Autore:
Drieu La Rochelle Pierre-Eugène
“Vorrei rientrare nella notte che non è la notte, nella notte senza stelle, nella notte senza dèi, nella notte che non ha mai portato il giorno, nella notte immobile, muta, intatta, nella notte che non è mai esistita e non esisterà mai. Così sia” (Pierre Drieu La Rochelle, “Diario 1944-1945”, 17 ottobre).
Ultime pagine scritte da un uomo che non sentiva più d’essere un uomo. Drieu La Rochelle compone il “Racconto segreto”, accorpato nell’edizione italiana ad altri tre frammenti diaristici, mentre sta per consegnarsi alla morte. Il suicidio non è più un pensiero vago, è una decisione assunta con fermezza; ha cessato d’essere l’illusione di attingere a una segreta e più autentica fonte interiore: è la destinazione invocata e la meta desiderata con un’intensità tale da spingere l’artista a cercarne chiari segni nel suo passato, sin dagli anni dell’adolescenza. È un libro, questo, estremo e già insanguinato: c’è la storia d’una anima che ha vissuto vagheggiando un’esistenza che non ha mai realizzato, c’è la rabbia di uno scrittore che ha rinunciato ai propri sogni e alle proprie ambizioni perché, d’un tratto, ha smesso di credere nel significato della ricerca letteraria, lasciando incompiuto l’ultimo romanzo; c’è la desolazione di un intellettuale che ha deciso di schierarsi con gli aggressori dopo aver auspicato un utopistico socialismo che fosse fusione di nazionalismo e internazionalismo, e si è ritrovato a testimoniare le ceneri dell’Europa, massacrata da Hitler, e la vittoria di sistemi politici e dogmi culturali che sentiva estranei e giudicava pericolosi per il futuro della sua patria: comunismo e capitalismo.
Non credeva più nell’arte, non credeva più nella politica, non aveva più fede nelle parole. Drieu La Rochelle descrive il suo distacco dall’umanità: questo libro è la storia d’uno spirito che sta sprofondando nel niente, e agogna d’esser niente. D’una lucidità schiacciante, d’un nitore espressivo che sgomenta, d’una purezza che annienta, “Racconto segreto” è l’ultimo martirio che l’intellettuale francese s’è imposto prima di andarsene: una sensazione di solitudine insopprimibile e soffocante permea la narrazione, e tormenta e intossica il lettore. “Da ragazzo ho giurato a me stesso di restar fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola”. Restar fedeli alla propria giovinezza significa rifiutare (non solo odiare) la vecchiaia: come il futuro protagonista della “Dissipatio Humani Generis” di Guido Morselli, Drieu aveva deciso di uccidersi a cinquanta anni. Disgustato dall’avidità con la quale ci si poteva uncinare alla vita, nonostante il decadimento esteriore e la chiara coscienza del sopraggiunto dominio del compromesso con le proprie contraddizioni e i propri limiti, aveva troppo sofferto nell’osservare, bambino, il disfacimento e la progressiva “decomposizione” (così scrive) dei nonni. Non voleva cedere alla pietà di se stesso: non voleva conoscere la vecchiaia. Nato “malinconico e selvatico”, e naturalmente propenso all’isolamento e alla solitudine, era vissuto, nell’amarezza d’una situazione domestica insostenibile, soverchiato dal fascino del suicidio: fascino devastante e irresistibile, prima ombra, poi spettro, infine sogno. E a un passo dall’incarnazione di questo sinistro sogno nella realtà, Drieu scrive le ultime parole. Il suicidio è ricercato con un piacere e un’intensità che sembrano addirittura spasmodiche: è, appunto, agognato.
Drieu comprende, a un passo dall’addio, che la solitudine è il cammino che conduce al suicidio. “Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a tutti gli altri, si gode pienamente il mondo e la vita; è il solo modo per gustare sino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da voi, e le donne; ma è anche la china per cui ci si allontana definitivamente dal mondo”.
Il suicidio è l’estremo atto di protesta, la totale e perfetta ribellione: è l’ultimo atto d’una “curiosità magica, teurgica, che sogna di compiere imprese, di abbattere barriere”: chi ascolta il canto del niente, del niente non può più liberarsi; al niente, egli apparterrà in eterno.
