Le coordinate spazio-temporali sono quelle di una cittadina turistica della Germania (Roulettenburg) e, successivamente, i salotti di Parigi, nella seconda metà del XIX secolo. A Roulettenburg si coniugano le scelte e i modi di una famiglia Russa ospite. Essa è riversa in una precaria situazione finanziaria e con un drappello di ambigue figure che sembrano esercitare un defilato potere nei confronti della figura del “generale”. Alekseij Ivanovic, la voce narrante, introduce i protagonisti della vicenda che alloggiano assieme nello stesso albergo della cittadina: la figlia del generale, Polina Aleksandrovna, sinuosa e ombrosa giovane donna; il francese De Grieux, irritante e meschino nelle sue vesti di creditore del padre di Polina; Mlle Blanche, giovinetta di presunte origine blasonate; sua madre Mme Le comtesse; un inglese in relazioni amichevoli con la famiglia russa, Mr Astley.
Le parti costitutive del racconto si dispiegano da una situazione iniziale nella quale compare il protagonista del romanzo, Aleksej, che ritorna in Germania al seguito del suo principale, il generale, dopo essersi assentato per due settimane. Con sistematicità vengono presentati i componenti che orbitano attorno alla figura del generale, la sua famiglia ed alcuni individui di dubbio ruolo che si caratterizzeranno in seguito. Nello svolgersi dei due terzi del racconto fa la sua comparsa la figura fondamentale della nonna, madre dell’ufficiale. Egli ha ragione di aspettarsi la propria salvezza dalla vecchia ma essa diverrà presupposto per la messa in opera del vero topic del romanzo, la rovina esistenziale del giocatore d’azzardo Alekseij.
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Dostoevskij struttura la sua opera come diario del suo protagonista.
Dal punto di vista della tecnica narrativa il rapporto della fabula con l’intreccio si presenta contingente. Alekseij inizia il suo diario scrivendolo quasi in prossima successione con lo svolgersi della realtà temporale. In un primo tempo vige la coincidenza di un ordine progressivo e lineare. Appaiono saltuariamente delle accennate prolessi che anticipano l’epilogo drammatico del protagonista, lasciando in sospeso però ogni particolare che distragga l’attenzione del lettore.
Eppure, la scrittura del diario di Alekseij non è sempre continua e pressoché parallela nel breve tempo allo svolgersi degli accadimenti. Il diario, come ci viene detto dallo stesso Alekseij, viene abbandonato e ripreso a mesi di distanza dallo svolgersi dei fatti, non più quindi nel breve periodo di una registrazione serale come accadeva nella prima parte. Egli, con l’artificio di una analessi che ripropone un passato sofferto, accentua la sensazione come di predestinazione inevitabile, come una tragedia dell’azione umana che non poteva essere altrimenti. Nei capitoli finali ritorna in una temporalità al presente appena compiutosi, nell’episodio conclusivo della conversazione con Mr Astley.
Una tipologia del finale che s’avviene tragica, desolata e sconsolante.
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Risalta all’interno del testo una predominanza delle sequenze narrative, contenute le parti descrittive e significative quelle dialogiche. In particolare è perspicace l’utilizzo che Dostoevskij fa del discorso diretto: abbastanza raro e disperso nel testo ma assolutamente fondamentale nella rappresentazione del delirio del giocatore interamente succube della febbre del gioco. Episodi come quello della nonna al tavolo di gioco danno adito ad un dialogo che muove una vorticosa accelerazione nel ritmo della narrazione. Un frenesia ansiolitica del desiderio di rivalsa dei danari perduti alla roulette, una famelica avidità che spinge la vecchia a perdersi nella propria insanabile ostinazione:
- Vedi, vedi! – disse, volgendosi verso di me, la nonna, raggiante. – Te l’avevo detto! È proprio il Signore che mi ha suggerito di puntare due marenghi! Via, quanto riceverò adesso? […]
- Signore Iddio! Siamo in ritardo! Adesso la fanno girare! Punta, punta! – diceva affannandosi la nonna, - ma spicciati, presto! – diceva fuori di sé, spingendomi con tutte le sue forze. […]
- Tornate in voi, nonna! […] Ve l’assicuro, perderete tutto quel che possedete!
- Su, storie, storie! Punta! Ecco, mi zufola la lingua! So quel che faccio! – disse, vibrando per l’esaltazione, la nonna.
(pag. 89)
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La caratterizzazione dei personaggi si configura su diverse prospettive.
