultimatum che prevedeva la conservazione del potere imperiale all’interno dei confini nazionali. Il Giappone rifiutò la resa anche se, per certa storiografia, la reale risposta era stata piuttosto ambigua, con un significato che poteva semplicemente intendersi come un tentativo di dilazione dei termini per considerare l’opportunità di una decisione sul punto. Si temeva un uso di armamenti nucleari da parte giapponese, timore poi infondato ma il paradosso è che, con l’utilizzo del nucleare sul Giappone, si sarebbe dato anche un chiaro avvertimento alla Russia. Da qui alla corsa agli armamenti il passo sarebbe stato breve. Gli ampi termini della questione, considerando anche i massacri di cui furono protagonisti i giapponesi, non saranno oggetto di questa mia, come non lo sono stati del saggio-reportage dello scrittore perché altri sono i contenuti, altri gli obiettivi. Sta di fatto che dopo i bombardamenti notturni di Tokyo, in cui morirono più di 100.000 persone, si passò all’attacco di altre città giapponesi. Uno degli obiettivi per il primo lancio era Kyoto, città con un patrimonio storico artistico d’impressionante dimensione. Hiroshima era un’altra opzione perché punto strategico per l’industria giapponese, dalle dimensioni sufficienti per gli effetti devastanti di una bomba atomica. Per la limpidezza dell’aria di quel 6 agosto 1946, l’Enola Gay si diresse proprio su quella cittadina, in realtà, popolata da comuni cittadini, per lo più donne, bambini ed anziani. Erano le 8,15. Gli orologi si sarebbero fermati da lì ad una manciata di secondi. 
 
L’olocausto atomico di Hiroshima è il più terribile diluvio universale del XX secolo. E gli abitanti di questa città hanno lavorato sodo e senza perdere un solo attimo nella speranza di ricostruire la comunità degli uomini all’indomani del diluvio atomico. Si davano pena anzitutto per salvare le proprie vite ma, nell’ambito di tale tentativo, salvarono anche le anime di coloro che non avevano esitato a sganciare la bomba sulle loro teste. Il diluvio atomico è una sorta di diluvio universale che, invece di regredire, si è semplicemente ghiacciato – nessuno può dire se e quando si scioglierà e riprenderà a piovere. Questo nostro XX secolo è ammalato di un cancro al momento incurabile, generato dal possesso di armi nucleari da parte di varie nazioni. E le anime soccorse dal popolo di Hiroshima  sono le anime di tutti noi che oggi sopravviviamo” (pag. 132). 
 
La prima volta che ho compreso davvero il significato della drammatica memoria degli Hibakusha è stato nel 1991 con il film “Rapsodia in agosto”  di Akira Kurosawa che, non a caso, è diventato il mio prediletto e non tanto per le qualità artistiche che comunque gli riconosco, ma per il messaggio umanistico che con esso ha voluto trasmettere.
Con il termine di Hibakusha si indicano le persone colpite dal bombardamento (da Hi – subire, baku – esplosione, sha – persona). A noi sembra più facile identificarli come i “sopravvissuti” all’olocausto atomico, ma è un termine non apprezzato dai giapponesi, in special modo dagli stessi Hibakusha, perché con il solo considerarsi dei sopravvissuti sentono di offendere la memoria dei loro morti. È una sottile differenza lessicale che pur ci mostra, se mai ce ne fosse necessità, un popolo che, come scrive lo stesso ?e, trova negli Hibakusha il cuore della dignità umana.
Perché dello strazio degli Hibakusha in fondo si sa così poco? Se da un lato c’è uno spirito giapponese in cui è innato l’orgoglio e la voglia di guardare avanti dimenticando la sconfitta (ad Hiroshima dopo pochissimi giorni venne rimesso in moto il tram per dare coraggio alla popolazione colpita), dall’altro gli stessi Hibakusha furono vittime di forti discriminazioni da parte dei connazionali, se non abbandonati per anni come quelli di Okinawa che in quei giorni si trovavano nelle città colpite. In realtà questa gente voleva solo dimenticare, non voleva essere considerata diversa dal resto del mondo e furono altissimi i  casi tra chi scelse il suicidio e che si segregò. A queste motivazioni si aggiunge il fatto che, tre anni dopo lo scoppio della guerra, 176 tra gli Hibakusha scrissero le loro testimonianze in un diario, ma quella preziosa e drammatica testimonianza venne messa a tacere, sepolta in un polveroso archivio, per volontà degli Americani che non volevano ulteriori fonti di imbarazzo. Ōe riprende in mano quel diario, inserendolo nel resoconto dei suoi viaggi a Hiroshima, nel 1963 e nel 1965, costruendo con esso il fulcro della sua memoria.
 
