Dimartino Alessio

C'è posto tra gli indiani

Autore: 
Dimartino Alessio

"C’è posto tra gli indiani" è un romanzo da leggere con un unico obiettivo, a mio avviso: seguire le briciole che lasciano personaggi, narratori e incastri di scene. Seguire il flusso, abbastanza prepotente, che spinge e tira. Non va capito con la pretesa di esser di fretta, di cercare linearità e soprattutto realismi. Tutt’altro, è una storia dove le dosi di surrealismo premono e spingono, entrano poi fuggono. È una storia ricca di spunti di cui poi il lettore può decidere cosa fare, se scrollare la testa e dimenticare, se ridere accorgendosi che gli resta dell’amaro tra le labbra, strabuzzare gli occhi, annuire, negare e così via.

Il libro ha ottenuto diversi riscontri e segnalazioni, è stato tra i ventisette candidati al Premio Strega 2014, quanto scrivo qui comunque non ha particolari radici o derivazioni esterne.

A lettura ultimata mi resta un pensiero forte, e quando sono forti le percezioni dopo aver letto un’opera meritano di essere condivise a mio avviso: nelle specifiche di una storia che scansa abbastanza abilmente cliché e logiche da ‘bidimensionalità’, arrivano periodicamente ‘punti di contatto’ con il lettore, ovvero momenti e snodi in cui quello che il lettore sta leggendo parla anche di lui, del lettore stesso, entra nel personale, intensifica l’empatia e l’immedesimazione.
È una storia che si presta, certo, a immedesimazioni emotive, intime e magari riconosciute solo nel silenzio della lettura perché l’intera trama ruota attorno al viaggio (forse ultimo, forse no) di un personaggio già in bilico tra il sonno pre morte e la morte vera e propria, un personaggio dichiaratamente imperfetto, dipendente dalla chimica con moderazione eppure consapevole di esser vicino al baratro, con un lavoro scelto – nella migliore delle tradizioni italiane da drammi familiari – per compiacere un padre perfetto che lo ha liberato solo morendo, con un amore finito che lo tormenta facendosi bastare i ricordi scatenati dalle immagini per animare nuove immaginazioni, sogni estemporanei di felicità materiale, masturbazioni forse più di neuroni che del corpo in sé e che poi lo lasciano gradini più in basso ogni volta.
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Poi sai, il fatto che ogni cosa prima o poi finisca, credo sia piuttosto assodato. Il fatto che ogni cosa finisca male, anche, credo, sia piuttosto assodato. Il fatto che ogni cosa finisca male e in fretta, be’, per questo invece ci vuole un certo talento. Una particolare predisposizione mentale o, chissà, genetica, alla catastrofe repentina. E a me non manca di certo, questo tipo di talento.
(pag.173)
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Come in diverse narrazioni recenti di contemporanei italiani, i luoghi in questo romanzo sono parte integrante del viaggio, della storia stessa. Sono tappe, scandiscono il tempo, danno un ritmo, hanno valori e pesi. Ma non solo. È una Roma cupa, lacerata, da cui ti abitui presto ad aspettarti ‘un peggio’ che arriva sotto varie forme (scenario, singolo personaggio, angolo di quartiere, locale, dialogo). È una Roma che trasuda cadute, dove la speranza non ha un posto suo e anzi, dove camminarci rischia di diventare più che pericoloso. Definita ‘strana’ questa Roma nel romanzo, è più che altro l’incarnazione di una atmosfera, d’un vivere difettoso, malato forse, di certo senza particolari promesse né possibilità.
 
L’impressione è che Dimartino si diverta alternando i due piani temporali costruiti con due narratori diversi – il classico in terza, esterno, descrittivo quanto basta, vicino al protagonista ma con la possibilità di riprendere dall’alto, verso una certa visione d’insieme; e una voce in prima persona, diretta, fresca e impastata, che non si limiterà a narrare avendo un preciso ruolo anche negli incastri di ruoli interni alla trama. Si diverte perché ha scelto una modalità che lascia ampio margine di angolazioni, gravita su due poli diversi eppur complementari che Dimartino dosa con metodo, e accuratezza: la voce in prima non sovrasta, anzi si fa attendere e cercare mentre il narratore esterno si fa invisibile per lo più, entra ed esce per trattenere frame, mostrare sguardi, contesti e singoli fotogrammi d’una bobina assemblata tra tagli, cuciture e parti mancanti che forse sono state aggiunte dopo, forse non ci sono proprio.
Non a caso, secondo me, i capitoli con il narratore in prima persona sono quelli che cuciono lembi, chiariscono emozioni, vissuti e considerazioni che dalla storia escono bucando le pagine per entrare nell’intimo del lettore a ricordargli – forse – qualcosa di sé, che punge davvero.
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Certo, lo so, bisogna raccapezzarcisi, in questa storia qua. Anche se poi, in fondo, questa storia qua è una storia piuttosto normale. Anzi, più che normale, normalissima. Questa storia qua, infatti, narra di uomo che forse continua a vivere o forse inizia a morire. Anzi, forse continua a vivere o forse muore, in quanto ha iniziato a morire già da parecchio tempo. Quindi, forse, questa storia qua narra di uomo che forse continua a iniziare a morire o forse more e oplà. In questa storia qua ci sono un veterinario, un cocker fulvo, un misterioso signore identico all’attore inglese Michael Caine, una banda di pakistani che vendono sigarette senza permesso […]
Pag.27
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Mentre si asciuga i capelli davanti allo specchio maledice la radice cattolica della cultura italiana. Quel tipo di sensibilità flagellante e masochista che inevitabilmente si insinua nel bagaglio emotivo di chiunque sia nato qui, anche se famiglie come la sua non facevano neanche finta di rispettare i convenevoli religiosi.
Pag.16-17
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Scrittura che impasta, tra ripetizioni funzionali, ritmi consolidati, frenati e ripartenze. Il viaggio nel complesso è lungo, ogni tappa, ogni capitolo ha un suo messaggio, una logica e una funziona sebbene su alcuni passaggi, a mio avviso, si poteva operare un po’ più in riduzione. Un finale che sottolinea il “Sono proprio stanca” e “Una rognosa anomalia” che chiudono i capitoli precedenti. Uno strappo.
 
  
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Alessio Dimartino (Roma, 1982). Ha pubblicato ‘Tutti vivemmo a stento’ (Lab, 2010);  ‘Il professore non torna a cena’ (Giulio Perrone editore, 2012) e ‘C’è posto tra gli indiani’.
 
C’è posto tra gli indiani, di Alessio Dimartino, Giulio Perrone Editore, collana Hinc, pag.200 Eur 13, Marzo 2014.
 
Su Lankelot, di Andrea Consonni per ‘Il professore non torna a cena’
Il sito dell’autore
La scheda del libro dal sito dell’editore
Un’intervista all’autore su Mangialibri
Su Panorama del 28/03/2014
Su IlSole24Ore del 28/03/2014
 
Barbara Gozzi, Lankelot, luglio 2014

 

ISBN/EAN: 
978-88-6004-314-6

Commenti

[Di Martino - C'è posto tra

[Di Martino - C'è posto tra gli indiani] Scrive Gozzi: "È una storia ricca di spunti di cui poi il lettore può decidere cosa fare, se scrollare la testa e dimenticare, se ridere accorgendosi che gli resta dell’amaro tra le labbra, strabuzzare gli occhi, annuire, negare e così via."