È subentrata, in Drieu La Rochelle, una sdegnosa indifferenza alla vita.
Soltanto, esige la morte. Si consegna al niente, stanco della prigionia nella realtà. Rimane spazio, negli ultimi frammenti pubblicati postumi in questo volume, per considerazioni d’argomento politico e ideologico, destinate, parrebbe, ad anticipare e sintetizzare quel che lo scrittore avrebbe affermato nel corso del suo processo. Cosa avrebbe realmente sostenuto di fronte al tribunale non lo sapremo mai.
Non so quanto sia stato opportuno divulgare le ultime pagine d’un uomo così annientato, e stanco di tutto. Mi piace pensare che La Rochelle abbia almeno contemplato l’ipotesi che queste sue ultime considerazioni fossero stampate postume, e che la loro pubblicazione non sia stata un’arbitraria intrusione nei suoi segreti. Questo libro, aperto a distanza di sette anni dalla prima lettura, torna sugli scaffali per non essere mai più aperto. Non voglio bagnarmi del sangue di chi è morto maledicendo tutto. Non più.
(l’abisso è un delizioso oltraggio alla vita: ritorna la morte nel sogno, la notte).
Altri sentieri di lettura.
Il letterato Malraux, fraterno amico di La Rochelle, interrogato da Grover a proposito delle ragioni del suo suicidio, rispose: “Il fallimento per lui non era determinante; metafisicamente, Drieu ha detto: Ne ho abbastanza. In fondo, quando un uomo coraggioso non ha una fede, può facilmente uccidersi. Récit segret offre troppi motivi per un atto che non si può spiegare. Se si scrive di una decisione presa, il colore sarà forse giusto, ma non i particolari del disegno: ancora una volta, queste sono cose che non si possono spiegare. È come il perché dell’amore: la totalità delle ragioni non è la ragione”1.
Carlo Bo, nella prefazione al “Racconto segreto”, afferma: “Drieu ha cantato – non si dice nulla di nuovo – come nessun altro scrittore del suo tempo il fallimento totale delle ambizioni umane e dei sentimenti. Ma in questa spietata caccia, in questo infinito processo non lo coglierete mai nell’atto di registrare freddamente le sue profezie: c’è una parte di pietà, c’è una parte autentica di partecipazione che costituisce finalmente il dato principe della sua salvezza, e anche ciò che lo salva dal fallimento” 2.
*
“Perché il nulla…stavo per dire 'perché il nulla è un concetto assurdo'. Ma esiste veramente un’antitesi tra queste due parole misteriose come 'ignoto' e 'nulla'? E poi che cos’era in realtà quel che chiamavo il 'nulla'? Non era in fin dei conti un luogo dolcissimo, quindi qualcosa di ancora vivo, di immerso nella vita, anzi in una vita dolce e rallentata, qualcosa come l’inizio del sonno, come i grigi Campi Elisi di cui parla Virgilio?” (Pierre Drieu La Rochelle, “Racconto segreto”).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Pierre-Eugène Drieu La Rochelle (Parigi, 3 gennaio 1893 – Parigi, 16 marzo 1945), romanziere e saggista francese. Esordì nel 1917 con “Interrogation”.
Partecipò ventenne alla prima guerra mondiale, fu collaborazionista nella seconda. Direttore, in quegli infelici anni, della Nouvelle Revue française, morì suicida, rifiutando(o evitando) d’essere processato per la sua adesione al nazismo.
Pierre Drieu La Rochelle, “Racconto segreto”, Longanesi, Milano, 1965. Traduzione di Alfredo Cattabiani. Prefazione di Carlo Bo.
L’edizione ospita altri frammenti, intitolati “Diario 1944-1945”, “Esordio”, “Appunti”: ultime testimonianze dell’arte e dell’intelligenza di Drieu La Rochelle.
Prima edizione: “Récit segret”, Gallimard, Paris 1961.
In Lankelot:
[1] Testimonianza estratta da “Su Drieu La Rochelle – Conversazione tra Frédéric Grover e André Malraux (giugno 1959), conversazione integrata nel volume: Pierre Drieu La Rochelle, “I cani di paglia”, Guanda, Milano, 1982. Il passo estrapolato è stato tradotto da Stefano Magagnoli.
[2] Frammento selezionato dal volume indicato in bibliografia, pag. 19.
