Donati Roberto

Sergio Leone. America e nostalgia

Autore: 
Donati Roberto
Roberto Donati, giovane saggista cinematografico che si diletta nel corto amatoriale, esordisce nella critica con l’arrangiamento della propria tesi di laurea su un autore ben noto: Sergio Leone.
La passione per il regista è palese, come l’autore stesso confiderà più avanti, ma questo fatto non implica l’onestà e la professionalità con cui il volume si presenta. Anzi, la passione per un autore è incipit di una buona nuotata nel fondo della sua poetica. Sia perché una tesi di laurea non permetta troppe sviolinate, sia perché Donati non sia avvezzo a concedersene, fatto sta che “America e nostalgia” è un piacevole saggio per seguaci leoniani e non. Anche per chi non ama energicamente il visionario regista trasteverino, quale il sottoscritto, le tesi atte ad approfondire alcune viscerali tematiche sono innegabilmente ben affrontate. Lo stile del giovane saggista presenta un lessico appropriato non costellato di particolari tecnicismi. Insomma, un equilibrato metodo per analizzare un artista abbracciando una tecnica sacrosanta quanto in estinzione: l’obbiettività.
 
I film analizzati sono C’era una volta il West, Giù la testa e C’era una volta in America, rispettivamente del 1968, del ’71 e dell’84, facenti parte di una trilogia che ha per tema principalmente la memoria. Donati conduce il suo sguardo inseguendo un elemento che funga da filo conduttore alla poetica del regista: il tempo, appunto. Se la precedente trilogia era quella del “dollaro” – ossia Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo – ora il tema comune è davvero il tempo, a partire già dal titolo del primo e del terzo film: “C’era una volta”. Ecco che la nostalgia si presenta dal principio, è una confessione esplicita. Leone si annuncia narratore e invita tutti all’ascolto, o meglio, alla visione. Come giustamente suggerisce Donati, Sergio Leone è un nostalgico. Va bene, ma di che cosa? Nostalgia di un West a cui non ha mai partecipato? In cui non ha mai vissuto? Sergio Leone è nato a Trastevere, un quartiere romano (all’epoca) popolare, in senso letterale. Cosa ha a che fare la Roma popolana dell’infanzia di Leone col West pistolero di cui egli si fa testimone ufficiale?
Sergio Leone fa del cinema. Sergio Leone è un bugiardo. Il suo West è fasullo, un ricordo che potrebbe riallacciarsi magari ad un’infanzia passata dentro un cinematografo a rubare qualche fotogramma fordiano e introiettarlo. Ma il cinema è finzione anche quando pretende di nascondersi nel realismo. Il cinema si presenta come una pena capitale: la morte (la reale recisione del tempo) che avviene per volere di qualcuno che guarda: un carnefice (l’autore), gli astanti (il pubblico). E Leone burattinaio gioca come un marmocchio fortunato coi suoi giocattoli costosi: monta, dirige, scrive, taglia. Ciò che lo rende davvero grande è un aspetto da non sottovalutare: il talento. Sergio Leone ha una capacità visionaria non indifferente e, in capo, ha già pronta inquadratura su inquadratura. È un giocatore professionista, e s’accorge che il tempo, palpabile, che separa il cinema dalle altre arti, gli sfugge di mano. Non resta che analizzarlo, plasmarlo, cercare di impadronirsene: in apparenza ci riesce. L’inizio di “C’era una volta il West” sembra dare ragione al regista: il quarto d’ora abbondante di titoli di testa è il risultato di un orologiaio accanito contro il proprio mestiere. Però il tempo cambia anche addosso a Leone, gli anni passano comunque ed è nell’ultimo lavoro che la sconfitta e la solitudine pare urlino una falsa verità. Il tempo non esiste.



