Racconto, più che romanzo, com’è nello stile di Margherite Duras, Moderato cantabile si pone tra l’iniziale produzione narrativa – ancora influenzata da letture e istanze altrui – e quella che diverrà una lunga stagione di scritti e sperimentazioni stilistiche (nella quale appariranno i suoi lavori più importanti e conosciuti, dal “ciclo” di Lol V. Stein a quelli che sono i capolavori degli anni Ottanta, Il dolore, L’amante, Occhi blu capelli neri), la maggior parte della quale purtroppo è oggi quasi del tutto fuori commercio e non solo, come ho già avuto modo di ricordare, in Italia.
Una lezione di musica a un bimbo svogliato fa da sfondo a un delitto passionale, consumato in fretta, davanti al porto di una città qualsiasi, in brevi fotogrammi: il grido di una donna, la folla che accorre, mentre dalle finestre della maestra di pianoforte risuona la “sonatina del Diabelli” che il bambino è costretto controvoglia a ripetere quasi all’infinito.
Anne Desbaresdes, la madre del piccolo, non riesce a staccare lo sguardo e l’attenzione dal corpo della giovane e da quello del suo assassino, incapace ora di lasciarla e di staccarsi da lei, dal suo viso, dalle labbra insanguinate.
La piccola osteria davanti alla quale si è compiuto il fatto diventa nei giorni seguenti una méta di passeggiate della donna col bambino, e il luogo di un incontro destinato a non cambiare, ma sicuramente a sconvolgere, l’esistenza.
L’Autrice gioca (come accadrà in moltissime sue opere) con figure di donne psicologicamente sull’orlo di abissi non cercati ma accettati, schiavitù imposte di solito dalla società, dalla convenienza, a volte da sentimenti totalizzanti ed estremi, dai quali è possibile salvarsi solo imboccando vicoli ancor più ciechi, dall’alcoolismo alla follia, dalla prostituzione alla morte.
Non c’è ricerca narcisistica del dolore altrui, nessun voyeurismo a buon mercato della disgrazia che per molte donne è stata ed è la condizione femminile. E tuttavia, nessuna delle protagoniste dei racconti di Marguerite Duras può mai dirsi del tutto innocente, non ci sono alibi alla mancanza della volontà che potrebbe salvare.
Il nouveau roman – cui la Duras aderì facendolo suo nello stile narrativo delle frasi spezzate, delle ripetizioni, del capovolgimento spazio-temporale – comincia qui a farsi evidente nell’identificazione dei due protagonisti del delitto iniziale con la nuova coppia che si va formando all’osteria, sera dopo sera: il gioco sottile e suadente del racconto di come si sia potuti arrivare a un delitto del genere, obbliga la ricca e annoiata signora Desbaresdes e Chauvin, l’operaio del porto, a prendere le parti dei due infelici amanti, benché - apparentemente - quasi non si conoscano (elemento che tornerà in Occhi blu capelli neri più che altrove), creando un legame mai consumato fino in fondo ma spinto alle conseguenze estreme di un adulterio solo immaginato.
La potenza della parola e del silenzio, degli sguardi ripetuti e dell’assenza totale di azione, che lascia aperto lo spazio a una dimensione solo condizionale dell’esistenza, rappresentano i punti di forza di un narrare incisivo, segnato da emozioni senza sbocco possibile.
Ciò che Anne cerca non è il motivo della morte di una donna - che si viene a sapere ammogliata, con figli e per la quale dunque quella passione è via di rovina da subito, da sempre - ma un'identità personale intuita simile a quella della sventurata uccisa.
La contrapposizione tra una vita apparentemente dolce (“Moderato cantabile” è il movimento della sonatina del Diabelli che accompagna Anne non solo durante le ore di lezione al figlioletto, ma anche dopo, nella sontuosa villa dove ill violento profumo di magnolia accompagna le vuote serate di una donna profondamente sola) e tuttavia inutile e il desiderio incompiuto di un amore diverso perfino da quelli rassicuranti e familiari, genera l’impasse definitivo.
Il gioco delle parti deve concludersi, il tempo degli incontri - giunto al punto di non-ritorno - è terminato. Non è possibile proseguire su una strada in discesa libera verso la pazzia, Anne e Chauvin ne sono consapevoli: forse lui ricomincerà a spiarla dal giardino opulento e impenetrabile, mentre lei scivolerà nell'apatia della vita priva di felicità di sempre, con qualche nuova rivelazione di sè a permetterle di sopravvivere. O a convincerla di non poterlo più fare.