Commenti
Conosco questo testo e conosco il pensiero di Drieu. C'è un libello, "Poeti armati", che riassume, in breve, la vita e l'arte di Céline, Drieu e Brasillach, ponendo particolare attenzione alla scelta politica che fecero. Tre francesi, diversissimi ma vicini su un punto: scelsero il fascismo, ognuno ispirato dal proprio intimo sentore e, soprattutto, dall'antagonismo a capitalismo e comunismo. Brasillach fu poeta, uomo "solo" di poesia, idea e parola: nemmeno lontanamente uomo d'arme. Eppure fu ucciso barbaramente. Céline... be' Céline vide troppo orrore per non interiorizzarlo nella sua arte. Morì solo, lontanissimo dai suoi simili: odiando i suoi simili. Drieu, dei tre, fu quello che parlò apertamente di fascismo di sinistra (scrisse pure un saggio sull'argomento). Ma fu anche il più vicino alla visione dell'Europa che animò lo stesso Léon Degrelle (morto in esilio, lontano dalla sua terra) . Anche Léon e Drieu morirono soli. Ho letto decisamente più Céline, e non perchè non amasssi Drieu, tutt'altro. I passi di La Rochelle che riporti nel tuo scritto lo spiegano: quando lo lessi mi sentii troppo - pericolosamente - vicino a lui : “Da ragazzo ho giurato a me stesso di restar fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola” Questo passo che hai postato mi rappresenta fin troppo, e ciò spesso mi fa paura. Ho un pessimo rapporto coi corpi che invecchiano e ciò mi ossessiona a tal punto da evitare il più possibile rapporti con vecchi e anziani, anche del mio stesso sangue. In sintesi, non voglio vedere il mio corpo decomporsi lentamente: l'idea mi agghiaccia. Detto ciò, e tornando a Pierre Drieu La Rochelle, mi sembra urgente recuperarlo dall'oblio in cui la destra italiana l'ha fatto cadere: un tempo - mica troppo tempo fà - campeggiava sui banchi dei libri in vendita nei campi Hobbit e nelle feste della gioventù missina. Oggi è oscurato da quelle parti, perchè fascista, perchè Gianfranco Fini non ammette più che certi autori circolino alle feste di Azione Giovani e di A.N.: fatevi quattro risate... sono i testi di altri saggisti e scrittori che vanno di moda a quelle latitudini, ora. Povera destra! Povera Italia!
Chi è che mi ha corretto l'ultima frase? Avevo scritto sono i testi di "saggisti e scrittori ebrei e israeliani" che vanno di moda a quelle latitudini. Per favore, la censura no!
Preciso: omettendo una semplice parola, tutta la mia considerazione in merito viene a cadere. Il paradosso sta proprio in quella scelta fatta dalla destra, se sostituite con "altri", il senso si perde completamente.
magari sei tu stesso che hai scritto cambiando le frasi. il cervello pensa una cosa ma il corpo si ribella. :-)
No Ryo, l'ho scritto di sicuro. Ne sono certo:)
Avevi scritto "ebrei". Non "israeliani". Ho corretto io. Non voglio sentire parlare di razze. Mi dispiace.
In quel contesto, "ebreo" non vale "cattolico" o "protestante". Vale come un richiamo molto pesante e non giustificabile in contesto pubblico. Ti prego di prestare attenzione a certe scelte etiche e estetiche.
Non concordo assolutamente, e comunque prima avverti! Poi mi spiegherai perchè non vale come cattolici o protestanti.
Direi che è ora di smetterla con il complesso di inferiorità verso questa gente. E non vado oltre sennò mi censuri all'infinito.
In ogni caso la scelta etica ed estetica era voluta e meditata, non casuale. Evidenziava un paradosso assurdo delle destra italiana che ha contribuito ad allontanarmi da quell'area politica per entrare nell'esilio (oblio) assoluto dell'appartenza per rappresentanza istituzionale. Per sempre, temo.
Nessun complesso. E' che ho contestualizzato.
Uno scrittore legato al fascismo e al nazionalsocialismo veniva portato a esempio; come esempio negativo, non un altro scrittore ma la categoria "ebrei" portata come modello di "non destra" - peraltro, storicamente è sbagliato, al di là del fatto che lo sia umanamente o intellettualmente.
