Scopriamo Karen Duve, narratrice tedesca classe 1961, grazie alla curatela e alla traduzione della sua raccolta di racconti del 1999 “La più pallida idea”, firmata da Simone Buttazzi, per i tipi di Comma 22, nel 2009. Buttazzi la definisce un “cane sciolto” della letteratura tedesca contemporanea, dipingendola come un'artista misantropa e distaccata; aggiunge, nella nota, che questi racconti sono “favole moderne e crudeli”, scaturiti da frammenti di vita vissuta. Le ossessioni dell'autrice sono “gli animali, Amburgo e dintorni, gli anni Ottanta, l'attrazione-repulsione per la burocrazia” (p. 155): e l'amore, naturalmente, e tutto quel che ne deriva. Aggiungerei un dettaglio: l'ossessione principe sono gli uomini, scientificamente e amorevolmente fatti a pezzi, quali che siano i contesti e gli anni raccontati, quale che sia lo stato dell'equilibrio psichico della narratrice. Questo libro è un must per tutte le signore e le signorine che hanno una gran voglia di prendere appunti sui punti deboli di noi maschietti, sulle nostre bassezze, sulle nostre grettezze, sulle nostre piccole miserie. Sarà un favoloso sfogo. Sembreremo magnificamente sbagliati, da tutti i punti di vista: infami, traditori, violenti, pasticcioni. Tutto. Vi consoleremo: la Duve vi conforterà. Questo libro è un campionario di bassezze maschili probabilmente senza precedenti.
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Il primo racconto, “Un rifugio tranquillo sotto una coltre di neve” - il più lungo dei nove che compongono la raccolta di Karin Duve – è la storia di una giovane donna disadattata, precaria e dissociata; lo stile della narrazione, capace di virare nel grottesco e di consegnarsi mani e piedi al paradosso, è seducente. L'intreccio è caotico – diciamo che si tratta di un ibrido di memorie d'infanzia e d'adolescenza e di vita presente, inclusa la rieducazione all'esistenza post mortem della madre, e la strampalata (mal)educazione sentimentale della giovane narratrice, una capace di sopravvivere a un incendio che le cancella ogni traccia di casa (e di credibilità sul posto di lavoro. Ma tanto il lavoro si cambia).
Il secondo, “Favola”, è una sorta di digressione sulla (seconda) (mal)educazione sentimentale di una giovane narratrice, che un bel giorno decide di scappare di casa, senza esserne troppo convinta, forse per il dolore di essere stata lasciata dal ragazzo; tra un autostop e l'altro, si trova a essere preda della corte e delle avance di una serie di soggetti sempre meno raccomandabili. Qualche volta la sfanga, infine pare proprio di no; e si tratta della sua prima volta. Chiamiamola favola, questa cupa storiella di amore stupido, falso e involontario.
Il terzo, “Un cane alla porta”, è la storia di un cane parlante – un collie – e della sua capacità di leggere nel cuore delle persone. Più facilmente di quei maschi belli soltanto esteriormente, e del male che possono fare a una narratrice sensibile e un po' pazza come quella scelta dalla Duve.
Il quarto racconto, quello eponimo, è sempre una storia di difficoltà di vivere e di decidere che cosa essere: per la narratrice è già troppo “essere”, non vuole diventare “qualcosa”. S'è diplomata e non sa che strada prendere; in casa, sua sorella non la sopporta. Intanto, nel dubbio, la narratrice prende e si droga. Coi farmaci, a quanto pare; ma abbastanza per stordirsi, e per finire a letto con chi sa cogliere l'attimo, diciamo così (dio come usciamo male noi maschi, da questo libro. QUANTO ne usciamo male). C'è spazio per una marchetta sperimentale prima di entrare ufficialmente nel mondo del lavoro – allucinazione di disastro spaziale inclusa.
Il quinto, “89-90”, è un'altra tragicomica storia sentimentale, d'una donna sfiancata dalle delusioni legate alla sua nuova relazione (maschio traditore) e dalle perplessità nei confronti di un ex troppo insistente. Nei “Miami Dream-Men” i maschi sono spogliarellisti, uomini-oggetto; qualcosa non va per il verso giusto durante uno dei loro show. Nel racconto “Le calze” sensi di colpa per sciocchezze d'infanzia – e naturalmente il maschio è colpevole di non averle retto il gioco. Per la serie: siamo così anche da bambini, incorreggibili. Fermiamoci qui.
Tra le narratrici tedesche contemporanee, avevo sin qua conosciuto e apprezzato la Hermann, pubblicata in IT da Socrates (“Nient'altro che fantasmi”) e la Krügel, pubblicata in IT da Meridiano Zero (“Volevo sposare Cary Grant”). L'amore è l'asse portante di tutte e tre le opere, con un taglio radicalmente differente; cupo e amaro in questo libro della Duve, leggero e grazioso nella Hermann, esistenzialista e profondo nella Krugel. Somiglianze stilistiche non ne ho notate – ma dubito che abbia senso fare rilievi del genere sulle autrici tradotte. Strutturalmente ce ne sono: il libro della Hermann è una raccolta di racconti, esattamente come nel caso del (precedente) libro della Duve. Per adesso questo è quanto posso annotare. Buttazzi accenna, nella nota, a una generazione di “literarisches Fraulein-wunder” di questi ultimi anni, che include Julia Franck, Zoe Jenny, Juli Zeh, Judith Hermann (manca la Krugel), estremamente apprezzate dalla critica e dal pubblico. Con la solita, italica differita impareremo a conoscerle tutte, e a orientarci nella loro produzione. La sensazione è che i sociologi della letteratura avranno gioco facile a determinare il dna e i tratti distintivi di questa nuova generazione di narratrici. Intanto noialtri italiani osserviamo i riflessi di questa affascinante ondata di scrittrici tedesche, con non poca curiosità e mai senza piacere.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Karen Duve è nata ad Amburgo nel 1961 e vive in campagna con un bulldog, due polli e un mulo. I suoi libri sono tradotti in 14 lingue.
