Qualche anno fa, in una non eccessivamente famosa canzone di una band del New Jersey, i Thursday, Geoff Rickly cantava: “And No Signs From Cinema / No City Skyline / No Paper Scraps And No Unfolding At / Five O’ Clock (…) / We Heard Ian Curtis Kill Himself Again / In Your Bed…”. Era l’album d’esordio dei Thursday, “Waiting” (Eyeball Records, 1999): il pezzo si chiamava “Ian Curtis”.
Qualcosa è cambiato, nel frattempo. Il culto della personalità del genio suicida di “Love Will Tear Us Apart” e del sound d’una band seminale come i Joy Division ha cessato d’essere esclusivo patrimonio di agguerrite nicchie di aficionado di Madchester, di cose della Factory Records e di spiriti rock: progressivamente, il cinema ha battuto qualche colpo – in principio fu Winterbottom, “24 Hour Party People” del 2002, quindi “Control” (2007) del vecchio fan, già regista del video di “Atmosphere” Anton Corbjin: entrambi sinora (aprile 2008) inediti in Italia – e ci si avvicina alla consapevolezza che un giorno i Joy Division potranno essere conosciuti almeno quanto i Radiohead.
La canzone dei Thursday parlava di un clima di indifferenza che sembrava accompagnare, dovute eccezioni a parte, la vicenda di Ian Curtis. Qualcosa è cambiato, dicevamo, se in Italia Giunti ha addirittura ristampato dopo una vita la biografia della sua ex moglie Deborah Curtis e Arcana ha pubblicato questa interessante monografia di Marco Di Marco: sì, ora la civiltà è a portata di mano.
Destinato a quanti, tra i neofiti, hanno intenzione di scoprire la ricchezza dei riferimenti letterari, musicali e cinematografici del fu frontman dei Joy Division (da quel Ka-Tzetnik che ispirò, nel romanzo “House of Dolls”, il nome definitivo della band, passando per Ballard, Dostoevskij, Burroughs, sino a Lou Reed, David Bowie, Iggy & The Stooges, Werner Herzog, David Lynch e via dicendo) il saggio di Marco Di Marco è una splendida sintesi di quanto avevamo letto e studiato negli anni, complici gli scritti di Mick Middles (almeno “From Joy Division To New Order”, 1996), il film di Winterbottom, il fumetto “The Crow” di James O’Barr, la biografia della signora Curtis e gli stupendi siti web dei fan (cfr. linkografia, in calce). Elementi innovativi stanno, ad esempio, in due richiami a “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco (!, cfr. p. 154) e a qualche verso di Quasimodo, suggestive forzature che denotano l’italianità della ricerca. Chiamiamola cifra stilistica. Il resto è un lavoro a metà tra l’adesione empatica alle lyrics, la biodiscografia e la dolorosa e circospetta indagine delle ragioni del suicidio dell’artista: massacrato non solo dalla sua sensibilità e dalle non eccessivamente contorte sue vicende sentimentali (un matrimonio in giovane età e una relazione clandestina a breve distanza), ma dall’aggravarsi del suo oscuro male, l’epilessia, che Curtis viveva – a ragione – come una tragedia. Completo di campionature di aneddoti e retroscena sulla lavorazione dei dischi, protagonisti gli illustri compagni di viaggio (da Tony Wilson a Rob Gretton, da Martin Hannett a Vini Reilly e Peter Hook) della vita del cantante dei Joy Division, “Broken Heart Romance” è un omaggio necessario a un artista – meno a una band – che ha cambiato le nostre vite, sin dal primo incontro.
Ogni volta che la letteratura e il cinema regalano opere nuove dedicate a Ian Curtis, da qualche anno a questa parte, mi attendo da un momento all’altro orde di nuovi fan in cerca dei due studio album, delle compilation postume di b-sides, inedite e registrazioni bootleg, un po’ come accadde nei primi anni Novanta dopo “The Doors” di Oliver Stone.
Non accade per diverse ragioni. La prima è che i Joy Division non ebbero, nella loro breve vita, la fortuna di pubblico e di critica della band di Morrison. La seconda è che Ian Curtis non ha molto a che fare con Jim Morrison: era senza dubbio affascinato dai suoi versi e dalla sua presenza scenica, ma in questo senso non sarà né il primo né l’ultimo (chi, appena letterato, può resistere a un carisma del genere?). E certamente definire il baritono di Curtis “Jim Morrison meno dionisiaco e più cerebrale”, come fa Di Marco (p. 149), è corretto solo se accompagna il lettore all’intuizione che di antitesi si tratta, e non di vaga somiglianza o discendenza. Uniti da una pulsione autodistruttiva ma ben distinti nell’esito delle loro esistenze, e delle loro fortune commerciali, esercitano fascino per ragioni diverse: Morrison è, restando fedeli alla sua automitologia, una creatura dionisiaca; Curtis non era mai uscito dall’Ade, nell’Ade viveva. Né orfico né dionisiaco, semplicemente ossesso dalla morte, dal dolore, dall’esistenza stessa dei sentimenti, dalla corruzione dell’intelligenza del genere umano.