Chauvin guardava altrove. Gli uomini evitarono ancora di volgere i loro occhi su quella donna adultera.
Ella s'era alzata.
"Vorrei che foste morta" disse Chauvin.
"E' fatto" disse Anne Desbaresdes. (p.91)
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EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Marguerite Donnadieu, alias Marguerite Duras (Gia Dinh, Vietnam 1914 – Paris, France 1996), scrittrice francese.
Marguerite Duras, “Moderato cantabile”, Feltrinelli Milano 1986.
Traduzione dal francese di Raffaella Pinna Venier
Titolo originale: Moderato cantabile
Opere pubblicate in italiano di M. Duras: “Il pomeriggio del signor Andesmas” (1962) “
L’amante” (1985), "
Il dolore" (1985), “Moderato cantabile” (1986), “Suzanna Andler” (1986), “Il viceconsole” (1986), “Testi segreti” (1987), “Occhi blu capelli neri” (1987), “La vita materiale” (1988), “Emily L.” (1988), “Il rapimento di Lol V. Stein” (1989), “Giornate intere fra gli alberi” (1989), “La pioggia d’estate” (1990), “Il marinaio di Gibilterra” (1991), “L’amante della Cina del Nord” (1992), “Yann Andrea Steiner” (1993), “La nave Night” (1993), “Scrivere” (1994), “L’amore” (1994), “Estate ’80” (1994), “La vita tranquilla” (1996), “Il mare scritto” (1996), “Agatha” (1997), “Storie d’amore estremo” (1997), “Il nero atlantico” (1999), “C’est tout” (2002). “Distruggere, lei disse” (s.d.),
Ilde Menis, marzo 2007
Commenti
Deliziosamente introvabile...
"L?Autrice gioca (come accadrà in moltissime sue opere) con figure di donne psicologicamente sull?orlo di abissi non cercati ma accettati".
E' un modo assai tormentato di raccontare la femminilità, forse un po' stereotipato...
(La Feltrinelli di Modena ha il libro in diversa edizione. Pubblicato dai tipi della Cideb, nel 1994)
Estremamente interessante; e grazie anche per la puntuale introduzione iniziale, che aiuterà un bel giorno lo scapestrato neofita a orientarsi nella sua produzione.
Leggendo qui: "Il nouveau roman ? cui la Duras aderì facendolo suo nello stile narrativo delle frasi spezzate, delle ripetizioni, del capovolgimento spazio-temporale" > attendo soltanto una bella scheda sul nouveau roman. Quando vuoi e se ti va:). Oppure, se preferisci, indicaci qualche fonte per approfondire.
"L?Autrice gioca (come accadrà in moltissime sue opere) con figure di donne psicologicamente sull?orlo di abissi non cercati ma accettati, schiavitù imposte di solito dalla società, dalla convenienza, a volte da sentimenti totalizzanti ed estremi, dai quali è possibile salvarsi solo imboccando vicoli ancor più ciechi, dall?alcoolismo alla follia, dalla prostituzione alla morte.
Non c?è ricerca narcisistica del dolore altrui, nessun voyeurismo a buon mercato della disgrazia che per molte donne è stata ed è la condizione femminile".
Ogni volta che ti leggo capisco che questo è un tema che ti sta particolarmente a cuore. Ovvero ami autori e autrici che scavano a fondo nell'interiorità femminile, che tratteggiano dettagliatamente le psicologie delle donne. Cosa che sanno fare in pochi (soprattutto gli autori maschi), una volta mi dicesti.
"E tuttavia, nessuna delle protagoniste dei racconti di Marguerite Duras può mai dirsi del tutto innocente, non ci sono alibi alla mancanza della volontà che potrebbe salvare."
Micidiale quest'affemrazione, come a dire che non reagiscono a sufficienza e diventano "complici" della loro situazione.
Sono figure femminili analizzate spietatamente e senza mezze misure.Interessanti.
