Dink Hrant

L'inquietudine della colomba. Essere armeni in Turchia

Autore: 
Dink Hrant

14.9.2010, la Corte europea dei diritti umani dichiara la Turchia colpevole di violazione della libertà d'espressione e di mancata protezione della vita del giornalista Hrant Dink. Lo stato dovrà risarcire la famiglia con una somma pari a 105.000 euro, mentre il ministro degli esteri turco Davutoğlu ha dichiarato che la Turchia accetterà la sentenza e non condurrà il caso in appello. La difesa della Turchia presso la corte europea aveva assunto dei contorni imbarazzanti per lo stato, dopo che il legale incaricato della difesa aveva tracciato dei paralleli fra il caso Dink e un caso tedesco in cui si era processato un neo-nazista, costringendo il ministro suddetto a svariate capriole retoriche per dissociarsi. Ma chi era Hrant Dink? Ci aiuta a capirlo questo volumetto dell'editore “Guerrini e Associati”, L'inquietudine della colomba, sottotitolo Essere armeni in Turchia. Si perché Dink era un giornalista turco di origine armena o come lui preferiva definirsi, armeno e cittadino della Turchia. Era il fondatore e il principale articolista della rivista bilingue, armeno-turco, Agos. Era un padre di famiglia e un nonno, era un pacifista, era un intellettuale. Era colui che insieme ad altri stava riuscendo a sdoganare la “questione armena” in Turchia. E dico era perché nel gennaio del 2007 è stato ucciso da un fanatico nazionalista davanti alla redazione del suo giornale

Il processo che si è concluso lo scorso 14 settembre presso la Corte dei diritti umani lo aveva chiesto lui. Dopo essere stato processato capziosamente per violazione dell'articolo 301 del codice penale turco ed essere condannato a sei mesi di reclusione, Dink si era visto costretto a ricorrere alla Corte europea. Dopo la sua morte, la famiglia si è rivolta alla stessa corte sostenendo che lo stato turco non avesse protetto la vita e l'incolumità di Hrant Dink, a seguito delle numerose minacce ricevute dopo la condanna al processo. La corte ha dunque dato ragione alle tesi dell'accusa mentre la famiglia di Dink continua a chiedere che in Turchia l'articolo 301 del codice penale venga abolito. Grazie a questo articolo infatti il governo turco riesce ad esprimere pressioni ed influenze su tutti quegli intellettuali considerati troppo “autonomi” o troppo svincolati dalla lettura ufficiale dei fatti storico-culturali. In genere i processi intentati per l'infrazione di questo articolo si riducono ad un nulla di fatto e costituiscono più che altro una pressione, un “avviso”, un mettere in guardia l'opinione pubblica di fronte all'autonomia di alcuni. Per infrazione di questo articolo sono stati condotti in aula di tribunale anche i due scrittori turchi più famosi a livello internazionale, Elif Şafak e Orhan Pamuk, ma per loro come per molti altri si sono trovate strade tecniche che portassero all'annullamento del processo. Perché allora per Dink il processo è andato avanti sino alla condanna a 6 mesi di reclusione? Perché si sono ignorate le perizie di docenti universitari e specialisti che smontavano l'accusa? Perché non si è cercato di contenere l'ondata di esasperazione dell'odio etnico che scaturiva dal nazionalismo ottuso e che ha portato all'omicidio? Perché Hrant Dink era scomodo, credo sia la risposta. Sì, ma perché era scomodo? Cerchiamo di capirlo calandoci ne L'inquietudine della colomba.