Lo scrittore aveva un figlio nato con una gravissima malformazione e non poteva fare a meno di trovare nella sua esperienza personale, seppur estranea agli effetti atomici, una linea di contatto solidale con i colpiti dalla bomba. Non si comprendeva all’epoca cosa fosse quella bomba e quali effetti potevano derivare non solo sull’organismo umano, ma anche sull’ambiente circostante, comprese le piante. Una persona sana aveva 6.000 leucociti nel sangue, i malati di Hiroshima fino a 830.000, spiegavano i dottori. La casistica era estremamente varia, chi riportava lesioni superficiali, chi addirittura guariva da malattie per effetto delle radiazioni, chi nulla, salvo poi ritrovarsi dopo poco tempo a dover subire una serie infinita di dolorose  operazioni. Erano malattie mortali quelle che subentravano tra gli effetti del bombardamento atomico: leucemia mieloide, cheloidi, nella maggior parte dei casi, prostrazione psicologica, depressione tra chi si avviava ad una morte sicura, magari sopravvivendo ad un giovane parente. Si temevano effetti genetici sui nascituri, molti nati deformi, ed anche se lo scrittore non cita questa casistica, moltissime giovani giovani furono abbandonate per la paura che potessero generare mostri. Erano tantissime, come scrive ?e, a nascondersi per i cheloidi che deturpavano il loro corpo, sperando in qualche caso che tutto il mondo venisse colpito da armi nucleari così da poter condividere un destino infelice con tutto il resto del pianeta. C’erano altre però che trovarono una grande forza nel buttarsi anima e corpo nel movimento antinucleare.
 
Una delle testimonianze più intense è quella riguardante una coppia di giovani ragazzi. Il fidanzato resta immune fino all’età di 19 anni, quando all’improvviso viene colpito dalla leucemia e muore. La ragazza, seppur integra, si suicida per colmare quella voragine di disperazione che aveva colpito il giovane uomo. E’ un atto di accusa il suo, contro una Nazione che aveva portato alla morte un innocente. Niente sarebbe stato come prima. Ed è un bene, seguendo il pensiero dello scrittore giapponese, che tutti quelli che scelsero la via del suicidio, per combattere la vergogna e l’umiliazione, non erano cristiani.
Il Nobel per la letteratura, mentre si svolgono le Conferenze per la pace ad Hiroshima, si dedica ad una missione esemplare, portando alla luce testimonianze uniche di grande drammaticità, seppur con uno stile tipico giapponese, scevro da qualsiasi vittimismo. Forse meno noti dei malati, sono stati i medici che, senza pensare alle conseguenze, si sono dedicati, fin da subito e con estremo sacrificio, alla cura di quegli esseri umani piagati: medici che sarebbero morti anch’essi, colpiti dalle radiazioni; medici che si sono resi conto solo in un secondo tempo degli effetti catastrofici del bombardamento atomico, fonte di malattie mortali: “Matsusaka Yoshitaka, quel mattino d’agosto del 1945, aveva trasportato sulla schiena il padre medico rimasto ferito nell’esplosione, cosicché potesse prestare aiuto a chi ne aveva bisogno. Quel medico, Matsusaka Yoshimasa, lavorò con incrollabile coraggio e abnegazione, al pari di molti altri suoi colleghi…e il figlio non fu certamente da meno, avendo trovato in un luogo dove assistere i feriti. Matsusaka Yoshitaka, allora studente di medicina, svolge oggi la professione di dermatologo a Hiroshima” (pag. 21). Ad Hiroshima c’è il più grande centro al mondo di specialisti in malattie derivanti dalle radiazioni. La sperimentazione è nata dolorosamente, sul campo, tra quei dottori che nulla sapevano degli effetti delle radiazioni né delle medicine che potevano se non guarire, almeno alleviare le sofferenze dei colpiti. Dopo ogni viaggio, ?e si rendeva conto che la maggior parte degli intervistati dell’anno precedente, fossero malati o anche medici, erano morti. Nella zona dell’epicentro c’erano due gambe mozzate rimaste attaccate dritte sull’asfalto, la parte superiore di quella povera vittima si era forse volatilizzata in un solo istante” (191). 
 
