Certi libri li hai letti a diciott’anni, e te ne sei innamorata. Totalmente, perdutamente, tanto che a ripensare a quel titolo non vedi più il libro, non vedi più le pagine, vedi un corpo di luce, un ectoplasma di accecante bellezza.
Tanto che hai quasi paura, a riprenderli in mano, quei libri, a quindici anni di distanza, paura che la tua maturità ti sciupi la magia, che tagli fuori la luce che ancora ti commuove nel ricordo, e ti lasci in mano una struttura inerte, fatta di personaggi, intreccio, trama, periodi.
Però ne senti anche il bisogno, di rileggerli, di capire come hanno potuto stregarti forse, oppure più probabilmente di tentare l’azzardo, di provare a fartene stregare ancora.
Ecco, a me è successo, con questo libro. Il viceconsole, di Marguerite Duras. A distanza di circa quindici anni dalla prima lettura, mi innamora di nuovo.
Non solo, vi trovo oggi motivi in più per commuovermi, per emozionarmi, per sorprendermi, per rileggere la frase a voce alta, assaporandone la musicalità, la pienezza corporea della parola.
E scopro, addirittura, storie nuove che questo libro ora può raccontarmi, nuove emozioni e nuovi pensieri che mi aspettavano tra le pagine, lì, in attesa che fossi pronta a ripercorrerle. A diciott’anni Anne Marie Stretter riempiva tutto, annullava gli altri personaggi, li faceva scomparire.
Come la mendicante fuori dai cancelli dell’Ambasciata Francese di Calcutta, non potevi che guardare lei, Anne-Marie Stretter che danzava, con il suo abito di doppio velo nero, con i suoi occhi troppo chiari, con i suoi capelli biondi, nel salone ottogonale di marmo verde scuro. Non potevi pensare che a lei, che suonava il pianoforte nella sala vuota, Schubert, ogni sera, lei nella villa sul delta del Gange, lei in calzoncini bianchi nei giardini deserti dell’Ambasciata, la mattina.
“Certe donne fanno impazzire di speranza, non crede?” (dice di lei il Viceconsole di Lahore ndr) “…quelle verso cui vanno tutte le onde di tutti i dolori, quelle donne accoglienti.”
Ma non è solo questo. Anne-Marie Stretter non è solo accogliente. Lei capisce, lei riesce a vedere. A sentire. La pazzia del Viceconsole, l’inevitabilità della sua follia, lei può sentire, lei la comprende e vi si riconosce, anche se rifiuta di specchiarvisi troppo a lungo, anche se dice “non posso fare nulla per voi”, anche se ha bisogno, per sopravvivere, di prendere la vita leggermente, di credere che nessuno abbia bisogno di nulla, che tutti abbiano “completamente, profondamente ragione”.
“Io sono con lei qui completamente come con nessun altro, qui, questa sera, in India.”, dice, nel suo momento di scomoda verità, negli unici istanti in cui i suoi occhi appaiono feroci a chi la guarda da lontano, appaiono vivi, Anne-Marie Stretter, prima di andarsene, prima di lasciare il Viceconsole alla sua pazzia incondivisibile.
Ecco però che, lasciata Anne-Marie Stretter nella grande villa in cui tutti i ventilatori sono accesi giorno e notte, sola con le sue lacrime improvvise e il suo pianoforte, in questa seconda lettura, altri personaggi si affacciano e si fissano, nella mia mente.
Uno che mi era quasi sfuggito, a diciott’anni, e che ora invece mi ha bloccata e mi ha parlato, è quello di Peter Morgan, lo scrittore che inventa la vita della mendicante, che ha bisogno di costruirle un’identità. Anche quella è un’ossessione, anche quella è follia, è la follia della scrittura, quel bisogno di capire, e se non si può capire si deve inventare, quel bisogno irragionevole di dare esistenza a chi non ce l’ha, a chi forse esiste solo nello sguardo di chi l’osserva vivere.
