Dostoevskij Fëdor Michajlovic

Il sosia

Autore: 
Dostoevskij Fëdor Michajlovic

LA GEMINAZIONE DELL’IO. UN ASSEDIO.

 

Dobbiamo leggere Dostoevskij quando stiamo male, quando abbiamo sofferto fino al limite della sopportazione e quando sentiamo la vita come un’unica, bruciante e ardente ferita, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di morti senza speranza. Allora, quando in uno stato di isolamento e di abbandono noi guardiamo dalla nostra miseria alla vita e non la capiamo nella sua selvaggia e bella crudeltà e non desideriamo più niente da essa, allora siamo aperti alla musica di questo terribile e magnifico poeta. Allora non siamo più spettatori, non siamo più intenditori e critici, bensì dei poveri fratelli in mezzo a tutti i poveri diavoli delle sue creazioni; e così soffriamo le loro pene, insieme a loro fissiamo ammaliati e senza respiro il gorgo della vita, l’eterno vorticare del mulino della morte. E proprio allora riusciremo a cogliere in Dostoevskij la musica, la sua consolazione, il suo amore; soltanto allora coglieremo il significato mirabile del suo mondo spaventoso e spesso così infernale”. (Herman Hesse, in “Vossische Zeitung” del ventidue marzo del 1925. Passo estratto dall’edizione del romanzo indicata nella bibliografia)

 

Jakov Goljadkin è un piccolo burocrate. Entriamo nella sua vita poco prima delle otto del mattino, in una grigia giornata autunnale, in un appartamento di Pietroburgo. Si sta svegliando.  Jakov non è in grado di distinguere la realtà dal sogno: dopo qualche minuto, scende dal letto e si precipita di fronte allo specchio. Sorride: non è cambiato niente nel suo aspetto. Poco a poco, comprendiamo d’esser divenuti noi stessi il suo specchio. Il lettore viene accompagnato da Dostoevskij, e persuaso a divenire cornice e superficie riflettente. Noi assisteremo alla scissione dell’io d’un piccolo impiegato borghese: ascolteremo il suo delirio, le sue farneticazioni, il farfugliare incomprensibile, parole frastagliate e discontinue, dialoghi surreali e vaneggianti, blandi e velleitari tentativi di ripristinare la comunicazione e una più corretta interazione con l’esterno, sino all’epilogo – epilogo caricaturale, grottesco, senza dubbio, ma non per questo meno inquietante, ammettiamolo – della sua parabola.

Epilogo annunciato – neppure si tenta di esorcizzare l’ipotesi – sin dalle prime pagine: l’internamento. Il romanzo si spezza nel momento in cui il protagonista viene ricoverato: conosciamo gli ultimi giorni della sua esistenza, contempliamo così l’acme del suo disturbo e del suo disorientamento visionario, culminato nella creazione d’un sosia, in tutto e per tutto simile a lui stesso. Dapprima appare come un’ombra, quindi come un viandante sconosciuto, infine come spettro in carne e ossa.

Entrambi i Goljadkin sembrano temersi e rispettarsi: e tuttavia prevale questa crescente e febbrile angoscia paranoide d’esser nemici e d’esser prossimi ad una aggressione, dapprima da misteriosi nemici( manca poco che si nomini il “sistema”), progressivamente dall’”altro sé”. Esistono momenti di comunanza e di convergenza, tra i due: tuttavia, come nello splendido racconto di Borges  “L’altro”, contenuto nel “Libro di Sabbia”, non potendo ingannarsi reciprocamente, i due sosia sembrano dimostrare serie difficoltà di comunicazione. Sebbene il “sosia minore” si comporti a volte ribaltando la consueta e abituale attitudine o il consueto e abituale comportamento del “sosia maggiore”, sembra sempre non sfuggire ai crismi della prevedibilità e della logica.

L’avvisaglia prima di questa “incarnazione dello specchio” credo risieda proprio nelle primissime battute del romanzo, che richiamavo in causa nelle prime righe della recensione: il personaggio si risveglia, confuso e incapace di separare o di riconoscere la realtà ed il sogno, quindi si avvicina ad uno specchio per comprendere se ci sia qualche alterazione nel suo aspetto. Lo specchio sarà rassicurante, ovviamente, e non tradirà: sarà la mente dell’impiegato borghese a costruire un alter ego, vicino a lui in ufficio, in casa, nelle conversazioni con i colleghi.

“Appunto, non sono io, non sono io, e basta” – dice Goljadkin. “Io, io non ci sono per niente. Non sono affatto io, non sono io, e basta”. 