"Complesso di colpa" forse è più corretto. Quello indubbiamente dopo la seconda guerra mondiale esiste, è inutile negarlo. Gli "ebrei" erano in relazione alle scelte "culturali" dell'attuale destra italiana, che si "dimentica" La Rochelle a vantaggio di gente a cui ritiene conveniente essere servile. é questo che mi brucia. Il parallelo sta tutto qua. In questa chiave di lettura va letto. E, pertanto, visto da questa ottica, mi pare incontestabile ciò che scrivo. Sul fatto del complesso e del perchè e del percome, meglio non discutere oltre, non è la sede adatta. So che sei al lavoro, se vuoi aggiungere argomentazioni più articolate, rispondi pure quando sarai a casa comodo in poltrona;)
Sì, non ho troppo tempo, in effetti:). In ogni caso, al di là del senso di colpa che sento da privato cittadino e da giovane intellettuale prima ancora che da uomo di una destra che non esiste e forse non esisterà mai, trovo grottesche le generalizzazioni - figuriamoci quando sono a sfondo religioso o razziale, o quando capitano in contesto artistico o politico. Ci sono degli scritti di La Rochelle che meritano di essere dimenticati - non solo narrativi - altri che tutta la cultura dovrebbe, come in questo caso, apprezzare.
Sono ancora abbastanza lucido per poter ammettere che preferirei che, se mai tra cinquanta anni mi dovesse sopravvivere qualcosa, i posteri avessero pieno diritto di segnalare tutti i miei errori e tutte le mie contraddizioni. Se impazzisco e divento un fautore della teoria della razza, negli anni a venire, autorizzo sin d'ora a cancellare tutte le cazzate che ho scritto in tema, per capirci.
Credo questa logica possa valere anche per Drieu. Passo e chiudo.
(più che altro è un po' inquietante che gli altri non abbiano niente da dirti in proposito, Federico. E' una cosa che non dovrebbe succedere, e se succede vuol dire che di fronte a certe tue argomentazioni c'è chi scuote la testa e nemmeno risponde. Oppure - peggio - non reputa "logico" quel che scrivi.
E' un peccato, credimi, ma d'altra parte se ti rispondessero a cosa servirebbe? Tu rimani convinto di certe idee, sebbene se ne sia parlato in migliaia di modi, qui e altrove.
Uno scrive una recensione di un libro la Rochelle e tu rispondi "oggi a destra scrivono gli ebrei, ridicolo". Ha dell'incredibile, spero tu te ne renda conto, pensare che quella frase è figlia del ventennio e quel concetto è ancora così radicato in una minoranza di questa generazione. Ha dell'incredibile e del drammatico.
Evidentemente non mi conosci abbastanza per capire cosa intendo. Ed è altresì evidente che io non ritengo "drammatico" il mio intervento. Vedi, Franco, una cosa che ci differenzia molto è che io, a differenza tua, non ho subito la benchè minima influenza del "politicamente giusto e corretto" del nostro tempo. E non lo dico per dire che sono più fico di te o cazzate del genere, ma per fotografare quell'evidenza di cui parlammo già dopo i nostri primi incontri. Tu non riesci a capire, non puoi accettare che una persona come me (con la quale di persona discorri amabilmente e che ritieni sensibile verso la poesia e la bellezza), possa divergere con te su tema cosi importante e cruciale dei nostri tempi. Però, Franco, scusa se te lo dico, il problema è tuo, il pre-giudizio è tutto tuo. All'inverso non esiste. Non potrebbe esistere. Proprio perchè la "cultura del nostro tempo" mi ha contaminato molto meno: ho meno briglie, meno vincoli. Sono orgoglioso di essere in minoranza, ma non per i motivi che tu immagini.
Sul fatto che gli altri non intervengano me ne dispiaccio eccome. Ho il tuo stesso sospetto: che si usi indifferenza verso le mie parole proprio per non dargli peso. E poi c'è chi ha fastidio a discutere di ste cose, e preferisce non intervenire. Tutto legittimo, ma ogni tanto mi piacerebbe che a contestare i miei punti di vista su una questione così spinosa non foste solo tu e Patrick.
