Il recupero della memoria, nonostante la fissità attribuita generalmente alla fotografia, diventa nell’autore scatto continuo del presente in cui sogno, immagine e ricordo scendono a bassa quota per accompagnarlo nella dimensione quotidiana di un esistere che fa dell’immagine una parola scritta e poetica.
Il dialogo si arrende ingarbugliato e cinicamente involuto nello specchio che rimanda l’irreversibilità del tempo: “Il nostro amore lo invecchi tu ogni giorno perché rinunci al sogno”. Esiste un’amante, un’altra da sé e con sé e per sé, lo scrittore la avverte: “Lei è una musa. A volte non sembra nemmeno reale”. Come “un flashback girato senza pellicola”, Claudio Di Scalzo diventa regista del disvelamento voce dell’erosione amorosa, dei distacchi, delle falsità, delle maschere, della schizofrenica personalità dell’essere, demonio salvifico e freddo ma dolorante: “Non macchiare la seta della camicetta con il muco. Cerchiamo di piangere con stile”.
“È un musicista? – Oh no – rispose, la musica la troverò stasera”.
Non sempre musica anche se “il notturno con randagismo” è assordante, profondo, viscerale, vero; spesso la nausea, il disagio, lo spaesamento, gli odori di morte, di musiche scordate si spandono nei racconti in un “io” prima e terza persona, in un “io” rifranto ma raccontato. Quadro non messo a fuoco e senza cornice, questo mi appare e leggo dell’autore, comunque in bianco e nero come lui stesso scrive, consapevole che l’arte ha un prezzo da pagare, alto, altissimo. Un racconto stampato da Internet che fa colpo perché parla d’amore è appeso dentro una cornice come dono per la sua presenza in un ristorante e fa mostra di sé mentre la gente parla, ride e beve e una coppia forse s’attizza e una signora invia un biglietto, è il turismo che ammazza, è la mercificazione dell’arte. “Non ho più fame. Torno un’altra volta”: meglio un incontro zingaro, meglio non leggere Ovidio: “la mia dedizione brilla sul petto di un’altra, di una sconosciuta ammise. Sembra una metafora. Scartò una caramella”.
Si passa da un ricordo all’altro con la bravura di offrirne il gusto, gli odori, la smemoratezza dei particolari, il loro ritornare per scriversi, distendersi e rimanere eterni. Non è solo “il cavallino” voce del verbo ricordare, tutta la raccolta dell’autore odora di rimpianto misto alla visione del reale che coglie nella sua interezza scavando, cantore di una musica di penetrazione delle cose e dell’animo dentro la quale immerge le mani per tirarne fuori il cuore “malincolente” ma continua con mani dolenti e convinto anche che sia l’uomo a sconfiggere quel poco che c’è da prendere della vita: “È così anche in amore, anche l’amore marcisce, dentro il cellophane delle perplessità e dei distinguo, appena viene mutilato nel linguaggio che lo rendeva bello”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Claudio Di Scalzo è nato a Vecchiano (Pisa) nel 1952. Nel 1990 ha fondato la rivista di Critica della Cultura TELLUS che dirige come annuario dal 2003. Nel 1997 ha pubblicato per Feltrinelli “Vecchiano, un paese. Lettere a Antonio Tabucchi”.
Claudio Di Scalzo, “Amori a bassa quota” contenuto in Tellus, annuario. 235 pagine illustrate, “Febbre d'amore”.
Info: http://labos.valtellina.net/tellus/29.html
Patrizia Garofalo, settembre 2008
Commenti
Nuovo contributo di Patrizia. Buona lettura
Conosco da poco Claudio Di Scalzo e questo è il mio primo approccio alla sua poetica.
Non so quindi se l'autore sia anche pittore, fotografo, regista ma , a mio avviso, queste tre possibilità sono in modo fortemente esponenziale espresse nei suoi scritti, che procedono e si susseguono con l'equilibrio delle parole ravviccinato e rallentato da scatti fotografici continui, o da colorazioni da dipinto sacro e da regie di dialoghi dolentemente-ludici; è la tematica del tempo-spazio e il desiderio di scendere a bassa quota e penetrare in modo straordinario, l'ordinario, quello che più si avverte da quanto ho con piacere e slancio, letto e recensito
Conoscevo solo Tellus Folio, per via degli articoli di Gordiano. Grazie per la scheda e la presentazione