Prima di tutto, e per vostra conoscenza, questa è una storia vera. Vera come la poesia e reale come l’incanto di chi si troverà ad ascoltarla:
Dunque ascoltiamo senza batter ciglia / la famosa invasione degli Orsi in Sicilia. / La quale fu nel tempo dei tempi / quando le bestie eran buone e gli uomini empi. / In quegli anni la Sicilia non era / come adesso ma in un’altra maniera
In un tempo remoto della Sicilia, cui sembra non esser rimasta traccia, gli orsi vivevano sulle montagne e gli uomini se ne stavano a valle. Tra il popolo degli uomini e quello degli orsi non vi era alcun contatto, anzi, per lo più regnavano paura e diffidenza reciproca. Quando Tonio, poi, piccolo figlio del Re degli orsi Leonzio, viene rapito, mentre è in cerca di funghi, da due cacciatori, l’ira del popolo in pelliccia si fa alquanto funesta: si medita la discesa a valle, l’invasione della terra degli uomini. La Sicilia si trova ad accogliere, dunque, l’orda di orsi guerrieri alla ricerca dell’orsetto rapito, con Leonzio in testa e prodi eroi al suo seguito. Il Granduca, tiranno della Sicilia, e nemico giurato degli orsi, uomo antipatico ed estremamente vanitoso, si prepara alla controffensiva. Ma la prima, dura battaglia - cadono molte unità, tra gli orsi e tra gli uomini – è, comunque, appannaggio degli orsi. Alla corte del Granduca vi è anche il Professore De Ambrosiis, astrologo e negromante che ha profetizzato la sconfitta degli uomini contro gli orsi, senza ottenere alcuna attenzione. Una volta avvenuta la disfatta, il Granduca lo caccia da corte, spingendolo a ripiegare proprio tra le file degli orsi. Le intenzioni del professore, a riguardo della neonata alleanza-convivenza, non sono però del tutto limpide e disinteressate. Egli crede di poter dominare quello che ritiene essere pur sempre un branco di animali, con poco cervello e ancor meno malizia. Si sbaglia di grosso, ed anzi, in un primo tempo, è il quasi involontario artefice della loro seconda vittoria sugli uomini: una sua magia (delle due a disposizione) trasforma ferocissimi cinghiali in palloncini volanti - se ne parla ancora in Sicilia. Seconda vittoria, ma di Tonio nessuna traccia. Re Leonzio, preoccupato per l’oramai lunga assenza dell’orsetto suo figlio, si fa mal indirizzare nella ricerca proprio dal De Ambrosiis, deciso ad annientar la specie “orsuta”. Prima in un castello di fantasmi, poi dal Troll, poi dal leggendario e ferocissimo mostro Gatto Mammone, e ancora, e per un’ ultima volta, dal Granduca. Dopo queste pericolose peripezie, e col sacrificio di molti orsi guerrieri, il valoroso Re Leonzio trova suo figlio proprio tra le grinfie del Granduca che, una volta vistosi perduto, decide di rifarsi sull’orsetto, sparandogli un colpo mortale. Leonzio, affranto e disperato, guarda negli occhi il De Ambrosiis, che aveva molto da farsi perdonare. Lo guardano tutti, il mago, preso da un senso di commozione: ansimando, tra le lacrime, ascolta una voce interiore. Che a noi cosi ritorna:
“Farete” - dice lentamente, e scandisce le sillabe:
“Farete fingete gamorré àbile fàbile dominé brùn stin màiela prit furu toro fifferit”
E l’orsacchiotto riapre gli occhi: la gioia di Re Leonzio, la gioia degli orsi, e la redenzione di De Ambrosiis - che ha “sprecato” il suo secondo ed ultimo incantesimo a disposizione, ancora una volta per gli orsi -, sembrano concludere la bella fiaba.
E invece, anni dopo, nella città dominata da orsi conviventi con gli uomini, qualcosa sembra non andare come dovrebbe. Chi ha rubato le ricchezze del paese? Chi perverte la natura incorruttibile degli orsi? Un’ultima e dolorosa battaglia attende Re Leonzio. Probabilmente, qualche orso ha brama di potere e vuol trasformare i suoi simili in caricature degli esseri umani. Ma la verità e la giustizia prevalgono, e gli orsi tornano al loro mondo: li, sulle montagne, in compagnia del vento.