Il generale ha una descrizione soprattutto fisica, un corpo abbattuto e una denigrazione della sua autorità scaturita appunto dal suo aspetto illanguidito. Egli è privato della sua dignità da una passione non ricambiata, e dipendente da vincoli economici, con Mlle Blanche. Egli è carente di qualsiasi autorità effettiva, la sua ultima speranza è la dipartita della nonna per la conquista dell’eredità, unica condizione per il matrimonio con l’amata. La fisionomica di Mlle Blanche sembra indirizzare la voce narrante verso un preconcetto del suo animo. Lei però saprà farsi rivalutare in positivo in seguito alle vicissitudini parigine. L’ideologia e il savoir-faire precipuamente anglosassone di Mr Astley lo demarcano come gentiluomo riservato e con un chiaro e nascosto intento. Egli sa quello che vuole e ha tutta l’intenzione di ottenerlo. Mentre la psicologia del francese strozzino De Grieux suscita irritazione in Alekseij. Nel francese coadiuvano la mediocrità manierata tipica delle convenzioni superficiali stereotipate nei francesi in genere. La voce narrante coglie con esso l’occasione per confrontare il sistema della cultura e della società francese con quello russo. Secondo lui i russi sono più uomini “di sostanza”, al contrario dei francesi che riescono a circuire e affascinare l’immaginario femminile russo per mezzo dei loro sciocchi e futili comportamenti romanticamente sofisticati.
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La cittadina di Roulettenburg attira a sé nobili e altolocati di tutta Europa per le sue acque termali ma soprattutto per il suo famoso casinò.
Dostoevskij descrive assai accuratamente l’ambiente dei tavoli da gioco. Minuziosamente ne connota gli atteggiamenti dei giocatori, di tutti quei personaggi secondari e opportunisti che gravitano attorno alle ingenti somme circolanti di continuo. Egli sa bene come destreggiarsi sapientemente nei particolari dell’ambiente perché ha avuto personalmente l’esperienza biografica autolesionista del vizio del gioco. Come scrive Leone Ginzburg nella nota introduttiva al testo: Si pensi che Dostoevskij, in un determinato periodo della sua vita, fu uno sfrenato, morboso giocatore d’azzardo. È vero che furono posteriori al secondo matrimonio le sue più tragiche esperienze in proposito, quand’egli lasciava sprovvedute la moglie e la bambina per andare a perdere fin l’ultimo tallero in qualche lontana roulette.
E poi anche acutamente rivelante, l’interpretazione che Sigmund Freud dà a questa particolare ulteriore tipologia di manifestazione dell’isteria patologica dello scrittore russo, nella parte conclusiva del suo notevole saggio “Dostoevskij e il parricidio”: La pubblicazione delle carte postume di Dostoevskij e dei diari della moglie ha illuminato violentemente un episodio della sua vita: l’epoca in cui in Germania, egli fu dominato dalla febbre del giuoco. Un innegabile accesso di passione patologica, che nessuno è riuscito a spiegarsi altrimenti. Non sono mancate le razionalizzazioni si questo fatto strano e indegno. […] Egli non trovava pace fin quando non aveva perduto tutto. Il gioco era per lui un modo per punirsi. Innumerevoli volte aveva promesso o dato la parola d’onore alla sua giovane moglie di non giocare più o di non giocare in quel tal giorno, e quasi sempre, come racconta la moglie, infrangeva la promessa. Quando con le sue perdite aveva gettato sé stesso e la moglie nella miseria più nera, ne traeva un secondo soddisfacimento patologico. […] E la giovane donna si abituò a questo ciclo perché aveva notato che l’unica cosa dalla quale bisognava in realtà aspettarsi la salvezza, e cioè la produzione letteraria, non procedeva mai così bene come quando essi avevano perduto tutto e ipotecato gli ultimi averi. […] il vizio dell’onanismo è sostituito da quello del giuoco, e l’attività appassionata delle mani posta in così grande risalto è veramente rivelatrice sotto questo profilo. La febbre del giuoco è realmente un equivalente della antica coazione all’onanismo; quando i bambini manipolano i loro genitali con le mani, si usa dire appunto che ‘giocano’ con essi.