La vita della mendicante non ha motivazioni, la sua storia è senza introspezione, ci sono solo corsi d’acqua da seguire, e cibo da procurarsi, e bambini da abbandonare lungo la strada; la vita della mendicante è una lunga marcia che si arresta a Calcutta, catturata come una falena dalla luce di Anne-Marie Stretter, forse. Inconsapevole, forse, come le falene, dell’oggetto della sua attrazione, la segue senza saperlo, perché lei, la mendicante non ha coscienza di niente: lei è solo la sua fame, la sporcizia che è diventata la sua pelle, la sua canzone che ripete il nome di un luogo di cui lei non ha più memoria, come di niente altro.
Peter Morgan, lo scrittore, è la sua memoria. Falsa, o vera, l’unica possibile.
Peter Morgan ha bisogno di un corpo, di gesti, di sporcizia, di canzoni per quella memoria, ha bisogno della mendicante, mentre lei non ha bisogno di lui, non ha bisogno di nulla. È un personaggio, è sola carne, viene da chiedersi se scomparirebbe, nel caso in cui Peter Morgan smettesse di scrivere di lei.
Scomparirebbe, sì, si fonderebbe alla massa dei pazzi, dei lebbrosi, dei morti di fame che si affollano appena dietro le mura della piccola società occidentale a Calcutta, potrebbe ammalarsi anche lei e morire ignorata, sarebbe un guscio vuoto, riempito di volta in volta dell’indifferenziato orrore di Calcutta.
Ciò che la protegge dalla lebbra, forse, ciò che le impedisce di affondare in quell’amalgama di indistinta (in)umanità, è la penna di Peter Morgan, la sua attenzione, il suo bisogno di darle una storia.
Qui entra in gioco la funzione più alta della scrittura, il suo potere salvifico. In questo senso lo Scrittore (Peter Morgan e Duras stessa) salva la mendicante nell’unico modo che gli è concesso.
E la usa, allo stesso tempo, come l’artista fa sempre delle sue Muse, la dimentica, la sorpassa, la trasfigura, ne è ossessionato e riesce allo stesso tempo a essere totalmente indifferente al suo destino. È feroce, questo. C’è qualcosa di feroce nello scrivere di qualcuno (e lo facciamo sempre no?), è qualcosa come rubargli l’anima e riscriverla a nostro piacimento, e abbandonarlo poi, nella sua verità non letteraria, nella banalità della sua esistenza fuori dalla pagina, o nella sua tragedia.
Ricorda quello che le femmine di ragno fanno dei maschi, dopo averli usati per l’accoppiamento.
Per creare la vita della scrittura occorrono sacrifici umani, questo mi dice Marguerite Duras, che nella vita ha immolato soprattutto se stessa, dandosi in pasto alla scrittura (non necessariamente al lettore, no, non al lettore né ai critici) come pochi altri.
E mi chiedo cosa mi darà, di nuovo, questo libro meraviglioso, alla prossima lettura.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Marguerite Duras (Gia-Dihn (Saigon) 4 aprile 1914 – Parigi 3 marzo 1996), scrittrice, cineasta, giornalista francese.
Marguerite Duras, “Il viceconsole”, ed Feltrinelli, Milano, Maggio 1986.
Traduzione di Angela Morino.
Prima edizione: “Le vice-consul”, Ed. Gallimard, Francia, 1966.
Approfondimento in rete:
scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/
http://www.durasmonamour.it/it/index.htm
In Lankelot:
Sabrina Campolongo
Commenti
Ho il dubbio che, in fondo al format, avrei dovuto cliccare su Save, anziché su Publish. Se è così, se avrei dovuto attendendere la moderazione, mi scuso, non volevo apparire prepotente, è che sono autenticamente imbranata.°_°
In attesa che lo Staff ti sistemi meglio l'articolo, non posso farmi sfuggire la "mia" Duras, un'autrice che adoro e di cui ho letto tutto quello che è stato tradotto.
Mi piace la tua lettura del Viceconsole: il romanzo va inserito in quella che è una vera e propria trilogia. Si comincia infatti nel 1964 con Le ravissement de Lol V. Stein (Il rapimento di Lol V. Stein) dove Anne-Marie compare per la prima volta a "rubare" il promesso sposo di Lol per fuggire con lui in Indocina. L'anno seguente la Duras immagina un prosieguo alla vicenda, che leggiamo appunto nel Viceconsole. Si ritorna a Lol ne L'amour (l?amore) del 1971, dove in un certo senso il cerchio di tutti i personaggi e delle storie si chiude.