È un volumetto dal sapore un po' celebrativo e agiografico, ma è quanto di meglio abbia a disposizione il lettore italiano per inquadrare la figura di Dink. Vi si raccolgono alcuni articoli da lui scritti per la sua rivista, un paio di interviste rilasciate a quotidiani turchi, alcuni ricordi di amici ed un'analisi della metodologia di Dink ad opera del curatore del volume Boghos Levon Zekiyan. Allo stesso tempo questo libro è uno strumento utile per capire, non tanto il catastrofico evento che segna l'inizio della diaspora armena nel 1915, ma le reazioni più mature e le azioni più sensate che armeni e turchi in primo luogo, ma anche la comunità internazionale in secondo, dovrebbero mettere in atto ad novanta e passa anni di distanza dai fatti, al fine di una risoluzione pragmatica del problema che ancora sussiste. Dink è chiaro: l'ossessione degli armeni che fa sì che si sforzino per il riconoscimento del genocidio del 1915 nasce dalla pratica del negazionismo turco. “Con la richiesta di perdono rivolta agli ebrei dai tedeschi, che si sono addossati la responsabilità dello sterminio, questo popolo ha ritrovato la salute psicologica scrollandosi di dosso il trauma vissuto, e solo allora è stato in grado di consolidare l'evoluzione della sua identità culturale. La patologia traumatica del popolo armeno invece continua ancora.” Ma Dink non cade nella trappola contrappositiva che si nasconde dietro questa prima costatazione. Sa bene infatti quanto può essere deleterio il “nazionalismo di un popolo oppresso prodotto dal nazionalismo di un popolo che opprime.” Ecco allora che non ha senso l'ostinazione degli storici armeni nel difendere la cifra simbolo di un milione e mezzo di morti, cadendo sul terreno scivoloso del dibattito sulle cifre. L'atteggiamento costruttivo vede il fulcro del problema non tanto nei morti, ma nei vivi, nella diaspora che separa un popolo dalla terra che abitava da tre millenni e quindi nella dispersione dell'identità armena che va ricostituita. La contrapposizione si supererebbe se si cominciasse a parlare di vivi e non di morti. Ad esempio perché non si parla dei 300.000 bambini armeni che furono adottati o protetti da famiglie musulmane? Perché non si recuperano le radici della convivenza? “I rapporti fra armeni e turchi e le loro interazioni reciproche non sono così banali da essere liquidati in due parole. Si tratta di corredi identitari, frutto di scambi reciproci avvenuti nel corso di relazioni plurisecolari. L'unione vissuta è talmente profonda che entrambe le parti definiscono tradimento il deteriorarsi di questa convivenza.” Piuttosto che inalberarsi nel nazionalismo, o nascondersi dietro a un vendicativo razzismo nei confronti del turco in tutte le sue espressioni, gli armeni dovrebbero tentare altre strade; per esempio quella sperimentata dagli armeni di Turchia: “gli armeni che abitano in Turchia hanno una fortuna: noi non viviamo il trauma che hanno vissuto gli altri. Abbiamo una medicina che cura il trauma subito: poter convivere con i turchi.” Un esempio che assume anche splendore estetico può essere quello della basilica di Santa Sofia di Istanbul. Capolavoro del genio architettonico umano, luogo che trasuda mistero e capace di comunicare un brivido mistico anche alla schiena del più materialista tra noi; fondata come chiesa e sede del patriarcato greco nel 537; nove secoli più tardi conquistata dagli ottomani e diventata una delle moschee più rappresentative dell'Islam; infine “sconsacrata” e trasformata in museo dal totalizzante laicismo di Mustafa Kemal Atatürk.. “Non sono in grado di fornire una soluzione tecnica, ma immaginate una Turchia in cui sia il cristiano sia il musulmano possano esercitare gli atti del loro culto nella loro Santa Sofia e pensate per una volta al riflesso di questo fatto nel mondo. Multiculturalità non è trasformare un luogo di culto in un museo in nome della laicità, è rispettare le persone devote..”

Si capisce allora perché Dink fosse scomodo. Questi suoi atteggiamenti universalistici, questi suoi scavalcamenti di campo, spezzano le gambe a chi nel nome di un'ingiustizia subita pretende di ricostruire la propria identità da dietro una trincea, anche solo mentale; rompono la sordità di chi quell'ingiustizia la nega e pretende di continuare a negarla anche davanti al mondo intero. È significativo l'atteggiamento di Dink alla notizia che la Francia dichiara reato qualsiasi atto negazionista del genocidio armeno del 1915. Dink se ne rammarica, capisce che questa dichiarazione non serve a nulla se non a stimolare ulteriormente l'orgoglio nazionalista turco e casomai a strumentalizzare una tragedia per pressioni politiche di tutt'altro genere e allora dice “Andrò in Francia a dire che non ci fu alcun genocidio armeno, e starò in Turchia a dire che ciò che avvenne fu genocidio.”

Figure di intellettuali come Dink danno fastidio da una parte e dall'altra. Dava fastidio ai turchi, che lo accusarono di offendere la loro identità nonostante il profondo rispetto per qualsiasi etnia mostrato da Dink; dava fastidio soprattutto agli armeni che pensavano parlasse troppo, che scardinasse gli assi su cui la loro comunità aveva costruito la contrapposizione al turco. Non sorprende allora che nessuna autorità si sia spesa per difenderlo quando era minacciato di morte da parte di fasce ultranazionaliste dell'opinione pubblica turca. Il suo obiettivo era la riconciliazione attraverso il riconoscimento turco dei fatti del 1915, il risollevamento dell'identità armena spersa nel mondo e il ripristino dell'antica convivenza coi turchi; e forse la sintesi più alta del suo messaggio sta in quella citazione che lui riporta dal poeta armeno Tumanyan che dice ai bambini: “Abrek yereğek payts mez bes çabrek: Vivete bambini, ma non come noi!”

