Di Pietrantonio Donatella

Mia madre è un fiume

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Di Pietrantonio Donatella

Esordio dell'outsider abruzzese Donatella Di Pietrantonio, da Penne, “Mia madre è un fiume” è una vertiginosa discesa nel passato d'una madre. La madre non è soltanto la mamma della narratrice, malata d'un male che le sta strappando via i ricordi e la memoria, e prima o poi finirà di nutrirsi della sua essenza. La madre è la terra della narratrice, quell'Abruzzo che andrà incontro a una brusca metamorfosi nel periodo che va dalla tragedia della Seconda Guerra agli anni Sessanta-Settanta, quelli del boom e della prima crisi, stravolgendo abitudini, mestieri e cultura contadina originaria e abbracciando benessere, prassi e tecnologie industriali.

Delle opere prime più oneste e dignitose “Mia madre è un fiume” ha la sconnessione, la superba emotività, qualche pretesa di letterarietà e un pizzico di sacrosanta artificiosità: innervata da un tono favolistico che non sarebbe dispiaciuto, forse, al giovane Bertolucci che voleva raccontare com'era la vita nei campi – meglio, all'ispirato Ermanno Olmi del vecchio “Albero degli zoccoli”. Da un punto di vista più strettamente letterario, è un'opera atipica che potrebbe essere assimilata, per certi aspetti, al vecchio “Zebio Còtal” di Guido Cavani, caro a Pasolini (nonostante v'avesse riconosciuto “un estremo, sfinito prodotto del verismo verghiano, filtrato magari attraverso le dannunziane Novelle della Pescara”). Decisamente fuori dal tempo, “Mia madre è un fiume” ha una sua grazia agreste e una sua poesia rurale. Per me si sprigionano entrambe, con prepotenza, in questo passo:
 
“Una volta all'anno andavi con gli altri a cacciare le pietre. Nessuno lo fa più. Le prendevi strappandole, se necessario, alla crosta del pianeta che già le integrava e le trasportavi verso un mucchio al centro del campo. Alla fine la terra era libera per il lavoro, ma in pochi mesi si sarebbe nuovamente riempita, come d'incanto. Il cumulo aumentava con il tempo, ospitava le lucertole, qualche serpente, i rovi ci crescevano attorno e poi anche sopra. I bambini volevano caccia' il prete nel periodo delle more per papparsele, ma anche per pitturare con le più mature le facce piatte dei sassi. Ci dipingevate i personaggi della famiglia: Fioravante con i baffi a manubrio, Clo dalle orecchie a sventola e te stessa con un favo di capelli. Poi li facevate parlare tra di loro e magari anche litigare cozzandoli uno contro l'altro. Erano i vostri burattini” [pp. 39-40].
 
A parlare è la narratrice. Questo è uno dei momenti classici del gioco atroce e gentile di questo libro: sta raccontando a sua madre chi era, per ricordarglielo (o forse per imparare a capirlo lei stessa, prima che sia troppo tardi). Ciò che descrive è qualcosa che poteva accadere in qualsiasi secolo precedente, per migliaia di anni, da quelle parti – e che ha continuato a succedere sino all'altroieri. Tutto a un tratto s'è rotto. La Di Pietrantonio restituisce un frammento di qualcosa di antico e moderno al contempo, oggi perduto, con una buona commistione di sentimento e visività. Da questo passo in avanti, prende e ricorda a sua madre i lavori scomparsi. Quali? Lavare i panni al fiume. Lavare le pecore. Mondare il grano. Fare il sapone in casa. È per passi come questi che m'è tornato in mente con prepotenza il misconosciuto e magico librotto di Cavani, “Zebio Còtal”.
 