Poetica ed agrodolce fiaba per bambini veri e fanciulli nell’animo, La famosa invasione degli Orsi in Sicilia dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che Dino Buzzati è un narratore a tuttotondo. Un grande narratore, che mescola sapientemente l’incanto alla verità, i toni riflessivi a quelli giocosi, lasciando sempre ai suoi lettori un retrogusto realistico nelle sue incursioni nel fantastico. E – lasciatemelo dire – questa piccola grande opera regala soprattutto un messaggio etico: non corrompiamo la purezza, la natura cristallina, originaria, di qualsiasi essere vivente. Qui, gli orsi rappresentano la virtù incontaminata che a contatto con la struttura socio-economica degli uomini rischia di perdersi nell’ozio e nella brama. Ma - ed è questo che ci fa amare Buzzati - conoscendo la nostra natura, e ricercandola nei luoghi originari della nostra prima formazione (la terra, le radici, la famiglia; in una parola: identità), possiamo e dobbiamo sconfiggere il facile richiamo dell’opulenza. Non a caso, questo splendido ricercatore d’altezze - amava le montagne ed ogni sorta di altezza: nell’immaginazione, più che mai reale -, l’altezza l’ha sempre cantata; che fosse meditativa e solitaria (Barnabo delle montagne), fantastica e governata dagli spiriti della natura (Il segreto del bosco vecchio), onirica e in ricerca di sé (Il deserto dei Tartari), è stato sempre un lucente salire. Emblematico il monito di Re Leonzio, morente ma speranzoso, verso il popolo degli orsi:
“Parla, o Re” – dissero tutti, cadendo in ginocchio: “noi ti ascoltiamo”.
“Tornate alle montagne… lasciate questa città dove avete trovato ricchezza, ma non la pace dell’animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l’oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima. Come si viveva felici in quelle erme spelonche aperte ai venti, altro che in questi malinconici palazzi pieni di scarafaggi e di polvere! I funghi delle foreste e il miele selvatico vi parranno ancora il cibo più squisito. Oh bevete ancora l’acqua pura delle sorgenti, non il vino che vi rovina la salute. Sarà triste staccarvi da tante belle cose, lo so, ma dopo vi sentirete più contenti, e diventerete anche più belli. Siamo ingrassati, amici miei, ecco la verità, abbiamo messo su pancia”.
La felicità è una via interiore, sembra dirci Buzzati, e il rispetto di sé viene prima di tutto. In fondo, il vero importante insegnamento che passa per tutte le opere di questo grande messaggero di un linguaggio diretto e immediato, quanto unico, abbastanza dimenticato dalle antologie scolastiche (perché non schierato: è così evidente, ahimé) è uno e semplice: impara ad amare te stesso o mai riuscirai ad amare altro essere vivente. E – a mio modesto parere – questa è una incontestabile verità. Leggerlo è stato, una volta ancora, un modo per ritrovarsi.
Questa è una storia vera, amici, ve lo ribadisco. Pertanto, se non ne siete ancora convinti, una preghiera: provate a leggerla come se lo fosse. Ne resterete sorpresi.
Nelle buie caverne di queste montagne / vivevano gli orsi mangiando castagne, / funghi, licheni, bacche di ginepro, tartufi / e se ne cibavano finché erano stufi.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Dino Buzzati (San Pellegrino, Belluno, 1906 – Milano, 1972), giornalista, scrittore, poeta e pittore italiano.
Dino Buzzati, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, Rizzoli, Milano 1945.
A tutti gli Orsetti, reali ed immaginari
Commenti
ecco... questo si che è un racconto che ricordo (male) ma con un piacere enorme! senza voler esagerare mi pare di poterlo dire poetico. Me lo portò la sorella della prima moglie di mio padre, anche lei francese, avevo si e no sette anni, forse meno. cominciò a leggerlo lui e poi lo presi io, sul finire. ho una splendida edizione un poco più vecchia, tutta ingiallita, sempre col girotondo in copertina
Buzzati è "magico",in questa fiaba, poi, riesce veramente a trasportare il lettore in una dimensione altra. Anche in questo caso, il valore educativo è notevole.
anche ;-)
Questo è il vero Buzzati. Quello che è difficile non apprezzare. Quello della vena fantastica, dell'immaginazione al potere - non in senso ideologico, naturalmente - e della letteratura di genere scritta con adorabile negligenza. Facilitata per universalizzarla. Ambizioso ma - pare - onesto. Fin qua. Gli abominii li pubblicherà altrove (cfr. "Un amore")
l'ho appena riletto e devo dire che è sempre una bella storia. Noto come Buzzati abbia recuperato figure tipiche delle fiabe (il gatto Mammone), ricreandole a suo modo.
Mi colpisce il fatto che non escluda affatto la morte, ci sono fior di battaglie e appunto morti, pure eroiche. La storia è del 1945: non è che risente degli echi del periodo storico bellico?
Poi ho notato la presenza della fortezza, che è un motivo tipico dell'autore (qui naturalmente è in visione fiabesca).
Al cap.6, quando il Granduca festeggia a teatro mentre la fortezza sta per crollare, mi ha ricordato la vicenda del Titanic: lo spettacolo continua e nessuno dice apertamente la verità.
C'é inoltre il contrasto città/montagna, che mi sembra ritorni in Buzzati.
Ecco, queste le osservazioni sparse, poi il modo migliore di leggerla è probabilmente proprio quello che evidenzi tu: "non corrompiamo la purezza, la natura cristallina, originaria, di qualsiasi essere vivente". Un messaggio basilare, direi.
Uh l'ho letto quando ero in prima media. Non mi ricordavo quasi niente, grazie per la ripassata.
6 - Grazie delle considerazioni aggiuntive, Marina, essenziali (la fortezza, il contrasto città/montagna...). Io mi ero più soffermato sui significati educativi e pedagogici, essendo un testo rivolto ai bimbi - e per deformazione professionale;)
:-)