Vorrei avere più tempo per raccontare Marguerite Duras, una delle mie Scrittrici preferite...
Certi personaggi sono emblematici della narrativa durasiana, dal Viceconsole pazzo, a Peter Morgan che molto correttamente tu identifichi con la Duras stessa, ma anche la mendicante torna...
"Qui entra in gioco la funzione più alta della scrittura, il suo potere salvifico. In questo senso lo Scrittore (Peter Morgan e Duras stessa) salva la mendicante nell?unico modo che gli è concesso."
E questo è un passaggio fondamentale. Perché ritengo che la Duras attraverso la scrittura abbia salvato varie volte sè stessa (dalla disperazione, dalle dipendenze).
"C?è qualcosa di feroce nello scrivere di qualcuno (e lo facciamo sempre no?), è qualcosa come rubargli l?anima e riscriverla a nostro piacimento, e abbandonarlo poi, nella sua verità non letteraria, nella banalità della sua esistenza fuori dalla pagina, o nella sua tragedia. "
No, non tutti gli scrittori lo fanno, non sono d'accordo.
Certi scrittori sì, ma bisogna essere molto bravi.
Così come altrettanto bravo è lo scrittore che prende a prestito, con delicatezza, le vite degli altri, per poi riporle con cura.
Ma hai ragione, la Duras opera "svuotando": a partire da sè.
Ildelaura, sono sempre felice di trovare qualcuno che ami la Duras, come me. E' stata un mattone fondamentale nella mia formazione, fondamentale. Incontrare a sedici anni la scrittura della Duras è una specie di folgorazione. Anch'io ho letto tutto quello che ho trovato di lei, famelicamente, appunto dai sedici ai vent' anni, qualcosa poi ho riletto, qualcos'altro ho trovato che mi era sfuggito (bellissimo è stato, per esempio, leggere della genesi de Il viceconsole, all'interno di quella piccola "lettera al mondo" che è "Scrivere")però forse troppo in fretta, troppo affascinata, troppo emozionata. Così ho pensato di rileggere, ora, con quel po' di maturità acquisita.
Mi trovo perfettamente in sintonia con i tuoi interventi (ho anche letto e apprezzato molto i tuoi precedenti articoli durasiani in lankelot). Preciso solo che la domanda che pongo tra parentesi "(e lo facciamo sempre no?)" si riferisce solo allo scrivere di qualcuno, non alla parte successiva del discorso. Nel senso che dietro ogni personaggio sulla carta, io credo, si nasconda sempre un "qualcuno" (spesso più di uno) di carne e ossa, da cui lo scrittore ha preso "a prestito", oppure rubato, un corpo, un'attitudine, un dolore, un modo di amare. Magari anche un quasi sconosciuto, qualcuno incrociato per un caso che per lo scrittore diventa spesso una sorta di "predestinazione". La stessa Duras confida, in "Scrivere" :"Qualche volta è insostenibile. Tutto assume di colpo un significato in rapporto allo scritto, c'è da impazzire. Le persone conosciute non si conoscono più e quelle sconosciute si crede di averle attese."
Poi, come dici giustamente tu, c'è modo e modo di trattare una vita, nella scrittura come fuori. Mi viene in mente ciò che fece Capote ai due giovani assassini che divennero protagonisti di "A sangue freddo", (il suo attendere con impazienza che venissero giustiziati per fare finalmente uscire il suo libro sfruttando l'onda emotiva del dopo-esecuzione...).
Duras non li abbandona, almeno sulla carta, i suoi personaggi, continuano a ossessionarla, nelle sue stanze troppo vuota, continua a cercarli, a provare a svelarli, a parlare con loro.
E' importante che tu abbia ricordato la trilogia, in questo senso. Spesso ho sentito dire che "la Duras scrive di niente". Se provo a riflettere su questo senza indignarmi, posso provare a ipotizzare una spiegazione nel fatto che magari chi lo dice ha letto un solo libro, preso a caso e che, proprio per questa caratteristica continuità, tipica dell'opera di Duras, si sia trovato sperso, mancante di troppi tasselli.