Sì, dovrebbero intervenire anche loro. E' una questione anche di coraggio e di opportunità, di convinzione e di coerenza. Naturalmente, mi limito come te a invitarli a farlo.
*
Quanto al resto, credo che il tema sia meno dei nostri tempi di quel che immagini. Sarebbe contemporaneo discutere di civiltà islamiche e civiltà cinese, civiltà anglosassoni e relativi sistemi statali, politici, culturali e via dicendo. Cmq ok, momentaneamente non ho altro da aggiungere in proposito e ti ringrazio per il confronto.
(forse mi influenza solo una cosa, e non da poco. I libri e le opere d'arte di artisti ebrei che ho studiato in questi trenta anni; tutte le amicizie che ho avuto, e non sono poche, con ebrei romani provenienti da questa città da molti secoli, a differenza mia; il fatto che lavoro a un passo dal Portico d'Ottavia da un anno, e sono stato bene accolto; il fatto che mi sento debitore nei confronti di tante idee figlie del genio di individui appartenenti al popolo ebraico; e potrei continuare per ore, sia a livello "territoriale" sia a livello "culturale". Ma ho l'impressione di parlarmi addosso, preferisco farlo caso per caso, opera per opera, con calma).
Ho letto la vostra discussione; per quanto riguarda l'autore, non mi ritengo in grado di esprimere un giudizio, perchè non lo conosco (ma ho apprezzato la recensione, quindi lo cercherò in biblioteca) e non lo so contestualizzare. Tutto qui. A volte ci si astiene per ignoranza, non per menefreghismo. E penso che questo valga un po' per ciascuno di noi :)
Il primo commento non fa testo (si può cancellare?)
Fa testo eccome:). Va bene così. Grazie per il contributo.
OT: ho appeso sulla bacheca quel ritaglio, mi ha rigenerato.
"(forse mi influenza solo una cosa, e non da poco. I libri e le opere d?arte di artisti ebrei che ho studiato in questi trenta anni; tutte le amicizie che ho avuto, e non sono poche, con ebrei romani provenienti da questa città da molti secoli, a differenza mia; il fatto che lavoro a un passo dal Portico d?Ottavia da un anno, e sono stato bene accolto; il fatto che mi sento debitore nei confronti di tante idee figlie del genio di individui appartenenti al popolo ebraico; e potrei continuare per ore, sia a livello ?territoriale? sia a livello ?culturale?. Ma ho l?impressione di parlarmi addosso, preferisco farlo caso per caso, opera per opera, con calma)".
Sai benissimo che il punto, almeno per quel che mi riguarda, non è affatto questo. Quando parli di "minoranza ridicola", non mi confondere - te ne prego - con gli invertebrati razzisti d'ogni sorta, genere e colore politico. Il mio discorso va al cuore della "cultura" che hanno ricevuto le nostre generazioni.
(non ti confondo, lo sai).
(altrimenti non potremmo nemmeno parlare.)
Mi piacerebbe assai entrare nella discussione. Ma non ho le conoscenze adatte per poter intervenire. Scusate.
Grazie, Fabione;). Sempre.
semper tibi gratias ago, fabione. Merci.
Fede, ti consiglio un libro sul fascismo di sinistra (ma che forse conoscerai già): "La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato", Mulino 2000. E' di Giuseppe Parlato, un allievo di De Felice che insegna a Roma. E' un lavoro fatto molto bene, che è andato a colmare una lacuna della storiografia italiana.
Ma certo Fabio, nemmeno io entro su tante discussioni di musica che fate. Ne entro, Sporetta, su tanti dibattiti medico scentifici quando vanno sui tecnicismi. Siamo tutti ignoranti su qualcosa (anzi, su parecchie cose). Immagino, comunque, che ci siamo persone nel sito che avrebbero da dire e non dicono. Sarebbe strano il contrario.
