Ha fatto il suo tempo, Marguerite Duras, bisogna prenderne atto. C’è stata un’epoca in cui probabilmente alcuni dei suoi libri sono stati tra i più letti, un tempo di gloria (del tutto meritata), di premi letterari, di trasposizioni cinematografiche (cui la stessa Autrice lavorava).
Oggi è quasi dimenticata, abbandonata dagli editori storici perfino in Francia, dove – i dati sono desunti da
www.alapage.com (l’IBS francese per intenderci) – negli ultimi tre anni solo un paio di romanzi hanno visto una ristampa. In Italia non va meglio: “attualmente non disponibile” recita Internet Bookshop per la maggior parte delle opere pubblicate più recentemente, pronunciando una sentenza di condanna senza appello all’oblio e alla ricerca poliziesca della sua vasta produzione nelle librerie antiquarie.
L’amante, premio Goncourt nel 1984, per la verità è ancora nel catalogo Feltrinelli, insieme a quella singolare riscrittura dello stesso romanzo, datata 1991,
L’amante della Cina del Nord: scelta credo non casuale, poiché i due romanzi, pur staccati nella dimensione temporale, sono indissolubilmente legati e non solo dalla stessa vicenda autobiografica.
Che è possibile raccontare proprio perché ormai, su questa terra, a parte la protagonista non c’è più nessuno a vestire di verità o menzogna i ricordi, a reclamare vendetta, a recriminare il passato.
La piccola quindicenne figlia di coloni sfortunati dell’Indocina francese con la sua relazione inopportuna non fa più vergognare la madre, né la povertà – fatta anche di felici miserie e di dignità nascoste – turba più gli equilibri della comunità “bianca” che sopporta lo scandalo per pietà verso una famiglia ormai rovinata per sempre.
Nella prima stesura di questa vicenda personale e ormai lontana nel tempo, l’Autrice, sopraffatta dal cumulo dei ricordi, narra gli eventi incollando istantanee di passato più e meno remoto in un metaforico album: il rapporto con la madre e la sua evoluzione fino alla morte di questa donna “pazza” eppure amatissima; quello complicato con i due fratelli: il maggiore, violento e profittatore per tutta la propria esistenza, odiato con indifferente remissività eppure parte di un sangue impossibile da disconoscere; e il minore, fragile e incompreso, sopraffatto da tutto e da tutti e perciò amato teneramente dalla scrittrice che tuttavia non potrà salvarlo da se stesso e dalla vita.
E poi l’amante, il giovane cinese ricco dal futuro già confezionato su misura secondo tradizioni immutabili. Quella che nel secondo romanzo sarà chiamata “la bambina” con un occhio di indulgente tenerezza, qui è l’io narrante dell’Autrice che spesso in prima persona ripercorre le tappe di un amore impossibile per la differenza di età, di razza, di ceto sociale, di mentalità.
Piccola donna segnata dalle disgrazie di una famiglia dagli equilibri instabili, la protagonista accetta l’iniziazione all’amore per curiosità famelica nei confronti di una vita incomprensibile, scoprendo nel giovane cinese innamorato di lei una dimensione del sentimento assolutamente nuova, difficile da confrontare con gli affetti fino a quel momento vissuti.
Nel successivo romanzo questo sentimento sarà ricordato come un amore bruciante, una passione assoluta e travolgente, qui la Duras è forse più sincera anche se meno gentile con se stessa, osa ammettere che probabilmente quello era davvero amore solo quando ricorda con quale lucidità straordinaria la piccola “bianca” povera rinuncia per sempre a un futuro accanto all’uomo amato, inducendolo ad obbedire al padre, apertamente ostile verso i programmi del figlio, e seguendo la propria famiglia nel triste ritorno in Patria.
Più che in altri romanzi, più che nel successivo “gemello”, è qui percepibile quello stile narrativo di echi concentrici che caratterizzano il nouveau roman francese (i cui esordi si possono trovare nel miglior Céline per vederne portate all’estremo le istanze da Alain Robbe-Grillet): i ricordi tornano a intervalli regolari, la stessa scena è guardata e riguardata da angolature diverse (anche se l’occhio fotografico o da fotocamera è più evidente in altre opere che le ispireranno anche una non breve esperienza di regista), i gesti sono scandagliati, narrati, ripetuti e narrati ancora.