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Altro elemento interessante è il richiamo all'emigrazione. È molto raro sentir parlare dell'emigrazione degli italiani all'estero – i nostri narratori hanno sempre avuto grande pudore, in questo senso, con rare eccezioni. Noi italiani continuiamo ad emigrare, nel 2011, certo con meno disperazione (per diverse cause: non più per sopravvivere, almeno non sempre): ma neanche noi contemporanei riusciamo a parlare della nuova emigrazione. Non è un problema culturale o generazionale, è un guasto strutturale. È il nostro tabù di popolo di emigranti: a sentire i nostri romanzi sono sempre gli altri popoli, a emigrare. L'emigrazione è una questione esotica. Come no. Comunque: Donatella Di Pietrantonio racconta l'emigrazione abruzzese. Così:
 
“Quasi in tutte le case i maschi giovani, ancora celibi o sposati con prole, emigravano. Con il patriarca restava il primogenito, che mandava avanti i lavori agricoli e cresceva i bambini dei fratelli andati. Questi era mio padre. Ma per alcuni anni, quando il nonno poteva ancora cavarsela con l'aiuto di voi donne, partì anche lui. Avevo un'idea del tutto vaga del papà operaio, ne parlava poco. Diceva di abitare con altri italiani in baracche di legno vicine alla fabbrica, dove dormivano su brandine a castello, tante in una camera. Riparava i pantaloni da lavoro con un nastro adesivo resistente anche all'acqua e lo portava a casa come esempio della proverbiale efficienza teutonica” (p. 70). Interessante parecchio, soprattutto per quella che si riconosce facilmente come “spontaneità” o naturalezza del ricordo. Niente di capzioso, di ideologico, di finto. Questo passo e i successivi restituiscono una società e delle abitudini e delle esperienze che non vanno dimenticate – meglio, vanno ancora raccontate per bene. Il contributo della DDP è sicuramente interessante.
 
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Su tutto, si staglia la trasfigurazione del dolore nella relazione tra l'io narrante e la madre. “Guardo alle spalle il giardino di sentieri che si biforcano. Le posso solo affabulare la sua vita”, scrive la narratrice. Altrove: “Certe volte la odio. Ora, che guido verso di lei. Odio il tempo che mi costa. Quando vado via sono vuota, sfinita, non ricordo nulla” - e tutto è dolorosamente e incredibilmente vero, e terribilmente cupo e umano. “Lei sembra troppo giovane per questo, non è pronta. Non siamo pronte”. La narratrice cura la mamma, con la speranza di rallentare il decorso del male. Ma intanto già sa: “Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. La colpa è vuota. È il vuoto delle mie omissioni. Ometto l'amore, le mani”. E ciò che rimane è parlare e sognare e ricordare. E trovare la disperata onestà di guardare nel proprio abisso, infine. Di domandarsi a cosa assomiglia. Da dove e da chi si discende, invece, la narratrice l'ha capito.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Donatella Di Pietrantonio (Arsita, Teramo), dentista e scrittrice italiana. Questa è la sua opera prima. Vive a Penne.
 
Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume”, Elliot, Roma, 2011. Collana “Scatti”.
 
In rete: Wuz / Panorama
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Febbraio 2011.
ISBN/EAN: 
9788861921610

Commenti

[mia madre è un fiume]

[mia madre è un fiume] Esordio dell'outsider abruzzese Donatella Di Pietrantonio, da Penne, “Mia madre è un fiume” è una vertiginosa discesa nel passato d'una madre. La madre non è soltanto la mamma della narratrice, malata d'un male che le sta strappando via i ricordi e la memoria, e prima o poi finirà di nutrirsi della sua essenza. La madre è la terra della narratrice, quell'Abruzzo che andrà incontro a una brusca metamorfosi negli anni che vanno dalla tragedia della Seconda Guerra agli anni Sessanta-Settanta, del boom e della prima crisi, stravolgendo abitudini, mestieri e cultura contadina originaria e abbracciando benessere, prassi e tecnologie industriali...

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[elliot] libri Elliot in lanke: (ultime schede uscite) http://www.lankelot.eu/elliot

[Di Pierantonio] Hm,

[Di Pierantonio] Hm, interessante. Domanda: secondo te, è un ennesimo tentativo di esorcizzare con la scrittura un dolore vero? Sai, Gf, devo essere sincera: trovo il genere un pochino stancante, forse perché avendo fatto certi percorsi tutto mi sognerei tranne che di riviverli scrivendone (poi: siamo diversi, e c'è chi ha bisogno di ritrovare se stesso così).