Ne conosco il titolo, ma non l'ho letto. Apprezzo il modo di leggere la storia di De Felice e dei suoi allievi, prima o poi me lo procurerò. Non ho dubbi su ciò che affermi, che sia un ottimo testo, appunto. E nemmeno sul fatto che colmi una lacuna importante (ho sempre considerato il fascismo di sinistra - detto anche sociaòlismo fascista - quello che mi rappresenta di più)
Lo sò Fede ;) Ma è un modo per spronare gli altri a scrivere, dibattere e dire la propria(Quando, ovviamente, si ha la coscienza e conoscenza di farlo). Così il sito non cresce. Siamo i soliti a discutere chi per una cosa e chi per l'altra. Altri non parlano. Mi piacerebbe un dialogo a 4/5 e più persone. Per ora non c'è e mi dispiace. Tuttoqua :)
D'ccordo con te Fabio, e infatti le nostre trecensioni dovrebbero anche invofgliare alla conoscenza sugli argomenti trattati. Per poi discuterne, magari, appena acquisita la minima conoscenza per farlo. Auspico anche io 4/5 - minimo!- commentatori diversi a pezzo, in un futuro imminente.
Ma è che certe questioni paralizzano o addirittura spaventano. Oppure ancora, coinvolgono talmente tanto sul piano personale che per autocontrollo molti decidono di non intervenire per non far scoppiare un sicuro alterco.
L'importante è leggere; poi è già tanto offrire un punto di vista alternativo, anche se sulle prime lo si giudica inaccettabile, che poi però dà lo stimolo a informarsi di più sull'argomento, magari per consolidare meglio le proprie opinioni e non necessariamente per cambiarle.
Ho postato il mio ultimo prima di leggere quello di Lèon che mi precede (di cui involontariamente ripeto il nocciolo).
Leggo ora, commenti prima, testo dopo, in disordine come mi si addice.
Non conosco l'autore. Non vedo contraddizione nel leggere testi di autori ebrei nell'ambiente missino. Molti furono anche tra gli ebrei i simpatizzanti fascisti; la svolta antisemita di Mussolini l'ho sempre compresa come un estremo gesto di codardia, l'accettazione del giogo di Hitler, non come una necessità ideologica. Se lo fosse stata avrebbe dovuto giungere prima.
Io non sono fascista, non sono di destra, non sono liberale. Ci siamo scontrati spesso, io e Federico, su questioni ideologiche e filosofiche, spesso per ritrovarci poi nelle scelte di azione. Curioso.
Non reputo "logico" quasi nulla, solitamente la logica mi annoia.
Se non partecipo ad ogni dibattito è più per ragioni di tempo. Una media di quattro/cinque articoli al giorno più forum è ampiamente al di là delle mie capacità di lettura.
Mi permetto un'annotazione: scrivere "ebrei", o "israeliani" o "semita" non è e non dovrebbe essere fonte di sensi di colpa, di disagio o altro. "Ebrei" non è diverso da "cristiani", "shintoisti", "israeliani" da "italiani". Non sono d'accordo con Franco in questo. Non osare criticare, contestare o attaccare apertamente queste categorie per un qualche tipo di pudore storico ha avuto e continua ad avere effetti deleteri, permette ad alcune di queste persone ( intendo; alcuni ebrei e/o israeliani) di continuare a nascondersi dietro al passato nel perpetrare una politica criminale, con le conseguenze che sappiamo e abbiamo sui nostri schermi anche e ancora in questi giorni.
Nessuno esita a condannare l'estremismo islamico nonostante siano stati vittime di guerre crociate. Il passato non giustifica il presente. Perché per gli ebrei è diverso?
Mi fermo, perché esco dal contesto. Ev. seguito nel forum?
Io direi che Fede avrebbe potuto scrivere "israeliani" al posto di "ebrei". E' una questione di tatto: bisogna sempre pensare alle eventuali sensibilità che si possono urtare, quando si toccano certi tasti. Tra parentesi, comunque: ben venga che i giovani di AN leggano autori anche israeliani, e sono sicuro che anche Fede ne converrà. A lui, se ho capito, dà fastidio che ciò avvenga solo per moda o per opportunità politica, e a scapito di autori oggi giudicati -- in qualche caso in modo sciocco, come per il La Rochelle di cui ha scritto qui Franco -- politicamente scorretti.
Convengo con tutti e due, Michele e Patrick. Evviva! :)
Più nello specfico, Patrick ha capito in pieno qual'è il punto che contesto e che mi preme sviluppare. Nulla contro le letture di autori ebrei/israeliani, tanto meno religiose. Che avvenga per moda o convenienza a scapito di autori cari a quello che dovrebbe essere il dna della destra mi dà, invece, assai fastidio.