P.S.: Il 15 settembre scorso, quando scrivevo questo pezzo, il giornalista turco Nedim Şener è stato riconosciuto come eroe della stampa dal INTERNATIONAL'S WORD PRESS FREEDOM HEROES, per la pubblicazione di un libro riguardante l'omicidio di Dink, Dink cinayeti ve istihbarat yalanları” in inglese “The Dink murder and Intelligence lies”, febbraio 2009. Şener, come si capisce dal titolo, allude a responsabilità dei servizi segreti turchi nell'organizzazione del omicidio. Anche lui ovviamente è stato processato dopo la pubblicazione del libro, fronteggiando le richieste dell'accusa per un totale di trentadue anni di reclusione; l'assassino di Dink è stato condannato a venti anni. Şener comunque è stato assolto dalla maggior parte dei capi di imputazione ed è diventato “eroe della stampa”; Dink lo era diventato, come Anna Politkovskaja, soltanto post mortem.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE: L'inquietudine della colomba. Essere armeni in Turchia. Guerrini e Associati, Milano 2008. Cura di Boghos Levon Zekiyan. Prefazione all'edizione italiana di Etyen Mahçupyan. L'edizione turca è ULUSLARARASI, 2008. La traduzione è di Fabrizio Beltrami. L'editore Guerrini e associati ha una collana intitolata "Carte armene" ed ha comunque un catalogo ricco di titoli che si occupano della questione armena.

http://it.wikipedia.org/wiki/Hrant_Dink

Da non dimenticare in Lankelot: http://www.lankelot.eu/letteratura/%C3%A7etin-fethiye-heranush-mia-nonna.html

http://www.lankelot.eu/letteratura/arslan-antonia-la-masseria-delle-allodole.html

http://www.lankelot.eu/letteratura/cimara-diego-genocidio-turco-degli-armeni.html

ISBN/EAN: 
978-88-8335-998-9

Commenti

[Dink] nuovo articolo

[Dink] nuovo articolo di Franz! buona lettura.

[dink] altro bellissimo

[dink] altro bellissimo articolo:). A presto per i commenti. Intanto, complimenti.

[Dink] Complimenti davvero

[Dink] Complimenti davvero per questo bellissimo articolo. Bello poterti trovare su Lankelot.  

[dink] ecco, intanto

[dink] ecco, intanto evidenziamo per bene la sua vicenda biografica, grazie alla tua lucida e nitida presentazione: "Dink era un giornalista turco di origine armena o come lui preferiva definirsi, armeno e cittadino della Turchia. Era il fondatore e il principale articolista della rivista bilingue, armeno-turco, Agos. Era un padre di famiglia e un nonno, era un pacifista, era un intellettuale. Era colui che insieme ad altri stava riuscendo a sdoganare la “questione armena” in Turchia. E dico era perché nel gennaio del 2007 è stato ucciso da un fanatico nazionalista davanti alla redazione del suo giornale"

> grande scelta Franz. Personaggio perfettamente lankelottiano.

[dink] articolo mozzafiato,

[dink] articolo mozzafiato, ed epilogo di grande impatto - e non solo per l'assurda e triste vicenda che ci hai raccontato. Ancora grazie. Ci stai insegnando un sacco di cose. Gran bel lavoro.


(Dink): Contento che vi siano

(Dink): Contento che vi siano piaciuti tema e articolo! E sempre più felice di poter collaborare a Lankelot! Mi rendo conto di essere un pò monotematico (Turchia Turchia e Turchia), ma per ora il mio interesse naviga verso quei lidi...e quindi finchè la barca va..

[dink] va veramente benissimo

[dink] va veramente benissimo così. Considera quanto scarsa sia l'alfabetizzazione di letteratura turca tra noi italiani, e più ancora - in questo caso specifico - quanto interesse abbia richiamato la questione armena negli ultimi anni. Qui su Lankelot, almeno, se n'è parlato in più di un caso, ripetendo sempre la stessa cosa: "dateci altri libri", "dateci altre notizie":). ecco, con Dink hai aperto un altro microcosmo:).

Bravo. ;)

 

(Dink): E allora avanti!

(Dink): E allora avanti! Merci beaucoup! A proposito di questione armena il catalogo della Guerrini e Associati offre molto materiale. Poi per chi non la conoscesse segnalo la splendida rivista on-line 'Osservatorio sui Balcani', che è uno strumento formidabile.


  

[Dink] Una pagina davvero

[Dink] Una pagina davvero interessante, questa. Mi ero imbattuta nei tragici e insopportabili risvolti di quell'articolo 301 recensendo, qui, su Lankelot, "La bastarda di Instanbul" della Shafak: http://www.lankelot.eu/letteratura/shafak-elif-la-bastarda-di-istanbul.html

Il genocidio armeno è uno degli argomenti che vorrei approfondire e ti ringrazio per aver segnalato una fonte come quella dalla Guerini e Associati. Proverò a cercare anche lì!

