SUSSURRI E GRIDA
“Chiudo gli occhi. Se tornasse, andremmo al mare, la cosa che gli piacerebbe di più. In ogni caso io morirò, ne sono convinta. Pure se torna, morirò. Suonasse ora: “Chi è. – Io, Robert L.”, tutto quello che potrei fare è: aprire la porta e morire” (“Il dolore”, p. 31). Dramma dell’attesa, dramma di un amore che sa di non poter resistere alle rivelazioni della sofferenza, dramma anche nella forma della narrazione, “Il dolore” è un percorso di vita tragicamente vissuta, affidato a due vecchi quaderni scritti da Marguerite Duras in una “calligrafia minuta, straordinariamente regolare e calma” (sono parole dell’autrice) tra il 1944 e il 1945, dimenticati, ritrovati fortunosamente e riproposti al pubblico a una distanza di tempo e spazio “di sicurezza”, quasi quarant’anni più tardi. Nella cornice degli ultimi giorni del secondo conflitto mondiale si consuma una tragedia personale e universale, poiché le vicende di un singolo sono di fatto in quei contesti l’esemplificazione di un dolore comune, e le atrocità di una guerra si riversano inesorabilmente sui campi di battaglia così come per le strade delle città, investendo comunque e sempre la vita di tutti. Ritornano, mettendo fine all’attesa delle madri, delle mogli, degli amici, in un mondo che non li riconosce e che essi non riconoscono, come se l’anima avesse lasciato per errore un corpo - spesso la sua parvenza – che tuttavia vive in maniera autonoma e ha le esigenze forti e prepotenti di quella vita: non-uomini condannati a esistere comunque, perché la morte ha impietosamente lasciato loro l’opportunità di soffrire ancora un poco. In quest’ottica vanno letti anche i racconti che seguono, nell’edizione Feltrinelli, secondo un’idea dell’autrice, “Il dolore”: storie di guerra, di carnefici e di vittime, di resistenza strenua, di terrori continui, di una pietà umana vissuta più come alibi alla paura che come sentimento vero, in una girandola di situazioni mai aperte alla speranza. “Il dolore è fra le cose più importanti della mia vita. La parola “scritto” qui stonerebbe. … Mi sono trovata davanti a un disordine formidabile del pensiero e del sentimento che non ho osato toccare, e davanti al quale mi vergogno della letteratura” (dalla prefazione al racconto “Il dolore”, p. 13) EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE Marguerite Donnadieu, alias Marguerite Duras (Gia Dinh, Vietnam 1914 – Paris, France 1996), scrittrice francese. Marguerite Duras, “Il dolore”, Feltrinelli Milano 2004. Titolo originale: Le douleur.
Pagine violente, sanguinanti, di una brevità intensissima, nella quale confluiscono esperienze personali, ricordi, impressioni, e un autobiografismo ferocemente allacciato a una sensibilità non comune che genera anche stilisticamente pagine incisive, difficili da dimenticare.
Una donna è in attesa di notizie del suo uomo deportato. Le informazioni si rincorrono, si affastellano, si intrecciano in un gioco suicida di speranza e delusione. L’ansia di una telefonata, l’incomprensibile calore di un affetto umano, false premonizioni e testimonianze certe trasformano chi aspetta in una corda tesa di nervi e paura, buio, smarrimento e lacrime: ai sussurri di una ragionevolezza disperata si alternano le grida informi del dolore umano. Ogni bollettino con le vittime riconosciute è presagio funesto, ogni silenzio si fa orlo di un precipizio ove la pazzia sembra l’unico ristoro. Sullo sfondo, la vita di ogni giorno, perché si è costretti a vivere, ad aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno, ad essere capaci, nell’insonnia del terrore, di non ridurre tutto il senso di una vita alla mera, spasmodica attesa.
Così si vestono le sembianze del coraggio di chi non ha nulla da perdere e si organizza una rete di ricerche buona anche per gli altri. Così si ascoltano i discorsi dei politici e i programmi dell’ “ora che la guerra è finita” per il futuro: nuova ansia, nuovi timori.
I proclami dei vincitori hanno il suono metallico storpiato di un altoparlante guasto, il mondo intero è in ginocchio stupefatto, confuso e stordito, tornano a casa i soldati, tornano anche i deportati, da inferni soprattutto interiori popolati dal fantasma del dubbio di essere davvero ancora vivi.
Il lutto per coloro che non sono tornati si sovrappone a quello di chi ha potuto riavere – vivo – ciò che comunque è un cadavere nel cuore. Il dolore partorito da una disperazione divorante sembra la sola disumana risposta ai crimini orrendi perpetrati da uomini verso i loro simili, un castigo eterno che colpisce anche gli innocenti, ma che si infrange contro un muro più alto di qualsiasi intenzione: la vita.