Concordo anche con Michele - che forse si sorprenderà - suòòe leggi razziali italiane. Certo, io non potrei mai usare il termine cordadia, ma opportunità politica certamente (opportunità ritenuta tale da Mussolini, evidentemente. Non dico che la condivido).
Ancora più d'accordo con Michele sul fatto di poter parlare di ebrei, cattolici e islamici allo stesso modo senza alcun timore di ledere le sensibilità altrui. Non è un discorso razziale o religioso, ma storico-politico. Anche io ho sempre ritenuto che Israele - e alcuni singoli appartenenti alla religione ebraica - usi spesso i suoi tragici trascorsi storici come scusa per poter dire e fare ciò che vuole. Facendo leva sul senso di colpa.
"Da ragazzo ho giurato a me
"Da ragazzo ho giurato a me stesso di restar fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola". (Drieu)
http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/ da oggi è anche qui. Grazie, Francesca.
Per mio conto sono perfettamente figlio del mio tempo. Non ho il minimo interesse per la politica, soprattutto quella del mondo recente. La storia mi piace, ma dal punto di vista delle dinamiche ampie e generalistiche. Il resto mi annoia e lo percepisco (istintivamente) insulso. Sono egoista e non ho a cuore impiego sociale o altro che non vada oltre la partecipazione occasionale e poco impegnativa. Il dialogo infinito tra gli schieramenti partitici mi fa sentire di perder del tempo. Amo le lettere, le arti e la libertà, senza schemi precostituenti e accomunanti. Quindi non ho voglia né conoscenza né piacere a intervenire in ambiti prettamente politici.
Ma questo non è un ambito esclusivamente "politico". E poi, come si fa a distinguere la politica dalla storia? o dalle dinamiche ecionomiche e dello "sviluppo"? Scusa se te lo dico, Arpa, senza che t'offendi, ma mi sembra una posizione un po' miope, comunque parziale. E parzialità e miopia non t'aiutano a sviluppare i campi che ami (che tu ritieni diversi da questo) , almeno dal mio punto vista. Anche io sono disilluso dalla politica, ma l'ho fatta per dieci anni. Non la seguo più col trasporto di prima, ma non credo sia argomento da liquidare cosi superficialmente: "quindi non ho voglia né conoscenza né piacere a intervenire in questi ambiti".
Ma io voglio essere superficiale perché non mi interessa. Mi annoia profondamente. E' normale che tu ti senta infinitamente distante da questa visione estranea, ma io non ne vedo nessun motivo di peccato. La politica nella storia è parte inscindibile, e appunto la sento coinvolgente quando parla di altri tempi e altre storie. Oggi sento quasi solo aridità in questo verso. E poi non tollero le illusioni collettive, in genere.
Ma questo è un altro discorso, anch'io trovo risibili le illusioni collettive e massificate. Dico solo che, leggendoti da un annetto abbonandante tra sito e forum, mi dispiace che una persona (che mi sembra di indubbio valore) come te non si interessi ad alcuni ambiti importanti della vita dell'essere umano. Come la politica, appunto. Io me lo aspetto dai menefreghisti in toto, non da te. E non che la politica (almeno in Italia) riservi sti grandi scossoni emotivi, ma tenersi aggiornati su fatti e personaggi (pur disprezzabili), "idee" e cambiamenti e prospettive (più o meno realistiche), aiuta a non essere deboli nei confronti del mondo esterno. Aiuta a non essere attaccabili da chi ci vorrebbe insegnare "la buona novella", o convincerci con artifici di qualsiasi genere. Insomma, non te lo devo certo insegnare io che chi "ignora" ha sempre torto. E non basta non ignorare, a volte tocca pure mettersi in gioco. Tutto qua, nessuna polemica. Solo un suggerimento.