Questa apparentemente oscura interpretazione del demone del gioco in Dostoevskij appare chiara se confrontata con il doloroso e traumatico rapporto dello scrittore con la figura paterna. Egli ha patito in tenera fanciullezza l’autorità schiacciante del padre, la sua alterigia impenetrabile, il suo esser un modello incomprensibile, e questo senso di colpa e frustrazione che deriva dal complesso di inadeguatezza verso il genitore lo portano a desiderare incoscientemente la punizione per la sua insufficienza esistenziale. Egli ha un senso di colpa incolmabile, talmente gigantesco che solo nella vessazione più disperata, dopo aver perduto tutto il suo denaro al tavolo della roulette, si sente collimato della sensazione di colpa che lo attanaglia, e può ritornare a riprendere la sua vita soddisfatto del castigo che percepisce legittimo.
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Il punto di vista del narratore, essendo un romanzo in prima persona, è supplito da quello della voce narrante, palesemente soggettiva nelle digressioni diaristiche, conforme ad alcune facili generalizzazioni sui tratti distintivi dei popoli Europei del periodo. Aleksej seziona con preconcetto l’opinione secondo la quale i polacchi sarebbero ognuno schiavo del sistema familiare conformista, senza eccessi e con l’etica del lavoro sacrale. Gli inglesi vengono classificati, ai suoi occhi, come dotati assai più dei francesi di buon senso e raziocinio. Capaci ed abili come nessun altro negli affari e nelle regole di opportuna cortesia.
I francesi, di contro, sono spregevoli e dediti ai facili svaghi: tutta flagranza di irretita superbia, protetti dalla loro fiacchezza essenziale da un’apparenza di eleganza formale. I russi, secondo Aleksej, sono radicalmente differenti da tutto ciò. Essi sono tra i più valenti e dotati, ricchi di ingegno e audacia, ma, loro pecca insormontabile, seguaci del “tutto e adesso”, per nulla pazienti e docili, disposti ad incorrere nel rischio più estremo nel balzo caparbio verso l’ambizione più sproporzionata. Egli giustifica con questa semplicistica considerazione la sua propensione al gioco d’azzardo, facendo coincidere la sua attitudine al rischio del gioco come indole comune dell’intero animo russo.
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Per quanto riguarda il lessico è denotabile il registro medio/alto, a tratti aulico e nei dialoghi connotato realistico. Presente un repertorio d’interiezioni nel parlato della nonna e in quello del generale. Sarebbe però illegittimo non rilevare nell’intero stile del romanzo un’ironia acerba, confinante nello sconsolato sarcasmo. Egli, Aleksej, il giocatore come dal titolo, non pare mai veramente capacitarsi della disfatta della sua vita, della sua integrità morale compromessa. È campione d’auto-ironia, melanconicamente deride se stesso per essere diventato un miserabile, infama il suo amore verso Polina e non si cura di preservare il suo amor proprio dalle incurie della disperazione emotiva. Il giocatore è una persona freddamente silenziosa d’affetti, non ha un porto al quale approdare, suo unico placebo alla sofferenza di vedersi disfare senza sapersi aiutare è quello della non accettazione della realtà, di una fuga dalla concretezza che lo porta a non ammettere il valore di nulla che possa redimerlo, e non gli resta che, meccanicamente, disperdersi nella nullità.
Non a caso la parola di gran lunga più menzionata nel romanzo è roulette, quasi ossessivamente.
Altra stranezza lessicale il proporre la distorsione lessicale dei termini russi, scritti foneticamente come risulterebbero pronunciati in francese.
Dal punto di vista della scelta del nome del protagonista, Alekseij, è forse indicativo il parallelismo con l’altro Alekseij, personaggio de “I fratelli Karamazov”. Forse l’autore voleva in qualche modo riprendere nei fratelli (scritto successivamente a “Il giocatore”) alcuni aspetti della personalità del giocatore, forse la potente componete eversiva comune, a suo modo, in tutti e due i personaggi. Sarebbe auspicabile un approfondimento analitico su questo spunto forse meritevole di maggior attenzione.
Altra particolarità insolita è il non rivelare il nome del protagonista, che narra se stesso in prima persona, fino a pag. 67 del libro, esattamente in contemporanea con lo svolgersi dell’elemento scatenante della storia, il colpo di scena dell’arrivo della nonna. Per il primo terzo della storia il lettore è lasciato all’oscuro del nome del protagonista. L’evento destabilizzante della messa in scena dell’anziana coincide esattamente con la presentazione anagrafica della voce narrante e protagonista.