Ancora grazie Francesco per aver portato su Lankelot la Turchia, la sua letteratura e le sue contraddizioni.

[dink] sembra una buona

[dink] sembra una buona pista...

[Stampa-Turchia]: Il

[Stampa-Turchia]: Il giornalista Nedim Şener, di cui si fa menzione a margine dell'articolo oprastante, non se la passa molto bene. E' stato arrestato per le sue indagini su quello che in turchia viene chiamato lo "stato profondo". Il tutto getta un'ombra scura sulla libertà di stampa in generale del paese candidato alla partnership europea; per chi volesse apporfondire, oltre al sito fondamentale dei Reportes sans frontieres, possiamo segnalare quest'articolo in italiano:

tratto da Osservatorio sui balcani 10 marzo 2011, scritto da Fazil Mat:

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/A-rischio-l-informazione-libe...

C’è aria di caccia alle streghe in Turchia. Nelle ultime settimane sono stati arrestati numerosi giornalisti. L'accusa? Far parte dell'organizzazione eversiva e ultranazionalista Ergenekon. Ma secondo i colleghi e le organizzazioni di categoria questi arresti sono una seria minaccia alla libertà di stampa

Dopo Soner Yalçın, proprietario del sito di informazione online Odatv (una testata giornalistica vicina alle posizioni delle Forze armate) e due dei suoi direttori, fermati lo scorso 14 febbraio, giovedì 3 marzo è scattato il fermo per altre 11 persone, tra cui 7 giornalisti. Tra questi, due figure di spicco del giornalismo investigativo: Ahmet Şık e Nedim Şener, entrambi autori di libri che hanno gettato luce sulle ambivalenze dei rapporti di potere alla base di Ergenekon.

I professionisti dell’informazione, già preoccupati per il crescente numero di processi a carico dei giornalisti, dopo l’arresto di Şener e Şık si sono riversati nelle piazze. Venerdì scorso un corteo di circa duemila persone, composto per lo più da operatori del settore, hanno marciato per corso İstiklal, a Istanbul, con cartelloni in difesa della libertà di stampa. Su alcuni si leggeva: “Oggi è toccato ad Ahmet e a Nedim. Chi sarà il prossimo?”.

Nella stessa giornata, ad Ankara, il sindacato nazionale dei giornalisti (TGS) ha organizzato una protesta davanti al ministero dell’Interno. I manifestanti, con la bocca imbavagliata, hanno esposto la scritta “In Turchia la stampa è più libera di quella degli Stati Uniti”, citazione – ironica – di una recente affermazione del ministro dell’Interno Beşir Atalay.

Secondo l’indice di Reporters sans frontières ( RSF) la Turchia si trova al 138º posto tra i 178 Paesi monitorati per quanto riguarda la libertà di stampa. “Con 61 giornalisti in stato d’arresto o già condannati, altri 39 in attesa di giudizio che si trovano in carcere, oltre ai 4mila alle prese con processi in corso e tutti quelli che si sentono in grave pericolo è necessario che la questione della libertà di stampa della Turchia venga considerata molto seriamente” ha dichiarato Göksel Yıldırım, capo della sezione di Ankara del sindacato nazionale dei giornalisti (TGS), aggiungendo che “vedere ogni giorno nuovi colleghi che finiscono in questa lista è molto preoccupante”.

La minaccia Ergenekon

Tra i membri della stampa circola grande apprensione sulla piega che ha preso il processo Ergenekon, in corso da oltre tre anni. Con più di trecento imputati, tre processi diversi e una lista di indagati che si fa sempre più ampia, il nome “Ergenekon”, per gran parte dell’opinione pubblica, non è più associato ad un’indagine volta a chiarire le vicende oscure del Paese segnate da omicidi, violenze, piani di golpe preparati e messi in atto da apparati interni allo Stato (lo “stato profondo”). È associato, invece, ad un “cambio di direzione” e ad una minaccia contro chiunque ponga delle domande scomode sul potere, governo incluso. 

 

[“Ergenekon" è il nome di una organizzazione accusata di finalità terroristiche e incitazione alla rivolta armata contro lo Stato e in particolare contro il partito di governo Giustizia e Sviluppo (AKP). Le prime informazioni circa la “Gladio turca” sono emerse nel 2001 dall'indagine del giornalista Tuncay Güney e dal ritrovamento nel 2007 dei piani del colpo di stato nei diari dell’ammiraglio Özden Örnek. L'indagine conseguente ha portato a tre processi che vedono imputate oltre 300 persone, civili e militari. Per adesso non ci sono state condanne]

Prima di venire arrestato, lo scorso 17 febbraio, Ahmet Şık aveva scritto: “Non bisogna credere ciecamente che l’inchiesta su Ergenekon sia lo smascheramento dello 'stato profondo', ma nemmeno considerarla una questione da prendere alla leggera, come tende a fare chi non ci crede. Tuttavia, se le cose continueranno ad andare così, un giorno tutti gli oppositori finiranno per sapere di persona com’è fatta Ergenekon”.