Ma io non polemizzo quasi mai, figuariamo in ambiti nei quali dapprincipio garantisco ignoranza. Io non sono un utopista, un idealista, non lo sono mai stato, e mi dispiace che questo susciti in te (immaginando la tua formazione e la testimonianza in questo sito) delusione e, propabilmente (lungi da me prendermela) reprensione. Io seguo, studio e vivo seguendo quello che sento mio e che mi comunica emozioni necessarie alla sopravvivenza. Quando ne posso fare a meno butto libri e arte nel dimenticatoio, ma capita molto raramente. La mia non è una scelta di interessi, perseguo quello del quale non posso fare a meno. La politica (soprattutto italiana del dopoguerra) non sono non l'avverto sostanziale, ma mi irrita infinitamente. Disprezzo i sorrisini e la retorica greca applicata alla pubblicistica, le rivisitazioni delle religioni dogmatiche applicate all'euforia dei giovani in forma di dottrine politiche ed economiche. Io non sono niente di tutto questo, e non ho mai dovuto scegliere. E in più sono un individualista decisamente egoista, e non ho mai capito il Gaber di "La libertà è partecipazione". E il bello è che non me ne vergogno, neanche un po'.
questo (nobile) commento di Arpa, a suggellare il vostro dibattito, è il commento 6000 della ancora giovane storia di questo sito.
Arpa, ti dirò che sulla politica provo la tua stessa noia e fastidio, anche se vengo da altra formazione e altro periodo, quando si diceva "il personale è politico": non sono mai riuscita a crederci, per me il personale era mio e basta, al max mio e di pochi amici.
Marina: credo che sia attidune caratteriale, e poi scelta consapevole. Comunque scusatemi, ma ho un bus da prendere al volo. Ci si sente la prox settimana. Magari se abbiamo voglia appronfindiamo e confrontiamo ancora. Ciao!
Guarda che non sono molto diverso da te, a parte l'idealismo (un po'appannato). é solo che non sopporto (per me stesso) di esser debole di fronte all'avversario (e per me l'avversario è ovunque; è quasi tutto questo mondo massificato e globalizzato), e l'ignoranza su sti temi mi ha sempre restituito un senso di debolezza. Ma questo è un problema mio, tutto personale. La libertà non è partecipazione (pur amando Gaber, che lo diceva un tempo, ma che prima di morire cantava "la mia generazione ha perso"...); la libertà, concordo con te, è tutta individuale. Ti dirò di più, prima animico-interiore che esteriore. Pertanto, concludendo, se ciò ti fa sentire libero fai benissimo a continuare così. Io sono un anarchico, prima di tutto (e se tu sapessi della mia vita resteresti assai sorpreso), la libertà è sopra ogni altra cosa. Il valore supremo, laddove non leda lo spazio (interiore ed esteriore) altrui.
Cèline, Drieu, Weiniger, Michaelstedter, Dagerman, Cioran....
L'intreccio pericoloso tra Morte e Nulla è stato più volte percorso nella storia della letteratura, ed è tanto più affascinante quanto più è vissuto visceralmente...
É un'immersione nella disperazione, la lettura di questi autori, che non può che avere 2 risultati antitetici tra sè: o il crollo, o una fortificazione senza precedenti nel cammino verso la verità.
Diceva Junger in "Oltre la linea": "Chi non ha sperimentato su di sé l'enorme potenza del niente e non ne ha subìto la tentazione conosce ben poco della nostra epoca".
Aveva ragione.
E' tornato il gran BYRNO.
Con un commento della madonna, dal sapore del manifesto dei suoi passati e futuri contributi (a proposito: ripubblica anche le oldies, mi raccomando).
Ho trovato il commento in moderazione perché è stato il tuo primo commento in assoluto - dai prossimi tutto quel che scriverai andrà subito on line.
Grazie della fiducia!
Appena ho un minuto inserisco qualche pagina ingiallita.
à bientot!
Ciao Byrno, vedo dagli autori che citi che hai una formazione letteraria simile alla mia. In particolare, finalmente trovo qualcuno che legge Junger, "Oltre la linea" in particolare (uno dei testi più complessi di Junger, anche se è la parte di Heidegger quella più ostica). Hai letto "Il trattato del ribelle", "L'operaio" e "Al muro del tempo"? Sono testi che mi hanno formato e su cui mi piacerebbe ci fossero dibattiti qui su Lanke. Ne hai scritto? Ne scriverai? In ogni caso, sono lieto che su Lankelot si approfondiscano gli autori che hai citato.
Un saluto
Léon
Ciao Lèon!
Sì, conosco quei testi, e convengo che Oltre la linea è un testo di fondamentale importanza.
Spero di poter apportare qualcosa di mio ad un'eventuale discussione sul tema, in ogni caso sarò felicissimo di leggerti.
a presto