C’è spazio per un amarcord micidiale, che va dai primi incerti passi dei Velvet Underground di Cale e Reed sino al loro fortunoso incontro con Andy Warhol e all’integrazione di Nico, che iniziò al cunnilingus l’Iguana; si parla dei giorni dei Grandi Raduni, dell’atroce massacro di Bel Air – Manson, pusher e musicista mediocre, collaboratore episodico dei Beach Boys, incide sulle pareti i titoli di due pezzi del “White Album” dei Beatles – alla misteriosa morte del geniale Brian Jones; dall’ultimo momento di gloria degli Stooges, raccontati all’altezza del work in progress per “Raw Power”, sino al glam – Bowie, Eno, T.Rex – e al glitter, soltanto per farne elementi prodromici della rabbia punk del Settantasette. Notevoli i passi dedicati ai Kraftwerk e al significato dell’opera di Stockhausen nella Germania postnazista: l’elettronica tedesca nasce per prendere distanze dal colonialismo culturale yankee. Chiaramente, sulla falsariga di Cope, il kraut rock è ur-punk, protopunk.
Sulla scena italiana soltanto un nome: politico. Quello degli Skiantos di Freak Antoni, per chi vuole ricordare Bologna in quel periodo, e cosa significava per chi aderiva al movimento (contro il sistema, contro il partito, ma non contro il sogno).
Il registro, massimalista e apodittico, è classico di quelle anime rock che non hanno intenzione di essere smentite, perché molto hanno osservato e ascoltato e tutto hanno capito: pure quando si prendono gioco delle ultime due decadi dei Pink Floyd o di “Stairway to Heaven” (canzoncina per pippe adolescenziali, p. 33) o si rivolgono direttamente a Mick Jagger e Keith Richards rimarcando trent’anni pieni di mediocrità: “Perché non vi siete sciolti come i Beatles nel 1970? Anzi prima il 7 dicembre del ’69, il giorno dopo Altamont. Potevate essere la più grande rock and roll band mai esistita, invece siete rimasti delle merde” (p. 28). Ecco.
C’è una sconfinata nostalgia di un periodo in cui si credeva di poter rovesciare tutto: il trittico sesso droga rock and roll è rivendicato e rigenerato, almeno nel ricordo, restituendo l’energia vibrante dell’epoca, la carica rabbiosa e rivoluzionaria di certi dischi, il loro impatto sulla società. Duka non vuole che i Settanta rimangano vivi, non vuole che piombino cadaverici in un museo delle cere (p. 92): sembra dire che vuole che siano serviti a qualcosa. Vuole condividere quel che è rimasto di buono. La lezione di rottura, di aggressione, di creatività e di onestà. Almeno: estetica.
Inevitabilmente al frastuono ludico, autodistruttivo e kitsch dei Sex Pistols viene tributato l’omaggio dell’antico fan, senza dimenticare di registrare le loro prevedibili traversie discografie e certe stravaganze da drogati narcisisti. Londra bruciava, ma di quell’incendio preferiremmo restassero i Clash. Per dire. Inattesa invece l’assenza di un pestaggio alla scelta dei fu Joy Division, New Order, di virare nella dance e nell’elettronica; mi sarei aspettato, pure nel rispetto di Peter Hook e compagni e del loro santo patrono Anthony Wilson, qualche rilievo diverso dalle annotazioni scolastiche su Manchester e sulla new wave. Secondo Duka, in ogni caso, i Joy Division definiscono “stilisticamente” l’allora nascente dark, assieme ai Cure 1980-1982, Siouxsie e Bauhaus. Magari qualcuno non è d’accordo, ma l’autore è così, netto, predica, divide et impera. Stateci. E quando pizzicate il nome di qualche disco che vi manca, prendete nota e rimediate. Oppure, se avete dimenticato, recuperate vinile e Cd e andate ad ascoltare daccapo. Non mancano segnalazioni notevoli, e anche per questo “I hate music” non verrà infilato negli scaffali per riposare e prendere polvere, tra Dossi ed Eco – scherzi dell’ordine alfabetico. Una volta che avrete oltrepassato il fuoco di questa sporca dozzina di articoli rimarranno ceneri di nomi di grandi band e di artisti meno fortunati che meritano di (soprav)vivere a differenza dei replicanti che ci stiamo sorbendo, con poche eccezioni, da quindici anni pieni a questa parte.
È tutto morto, ma non invano.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Marco “Duka” Anastasi (?, 19**?), giornalista e scrittore (romano?). Scrive di libri e musica su “Liberazione” e ha pubblicato, con Marco Philopat, il romanzo “Roma K.O. Amore, droga e odio di classe” (Agenzia X, 2008).
Duka, “I Hate Music”, Meridiano Zero, Padova 2008.
Illustrazioni di Valerio Bindi e Maria Pia Cinque (MP5).
Design: Giovanni Binel, Mekkanografici Associati.
Gianfranco Franchi, giugno 2008.
Commenti
Per tutte le anime rock.
eh. eh. riascoltavo gli stooges l'altro ieri. eh.
"I wanna be your dog" invecchia di lusso:)
A proposito di Iggy, segnalo la bella biografia appena pubblicata da Arcana, con copertina Ceccato. Contiene parecchie foto notevoli e una bella discografia:).
www.ibs.it/code/9788862310093/iggy-pop-lust.html
Iggy Pop, Lust For Life.
sto ascoltando I wanna be your dog. ahahah!!!
:)
This is the hour when the mysteries emerge.
A strangeness so hard to reflect.
A moment so moving, goes straight to your heart,
The vision has never been met.
The attraction is held like a weight deep inside,
Something I'll never forget.
The pattern is set, her reaction will start,
Complete but rejected too soon.
Looking ahead in the grip of each fear,
Recalls the life that we knew.
The shadow that stood by the side of the road,
Always reminds me of you.
How can I find the right way to control,
All the conflicts inside, all the problems beside,
As the questions arise, and the answers don't fit,
Into my way of things,
Into my way of things.
JD. Komakino
www.youtube.com/watch?v=XCXzyxzWWSQ
http://it.youtube.com/watch?v=XVnRzEjpUmE
MGMT. Time To Pretend.
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