“Se ciò a cui stiamo assistendo oggi è collegato al processo Ergenekon” ha affermato l’opinionista del quotidiano Yeni Şafak Ali Bayramoğlu, “questo processo perde il significato che aveva per le nostre coscienze. Se, invece, non è collegato, significa che si sta cercando di insinuare per il suo tramite la presenza di uno stato di polizia”.

Per Ertuğrul Kürkçü, direttore del portale d’informazione Bianet, “l’arresto di Ahmet Şık e di Nedim Şener quali membri di Ergenekon, indica una sola cosa, che questa inchiesta è ormai guasta. L’inchiesta Ergenekon si è trasformata in un’arma che colpisce i giornalisti d’onore e di principio che rincorrono i ‘veri colpevoli’”.

Chi sono Nedim Şener e Ahmet Şık

Nedim Şener, collaboratore dei quotidiani Millliyet e Posta, è autore de “L’omicidio Dink e le bugie dei servizi segreti”, un libro in cui presenta un’indagine sulle responsabilità della polizia nell’omicidio di Hrant Dink, (e per il quale lo scorso giugno ha ricevuto dall’International Press Agency il titolo di 56º World Press Freedom Hero). Più recente è il libro “Fethullah Gülen e il [suo] movimento nei documenti Ergenekon”, un’inchiesta sull’infiltrazione nelle forze dell’ordine del movimento islamico Nur di Fethullah Gülen.

Il nome di Ahmet Şık, docente alla Università Bilgi di Istanbul e collaboratore del sito di informazione Bianet, è invece legato agli articoli apparsi nel 2007 sul settimanale Nokta che rivelarono i cosiddetti “diari del golpe” dell’ammiraglio Özden Örnek, fornendo agli inquirenti un’importante fonte per le prime indagini sui presunti piani golpisti delle forze armate. Dopo esser stato coautore di due volumi su persone e fatti legati a Ergenekon, Şık, prima dell’arresto, stava lavorando ad un libro, anche lui come Şener, sull’influenza del movimento religioso di Gülen nelle forze di polizia.

I nomi dei due giornalisti sarebbero stati rinvenuti in files “sospetti” dei computer sequestrati presso la sede della Odatv, ma gli interessati negano di avere avuto alcun rapporto di collaborazione con il sito. Da quanto è emerso dall’interrogatorio del procuratore Zekeriya Öz sia per Şener che per Şık l’elemento d’accusa principale sembrano proprio le inchieste riguardanti le influenze del movimento religiosio Gülen nelle forze dell’ordine, inchieste che mirerebbero a sabotare il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), in vista delle elezioni politiche attese per il prossimo 12 giugno.

Tutta questa vicenda assume un aspetto ancor più intricato quando si considera che lo scorso agosto, un ex capo della polizia di nome Hanefi Avcı, di posizioni ultranazionaliste, ha pubblicato un libro dove si rivela “il funzionamento segreto e parallelo di un’organizzazione dotata di proprie regole e di una propria gerarchia, presente in ogni istituzione statale” (quello che in Turchia viene chiamato “stato profondo”), denunciando, a sua volta, la presenza del movimento di Gülen all’interno della polizia.

Un mese dopo la pubblicazione del libro, Avcı è stato arrestato con l’accusa di aver aiutato l’organizzazione (illegale) di estrema sinistra “Devrimci Karargah”, creando non poca confusione nella testa di chi lo conosceva con la sua identità di uomo di estrema destra. Il procuratore Öz, durante l’interrogatorio ai due giornalisti ha fatto continuo riferimento al libro di Avcı, chiedendo loro se vi avessero collaborato, ne avessero tratto materiale o se Avcı avesse scritto parte dei loro libri.

L'accusa segreta

Tuttavia, a tutt’oggi, nemmeno gli avvocati dei due giornalisti sanno qual è l’elemento di prova concreto su cui si basa l’accusa rivolta ai loro assistiti. Il procuratore Öz, ha comunicato solo che “l’inchiesta condotta non è legata ai libri e alle opinioni degli imputati” ma che ci sono “delle prove che, per motivi di segretezza non possono essere rivelate". Nel frattempo però, i giornalisti sono stati inviati al carcere Metris di Istanbul, acclamati da un centinaio di colleghi rimasti ad aspettarli davanti al tribunale. Secondo i tempi giudiziari turchi, potrebbero rimanerci anche dieci anni in attesa di una sentenza.