Karen Duve, “La più pallida idea”, Comma 22 Editore, Bologna, luglio 2009. Traduzione e postfazione di Simone Buttazzi.
Titolo originale: Keine Ahnung. Erzählungen.
In Lankelot: Duve Karen - La più pallida idea di angelamigliore
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2009.
Commenti
Scopriamo Karen Duve, narratrice tedesca classe 1961, grazie alla curatela e alla traduzione della sua raccolta di racconti del 1999 ?La più pallida idea?, firmata da Simone Buttazzi, per i tipi di Comma 22, nel 2009. Buttazzi la definisce un ?cane sciolto? della letteratura tedesca contemporanea, dipingendola come un?artista misantropa e distaccata; aggiunge, nella nota, che questi racconti sono ?favole moderne e crudeli?, scaturiti da frammenti di vita vissuta. Le ossessioni dell?autrice sono....
Zoe Jenny e July zeh sono pubblicate in Italia. E anche da editori di un certo rilievo, come si suol dire. Ora controllo.
http://www.ibs.it/code/9788881122011/jenny-zoe/stanza-del-polline
i primi tre:
http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=zeh+july
Fazi, ecco. Baldini Castoldi Dalai.
Mi ricordavo le copertine. Mi avevano incuriosito molto. Ma mai comprate, alla fine.
Bene! Quindi è uscito qualcosa anche della Zeh e di Zoe Jenny. Studieremo;).
http://it.wikipedia.org/wiki/Juli_Zeh qui l'edito della ZEH
(forse cominciamo ad avere bisogno di un saggio che sia una sorta di visione d'insieme sulla nuova narrativa tedesca. Nessuno ne sa nulla? E' già uscito qualcosa?)
appena lo leggerò ne dirò qualcosa....mah, "Questo libro è un campionario di bassezze maschili probabilmente senza precedenti. " figura da chiodi, insomma. Sbaglio o la trovi un po' "crudele" nella tendenza a infierire?
credo non ne fosse consapevole; che questo libro sia una cicatrice di una malinconia profonda, e di grandi delusioni. La sensazione è questa. Ha il cuore a pezzi ma scrive molto bene.
l'ho appena finito, mi è piaciuto. Come cambia l'approccio a seconda del lettore: io ho puntato l'attenzione essenzialmente sulle donne, se non rileggevo la tua recensione non pensavo neanche alla brutta figura dei maschi, li avrei catalogati semplicemente come personaggi poco significativi, una specie di accessorio alle storie femminili. É evidente che alla Duve interessano le donne e un loro modo di vivere.
Sinceramente, Gf: non so se sia più "vera" la tua recensione o l'ultimo commento di Marina!!!! Scherzo, ma leggerò con piacere il suo punto di vista.
Interessante, ovvio. Una riflessione a latere: siamo sicuri che i maschi sono così tutti uguali ovunque? Ho conosciuto negli anni Novanta (quando diciamo così, di anni ne avevo poco più di venti) alcuni coetanei tedeschi e giuro che li avrei spalmati sul muro. Gente di città, che pur con famiglia alle spalle era già bella che sbandata. Beh, dalle mie parti era diverso. I miei coetanei locali non li avrei giudicati così male. Non erano così. Mi chiedo se a far male fosse la Germania post-muro (non avete idea di cosa si dicesse nel 1990 ad Amburgo a proposito dell'unificazione: avessero potuto sputargli in un occhio, ai nuovi tedeschi, beh... più di qualcuno lo avrebbe fatto!) o la città tout-court (in fondo studiavo a Udine, ai confini remoti dell'Impero... che ne so di quel che succedeva ai miei coetanei milanesi o romani?).
In fin dei conti la Duve è più vicina alla mia generazione che alla tua, Gianfranco. Quella che ha dato i natali a una Christiane F., tanto per restare in loco...
Ancora. I racconti vengono pubblicati nel 1999: la Duve non è più una ragazza. Chissà di che maschi esattamente parla.
Tutto questo non tanto per confortarti, quanto per rimettere qualche dato (e data) a posto.
Ovviamente, se tu pensi che i maschi siano uguali sempre nel tempo e nello spazio non posso venirti a dire che non è vero. Posso dirti però che la percezione femminile con l'età cambia e a quarant'anni essere ancora tanto incattivite (ammesso che così sia) non è un bel segno...
Poi non vedo l'ora di leggere Marina. E magari il libro me lo recupero pure io...
la Duve ha la mia età,se si riferisca a maschi di un periodo preciso o no però non saprei dirlo.....per me li vede male semplicemente,sono proprio uno zero.
10,11,12. Simone potrebbe raccontarci qualcosa in più. La sensazione, a qualche mese di distanza dalla lettura, è che la visione dei maschi fosse strumentale o funzionale per questioni psicologiche o estetiche dell'autrice; e che naturalmente no, non può essere universalizzata. Più che zero - che sarebbe stato anche sensato - qui l'uomo è regolarmente "meno uno". Serve in antitesi, vive in opposizione. E' sempre malevolo... il che, ripeto, mi ha incuriosito molto.