Non so, è solo un'ipotesi la mia (forse motivata dalla profonda, irragionevole convinzione che non sia POSSIBILE svalutare così l'opera di Marguerite Duras, conoscendola meglio)...
Naturalmente, cara Sabrina, sono assolutamente d'accordo con te.
Vero è che ci sono "tematiche care" alla Nostra, che possono aver indotto chi - come giustamente dici - abbia letto magari poco e magari male, a pensare che Marguerite Duras scriva sempre le stesse cose - se non proprio il nulla.
Io l'ho scoperta molto tardi, qualche anno fa, e forse non è stato un male perché avevo un bagaglio diverso da quello dei 16 anni, nel mio caso sicuramente più adatto a confrontarmi con certi temi e certa scrittura.
Purtroppo la Duras soffre (e soffrirà sempre) di pregiudizi legati alle sue appartenenze (militanze?) politiche. Di cui per la verità non direi risentano poi molto mle cose che scrive, che hanno a che fare con l'anima, più che con la bandiera...
E ultimo e non ultimo, il nouveau-roman, perlomeno in una certa parte della sua produzione, che piace o non piace. Per me è stata una scoperta straordinaria (dai "germi" céliniani a Robbe-Grillet) che nella Duras si compendia con grande armonia a uno stile che è puro fascino.
Vabbè, potremmo parlarne per ore.
Piuttosto, invece, un aspetto della D. che non conosco molto è la sua attività dietro la macchina da presa sia come sceneggiatrice che come regista. Non mi pare che i suoi film abbiano raccolto grande successo, e mi sono sempre chiesta perché (non avendoli mai visti).
Chissà se Lèon potrebbe darci una spiegazione...
1. Va bene "publish", tutto a posto:).
L'impaginazione era slittata per via di un link troppo esteso; l'ho ridimensionato, puntandolo sulla stessa pagina che avevi proposto.
Ildelaura,io ho visto soltanto Hiroshima mon amour, che ho trovato di una bellezza struggente. In realtà, nel mio periodo durassiano non avevo idea che il suo impegno nel cinema fosse stato così serio.
Però ho in progetto di riparare quanto prima. Dopo aver letto vari pezzi critici (In una raccolta di saggi che si chiam "Duras mon amour", per l'appunto) devo, devi (:-)) vedere India Song, per cominciare, che sta decisamente nel ciclo di Anne-Marie Stretter.
Anche quello cinematografico è un ciclo, dopo "India Song" viene "Son nom de Venise dans Calcutta desert", che lo riprende, esasperandolo. Mi riprometto di parlarne non appena li avrò trovati e visti!
(sì, potremmo parlare di lei per ore...)
6.franchi, grazie per la sistemata e la rassicurazione.
:-)
Della Duras "cinematografica" c'è una lunga intervista pubblicata con il titolo "Gli occhi verdi" (ed. Shake, 2000).
Mi piacerebbe recuperare in qualche modo i suoi film...
Giustificato il testo, adeguato il carattere e aggiunto codice EAN.
Il libro, tuttavia, non risulta disponibile.
A più tardi per i commenti.
Nota (dolente) bibliografica: il libro è totalmente fuori commercio. Nessuna speranza neppure con le antiquarie. Forse qualche negozio ben fornito di remainders, chissà.
Ma c'è sempre, sempre, sempre.... la biblioteca!!!! [il Viceconsole l'ho già preso in prestito tre volte negli ultimi tre anni!!!!!]
Pazzesco, non ci credevo, ho dovuto fare una ricerca anch'io ed è così. Terribile, non ho parole.
Medito una petizione alla Feltrinelli, oppure una donchisciottesca battaglia per trovare un editore che acquisti i diritti e ristampi! Non è possibile che questo libro scivoli nell'oblio...
La gran parte dei libri della Duras è fuori stampa. L'anno scorso un delizioso librario antiquario di Roma mi ha mandato in regalo - a sopresa, io compro da lui per la biblioteca del mio Centro - Una diga sul Pacifico nella prima edizione Einaudi. Ho una recensione in testa da allora, figurarsi...
copertina+archivio MD
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