Le reazioni del governo

Il premier Tayyip Erdoğan ha preso le distanze dalla vicenda affermando che gli arresti non sono stati decisi in alcun modo dall'esecutivo affermando che durante il suo mandato “nessun giornalista è mai finito in carcere per le sue attività professionali”. Erdoğan ha sostenuto che “queste cose” non accadono secondo le direttive del governo e che “la magistratura deve fare il suo corso” auspicando che “l’iter processuale si concluda in tempi brevi”. Anche il presidente della Repubblica Abdullah Gül ha dichiarato che “non può interferire nel lavoro dei giudici e della magistratura” ma che “stanno succedendo delle cose che non vengono accettate dalla coscienza collettiva. Questo getta un’ombra sull’immagine raggiunta dalla Turchia e lodata da tutti. E ciò mi preoccupa.”

“Il preoccupante peggioramento” della libertà d’espressione e di stampa ha trovato ampio spazio anche nel rapporto sulla Turchia della relatrice del Paese Ria Oomen-Rujiten, approvato dal Parlamento europeo il 9 marzo. Il Parlamento ha convenuto che seguirà da vicino i processi di Nedim Şener, Ahmet Şık e degli altri giornalisti “sottoposti agli abusi della polizia e degli organi giuridici”. Il rapporto ha evidenziato anche la “possibile perdita di fiducia” in processi come Ergenekon suscitato dagli “arresti di giornalisti famosi come Nedim Şener e Ahmet Şık, quando invece dovrebbero servire a rafforzare la democrazia”.

Intanto in Turchia sono già previste nuove manifestazioni organizzate dalla Piattaforma per la libertà dei giornalisti (GÖP); la prossima sarà domenica 13 marzo a Istanbul.

[istanbul, domenica 13 marzo,

[istanbul, domenica 13 marzo, manifestazione per la libertà dei giornalisti]... e come è andata?

[Istanbul-giornalisti]:

[Istanbul-giornalisti]: Purtroppo colgo in ritardo questa tua richiesta, e al rientro da quattro giorni in cui non ho potuto seriamente aprire i giornali: 'empiricamente' posso dire che la manifestazione sia passata bellamente in sordina sui media più importanti. Curioso no? I giornalisti preferiscono non parlare più di tanto della libertà dei giornalisti! Quale pova migliore?!

[Turchia-giornalismo]: Uno

[Turchia-giornalismo]: Uno dei rari esempi di giornalismo libero è il Taraf di Ahmet Altan -scrittore anche tradotto in Italia, col suo L'amore è come una ferita di spada (anche di lui ne riparleremo più in là)-, che promette di uscire con bombe enormi made-in-wikileaks: http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=turkish-newspaper-taraf-signs-c... 

[H.Dink]: Hrant Dink, simbolo

[H.Dink]: Hrant Dink, simbolo della sofferenza armena in Turchia verrà ricordato in un'animazione che girerà vari festival europei, evitando, come pare, l'Italia:

http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=hrant-dink-immortalized-in-anim...

[hrant dink] buondì franz! Il

[hrant dink] buondì franz! Il tuo giudizio su questi ultimi sviluppi?

[Hrant Dink]: Be', prima cosa

[Hrant Dink]: Be', prima cosa che 6 mesi per quel che puo' definirsi concorso sterno in omicidio, mi sembrano pochini. Ma non sono un giurista.


Gli ultimi sviluppi vengono a costituire le definitive conferme che l'assassinio di Dink fosse manovrato dall'alto o quanto meno dall'alto favorito. Aprono, o almeno dovrebbero aprire una riflessione profonda sul prurito che da sempre e tuttora le autorita' turche (fra le quali, ricordiamolo, l'esercito e' strapotente) hanno per la liberta' d'espressione. Hrant Dink, suo malgrado, sta diventando un simbolo che smuove molte coscienze di cittadini desiderosi di democrazia. Considerando come in Italia il tema del genocidio armeno sia stato in grado di cogliere l'attenzione, il personaggio di Dink andrebbe senza dubbio approfondito anche da noi.

[hrant dink] e allora grazie

[hrant dink] e allora grazie ancora per tutto quel che stai facendo per insegnarci, spiegarci e sensibilizzarci a dovere, caro Francesco. Continua a tenerci aggiornati, per favore.

[Hrant Dink]: Non manchero'

[Hrant Dink]: Non manchero' ;)

[Hrant Dink]: Hrant Dink

[Hrant Dink]: Hrant Dink Award assegnato al giornalista turco Ahmet Altan e alla giornalista messicana Lydia Cacho: http://www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=journalists-receive-hrant-dink-award-2011-09-16


Ahmet Altan è fondatore e direttore della più importante novità giornalistica della Turchia degli ultimi anni, il quotidiano Taraf. In Italia è stato pubblicato da Bompiani: L'amore è come la ferita di una spada, 2008.