Ecco Marina, direi che hai colto nel segno. Non c'è stereotipo, a mio avviso, ma la presa diretta dell'esperienza. Che poi ci siano anche altri tipi di donne è indubbio. La Duras però scandaglia le contraddizioni in cui ogni donna può rispecchiarsi: noi oggi godiamo di privilegi inimmaginabili per il genere femminile fino a pochi decenni indietro, ma c'è stato un prezzo che io credo siamo in molte a pagare ancora... Poi chiaramente si sente più vicino l'Autore che parla al proprio vissuto e a me la D. fa senz'altro quest'effetto :)
I problemi sono ancora molti, soprattutto quello della conciliazione dei numerosi ruoli della donna in una società che è ancora impostata su modelli maschili e impiegherà molto tempo a modificarsi. Qui si andrebbe in OT temo, dunque mi fermo.
(bella) copertina straniera +
(bella) copertina straniera + archivio MD
[duras] L’embardage. di
[duras] L’embardage . di V.S.Gaudio
Il gioco d’avvio è un gioco di società, una sorta di caffè-game, attivato da un fait-divers, un cri-crime passionale.
Anne Desbaresdes entra nel Café e comincia a giocare “Non è terribile”(Ain’t it awful) nella prima forma:
“Pourquoi?”
L’”On ne sait pas”, come risposta anonima, prospetta che il passatempo, in cui dovrà esserci un minimo di chiarificazione o “pagamento” e un po’ di partecipazione emotiva, ancora non è stato attivato nella versione “ Squarci e tagli “ o ,meglio, “Morte e sangue “ perché manca l’altra parte di Adulto[1].
Il secondo capitolo si apre proprio con quella che Berne chiama la “Pausa per il caffè”[2]: qui, diventerà “Pausa per il vino”(Pause de vin): il punto-Heimlich è, ormai,acceso. Punto-Heimlich, perché la signora vi accede avec son enfant, che, come abbiamo visto nel primo capitolo, sta prendendo lezioni di piano da Madame Giraud, che abita proprio là vicino al Café in cui è stato commesso l’assassinio.
Punto-Heimlich che, come apprenderemo, accomuna il grido dell’amante uccisa al grido che la madre emise quando partorì il bambino che sta apprendendo i tempi del Moderato Cantabile della sonatine di Diabelli.
Ma, a ben sentire, quello che è stato premuto è stato il pulsante-Unheimlich: il “pulsante” di Berne è uno stimolo interno o esterno che provoca comportamenti da copione o da gioco; l’”Unheimlich” è quello che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto e che, invece, è affiorato[3].
L’incontro tra Anne e Chauvin è tra le crime et le cri, da una parte, e tra le vin et la sonatine, dall’altra.
“Le magnolia, à l’angle gauche de la grille, est en fleurs” e i fiori sono grandi e solitari, vistosi, e là, al primo piano, c’è la sua camera. Chauvin, il s’attarde, sans répondre à sa question, à voir enfin la ligne de ses épaules :
il “Rapo” di Berne si gioca tra uomo e donna e si può anche chiamare, nelle forme più blande almeno, “Il bacio da lontano” o “Indignazione”. Si gioca con varia intensità.
Qui, Chauvin apre il primo grado, “Il bacio da lontano”: “Si vous fermez votre fênetre à cette-époque-ci de l’année –dit-il- vouz devez avoir chaud et mal dormir”[5].
La donna fa capire di essere disponibile : “L’odeur de magnolia est si forte, si vous saviez “.
“Je sais”.
Egli toglie dagli occhi la linea diritta delle sue spalle, la toglie dagli occhi.
La ripetizione del sintagma, “la tolse dagli occhi”[la linea delle sue spalle], crea un punctum fantasmatico: dagli occhi, non dalla testa.
Una brava giocatrice, dice Berne, è capace, quando c’è gente attorno o c’è molta gente, di tirare in lungo la partita[6]. Nel romanzo della Duras, “Il bacio da lontano” è, per ovvi motivi, verbalizzato e, per altri ovvi motivi, si combina con un particolare “Gioco della calza”[7] che, per Anne e Chauvin, potrebbe essere ridefinito come il “Fiore della magnolia”, che, a differenza del gioco di Berne che concerne le gambe, in Duras concerne i seni, ma che, in entrambe le versioni, ha lo scopo di dimostrare che la gente è lasciva e che, perciò, il gioco tende ad essere auto-distruttivo.
