Di Fresco Aurelio

Segno zodiacale Delfino

Autore: 
Di Fresco Aurelio

L’opera prima di Aurelio Di Fresco, “friulano di Gela”, è un romanzo di formazione pericolosamente fondato su un integralismo cattolico che giudicavamo rimosso (quantomeno, serenamente interiorizzato) dalla nostra cultura. Questo può essere considerato un punto di forza da una frangia del pubblico prossima a considerarsi “militia christi”; al contempo, può costituire un’abnorme ragione di debolezza. Tendenzialmente, in casi come questi (su altro, lontanissimo e più alto livello, nel Novecento, nomino il cattolico Bernanos e il protestante atipico C.S. Lewis) si deve sopperire alla straripante presenza del dio dei cristiani con una struttura ben calibrata, una lingua letteraria capace di stupire e di emozionare, una serie di reminiscenze capaci di rivelare altre e diverse letture: molta, molta autoironia. Quella dei rabbi, per capirci: non estranea al rispetto e al timor di dio.  
Il rischio, altrimenti e inevitabilmente, è di reiterare gli aspetti più discutibili – amati e detestati con eguale intensità dai lettori contemporanei – della narrativa di Coelho: ci si trova sempre a un passo dalla new age, scrivendo passi intrisi di una spiritualità prossima al misticismo in certi frangenti, in altri decisamente grottesca, con Dio e Lucifero nei panni delle divinità greche nelle opere epiche dell’antichità: autentici deus ex machina, responsabili delle azioni e delle sorti dei protagonisti, pronti a intervenire per correggere rotte, direzioni e per salvare o dannare vite via angeli e diavoletti, manco fossero Marte e Apollo. Difetto caro a Bernanos, per intenderci, i cui protagonisti non di rado erano vittima non delle conseguenze delle loro azioni, ma delle nefaste influenze del Maligno.

Di Fresco scrive un romanzo – non importa per ora quanto sia trasfigurazione autobiografica – che nei momenti in cui potrebbe e dovrebbe dimostrarsi moderno cede a una religiosità che, da non credente, giudico purtroppo medievale, nell’accezione deteriore del termine. Non ricordo, del resto, in opere narrative recenti, Dio che invita un angelo a spingere un personaggio a scrivere un libro, né Lucifero considerato responsabile di una condotta o di un tradimento durato qualche anno. Ciò detto, prima di procedere, ribadisco: per un integralista cattolico può forse risultare emozionante o corroborante sentire anime affidarsi a Dio a ogni momento e per qualsiasi ragione, per quanto mi riguarda è dapprima causa d’un sorriso pieno di comprensione, poi di vaga perplessità, infine di razionale diffidenza.

È un libro che deve aver subito, rispetto alla prima corposa edizione del 2006, una serie importante di tagli e di interventi redazionali,  volti a tramutarlo in un romanzo meno intriso di “estremismo spirituale” e più vicino a una “storia delle storie” della vita d’un uomo; naturalmente non si possono fare miracoli (…) e certe colonne non le fa vacillare nemmeno Sansone. Tuttavia adesso questo romanzo tiene: nel senso che dal punto di vista sentimentale, emozionale in genere, riesce a trasmettere questa pur assurda e traballante visione della giustizia e delle cose degli uomini dei vari protagonisti, figli d’un sogno d’un bambino che parla con un “messaggero”, diciamo voce interiore simile alla “coscienza”, e con un delfino a un tempo mentore e compagno. È il sogno d’una vita che conoscerà gioie, dolori, sofferenze, rimorsi, viaggi. Tanti. La vita di un protagonista che si sente, evidentemente, “eletto”: parla con Dio come Giovanna D’Arco e scrive e opera per Dio. Cerca la verità, e scrivendo si promette di mantenerla: da antico studioso delle epifanie della menzogna, vi risparmio quanto questa scelta possa complicarmi – considerando che è dichiarata in apertura – la lettura del testo. Le cicatrici della bugia cominciano proprio quando qualcuno scrive “verità” e non parla per conto di Dio. Tendenzialmente quel talento e quella missione capitano a pochi, e poi nascono religioni. Ciò detto: l’ottima editor Paola Biribanti scrive che si tratta di “libro complesso, giocato per alternarsi dei linguaggi”: a questo proposito io suggerirei all’autore, per mantenere equilibrio, di cancellare radicalmente ogni traccia di prosimetro. Sono parole piene di sentimento, quelle di quei versi, ma ahimè versi non sono affatto: non basta mandare a capo, è bene ricordarsene, né integrare versi d’altro (peraltro: straniero, tradotto) nei propri. Ho percepito qualche alternanza nel registro linguistico, personalmente: per quanto riguarda la lingua, mi sembra densa, non estranea ad aggettivazione ipertrofica e a perifrasi che l’autore, negli anni, dovrà snellire. Se addirittura un sms prende 5 righe c’è qualcosa che non va. In generale, urgono letture e non solo classiche, o bibliche o spirituali in generale: un romanzo non è un catechismo per figure e allegorie. Altrimenti diventa uno scherzo da prete. Non a caso uno dei pochi richiami letterari espliciti e riusciti è rivolto all’irlandese Shaw: c’è chi si sente saggio in proporzione alla sua capacità di fare esperienza, non in base alle sue esperienze stesse. 