Donati ci rivela un prezioso segreto: Sergio Leone è un bambino. Affascinato da pistole e polvere, da signore dal petto prosperoso, e, presumibilmente, dice anche le parolacce. Leone non ha bisogno di fare il letterato. Certo, un po’ lo dà a vedere, ma la colpa non è sua. Ognuno ha vissuto il sessantotto in maniera differente, chi pregno di speranza, chi in totale incoscienza, chi – come Leone – un barlume di coscienza l’ha avuta e ne ha approfittato. Ha saputo conquistare vari strati di pubblico, dando l’immagine di sé che ci si aspettava, reale o meno. Del resto il cinema di Leone della realtà non se ne fa niente. Ma, da sognatore, egli aspirava ad un mondo lontano, un’America più inarrivabile di quella che, invece, ha potuto conoscere: un continente che non per denaro si poteva visitare. Un luogo immerso in un tempo cambiato. L’immigrazione, la statua della Libertà, il sudiciume dei ghetti. Si disse, credo Visconti, che Fellini era un ragazzo di là da un cancello che guardava vedendo cose irraggiungibili e, probabilmente, fasulle. Leone il cancello l’ha scavalcato, ha tastato la realtà, ma ha preferito reinventarsela.



Roberto Donati tenta di dare un senso ai capricci rivoltosi di un genere di cinema fatto principalmente di immagini in movimento, di gesti ora rapidi ora prolissi, che si snodano in labirintiche imprecazioni temporali, con l’occhio sobrio di uno studioso sincero, talvolta freddo, ma ad ogni modo piacevolmente interessante.

 
INTERVISTA A ROBERTO DONATI
 
Luca Martello: Bene Roberto, vorrei cominciare con una domanda elementare. Quando e come hai scoperto Sergio Leone?
 
Roberto Donati: Sì, me lo ricordo con precisione: era il 14 agosto 1984, praticamente il ventennale del successo clamoroso di Per un pugno di dollari, un pomeriggio di canicola. Non avevo ancora quattro anni e il mio babbo già puliva davanti ai miei occhi le canne del Winchester ’77 ereditato da suo zio. In seguito, avrebbe abbandonato la legge per seguire la strada dei bounty killer, più redditizia.
Stavo facendo merenda con i Ringo inzuppati nel latte, rigorosamente freddo e corretto con ovomaltina, e mio padre fa, secco: “accendi la televisione”. Un ordine strano, detto da lui. Obbedisco e lo schermo mi vomita un tizio con i baffetti appuntiti e tutto vestito di nero, manco fosse un prete, che sproloquia nomi bizzarri e fascinosi – “Tucumcari” è il primo – e mi resta simpatico. Beh, avevo perso i titoli di testa, poi seppi, ma intanto era già scattato qualcosa… Insomma, Leone mi pare di conoscerlo da sempre, il mio rapporto con il suo cinema è uterino, primordiale, lui è lì che viaggia fra le mie piastrine e i globuli rossi, in quantità sicuramente più equilibrate di quelli, a giudicare dallo stato della mia cinefilia e della mia salute.
 
L. Martello: Credi sia indispensabile aver visto i film di cui parli prima di affrontare il tuo libro? O ritieni che le descrizioni – tecniche, visive, narrative – possano ugualmente dare un’idea ad un lettore che non ha ancora avuto l’opportunità di visionare i lavori di Leone?
 
R. Donati: A dire il vero, spererei che questo problema neanche si ponesse: se c’è qualcuno che non ha ancora visto, tutti o in parte, i film di Leone, alzi la mano. Ok, non vedo nessuno… Per il resto, penso di essere stato abbastanza preciso e particolareggiato nelle descrizioni: diciamo che l’intento inconsapevole era di essere compreso al volo da chi conosce Leone (e forse di stupire per tanto acume di analisi… oops, l’ho detta!) e, soprattutto, di invogliare alla (re)visione dei suoi film chi non lo ha mai visto (voluto vedere, mi pare più corretto però) o chi se l’è dimenticato.
 
L. Martello: Leggendo “America e nostalgia” traspare un’idea di Leone – specie in seguito alle parole di Sergio Donati – come d’un regista poco intellettuale o, quanto meno, un ottimo visionario ma un pigro pensatore. Una docente del Dams ha sostenuto, in una lezione di storia del cinema, che talvolta la critica vede in un film più di quanto un autore realmente esprima. Trovi che Leone sia un intellettuale inconsapevole?
 
