“Io giovane ragazzo della destra ho soggiogato completamente gli occhi altrui, io giovane della destra ho anche il diritto di infliggere qualsiasi crudeltà agli esseri più deboli, e ancora io giovane della destra sono il figlio di Sua Maestà l’Imperatore” (pag.60).
Il romanzo si divide in due parti derivanti dall’originaria elaborazione ideologica dello scrittore giapponese, con l’aggiunta del discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994, “Io ed il mio ambiguo Giappone”: “Ho detto di essermi ritrovato dilaniato dall’ambiguità del mio essere giapponese, ebbene è tramite la forza della letteratura che ho cercato di lenire e curare questo mio dolore, questa mia ferita” (pag. 161).
Il titolo che racchiude i capitoli in Italia si dimostra sensibilmente più poetico rispetto all’incisività degli originali “Seventeen” e “Morte di un giovane militante”, apparsi sulla rivista Bungakukai nel 1961, a distanza di un mese l’uno dall’altro. L’edizione italiana esaminata, quella del 1997, probabilmente a seguito dell’assegnazione del Nobel, è stata la prima al mondo a pubblicare, anzi a ripubblicare, la seconda parte. In questo, onore e gratitudine per una scelta coraggiosa, conoscendo la drammaticità della sua storia.
Lo scrittore e l’editore all’epoca ricevettero una serie di rimostranze non puramente simboliche dagli appartenenti ai gruppi della destra nazionalista, tanto che l’uno smise di scrivere e l’altro pubblicò una lettera di scuse, bloccando la pubblicazione del libro. Kenzaburo Ōe ha ripreso certamente coraggio, ma ci sono voluti 30 anni per vedere il testo integrale in letteratura, anche se fuori dai confini nipponici.
Sebbene nel discorso del Nobel abbia velatamente criticato l’ambiguità della visione giapponese di Yasunari Kawabata, espressa proprio in un’identica occasione (leggasi “La bellezza del mio Giappone ed io”), sentendosi più vicino all’animo del poeta William Butler Yeats poiché “preziosa è la sua letteratura votata alla coscienza umana contro il fanatismo distruttore” (pag.154), i suoi scritti si distanziano maggiormente dall’estetica eroica di Yukio Mishima. La posizione tra i due in questo libro è diametralmente opposta, ancorché compenetrata nell’idolatria della figura imperiale giapponese (simbolica per Mishima). La visione di Mishima è di un romantico conservatore, lirico nelle sue espressioni patriottiche ne “La voce degli spiriti eroici”, in cui l’idealizzazione eroica s’intreccia ad una disperazione partecipata. La potenza linguistica di Ōe è ancor più forte, ma con una prospettiva assai critica rispetto alle scelte della società giapponese “pure dall’interno del mio paese si è tentato di eliminare dalla costituzione l’articolo sulla rinuncia ad ogni guerra, anche provando a questo scopo a usare pressioni provenienti dalla scena internazionale: una siffatta manovra sarebbe il tradimento delle vittime dei paesi asiatici e di quelle diHiroshima e Nagasaki” (pag.157), critica che si mantiene costante e vivace in tutti gli anni della sua scrittura, anche se, almeno sul fronte della guerra, è dal 2007 che il Giappone sta rivedendo l’impianto costituzionale. Non è un mistero, d’altronde, che il rapporto con il Paese d’origine è sempre stato oscurato dall’ombra delle sue posizioni. Solo dopo la notizia del Nobel, infatti, le Istituzioni giapponesi, probabilmente imbarazzate dalla scomodità delle relazioni, si affrettarono ad assegnare un alto riconoscimento pubblico che doveva essere consegnato direttamente dall’Imperatore. Lo scrittore, nella sua coerenza, lo rifiutò.
La figura imperiale di Mishima è la stessa di Ōe: Hirohito, colui che per la prima volta fece sentire la sua voce al popolo giapponese annunciando la resa completa del Giappone.