Si può arrivare in tanti modi a Hiroshima. Credo anch’io, come scrive Amélie Nothomb, che il mezzo migliore sia il treno, perché progressivamente ci si avvicina alla prima città ad aver subito un bombardamento atomico con un po’ di tempo a disposizione per costruirsi una corazza. Si scende dal treno e si osserva una stazione relativamente moderna, incolore, e il primo strato della corazza si sgretola. Ma le radiazioni sono state smaltite? Com’è che questa gente cammina normalmente, sorride, aspetta, legge.
 
Non ricordo davvero il passaggio dal treno all’autobus. Ero troppo confusa, con una mente piena di ricordi in bianco e nero cercando di immaginare la gente di allora che attendeva il treno, che teneva per mano un bambino, o si dedicava agli acquisti giornalieri. Ho davanti a me la visione del tram e le parole della guida che raccontano che quelle sono le rotaie storiche di Hiroshima, rimesse in funzione pochi giorni dopo lo scoppio della bomba. Tutto doveva riprendere a vivere. La fiducia doveva rinascere proprio dal cuore colpito del Giappone. Hiroshima è oggi il centro produttivo della Mazda e di tante altre produttive industrie giapponesi. La città non è morta il 6 agosto del 1945. No, lo si vede dalle auto che circolano, dai palazzi curati, dal verde lussureggiante che abbellisce le strade pulite. Si scende dall’autobus e ci si trova di fronte alla Cupola della Bomba, come l’hanno soprannominata, il Palazzo dell’industria, un centro internazionale, in cemento. “Little Boy” è scoppiato proprio sopra di essa, ma la deflagrazione ha spinto lateralmente la violenza distruttiva. Per questo il Palazzo, nonostante sia ormai uno scheletro, è ancora in piedi. Non l’hanno abbattuto, doveva restare così a futura memoria. Ci si avvia lungo il fiume Ōta e non ci si rende conto appieno di essere nella città di Hiroshima. C’è un ponte che si deve attraversare animato da un gruppo rock. Tanti musicisti vengono da ogni parte del mondo a suonare su quel ponte le loro canzoni di pace, di speranza, di vita che si rinnova. È bello, ci sorridono, ma le nostre labbra sono pietrificate. Non si riesce neppure a commentare.  
Hiroshima, avevo letto tanto su di te, ma non riuscivo proprio a comprenderti. Ora so che quel fiume ha accolto le migliaia di persone che si sentivano bruciare dal calore dell’esplosione, da quel “lampo” che in una manciata di secondi ha distrutto tutto e tutti. Era l’acqua quella a cui si rivolgevano gli occhi accecati dei colpiti.
 
Ci avviciniamo alla statua della piccola Sadako Sasaki, una bambina che oggi simboleggia la pace e che allora era stata colpita dalla leucemia, l’effetto devastante dell’esposizione alle radiazioni. La bambina voleva costruire mille gru di carta. Secondo la leggenda avrebbe potuto esprimere un desiderio, quello di guarire, quello di giocare e correre come tutte le altre bambine della sua età. Sadako non ce l’ha fatta. È morta senza completare le sue mille gru ed ora tutt’intorno ci sono migliaia di ghirlande portate da gente di ogni età e razza. Le sue gru, dalla più grande alla più piccola, sono all’interno del Museo, ad una manciata di metri.
Ed è il Museo della Pace che ti spezza le gambe. Entri e ti danno le cuffiette con le traduzioni nella tua lingua. Non potrai dimenticarla quella voce che ti guida ad ogni pannello su cui ti soffermi.
Le sale iniziali sono piene di video sulla vitalità della città di Hiroshima, sul viaggio dell’Enola Gay, sul lancio della bomba e sul fungo atomico. Dopo una serie di plastici: Hiroshima com’era ed Hiroshima dopo. Due costruzioni in cemento in piedi, nel dopo: il Palazzo dell’industria e la scuola, al di là del fiume. Tutto il resto è stato spazzato via.
 