Ho la tentazione di scrivere che questo libro è una biografia trasfigurata (il bambino, a Gela, sogna l’Africa che poi vivrà…), incorniciata da una storia della storia – quella del sogno del protagonista bambino – e che l’intento era mostrare la storia d’un uomo che cerca e sempre ha cercato verità: per tenebre (quelle tenebre da dove viene la paura), attraverso tunnel paurosi e intervalli gioiosi, fino alla luce. Quella luce è divina ed è la via, la verità, la vita.

Intanto si apprende l’arte della pazienza, il segreto della diversità (necessaria per l’equilibrio), l’empatia (ma attenzione: il buono proviene da Dio, mentre il male…!); si ricorda che la Bibbia è il manuale d’istruzioni per l’uomo; si cade vittima del totem dell’olismo, questo sì molto contemporaneo e occidentale in generale, e di qualche definizione un po’ retorica (l’amore come orchidea selvaggia: bella e rara). La depressione è un demone (con tanto di maiuscola) e così la confusione (perché mai?); Michele interviene per conto di Dio, e sembra incidere nelle sorti di certi uomini. Per decidere il futuro, s’attendono segni divini. Come facevano gli antichi aruspici Romani. Non manca qualche tautologia (“Tutto è evitabile. Tranne l’inevitabile”) a completare un quadro stravagante, desueto, comunque umanissimo. L’umanità non manca davvero.

Scrive Paola Biribanti nella prefazione: “Quando si arriva all’ultima pagina ci si accorge che tutto torna. Anche quei particolari insistiti, quelle frasi sibilline, quei bruschi cambiamenti di rotta del racconto che all’inizio erano sembrati accessori, mero indulgere alla fantasia e all’estro di un momento, si rivelano in tutta la loro entità di segni premonitori, di simboli parlanti, di cifre di una combinazione che si ottiene solo al momento opportuno (…)” (p. 7).

Allora ciascuno decida l’opportunità di questa lettura sulla base della sua sensibilità religiosa – è stranamente, considerando la produzione contemporanea italiana, il caso di ribadirlo – e letteraria; intanto, considerando che si tratta di opera prima, edita da coraggioso e piccolo editore umbro e editata da talentuosa letterata ternana, io evito di insistere sui limiti del libro e concludo ringraziando l’autore per aver esposto i suoi sentimenti e la sua visione del mondo con tanta e torrenziale scrittura, e non poco dolore. Il sentiero della creazione artistica va tuttavia affrontato con cautela e intelligenza: come quello religioso, con la stessa umiltà. Il sentimento non basta, col cuore non si scrive: si sente, e si ama. Scrivere è un’altra cosa.

Autore da rivedere in prove successive.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Aurelio Di Fresco  (Gela, 1966), scrittore italiano.

È vissuto fondamentalmente tra Sicilia, Africa e Friuli. Spiega Biribanti: “Con la passionalità tutta siciliana, l’infaticabilità produttiva dei friulani, la sana incoscienza dei giovani, l’ambizione dei professionisti e il desiderio di conoscere quanto più mondo possibile, il mondo l’ha girato per davvero” (p. 7).

Aurelio Di Fresco, “Segno zodiacale Delfino”, Edizioni Thyrus, Terni, 2007. 171 pp.

Prefazione di Paola Biribanti.
 

Prima edizione: Edizioni Seneca, Torino 2006. 336 pp.

 
Gianfranco Franchi, maggio 2007

ISBN/EAN: 
9788889404621

Commenti

Atipica e insolita opera prima.
Cattolicissima e spirituale.
A voi...

Non so come ti sia capitato per le mani. La recensione è davvero bella, scorrevole e analitica. Non ci crederai, ma il testo mi incuriosisce, non fossse altro per scoprire i molti sentieri del vivere la propria spiritualità. è un tema, come sai, che mi affascina da sempre, al di là del tipo di spiritualità in questione. E poi è un viaggio molto personale, anche empatico, da quel che ho compreso, pur con tutti gli evidenti limiti che ben descrivi.

Un libro del quale sembrerebbe io non abbia bisogno, almeno in questo periodo. Traspare sana megalomania l'essere interlocutore di Dio oppure lascia un po' inquieti?

si deve sopperire alla straripante presenza del dio dei cristiani con una struttura ben calibrata, una lingua letteraria capace di stupire e di emozionare, una serie di reminiscenze capaci di rivelare altre e diverse letture: molta, molta autoironia. PER FORZA?

4. Possibilmente. Altrimenti trasformi dio in un personaggio letterario.
3. Devo ancora deciderlo:). Credo di aver letto l'attestazione della parola "dio" più volte solo nelle Confessioni di Agostino.
2. E ti dico di più. Qualcosa à la van Eeden. Ma van Eeden rimane altrove per le ragioni che conosci...