[hrant dink] continua sempre

[hrant dink] continua sempre a tenerci informati e ad aggiornarci, franz - prezioso contributo davvero.

[dink] se ne parla tra i

[dink] se ne parla tra i commenti a "terra ribelle". http://www.lankelot.eu/letteratura/de-bellaigue-christopher-terra-ribell...

[Hrant Dink]: Un bel ricordo

[Hrant Dink]: Un bel ricordo di Dink su E-on line: http://www.eilmensile.it/2012/01/19/hrant-dink-un-ricordo/

[Dink] Su Internazionale ho

[Dink] Su Internazionale ho trovato questa foto:

http://www.internazionale.it/immagini/turchia-europa/2012/01/19/foto-788...

[Dink]: Il link a

[Dink]: Il link a Internazionale non è più attivo, ma immagino fosse una foto della folla che ieri ha marciato dalla piazza principale di Istanbul verso la sede di Agos, la rivista di Dink, per protestare contro la decisione presa dai giudici sull'assassionio di Dink. L'esecutore era già stato condannato lo scorso luglio; questa volta si indagavano le responsabilità dei mandanti, provenienti da quello che in Turchia è chiamato lo "stato profondo", ovvero un complesso mix di esponenti dell'esercito, servizi segreti, mafia, organizzazioni ultra-nazionaliste etc. Le responsabilità di questa gente, per altro evidenti, non sono state riconosciute dai giudici. Peccato che i giornalisti che potevano dire qualcosa in merito sono in carcere (proprio per aver scritto libri su questo fatto). Mi dilungo ancora un pò dicendo che la Turchia, grazie anche al silenzio di un Europa in tutt'altre faccende affaccendata, la libertà di stampa e di espressione è sotto un fortissimo attacco. Un dato, di amnesty int.: ci sono più giornalisti in carcere in Turchia che in Cina. Ciao

[Dink] Precisamente, una

[Dink] Precisamente, una folla composta da persone che reggono un cartello nero con una scritta. 

[dato di amnesty

[dato di amnesty international] franz, scrivi:

"Un dato, di amnesty int.: ci sono più giornalisti in carcere in Turchia che in Cina"

> vale a dire, "in proporzione", vero? In assoluto sarebbe folle, o addirittura scandaloso. 70 milioni gli abitanti della Turchia, 1 miliardo gli abitanti della Cina... possibile?

[Amnesty]: Sinceramente non

[Amnesty]: Sinceramente non ti saprei dire qual è il criterio di calcolo. Alcuni articoli, come questo www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/turchia-almeno-57-i-giornalisti-in-carcere-un-record-mondiale-peggio-di-cina-e-iran

parlano apertamente di numero superiore in assoluto. Il rapporto di amnesty intenational è qui: http://50.amnesty.it/sites/default/files/Turchia.pdf

[amnesty] il numero riferito

[amnesty] il numero riferito da "ristretti.org", vale a dire 57, mi fa pensare che si tratti di un criterio proporzionale; credo che 57 giornalisti cinesi su un miliardo di abitanti (e quanti milioni di giornalisti?) sia un numero tutto sommato poco rilevante, a dispetto della gravità della cosa in sè (e anzi dovrebbe indurci a rivedere dei giudizi sul regime totalitario cinese).

In ogni caso: "[....] Nata per avvicinare la Turchia all’ingresso nell’Unione europea, la legge è diventata uno strumento di repressione. Fra gli arrestati spicca Nedim Sener, collaboratore dei quotidiani Milliyet e Posta, ma soprattutto autore di un libro sull’omicidio di Hrant Dink, un’indagine sulle responsabilità della polizia nell’omicidio del giornalista e per il quale Sener ha ricevuto dall’International Press Institate il titolo di “World Press Freedom Hero”. In carcere c’è anche Ahmet Sik, docente alla Università Bilgi di Istanbul e giornalista investigativo, legato a un libro sull’influenza islamista nelle forze di polizia. L’autore è in carcere e il libro sequestrato."

> questo sì che è abbastanza allucinante. il regime è tosto.

[Turchia/Dink]:Il punto di

[Turchia/Dink]:Il punto di OBC sulla libertà di stampa in TR: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Emergenza-liberta-di-stampa-i...

[dink, turchia] la

[dink, turchia] la conclusione del punto di OBC è veramente inquietante: " “In Turchia dal 2011, giorno dopo giorno la situazione si fa più difficile per chi è dalla parte della verità e la giustizia. Professori universitari, studenti, giornalisti e editori dissidenti vengono arrestati. Le critiche verso un dato gruppo di potere – che sia il governo, una confraternita religiosa, il potere giudiziario o la polizia, in un regime democratico non possono essere considerate reato. Questo tipo di pratiche illegali avvengono solo nelle dittature e nei regimi fascisti, non nelle democrazie”, ha dichiarato Şener nel corso della sua arringa difensiva lo scorso cinque gennaio."