 

Tematiche care a questo romanzo della metà dell’ottocento, il secondo nella fertile e splendida produzione del Dostoevskij, sono dunque la percezione della realtà, l’identità, il sosia, la società. Non è probabilmente eccessivo salutare tra le cause del grave disturbo della personalità del protagonista l’assurda e soffocante macchina burocratica coeva: questa costrizione all’anonimato e questo inevitabile trascinamento nell’anomia e nell’anonimato, nello sgretolamento lento e inesorabile dei sentimenti e nel mascheramento “diabolico” e artefatto delle relazioni umane, progressivamente sempre più fittizie e ipocrite e scostanti. Non mancano i tentativi del Goljadkin di domandare sostegno al suo cameriere e ai suoi colleghi: e mi sembra notevole che nella sua – confusa – totale buona fede giunga sino a scrivere lettere e al suo alter ego, e ad amici e compagni, per domandare verità e svelare la realtà.

La funzione della parola scritta sembra essere quella dell’ultima spiaggia: l’estremo e rabbioso slancio della lucidità, nel desiderio di riconoscere quale sia la natura della realtà. Come uno spettro, il sosia minore insegue e accompagna ovunque  il sosia maggiore: nonostante l’ironia e il sarcasmo del narratore sappiano stemperare i momenti più tenebrosi e dolorosi di questa sovrapposizione di identità e di individualità, non rare sono le pagine che si approssimano nello spirito del lettore-specchio minacciose e aggressive: siamo sempre più circondati, da quegli stessi inesistenti nemici che assediano e spaventano il protagonista, e di punto in punto meditiamo la resa o ci interroghiamo in cerca d’un patto da proporre all’autore.

Domandiamo una tregua: febbrili come l’alter ego di Knut Hamsun in “Fame”, esploriamo le strade di Pietroburgo immaginando cosa sapremmo noi vedere nello sguardo di Goljadkin. Cadremmo preda delle sue stesse ombre o conosceremmo il segreto per liberarlo dalla sofferenza e sanare la corruzione delle sue percezioni della realtà? O ancora, dialogheremmo con lui come i suoi superiori, deridendolo e giocando liberamente con i balocchi costruiti dal suo delirio, oppure soffriremmo del suo disordine contemplandolo, spauriti, da lontano?

Romanzo di transizione, nella produzione dostoevskiana: di poco precedente rispetto alle “Notti Bianche”, rappresenta il prodromo dei futuri capolavori. A livello embrionale respirano molti tra i temi topici della sua opera: spiritualmente, conosciamo il gelo dell’incertezza d’esistere, e d’essere uno, e paventiamo infine sgomenti la possibilità che alla dannazione non esista rimedio.

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

 

Fiodor Dostoevskij (Mosca, 1821 – Pietroburgo, 1881), scrittore russo.

 

Fiodor Dostoevskij, “Il Sosia”, Mondadori, Milano, 1985.

Traduzione di Alfredo Polledro - Introduzione di Giovanna Spendel. L’edizione contiene una approfondita nota biobibliografica e un’appassionante antologia critica.  

Prima edizione dell’opera: 1846. Edizione definitiva: 1866.

 

Dostoevskij lavorò alla stesura del Sosia dall’estate del 1845 fino al 28 gennaio dell’anno successivo, assicura la Spendel nell’introduzione all’opera. Fin dai giorni del ritorno dall’esilio, nel 1859, meditava di rinnovare integralmente il romanzo: non doveva trattarsi di un rimaneggiamento, ma di una riscrittura. Tuttavia, uniche modifiche effettuate nell’edizione definitiva, apparsa nel 1866 nel terzo volume d’una edizione di opere complete, furono l’abolizione dei titoli d’ognuno dei tredici capitoli, la soppressione di qualche episodio superfluo e l’inserimento d’un nuovo sottotitolo: “Poema Pietroburghese” in sostituzione di “Le avventure del signor Goljadkin”. 

Poema va inteso nell’accezione gogoliana: narrazione a metà strada tra realistico e fantastico, potremmo dire narrazione “grottesca”, delle avventure d’un uomo. Oggi penseremmo senza difficoltà al Sentimental Journey di Sterne.

Concludo segnalando l’interessante interpretazione simbolica della Spendel dell’etimo del nome del protagonista, Goljadkin: può essere associato all’aggettivo *golyi (nudo) e al sostantivo *goljada (mendicante), “suggerendo così nel personaggio un massimo grado di miseria e solitudine”. 

Non potendo approfondire l’etimo per via dell’ignoranza della lingua, mi limito a registrare questa interpretazione fascinosa mantenendo più d’una perplessità sull’effettiva volontà del maestro Dostoevskij di parlare d’un uomo ridotto a vivere da mendico: propendo per la “nudità”, intesa come evocazione d’una introspezione totale e definitiva della sua psiche.

 

Recensione dedicata al webwriter Dimonius.

 


 

Lankelot, G.F., agosto del 2002. Originariamente apparso su ciao.com e lankelot.com.

Revisionato nel settembre del 2003.

DOSTOEVSKIJ  in LANKELOT:
 
ISBN/EAN: 
9788807821646

Commenti

?Appunto, non sono io, non sono io, e basta? ? dice Goljadkin. ?Io, io non ci sono per niente. Non sono affatto io, non sono io, e basta?.

copertina+archivio FD

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