E più che nella sua riscrittura posteriore, L’amante dà modo a Marguerite Duras di raccontare sè stessa attraverso le figure importanti della propria vita, l’impressione addirittura è che la vicenda amorosa sia pretesto per ripercorrere le tappe di un viaggio interiore difficile da leggere anche per chi l’abbia compiuto. Un pretesto per far pace con memorie dolorose e incomplete, con parti di sé sgradevoli, senza necessità di giustificare alcunché, semplicemente narrando per comprendere. E accettare.
“Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, i libri, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’aveva riconosciuto dalla voce. Le aveva detto, volevo solo sentire la tua voce. Lei aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava e in quel tremito, improvvisamente, lei aveva ritrovato l’accento cinese. … E poi sembrava che non avesse altro da dire. Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe mai potuto smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.” [p. 123]
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Marguerite Donnadieu, alias Marguerite Duras (Gia Dinh, Vietnam 1914 – Paris, France 1996), scrittrice francese.
Marguerite Duras, “L’amante”, Feltrinelli Milano 1985.
Traduzione dal francese di Leonella Prato Caruso.
Titolo originale: L’amant.
Opere pubblicate in italiano di M. Duras: “Il pomeriggio del signor Andesmas” (1962) “L’amante” (1985), "
Il dolore" (1985), “Moderato cantabile” (1986), “Suzanna Andler” (1986), “Il viceconsole” (1986), “Testi segreti” (1987), “Occhi blu capelli neri” (1987), “La vita materiale” (1988), “Emily L.” (1988), “Il rapimento di Lol V. Stein” (1989), “Giornate intere fra gli alberi” (1989), “La pioggia d’estate” (1990), “Il marinaio di Gibilterra” (1991), “L’amante della Cina del Nord” (1992), “Yann Andrea Steiner” (1993), “La nave Night” (1993), “Scrivere” (1994), “L’amore” (1994), “Estate ’80” (1994), “La vita tranquilla” (1996), “Il mare scritto” (1996), “Agatha” (1997), “Storie d’amore estremo” (1997), “Il nero atlantico” (1999), “C’est tout” (2002). “Distruggere, lei disse” (s.d.),
Commenti
Comincia qui una serie di contributi atti a riproporre una grande scrittrice francese prima osannata e poi dimenticata.
Questo testo è splendido, lo consiglio a chi ama le pagine vive e la fotografia in bianco e nero (come stile narrativo).
La recensione alla riscrittura del romanzo è pronta, ma è meglio una cosa per volta.
***
La spaziatura non è perfetta, pardon.
Ti seguiremo passo passo. In futuro, quando recuperò certe lacune, tornerò a intervenire con diversa preparazione. Per adesso mi limito a lasciare tutta la mia approvazione per la promessa monografia. Danke!
"..l?impressione addirittura è che la vicenda amorosa sia pretesto per ripercorrere le tappe di un viaggio interiore difficile da leggere anche per chi l?abbia compiuto. Un pretesto per far pace con memorie dolorose e incomplete, con parti di sé sgradevoli, senza necessità di giustificare alcunché, semplicemente narrando per comprendere. E accettare."
La scrittura non serve forse anche a questo?
Credo che accettare e abitare anche le parti meno gradevoli della propria interiorità sia un processo piuttosto difficile, seppur necessario.
L'autrice l'ho sentita nominare, non ricordo se solo da te o da qualche altro, pecato che sia stata messa in naftalina, la ripercorreremo grazie a te :-)
Piccola donna segnata dalle disgrazie di una famiglia dagli equilibri instabili, la protagonista accetta l?iniziazione all?amore per curiosità famelica nei confronti di una vita incomprensibile, scoprendo nel giovane cinese innamorato di lei una dimensione del sentimento assolutamente nuova, difficile da confrontare con gli affetti fino a quel momento vissuti.
Connotazione autobiografica, Ilde?
Ho letto 'il dolore' della Duras, questo da te recensito ottimamente, no.
Forse, provvederò. Grazie
Raffaella
"Un pretesto per far pace con memorie dolorose e incomplete, con parti di sé sgradevoli, senza necessità di giustificare alcunché, semplicemente narrando per comprendere. E accettare".
A volte scrivere è un pretesto, è impastarsi col foglio e sporcarlo di sé, eludendo i confini di quello che, a voce, sarebbe monologo senza auditorio: eco di pensieri in solitaria.
Per Raffaella: no, in questo caso non direi. Della Duras sento mia la lucidità nei confronti della vita, soprattutto nelle sue performances (!) meno brillanti.
Ilde, ti segnalo:
http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2007/06/la_vita_tran...
archivio MD + copertina!
archivio MD + copertina!