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A questo punto una conclusione ideale ed esaustiva avvalorerebbe il sé un focus dello scopo, degli intenti, e del messaggio che l’autore si era prefissato nello scrivere questa opera. Esistono molteplici soluzioni ma nessuna di queste sembra conforme e assolutamente condivisibile ad ogni tipo disquisizione. Da un lato sappiamo che l’autore scrisse questo romanzo in un periodo nel quale aveva da poco iniziato a praticare il gioco d’azzardo. Le prime angosce d’allarme s’erano affacciate ed infatti egli sembra sentire il bisogno di scrivere questa storia senza avere come principale intenzione una immediata pubblicazione. Dopo averne buttato giù una prima provvisoria stesura abbandona il progetto per anni. Questo testo non era nato come esigenza di riscontro economico e quindi destinato alle stampe il più velocemente possibile. Al contrario egli decide per la pubblicazione solo perché costretto da obbligazioni contrattuali con l’editore. Anche la scelta stilistica della narrazione in prima persona non può che farci sottolineare l’attenzione su quanto egli sentisse proprio il personaggio, di come fosse naturale una identificazione spontanea. E poi Alekseij è anch’esso precariamente equipaggiato per la vita, così come Dostoevskij. Egli è vittima sia della sua posizione sociale delegittimata, sia del suo amore non condiviso. Dostoevskij, per suo conto, era ostracizzato fin dalla prima giovinezza da una nevrosi, dai suoi medici contemporanei diagnosticata come epilessia, che lo rendeva indifeso alle ansie ed alle ingiustizie che il mondo gli presentava crudelmente. La sua estrema sensibilità di scrittore nei riguardi di tematiche, sempre ricorrenti in lui, quali la depressione, il dolore insopportabile, la perdizione, la magnetica appariscenza della parte abietta dell’uomo, sono chiare ed edificate ovunque nella sua prolifica produzione. Conosceva ed era abituo alla sofferenza, non aveva paura di concretizzarla nella sua scrittura ed anzi era riuscito genialmente a farne la sua forza.
Il giocatore è insieme la storia di un uomo vittima di sé stesso, della sua grandezza male espressa e dei suoi limiti riconosciuti, derisi, esorcizzati col sarcasmo più ingeneroso, ma mai veramente superati.
La storia di una caduta in un vuoto che non lascia memoria del vissuto sano, della ricchezza e compiutezza di un tempo nel quale si esprimeva la libertà, mentre ora, con fiamme che divampano negli occhi spossessati, solo capziosità d’arreso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Fiodor Michajlovi? Dostoevskij (Mosca 1821 – San Pietroburgo 1881), scrittore russo.
Fiodor Michajlovi? Dostoevskij, “Il giocatore”, Einaudi, Torino, 1999.
Traduzione di Bruno Del Re. Nota introduttiva di Leone Ginzburg.
Prima edizione: “Igrok”, Mosca, 1866.
Approfondimento in rete: www.geocities.com/goljadkin.
www.cronologia.it/storia/biografie/dostoev.htm.
Arpaeolia
DOSTOEVSKIJ in LANKELOT:
Commenti
Ho iniziato a leggerlo 4 giorni fa.
Lo finirò e ti farò sapere.
Ok, buona lettura critica.
Grazie.
"Conosceva ed era abituo alla sofferenza, non aveva paura di concretizzarla nella sua scrittura ed anzi era riuscito genialmente a farne la sua forza". A pensarci è micidiale, scriveva "Le memorie del sottosuolo" mentre la moglie agonizzava, evidentemente la forza della scrittura era di una potenza incredibile in lui (insomma uno scrittore-jedi! :-)Scherzi a parte, questo testo mi manca, comunque complimenti per l'analisi: è assolutamente completa e ottima.
Volevo sfoderare un po di terminologia tecnica, per una volta, e appuntare mano a mano nella lettura, non scordare niente di consapevole degno di denotazione. Un libretto piccolo e non capolavoro. Ma come previsto assolutamente contributivo di altri profili indispensabili dell'identità dello scrittore semi-europeo.
Vorrei avere il tempo di soffermarmi così su ogni lettura.
Devo dire che è stata la prima cosa che ho letto di D. e mi ha folgorato. Vorrei proporre un parallelo. Qualcuno ha letto "Gioco all'alba" di Arthur Schnitzler? Naturalmente si tratta di opere diverse, distanti nel tempo: D. regala ai propri personaggi grandi quadri "a parete", Schnitzler preferisce poche incisive pennellate. Separano questi due romanzi sul gioco d'azzardo 60 anni (Il giocatore è del 1866 e Gioco all'alba del 1927), eppure - a testimonianza del fatto che i tempi cambiano a velocità incredibile relativamente da pochi decenni - gli eventi maturano in atmosfere (anche umane) tristemente simili.