D’altro canto, negli scritti della Duras la visione dell’uomo e della vita nel suo complesso e intricato altalenante scorrere, è lucida e spietata. L’impressione è una fede nella cattiveria primigenia, marchio generazionale indelebile – sia che si parli degli orrori di un’epoca o di un conflitto, sia che si scandagli il cuore e perfino gli stessi sentimenti da esso generati – che rende l’umanità vittima e carnefice allo stesso tempo, nel labile confine tra bene e male equamente ospitati dall’animo umano. Nessuna forza salvifica può cambiare davvero il destino delle creature, ma a differenza di certi pessimismi a buon mercato, la riflessione di fondo dell’autrice vince la tentazione del lamento sterile o, quel che è peggio, dell’accusa primitiva e oziosa a entità superiori da tirare in ballo quando fa comodo assegnar loro una responsabilità: è l’uomo l’artefice della propria esistenza, è l’uomo la causa dei propri dolori, è l’uomo quindi l’unico giudice e salvatore di se stesso.
La capacità di rendere con pochi tratti precisi, come istantanee in bianco e nero – in cui salta subito agli occhi il particolare essenziale – persone, luoghi e fatti senza la necessità di molte parole o di iterazioni stancanti, fanno della Duras un’autrice a mio avviso straordinaria nella modernità dei temi, vicina alle sperimentazioni talvolta estreme del nuovo romanzo francese, ma capace di superarle per guadagnare uno stile personalissimo di forte impatto emotivo. Non a caso fu anche notevole sceneggiatrice.
Traduzione di Laura Guarino e Giovanni Mariotti.
Opere pubblicate in italiano di M. Duras: “L’amante” (1985), “Moderato cantabile” (1986), “Suzanna Andler” (1986), “Il viceconsole” (1986), “Testi segreti” (1987), “Occhi blu capelli neri” (1987), “La vita materiale” (1988), “Emily L.” (1988), “Il rapimento di Lol V. Stein” (1989), “Giornate intere fra gli alberi” (1989), “La pioggia d’estate” (1990), “Il marinaio di Gibilterra” (1991), “L’amante della Cina del Nord” (1992), “Yann Andrea Steiner” (1993), “La nave Night” (1993), “Scrivere” (1994), “L’amore” (1994), “Estate ’80” (1994), “La vita tranquilla” (1996), “Il mare scritto” (1996), “Agatha” (1997), “Storie d’amore estremo” (1997), “Il nero atlantico” (1999), “C’est tout” (2002).
“Distruggere, lei disse” (s.d.), “Il pomeriggio del signor Andesmas” (s.d.)
Approfondimento in rete: France Diplomatie / Marguerite Duras Homepage (Sci.fi) / Biografie Online / Pegasos / IMDB / Antenati / Société Marguerite Duras.
Ilde Menis, marzo 2005.
Già apparso in forma modificata su www.it.ciao.com e su www.lankelot.com
Commenti
"Pagine violente, sanguinanti, di una brevità intensissima, nella quale confluiscono esperienze personali, ricordi, impressioni, e un autobiografismo ferocemente allacciato a una sensibilità non comune che genera anche stilisticamente pagine incisive, difficili da dimenticare" > così immagino un tuo romanzo, un giorno.
Ualà la quarta:
"storie di guerra, di carnefici e di vittime, di resistenza strenua, di terrori continui, di una pietà umana vissuta più come alibi alla paura che come sentimento vero, in una girandola di situazioni mai aperte alla speranza".
Penna d'oro, scrivi tu per ora :))
"Nessuna forza salvifica può cambiare davvero il destino delle creature, ma a differenza di certi pessimismi a buon mercato, la riflessione di fondo dell?autrice vince la tentazione del lamento sterile o, quel che è peggio, dell?accusa primitiva e oziosa a entità superiori da tirare in ballo quando fa comodo assegnar loro una responsabilità: è l?uomo l?artefice della propria esistenza, è l?uomo la causa dei propri dolori, è l?uomo quindi l?unico giudice e salvatore di se stesso".
Questa è una riflessione interessante, soprattutto per le considerazioni sul'uomo artefice della propria esistenza e dunque responsabile. É molto difficile non voler prendersela con qualcuno quando si tratta di sofferenza, anzi "sarebbe bello " talvolta potersela prendere con qualcuno.
Dev'essere un testo molto intenso da come ne parli. Ottimo lavoro naturalmente. :-)
"Nessuna forza salvifica può cambiare davvero il destino delle creature, ma a differenza di certi pessimismi a buon mercato, la riflessione di fondo dell'autrice vince la tentazione del lamento sterile.." è vero Ilde. La guerra, la fame, l'attesa, l'amore, la morte. il dolore, lento, lancinante, inesorabile, sono descritti dalla Duras con minuzia e intensità, senza patetismi, ma con il coraggio che viene dalla forza dell'amore.
Trascinante recensione la tua. Grazie
Raffaella
che belle parole che hai saputo darci. Lasciano in cuore il desiderio di correre a leggere il libro.
OT. Emma, sei tornata. Era ora.
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