L’analisi del “Rapo” che, in Duras, è di secondo grado, non perché, come in Berne, debba contenere la variante dell’”Indignazione” ma, perché la Desbaresdes ricava solo una soddisfazione secondaria dalla corte di Chauvin, tanto che, come vedremo, il
vantaggio esistenziale della donna, “Sono pura”, e, di conseguenza, l’indignazione, saranno ratificati dal vomitare, là, dans la chambre de son enfant, la nourriture étrangère, che, badate, però, non è le vin, bevuto fuori avec Chauvin, ma quel che ce soir elle fut forcée de prendre durante il dîner bourgeois, a casa sua.
[1] Nel gioco di società che Berne definisce “Non è terribile”, la variazione per Adulti è “Squarci e tagli”, che, nel nostro caso, va commutato in un nuovo “Morte e sangue”. Come quello verte sugli spargimenti di sangue, in sostanza è una discussione clinica alla buona, il nostro passatempo( quello che si sta approntando nel récit ) non ha ancora l’altra parte di Adulto per aprire la transazione e il paradigma sociale.
[2] La “Pausa per il caffé” è il passatempo di tipo infantile, caratterizzato dallo slogan “Guarda che cosa combinano, adesso”. E’ una variante per membri di un’organizzazione. Si gioca anche la sera, nella più mite forma politica o economica che si chiama “Al banco del bar”. Si gioca in effetti a tre, e l’asso ce l’ha quel personaggio-ombra che viene chiamato “Loro”: Eric Berne, A che gioco giochiamo, trad. it. Bompiani, Milano 1981: pag. 127.
[3] “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato”: Sigmund Freud, Il Perturbante[1919], in: S.F., Opere, vol. 9, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino 1989 : pag.86.
[4] Il “Non è terribile” iniziale è diventato “Sangue e passione”: l’indegna partecipazione emotiva, che c’è in questo passatempo, quando si gioca tra Adulti, è speculare al punto-Heimlich che, specularmente, è turbato dagli elementi Unheimlich: “Qui il gioco di proiezioni cui il lettore è sollecitato dall’autore non ha tregua. Anne, in particolare, è un “creux” riempibile a volontà di più sensi: madre affettuosa, donna borghese, donna del porto e dei bassifondi, donna del bistrot(“des bars”). Così come Chauvin è amante virtuale, proletario alle dipendenze del marito di Anne, “sangue caldo(chaud vin)”. Le due storie di coppie[questa, e quella “maledetta” formata da un assassino per amore e dalla sua amante, la cui attrazione suscitata in Anne attiva questa casuale relazione] rimandano di continuo alla realizzazione/irrealizzazione: c’è chi è morto davvero ma vive nell’immaginario altrui e chi(…) approda a “rien”, niente da dire davvero, niente che sia valso la pena di dire, nulla che alla fine rimanga detto(…). Il racconto della coppia realizzata e di quella mancata sta in contrappunto.(…) Il testo trae significato dalla relazione tra i personaggi e tra i vari frammenti di senso, e anch’essi hanno significato non presi ognuno per sé ma per i loro reciproci rapporti, per l’intersecazione con, contro, malgrado l’altro” ( Rosaria Guacci, Scambi, in : Duras mon amour, a cura di Edda Melon ed Ermanno Pea, Marcos y Marcos, Milano 1992 : pagg. 77-78).
[5] Cfr, Chapitre III, in : Marguerite Duras, Moderato Cantabile,Minuit, Paris 1958.
[6] Cfr. Eric Berne, A che gioco giochiamo , trad. it. cit. : pag. 144.
[7] “Il Gioco della calza” appartiene alla famiglia del “Rapo”: la sua caratteristica più eminente è l’esibizionismo, di natura isterica. La barista qui tricote, lavora a maglia; i due joueurs, che fanno la variante del Gioco della calza, che, in francese, dovrebbe chiamarsi “Jeu du bas”, anche loro farebbero tricotage, ‘ché il lavoro di maglia è il fare la calza. Solo che, a ben leggere, essendo il loro un Jeu du bas, è “à voix basse” che le batelage, du bas de son puniche(dal fondo del suo battello), pour le bas de sa jupe(per il fondo della sua gonna), il met chapeau bas(si toglie il cappello). L’antitesi del Jeu du bas, che potrebbe annullare il tornaconto fatale al copione, è: “Jamais tricoter de basse(fare la calza) avec une femme qui s’épingle la Fleur trop haut”.
(da:V.S.Gaudio, L'embardage-Duras. Il pentagramma narrativo du désir, copyright 2005)