Vai avanti ed una sala ospita i reperti dedicati agli oggetti: bottiglie fuse, vasellame deformato, vestiti a brandelli, diari, quaderni di scuola, e poi quel triciclo che ha una storia commovente e che non dimenticherai mai.
Un’altra sala e devi per forza sederti un momento, cercando di prendere fiato. Un plastico con la ricostruzione di quel giorno. Poche statue, avvolte nell’oscurità delle nubi atomiche, con la pelle cadente, sciolta come la cera delle candele. Poche foto alle pareti, sono sufficienti. Il Museo non lucra sull’orrore. Basta sapere degli effetti della bomba: i gradini di una banca su cui era seduto qualcuno. Di quella persona resta solo l’ombra scura. È evaporata. Una persona, cento, mille, quanti…quanti erano ad un chilometro dall’epicentro e che sono evaporati? Evaporati…come si può immaginare che una persona, fatta di ossa, carne e sangue evapori in pochi istanti? Come si fa a concepire un’idea simile e poi vedere quel plastico, a pochi metri, che s’illumina per ogni esperimento nucleare che si sta svolgendo in quel momento nel mondo. Come si fa a non piangere davanti a quel muro zeppo di telegrammi che i sindaci di Hiroshima mandano ai potenti del mondo ogni volta che si svolge uno di quegli esperimenti? Il mondo dimentica, non vuole vedere cos’è stato e cosa potrebbe essere ancora. La persona che esce da quel Museo non è più la stessa che è entrata, al di là di ogni preparazione mentale e culturale. Siatene certi. No more Hiroshima. È inconcepibile pensare ad un’altra Hiroshima, nel presente, nel futuro. 
 
L’effetto che produce su di sé la lettura di “Note su Hiroshima” è lo stesso del percorso reale attraverso il Parco, fino al Cenotafio della Pace, l’arco che racchiude, come una cornice, i simboli di Hiroshima: il Palazzo dell’industria, l’acqua che accoglie le mani aperte su cui è poggiata la fiamma perenne, gli alberi tagliati a forma di fiamme. L’ingresso nel pieno dell’orrore di Hiroshima è graduale, perché non è spettacolarizzato, nel puro spirito giapponese. Il resoconto dello scrittore è quello di una testimonianza viva sulla catastrofe nucleare, sugli effetti devastanti che un errore può produrre sulla vita umana, per lo più innocente. Ed è questo che annienta delle sue “Note”. Il sapere che dopo, l’inferno continua.  
Gli Hibakusha hanno preso a parlare, a scrivere, ad urlare al mondo “No more Hiroshima!” e lo stesso Ōe fa proprio un pensiero di Céline: “La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a quel punto gli uomini sono carogne. Quando saremo sull’orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà nemmeno dimenticar, bisognerà raccontare tutto senza cambiare una parola, di quel che si è visto di più schifoso negli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. Come lavoro, ce n’è per una vita intera” (pag. 123, tratto da Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte).
 
Sin da quel giorno in cui mi sentii invadere per la prima volta dal dilemma di come perseguire la dignità, non sono mai riuscito a scrivere qualcosa in cui non fosse compreso almeno un tentativo di risposta. E anche se quella questione rimane a tutt’oggi irrisolta, posso però affermare di avere imparato quanto meno una via sicura per evitare di sentirmi coperto di umiliazione o di vergogna. Quella via consiste nell’impegnarsi a non perdere mai di vista la dignità del popolo di Hiroshima” (pag. 125).  
 
 *** 
 
"Questo libro è dedicato alla memoria degli Hibakusha, coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall'umanità" (dalla quarta di copertina, Kenzaburo Oe) 
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE 
Kenzaburo Ōe nasce nel 1935 ad Ise, villaggio sull’isola di Shikoku. Studia a Tokyo dove si laurea in Letteratura francese nel 1959 con una tesi su Jean Paul Sartre. Nel 1963 nasce Hikari il figlio affetto da una lesione cerebrale che lascerà un segno fortissimo nella sua vita e nelle sue opere. Alla sua esperienza di padre dedica “Un’esperienza personale” (1964). Nel 1994 riceve il Premio Nobel per la Letteratura.
 
 Ōe Kenzaburō, “Note su Hiroshima”, Alet, Padova, 2008. Traduzione di Gianluca Coci. Prefazione di Kenzaburo Ōe.
 
Edizione originale: “Hiroshima noto”, 1965.
 
Approfondimento:
 
Oe in Lankelot:
 
Movida,  24 maggio 2009.
ISBN/EAN: 
9788875200503

Commenti

?L?olocausto atomico di Hiroshima è il più terribile diluvio universale del XX secolo. E gli abitanti di questa città hanno lavorato sodo e senza perdere un solo attimo nella speranza di ricostruire la comunità degli uomini all?indomani del diluvio atomico. Si davano pena anzitutto per salvare le proprie vite ma, nell?ambito di tale tentativo, salvarono anche le anime di coloro che non avevano esitato a sganciare la bomba sulle loro teste. Il diluvio atomico è una sorta di diluvio universale che, invece di regredire, si è semplicemente ghiacciato ? nessuno può dire se e quando si scioglierà e riprenderà a piovere. Questo nostro XX secolo è ammalato di un cancro al momento incurabile, generato dal possesso di armi nucleari da parte di varie nazioni. E le anime soccorse dal popolo di Hiroshima sono le anime di tutti noi che oggi sopravviviamo? (pag. 132).