R. Donati: Trovo che Leone sia un regista con la R maiuscola, come forse il cinema italiano non ha mai avuto né avrà più. Trovo, anzi sono sicuro, che Leone avesse piena consapevolezza di questo e se ne fregasse, anche altezzosamente, di tutto il resto. Che poi volesse presentarsi al mondo anche come erudito saccente, fa parte delle sue debolezze di uomo che poco mi interessano e per niente infrangono lo status di solo cineasta che, penso legittimamente, mi ero proposto di analizzare. Trovo profondamente verosimili le parole di Sergio Donati, e non me ne dolgo: Leone che non leggeva libri, Leone che non scriveva una riga di sceneggiatura, Leone sedicente colto… No, infatti: Leone pensava, sognava, parlava in cinema e poi, di fatto, traduceva tutto questo in realtà (se mai il cinema può essere realtà). Se questa non è un’esperienza dell’intelletto, inconsapevole o meno, allora non so cosa sia. Voleva fare cinema e faceva cinema, finita lì: Bernardo Bertolucci, manifestando il suo apprezzamento per come Leone “sapeva filmare il culo dei cavalli”, lo colse subito in pieno. Personalmente, non esiterei un istante a bruciare tutta la filmografia di Abbas Kiarostami, quello che si dice un intellettuale consapevole, per salvare un Leone.



Da critico anche autore, ti confermo banalmente che la critica vede in un film (per restare al cinema) più di quanto un autore realmente esprima proprio perché di solito non ha quelle rapsodie di inconsapevolezza precipue della creazione artistica. Il senso della critica è, anzi, proprio (solo?) questo: lasciarsi suggestionare e lanciare suggestioni, con buona pace degli arzigogoli ombelicali e dei ghirigori linguistici oggi più che mai in voga.

Per quanto mi riguarda, poi, vedo il dolly verso l’infinito di C’era una volta il west e ho già superato i cancelli del cielo.
 
L. Martello: Il tempo in C’era una volta il West  è dilatato all’inverosimile, come se si volesse posticipare il crollo di un impero che per Leone rappresenta un’infanzia mai vissuta; sostieni che il west del film sia prettamente leoniano, che esso sia il suo west. Realizzando il testamento di un genere credi davvero che Leone abbia deciso di diventare adulto e abbandonare i vecchi balocchi?
 
R. Donati: Prima come uomo poi come cineasta assolutamente no, è uno della “razza vecchia” alla pari di Armonica Frank o Cheyenne (penso più a Cheyenne), è rimasto fermo al vecchio west e, per forza di cose, se ne scompare con questo. Non a caso, Sergio Donati dice chiaramente che aveva perso interesse nella regia e che, in pratica, ha continuato solo perché costretto. Costretto a tornare, allora ha pensato bene di diventare anche altro: un Leone più serio, adulto appunto, che, pur non rinunciando al solito humour scacciapensieri (ma, fra stupri e amicizie tradite per davvero e non per tornaconto come ancora poteva funzionare nel far west, dov’è l’ironia in C’era una volta in America?), ha smesso di sognare cowboy, duelli e treni. Il passo è breve ma mica facile: ora c’è la rivoluzione, la povertà endemica, la lotta di classe, una New York riconoscibilissima e vicino a noi, la mafia…
Leone s’è adeguato più che bene, non c’è che dire, ma aveva già smesso di palpitare, temo.
 
L. Martello: Che ne pensi dei canguri?
 
R. Donati: La mia passione. Se cotti al forno con patate novelle sono deliziosi, friggendoli rimangono sempre teneri e saporiti. Non li fate a carpaccio, ecco, quello no, perché, selvatici, diventano stoppacciosi, specie nei mesi caldi. Pensare che c’è chi voleva ambientare un western in Australia, con i canguri al posto dei cavalli: proprio i canguri, che da quanto sono buoni andrebbero sterminati tutti e mangiati uno dietro l’altro, come le ciliegie.
Anche se poi resto incrollabilmente cin(e/o)filo e preferisco i leoni…
 
L. Martello: Ho letto che occupi il tuo tempo anche nella realizzazione di cortometraggi. Che ruolo ha avuto il cinema leoniano nei tuoi progetti?
 
R. Donati: Quello che si diceva prima: devo averlo assimilato tanto (inconsapevolmente) da riprodurlo ormai inavvertitamente. Nell’ultimo cortometraggio che ho realizzato (“supereroi”), una sequenza pensata/montata avendo spudoratamente in mente soltanto un’ellissi di Kill Bill Volume 1 è stata poi definita leoniana da amici da conoscenti da Il Mereghetti: un passaggio di consegne indiretto che mi onora e al cui gioco mi presto volentieri.
 