Non l'ho letto, purtroppo. Però altro gioco di specchi da segnalare mi sembra "La donna di Picche" di Puskin. Racconto breve perfetto e ineccepibile narrativa. Russia, mania dissociante e sconsideratezza del controllo della fortuna attraverso la forza dello spirito. Svago del rischio attendente la sventura delle facili ambizioni, per un paese che non conosceva soggezione, così tanto riflessivo ed autolesionista per animosità.
La Donna di Picche manca, da queste parti. Pensaci su.
Adesso c'ho Manganelli in corso di lettura. ECCEZIONALE. Quello che amo della scrittura lui l'aveva già saputo. Grande indicazione. Se me la sento provo a scriverne. Ma adesso non so, penso solo a goderne ;)
Sono sempre stato profeta facile. Vedrai quando t'imbatti nell'Album Cremisi di Tommaso Ottonieri. Vedrai.
Già preparo birra e sottinteso musicale. Viva i profeti dell'arte! C'ho i brividi nei ventricoli e leggo (Ahhhhhh!).
Avevo abbandonato la lettura di questo libro. L'ho finito ora. Mi è piaciuto molto.
il francese Mezencov, irritante e meschino nelle sue vesti di creditore del padre di Polina.
Ho un dubbio: credo che non sia Mezencov il francese, ma De Grieux.
- la figlia del generale, Polina Aleksandrovna, sinuosa e ombrosa giovane donna.
Ho trovato questo personaggio molto ben delineato. Bella e instabile, prima forte e poi tremendaente debole, è lei il fulcro del romanzo, secondo me. E' lei con la sua bellezza che muove tutte le pedine, innamorate più o meno di lei.
-Nello svolgersi dei due terzi del racconto fa la sua comparsa la figura fondamentale della nonna, madre dell?ufficiale.
Straordinari i capitoli con la nonna, nel testo. Dopo li citi in modo più accurato, complimenti.
Scrive Ginzburg nella nota introduttiva.
"
Nel Giocatore la materia è scherzosa o, per meglio dire, è umoristico il tono; ma la tensione è continua, e la miserevole storia del precettore d'una famiglia rovinata e balzana, iniziatosi al gioco d'azzardo soltanto per amore e per compiacenza ma presto divenuto maniaco e sordo a ogni richiamo della vita, assume anch'essa il carattere misterioso e l'argomentare concitatamente convincente delle maggiori creazioni dostoevskiane. Il protagonista del Giocatore ha però un tratto che lo distingue: non procede fatalmente, come siamo abituati a vedere in Dostoevskij, verso un arricchimento spirituale, pagato magari a carissimo prezzo, o verso una catastrofe grandiosa che ne coroni l'esistenza. La sua è la vicenda d'un progressivo inaridimento morale, e sarebbe sconsolata se non fosse, come s'è detto, scherzosa. Nel cuore di questo giovane la roulette prende a poco a poco il posto dell'estrosa affascinante fanciulla per la quale era pronto a sacrificare la reputazione e la vita; e lo scambio è ormai compiuto quand'egli la trova nella sua camera d'albergo, rifugiatasi li per cercar protezione contro l'offensiva liberalità di un avventuriero: tanto che subito, con tranquilla naturalezza, gli vien fatto di trasporre quel problema sentimentale in termini di gioco"
- Dostoevskij descrive assai accuratamente l?ambiente dei tavoli da gioco. Minuziosamente ne connota gli atteggiamenti dei giocatori, di tutti quei personaggi secondari e opportunisti che gravitano attorno alle ingenti somme circolanti di continuo. Egli sa bene come destreggiarsi sapientemente nei particolari dell?ambiente perché ha avuto personalmente l?esperienza biografica autolesionista del vizio del gioco.
Verissimo, le descrizioni della febbre da roulette valgono da sole gran parte del romanzo
Splendida analisi, ne scriverò forse anche io, ma in modo sicuramente meno tecnico. :)
13. Ora non ho il libro con me ma cercando in rete credo tu abbia ragione. Correggo. Grazie :)
Sono curioso di leggerti. Questo scritto era un antico e primitivo esperimento, mi sa. Aspetto allora :)
Ora si rivede on line;)
bravo Arpa.