> e in italia niente, altrove non se ne parla...

[Armeni]: Un documentario di

[Armeni]: Un documentario di ALjazeera aiuta a far luce sulla questione del genocidio armeno: http://www.aljazeera.com/programmes/aljazeeraworld/2012/05/2012511312273... Per chi è interessato alla questione. è da vedere.

[armeni] metto al sicuro il

[armeni] metto al sicuro il link e me lo studio appena posso - grazie franz!

[dink; pamuk] (ANSA) -

[dink; pamuk] (ANSA) - ANKARA, 4 LUG - Anche lo scrittore Orhan Pamuk, Premio Nobel di Letteratura, era nel mirino dei giovani ultrà nazionalisti turchi che nel 2007 hanno assassinato a Istanbul il giornalista armeno Hrant Dink, direttore della rivista Agos, scrive oggi il quotidiano Taraf. Uno dei 3 uomini condannati per quell'omicidio, Yasin Hayal, avrebbe ammesso di avere pensato di uccidere anche Pamuk, favorevole alla denuncia del genocidio armeno. Hayal è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tekirdag.

[dink;pamuk] Grazie per la

[dink;pamuk] Grazie per la notizia che mi era sfuggita! Sono in arrivo altre due schede "armene" Gueerini e Associati...prossimamente.

[guerini; schede armene]

[guerini; schede armene] ottimo;). Sempre grazie a te, franz.

[Dink-Cripto Armeni]:

[Dink-Cripto Armeni]: Bell'articolo sui cripto armeni di Turchia (in inglese): http://www.ianyanmag.com/2012/12/04/a-lost-map-on-the-tramway-in-istanbul/

[criptoarmeni] bello ma

[criptoarmeni] bello ma veramente drammatico, e malinconico, amice. Molto.

[criptoarmeni]: Eh sì è una

[criptoarmeni]: Eh sì è una storia molto molto triste, nonostante lievi speranze che si sollevano all'orizzonte. C'è uno scrittore armeno, Migirdiç Margosyan, nato a Diyarbakir e che racconta la vita degli armeni e dei curdi negli stessi quartieri della città, che spero presto venga tradotto in italiano, se nessuno lo farà lo farò io quando avrò un pò di tempo: http://en.wikipedia.org/wiki/M%C4%B1g%C4%B1rdi%C3%A7_Margosyan

Poi c'è un recente bellissimo reportage dell'amico Paolo Martino sulla diaspora armena in medioriente: http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Dal-Caucaso-a-Beirut Ho il piacere di averlo aiutato a scovare e a intervistare il "cripto-armeno", ormai non più cripto, di Diyarbakir per la puntata "Il Macigno della verità".

[Margosyan] perché non provi

[Margosyan] perché non provi a parlarne con qualche editore, amice? Magari potresti proporti come scout e traduttore dell'opera...

[hrant dink] da RESET di

[hrant dink] da RESET di oggi:

"Sotto una pioggia a tratti battente, migliaia di persone hanno commemorato a Istanbul il sesto anniversario dell’assassinio di Hrant Dink, il giornalista turco-armeno ucciso il 19 gennaio 2007 davanti al portone degli uffici di Agos  (che oggi ospitano anche la International Hrant Dink Foundation), il settimanale in lingua turca e armena di cui era direttore. “Siamo qui, fratello mio”, è lo slogan scelto dall’associazione “Amici di Hrant Dink”, che ogni anno lavora con infinita passione all’organizzazione della commemorazione – quest’anno preceduta da una settimana di eventi, simposi, e dall’attribuzione a Noam Chomski (che dal balcone degli uffici di Agos ha rivolto un saluto alla folla) del premio Hrant Dink – e che giorno per giorno lotta perché la memoria di Dink sia tenuta viva. Dopo sei anni, l’attenzione potrebbe infatti scemare, la tensione anche emotiva calare, ma come il grande striscione davanti al santuario di fiori, candele, placche ricordo, piccole sagome di colombe (oramai il simbolo di Dink) esprime forte e chiaro, “non dite che è finita, questo amore è senza fine”. Dopo sei anni, giustizia non è ancora fatta, ma la tensione e l’impegno non solo della comunità armena, ma di tutta quella parte della Turchia che non cessa di chiedere più democrazia e diritti per le minoranze, tutte le minoranze, non scemano."

> il resto:  http://www.reset.it/blog/siamo-qui-fratello-mio-hrant-dink-sei-anni-dopo