Qui siamo nel 1960, durante le contestazioni per la ratifica del Trattato con gli Stati Uniti che dieci anni prima da nemico si era trasformato in alleato per arginare l’avanzata sovietica.
Il primo capitolo si concentra sull’iniziazione di un diciassettenne che nel giorno del suo compleanno sente risvegliare la sua coscienza e si addentra nel movimento studentesco dello Zengakuren per poi arruolarsi tra le file della destra nipponica nazionalista, la Kudoka, che appoggiava la figura imperiale, la stessa a cui veniva ricondotta la rivolta del 26 febbraio 1936, descritta da Mishima in “Yûkoku” e “La voce degli spiriti eroici”: “la nebbia che sotterrava la fiducia in me stesso, ancora irrisolta, è volata via con il vento, la nebbia è stata spazzata via. Sua Maestà l’Imperatore mi ha dato un ordine, sbarazzati della nebbia dell’egoismo! mi sono sbarazzato della nebbia. Perché morisse il me stesso individuale è morto l’egoismo. Senza egoismo sono diventato il figlio dell’Imperatore. Nell’attimo in cui ho massacrato il mio egoismo, nell’attimo in cui ho chiuso in un labirinto sotterraneo l’individuo, è nato il nuovo me stesso privo di angosce, il figlio dell’Imperatore, mi sono liberato. Ormai non ho più l’ansia di chi deve scegliere perché è l’Imperatore a scegliere. Le pietre e gli alberi non hanno angosce, non possono cadere nell’angoscia, grazie alla rinuncia al mio egoismo sono diventato la pietra e l’albero di Sua Maestà l’Imperatore” (pag. 61).
Nella seconda parte il ragazzo partecipa con il suo gruppo alla contestazione del congresso di pace ad Hiroshima organizzata, a loro giudizio, per rafforzare l’infiltrazione comunista in Giappone. Sono gli ultimi stralci di vita di un seventeen che decide di compiere un atto di obbedienza al volere imperiale con l’omicidio del Segretario del partito progressista. Nella realtà l’assassinio, per mano di un diciassettenne, riguardò Inejiro Asanuma, Segretario del partito socialista, la cui morte avvenne in diretta televisiva. E lui, il ragazzo, nel romanzo è ossessionato dall’idea di potersi un giorno svegliare e scoprire di non esser stato davvero protagonista di quell’atto feroce. In carcere muore suicida, rivolgendo per l’ultima volta un atto di adorazione fisica alla figura imperiale: “fluttuo nel mare del Puro Imperatore, nel mare di Sua Maestà l’Imperatore, oscuro come l’immenso universo, fluttuo nel mare di liquido amniotico privo di qualsiasi coscienza, sono uno zero, sono un non nato, i miei occhi sono pieni di una luce dorata, rosa e viola, un bagliore di milioni di lux, Imperatore, Imperatore!” (pag. 141).
Senza girarci attorno, dichiaro apertamente che in tutta la mia vita non ricordo di aver mai avuto una tale difficoltà nell’approcciare la lettura di pagine come queste. Non che il romanzo non meriti, tutt’altro. Ōe è un autore dalle argomentazioni assai dolorose, riflettendo in esse il male sociale e le esperienze più prettamente autobiografiche, ma in questo libro, senza banalizzare, riesce a superare il confine della repulsione. L’obiettivo di Ōe, scrittore che ha fatto delle battaglie sociali e politiche una ragione di vita e di letteratura, è stato, a mio avviso, pienamente raggiunto. La sua critica è tanto più efficace quanto più si rivela estranea alle fitte pagine del romanzo. Nel calarsi appieno nella devastazione psicologica del ragazzo, lo scrittore, che pur trae ispirazione da fatti reali a lungo analizzati, s’immedesima trasmettendo tutta l’irrazionalità della sua follia, senza filtri e senza che vi possa trasparire una sorta di giudizio morale. Il risultato è una mutilazione progressiva di cui, in un continuo flusso di coscienza, ci viene trasmesso un selvaggio orgasmo fisico e mentale che ha come feticcio la figura imperiale, slegata da contorni umani ed ammantata di un’aura mistica. Ed è in questa nuova raffigurazione dissacrante del baricentro ideologico giapponese che si configura la novità letteraria ed umana dello scrittore “ribelle”, considerato uno dei più grandi scrittori viventi. Destabilizzante.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Kenzaburo Ōe nasce nel 1935 ad Ise, villaggio sull’isola di Shikoku. Studia a Tokyo dove si laurea in Letteratura francese nel 1959 con una tesi su Jean Paul Sartre.