L. Martello: Nel libro parli di alcuni registi contemporanei (Tarantino, Rodriguez, Woo, Jarmusch) che potrebbero essere considerati eredi dell’autore di Giù la testa. E nel panorama italiano pensi ci sia qualcuno che possa essere considerato suo successore?
 
R. Donati: A parte Roberto Donati, se girasse western, farei tre nomi: Salvatores, perché crede nel cinema-cinema e (mi) convince dell’importanza della sperimentazione sulla grammatica dell’immagine anche a costo di andare di faccia contro il ridicolo (e ora pare abbia voglia di western…); Tornatore, perché ha una grandeur epica innata anche se poi la applica quasi sempre maldestramente (e non gli si faccia fare Leningrado!); Paolo Sorrentino, perché è l’unico giovane italiano che gode nell’usare il dolly, il carrello, la louma, la steadycam, la tecnica come poetica, insomma, prima ancora della poetica stessa. Di due sono certo del loro amore verso Leone, di Sorrentino no ma lo posso immaginare: con questo, tuttavia, la filiazione è meno diretta rispetto a quella che può valere per un Tarantino, soprattutto, o per un Rodriguez, almeno per quello che riguarda un po’ l’estetica. Il principio, del resto, è lo stesso che smuoveva Leone, e chi come lui, a smaniare per l’America: una cultura ignota diventa (meno ig)nota solo e soltanto tramite un suo riferimento artistico, quindi è già trasfigurata, più mitica…
 
L. Martello: Una domanda per concludere: hai nostalgia di Sergio Leone?
 
R. Donati: Più per Topo Gigio, in verità.
 
L. Martello:  Grazie.
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Roberto Donati (Arezzo, 1980), saggista cinematografico italiano.
Roberto Donati, “Sergio Leone. America e nostalgia”, Falsopiano Light, Alessandria, 2004. Contiene un’intervista a Sergio Donati e una a Luca Beatrice.
Approfondimenti in rete: Falsopiano, Sergio Leone......, .



Luca Martello, agosto 2005.

 
ISBN/EAN: 
00000

Commenti

"Il tempo in C’era una volta il West  è dilatato all’inverosimile, come se si volesse posticipare il crollo di un impero che per Leone rappresenta un’infanzia mai vissuta" Questa frase è splendida. E questa domanda: "Che ne pensi dei canguri?" dà un senso alla serata. Grazie.

“…un Leone più serio, adulto appunto, che, pur non rinunciando al solito humour scacciapensieri (ma, fra stupri e amicizie tradite per davvero e non per tornaconto come ancora poteva funzionare nel far west, dov’è l’ironia in C’era una volta in America?), ha smesso di sognare cowboy, duelli e treni. Il passo è breve ma mica facile: ora c’è la rivoluzione, la povertà endemica, la lotta di classe, una New York riconoscibilissima e vicino a noi, la mafia…
Leone s’è adeguato più che bene, non c’è che dire, ma aveva già smesso di palpitare, temo
”.

Cioè, semplificando, meglio il Leone della “Trilogia del dollaro”?

“Ma il cinema è finzione anche quando pretende di nascondersi nel realismo.”

Prima ragione di libidine.

“Si disse, credo Visconti, che Fellini era un ragazzo di là da un cancello che guardava vedendo cose irraggiungibili e, probabilmente, fasulle. Leone il cancello l'ha scavalcato, ha tastato la realtà, ma ha preferito reinventarsela”.

> seconda e totale ragione di godimento.

“una cultura ignota diventa (meno ig)nota solo e soltanto tramite un suo riferimento artistico, quindi è già trasfigurata, più mitica”

> certo. Mater semper nota est.

Luca, santo e grande.

Io di Leone ho amato inverosimilmente Assassino sull'Orient Express. Una Angela Lansbury trasognante.

Pare che Angela Lansbury e Stirner fossero amanti. Francamente non so chi dei due facesse la donna.

Leon, pare anche a me che il Donati preferisca la trilogia alla volta in America. Che vuoi farci, il mondo gira così.

Franchi se fanno santo me, ti autorizzerò a diventare protettore spirituale di Milingo.

Drago. Quella sui canguri è l'unica domanda che ho copiato da un'intervista di Gianni Minà a Fidel Castro.

Canguri!

cambio il percorso: da cinema

cambio il percorso: da cinema a letteratura

come mai non si può lasciare

come mai non si può lasciare cinema se l'argomento è quello?

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