L'autore inserisce queste sue considerazioni a seguito di un discorso su Noé ed il diluvio universale, troppo lungo per riportarlo in questa sede, ma di un certo effetto.

Sei di parola, eh!!
Leggo domani con calma. Intanto complimenti per il ritmo di scrittura. Fai concorrenza al padrone di casa ;)

Diciamo che è stato il padrone di casa a caldeggiare la lettura di questo saggio. Non volevo, era da un mese fermo, ma non ho resistito. Sapevo che l'argomento, trattato da un giapponese, non sarebbe stato arricchito da dettagli eccessivamente raccapriccianti, anche se l'autore è sempre stato pesantissimo nei suoi romanzi.

L'argomento, fitto anche di mie memorie, alla fine mi ha consentito di scriverne abbastanza velocemente.

Bravo lo scrittore ha trattare anche argomenti diversi, come la grande generosità dei medici che, senza fuggire dalla città, si sono impegnati anche nel momento in cui hanno capito che ne sarebbero usciti devastati anche loro. Toccante la storia del figlio medico che porta sulle spalle il padre ferito per portare soccorso ai colpiti. Toccante la storia del coreano, che non ho riportato, che gira per la città trasportando in spalla i giapponesi fino ai centri di soccorso medici. Il conflitto sociale giapponesi - coreani (quest'ultimi assai discrimninati) non è ancora molto noto da queste parti, ma è terribile. E questo esempio è commovente.

(pezzo a dir poco atteso:) momento e arrivo)

(impressionante. Grazie Movi.)

OT - notevole l'apparato di link, per approfondire. Bellissimo contributo.

Segnalazione interessantissima, Movida. Ho annotato il libro, ovviamente mi metto in cerca quanto prima;)

6. Non ho voluto inserire alcuna immagine, lasciando il compito ai collegamenti esterni (per chi se la sente, in particolar modo l'ultimo video).

[giappone] TOKYO - Circa 300

[giappone] TOKYO - Circa 300 persone, in prevalenza mamme con bimbi, hanno protestato oggi a Tokyo contro la centrale nucleare di Hamaoka, nella prefettura di Shizuoka. La manifestazione, a poco piu' di due settimane dal grave incidente ancora irrisolto della centrale di Fukushima causato dal sisma/tsunami dell'11 marzo, ha puntato dritto verso un altro impianto ritenuto ''ad altissimo rischio'', distante solo 200 km a sud di Tokyo e a 120 dalla popolosissima Nagoya, costruito sul punto di congiunzione delle placche tettoniche.

La stampa nipponica ha oggi recuperato, tra l'altro, la testimonianza di Katsuhiko Ishibashi, professore della Kobe University e uno dei massimi esperti sulle Scienze della Terra, tenuta dinanzi a una commissione parlamentare a febbraio 2005.

Nell'occasione, Ishibashi aveva parlato di ''terremoto e della sua potenza in grado di colpire un impianto nucleare in piu' parti e produrre diverse rotture'', con danni a parti vitali come il sistema di raffreddamento. Una descrizione che rispecchia quanto accaduto a Fukushima, ma che se ripetuto a Hamaoka porterebbe a un ''colpo fatale al Giappone'' con pesanti effetti ''per tutte le generazioni future''.

http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2011/03/27/visualiz...

[ansa]

[Ōe Kenzaburō] pagina, questa

[Ōe Kenzaburō] pagina, questa tua, che tutti dovrebbero tornare a leggere, almeno adesso. Per meditare e per pregare per tutta quella povera gente.

[Hiroshima] molto attuale,

[Hiroshima] molto attuale, questa tua pagina, purtroppo. Siamo di nuovo all'emergenza nucleare e chissà quanti morti e malati ci saranno adesso. Non trovo concepibile, però, che chi ha tenuto in attività la centrale, si limiti a "scusarsi", non basta.

Ricordo di aver letto, alle scuole medie, la storia della bimba e delle mille gru, il libro s'intitolava "Il gran sole di Hiroshima" ed all'epoca era molto noto tra i ragazzi.