Nel 1963 nasce Hikari il figlio affetto da una lesione cerebrale che lascerà un segno fortissimo nella sua vita e nelle sue opere. Alla sua esperienza di padre dedica “Un’esperienza personale” (1964). Nel 1994 riceve il Premio Nobel per la Letteratura.
Ōe Kenzaburō, “Il figlio dell’Imperatore”, Marsilio, Venezia, 1997. Traduzione di Michela Morresi.
Edizione originale: “Sebuntin”, 1961 – “Seiji shonen shisu”, 1961 – “Aimaina Nihon no watakushi”, 1994.
Commenti
Inauguro il secondo Nobel giapponese con un romanzo difficile, difficilissimo (non che gli altri suoi non lo siano, ma questo è lo è più degli altri). Un grandissimo scrittore comunque.
Immagini di repertorio tratte dalla vera storia del Seventeen: http://www.youtube.com/watch?v=D4KROpdUkrM
"non ricordo di aver mai avuto una tale difficoltà nell?approcciare la lettura di pagine come queste. Non che il romanzo non meriti, tutt?altro. ?e è un autore dalle argomentazioni assai dolorose, riflettendo in esse il male sociale e le esperienze più prettamente autobiografiche, ma in questo libro, senza banalizzare, riesce a superare il confine della repulsione. L?obiettivo di ?e, scrittore che ha fatto delle battaglie sociali e politiche una ragione di vita e di letteratura, è stato, a mio avviso, pienamente raggiunto. La sua critica è tanto più efficace quanto più si rivela estranea alle fitte pagine del romanzo"
> Altra signora scheda. Gran lavoro, Movi.
"Senza girarci attorno, dichiaro apertamente che in tutta la mia vita non ricordo di aver mai avuto una tale difficoltà nell?approcciare la lettura di pagine come queste. Non che il romanzo non meriti, tutt?altro. ?e è un autore dalle argomentazioni assai dolorose, riflettendo in esse il male sociale e le esperienze più prettamente autobiografiche, ma in questo libro, senza banalizzare, riesce a superare il confine della repulsione".
Interessantissimo. Grazie di questa pagina, che mi spingerà senza dubbio ad acquistare il libro. Ottimi i paralleli col pensiero mishimiano (con "La voce degli spirici eroici" in particolare, che è un libro che ho amato molto). Il rapporto tra uomini di ideale eroico e tradizionale con l'idea (metafisica, quasi immateriale) di Imperatore del Sol Levante(una sorta di Pontifex delle società arcaiche e tradizionali) mi ha sempre affascinato.
OT, ma quelle Note di Hiroshima sei poi riuscita a rimediarle?
(4. Yesss...in biblioteca...conoscendo la sua prosa, nonché l'argomento, so cosa aspettarmi. Va preso a piccole dosi.)
3. Non so se lo troverai, risulta non disponibile in ibs, ma davvero sarei interessata a conoscere il tuo pensiero sul punto.
Ci sono molto punti di contatto (e di lontananza) tra Oe e Mishima.
Non troverai in nessun'altra opera giapponese una così spietata analisi del culto dell'imperatore. La critica di Oe è fortissima, ma contro il fanatismo. Gli attacchi alla sua casa, le minacce di morte alla sua persona sono quanto di più lontano immaginabili in un Paese in cui il tasso di criminalità è veramente modesto.