Fondamentale è certamente preservare come dici anche tu il racconto del passato, di un passato non remoto che però sembra ci siamo dimenticati (ma guarda le vicende relative alla giornata in ricordo dei martiri delle foibe, ma guarda l'assurda dimenticanza della NOSTRA emigrazione - come ricordi molto bene e con acutezza che ho apprezzato molto).

[di pietrantonio] ottima

[di pietrantonio] ottima Ilde, sì, ho la sensazione che sia un tentativo di esorcizzare con la scrittura un dolore vero e grande. E sono d'accordo con te: dal punto di vista di chi quel dolore l'ha già vissuto in vita e ha già letto diversa letteratura del male (e dell'angoscia della perdita), può essere (è) abbastanza stancante (respingente). Questa è la ragione per cui ho rovesciato il libro, parlando piuttosto del fascino rurale/agreste e del discorso dell'emigrazione. Con tutto il rispetto, sinceramente di libri sul male, sulla morte e sulla malattia sono saturo. Naturalmente sono contento per chi li ha scritti - perché so che scriverli ha contribuito a guarirli: ha dato pace agli autori - ma personalmente non ce la faccio più, no. Mio limite sicuramente.

Invece sì, il passato "perduto", remoto o meno, quel passato diciamo territoriale/generazionale, quello sì che è interessante. Ammazza se è interessante. Sull'emigrazione in particolar modo ci sono tantissime storie da recuperare e da raccontare. Sulla nostra emigrazione.

http://www.lankelot.eu/letteratura/nesti-persio-il-ventre-di-graveb%C3%B... Persio Nesti, scoperto pochi mesi fa, romanzava l'emigrazione in Germania. Scomposto ma dignitosissimo. Solo un esempio di recupero fortunoso...

[mia madre è un fiume] Essere

[mia madre è un fiume] Essere poeti è un’ inguaribile persistenza anche se si firma come postuma una raccolta in vita. L’esercizio ad un linguaggio “ altro” è sempre in empatia con il testo che recensisci e saper entrare nelle anime e nei loro ripiegamenti sutura autore e critico al punto che molte parole entrambi le ritroveranno nell’altro reciprocamente in una simbiosi che si appropria vicendevolmente delle altrui passioni .

Ho più volte letto il tuo scritto e “ la terra desolata” del senza madre e quindi senza terra, tocca soglie profonde di ogni sentire.

[mia madre è un fiume] Grazie

[mia madre è un fiume] Grazie per quanto mi dici, davvero. spero sia come tu dici, Patrizia. Io non riesco a scrivere versi da anni, e certe volte mi guardo attorno e sono contento di essermene andato, come poeta, di non esistere più. Forse non volevo dire altro, semplicemente, avevo detto tutto. Forse la nausea per ciò che vedo, e per ciò che ho capito, è diventata troppa. Non vorrei essere niente, non qui non ora, né italiano né romano né letterato né niente. Non ciò che ero né ciò che sono stato né ciò che potrei essere. Va be'. Punto a capo. (risposta troppo politica.)

Ma mi piace pensare che qualcosa di tanti anni di ricerca e studio della poesia sia rimasto. "Saper entrare nelle anime", per esempio. Una cosa che per tanto tempo pensavo fosse naturale - pensavo non potesse essere altrimenti. Mica vero. Proprio no. Ma a me riusciva così naturale. E ora glisso. Punto a capo. Punto. Parlare d'altro:)

La terra desolata del senza madre e del senza terra forse non sapranno coglierla tutti. In fin dei conti è solo una recensione. La risposta, comunque, è sì.

 

 

spesso anch'io non vorrei

spesso anch'io non vorrei essere da nessuna parte. Capisco e comprendo ma qualche volte saper entrare nelle anime è un pò come vedere luce e...andare avanti