La terza è che il fu Tony Wilson – il deus ex machina di Manchester, del suo “rinascimento” rock e pop, il profeta della libertà creativa delle band – è sconosciuto in Italia e misconosciuto, in generale, al di là della cerchia dei cultori della scena di Madchester, dei Joy Division e dei New Order: tutto sarà diverso, un giorno, quando questo Stato vivrà una rinascita culturale e cercherà modelli di mecenate nell’Europa del Novecento, modelli di ispiratori di movimenti e di creatori di scene, fondatori di etichette editoriali, discografiche o meno. Allora, quando in molti scopriranno la musica degli ex Warsaw e la grandezza della poesia – qui tradotta in maniera molto letterale e prosaica – di Ian Curtis, altri si domanderanno chi ha permesso a quella musica e a quella poesia di vivere e circolare. Scopriremo che in una città industriale e grigia come Manchester potevano nascere opere di genio, e fiori destinati a restare scolpiti nel tempo: prenderemo esempio, sarà rigenerazione.
Tony Wilson era il segreto primo. Ian, un poeta prestato al rock.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Marco Di Marco (1976), editor di Minimum Fax, saggista e narratore italiano.
Marco Di Marco, “Joy Division. Broken Heart Romance”, Arcana, Roma, marzo 2008. Prefazione di Marco Di Marco. In appendice, discografia e bibliografia selezionata.
Progetto grafico, illustrazione di copertina e logo design: Maurizio Ceccato. Collana Testi, a cura di Stefano Scalich; vol. 11.
Approfondimento in rete: Ian Curtis.org / New Order On Line / Discogs / Wiki en sui Joy Division / Wiki en su Ian Curtis / Joy Division Central / Joy Division: The Eternal / Joy Division (sito italiano) / Mauro Roma in Ondarock / Myspace JD / Scaruffi sui Joy Division / A Tribute to Ian Curtis / Rolling Stone
In Lankelot:
Curtis Ian - Versi (trad. G. Franchi)
Joy Division - Unknown Pleasures, Closer – note di GF.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”, aprile 2008
Commenti
Ogni volta che la letteratura e il cinema regalano opere nuove dedicate a Ian Curtis, da qualche anno a questa parte, mi attendo da un momento all?altro orde di nuovi fan in cerca dei due studio album, delle compilation postume di b-sides, inedite e registrazioni bootleg, un po? come accadde nei primi anni Novanta dopo ?The Doors? di Oliver Stone...
Io non conosco nulla dei Joy Division, se non un paio di brani e le pagine lette qui su Lankelot.
Comincio da questo libro?
Sì, decisamente. Serve proprio per questo, direi.
Subito dopo, la biografia di Deborah Curtis.
Poi ascolti ripetuti, infine passa ai libri (in inglese) di Middles.
Mi sa che ho aspettato fin troppo. Ma mi fermerò ai libri in italiano. Non leggo l'inglese con disinvoltura.
:).
Dipende dalla fissa che svilupperai, ti dico. Oltre certi livelli si scopre che l'inglese si legge senza difficoltà, la curiosità è troppa. Almeno, a me è successo così (e ringrazio il vecchio Closer per almeno due grandi doni, tra i miei scaffali)
Amices,
segnalo - oltre all'opera di Di Marco - la prossima uscita di un documentario che si direbbe interessante:
http://www.imdb.com/title/tt1097239/
28 anni, oggi.
già.
posso? al limite, cancelli il link, gf.
http://unpoapolide.splinder.com/
ciao, Ian.
(ben fatto;) ).
aggiungo anzi il link esteso:
http://unpoapolide.splinder.com/post/17146152
So this is permanence, love's shattered pride.
What once was innocence, turned on its side.
A cloud hangs over me, marks every move,
Deep in the memory, of what once was love.
Oh how I realised how I wanted time,
Put into perspective, tried so hard to find,
Just for one moment, thought I'd found my way.
Destiny unfolded, I watched it slip away.
Excessive flashpoints, beyond all reach,
Solitary demands for all I'd like to keep.
Let's take a ride out, see what we can find,
A valueless collection of hopes and past desires.
I never realised the lengths I'd have to go,
All the darkest corners of a sense I didn't know.
Just for one moment, I heard somebody call,
Looked beyond the day in hand, there's nothing there at all.
Now that I've realised how it's all gone wrong,
Gottas find some therapy, this treatment takes too long.
Deep in the heart of where sympathy held sway,
Gotta find my destiny, before it gets too late.
JD. Twenty Four Hours.