2. Mi è capitato tra le mani per via della segnalazione di un'amica, me ne ha parlato con grande entusiasmo e vero trasporto, ero curioso come una faina. Del resto è un'opera prima, qui c'è l'embrione di tutta la futura produzione dell'autore, volevo capire dove si poteva andare a parare...

5- nn capisco il problema?

Pensa alle grandi opere epiche della classicità. Il ruolo degli dei era chiaro: intervenire a favore di un popolo o di un altro, di uno o di un altro uomo; questo andava a determinare gli esiti delle battaglie, degli amori e via dicendo. Il dio dei cristiani - correggetemi se sbaglio - non ha mai messo la mano nella storia dopo l'avvento della sua incarnazione. Se così non fosse, sarebbe facile dimostrare che è un dio di pochi. Perfino il popolo "eletto" ha subito olocausti e violenze, dov'erano le difese di questo Dio? Limitate a un solo individuo?

Insomma: se ammetti l'intervento diretto di dio o degli angeli nella vita delle persone reiteri la concezione egizia, etrusca,greco-romana del "gradimento" di un dio nei confronti di x e y, quasi ci fossero figli di dei minori.
E' un antico escamotage noto come "deus ex machina", in Letteratura. Ha fatto il suo tempo, sappiamo d'essere responsabili delle nostre azioni e d'esserne protagonisti consapevoli. Se faccio del male a qualcuno non è colpa del diavoletto, lo pensavo a sei anni... e se mi capita qualcosa di bello non è stato dio a deciderlo. Nemmeno decide che debba subire corruzione e ingiustizia. E non sono nemmeno i pianeti:), con buona pace di chi ama l'astrologia.

Insomma, se mi sentissi ancora cristiano sarei irritato da passi del genere. Più onestamente mi ribadisco pagano e posso giocare a credere nei segni, nelle influenze divine e nel genius loci.
*
Quanto sarebbe comodo se ci fossero colpe o responsabilità divine nelle nostre vite... perdi un tuo caro e ti dicono che è stato Lucifero. Ti danno un aumento sul posto di lavoro ed è merito di Michele. Perdi la casa ed è Dio che ti mette alla prova. Come un vivisezionista che fa esperimenti. Insomma, non giochiamo con dio, e lo dico io che non sono un chierichetto...

8. "...sappiamo d?essere responsabili delle nostre azioni e d?esserne protagonisti consapevoli. Se faccio del male a qualcuno non è colpa del diavoletto, lo pensavo a sei anni..."

Giusto. Ma quando faccio del bene? E poi nel n.

9. parli di influenze divine. Come si conciliano secondo te queste influenze col principio della responsabilità individuale? Te lo chiedo perché è un rovello non da poco. Una contraddizione su cui confesso di scontrarmi intellettualmente spessissimo.

E quando faccio del bene è per diverse ragioni. Altruismo; vantaggio personale, in termini vari; idealità; opportunismo. Dipende. Ognuno è mosso da qualcosa, non da un dio:). Saremmo strumenti, altrimenti, o marionette. Non ci credo.

10, 9. Da pagano dico che ogni luogo e ogni dio influenza, volubile e lunatico, le sorti di chi gli aggrada:).
Da cittadino buck non ci credo, mi sembra ovvio. Ognuno è responsabile, al limite assieme - in certi contesti e determinate circostanze - al suo ambiente.

Quindi il punto di sintesi non si trova. C'è anche per te -- da quanto ho capito -- la dimensione del "pagano" e la dimensione del "cittadino". Ben distinte l'una dall'altra :).

Se Dio intervenisse ce ne accorgeremmo tutti. Io sono tra quanti credono che, se davvero esiste, un giorno interverrà e spazzerà via millenni di menzogne e di stupidità. Cancellando quelle che abbiamo chiamato "parole sacre" e insegnandone di nuove, in un linguaggio a tutti comprensibile senza traduzioni e senza interpretazioni. E senza chiese, e senza uomini di chiesa. Non avrebbero più senso, le chiese, di fronte all'inequivocabilità.
Ragazzi non sono il più adatto a parlare di bugie, non mi fermo più. Le bugie religiose sono la mia specialità.

12. Sì:).
Una è ludica e molto romana, l'altra è coscienziosa e mitteleuropea:)

OT > Drago, a giorni on line una chicca su Fiume che ti farà impazzire di curiosità:)

aspetta, ma uno che scrivo su un libro che dio c'è ci muove e ci trasforma, non solo per te è in errore, ma compromette l'intera validità del testo?

sembra quasi che tu abbia questo catalogo: scrittori atei: bravi; scrittori cristiani: mmmmm; scrittori cristiani estremisti: cattivi.

16. Dipende, e le condizioni le ho chiaramente esplicitate: "casi come questi (su altro, lontanissimo e più alto livello, nel Novecento, nomino il cattolico Bernanos e il protestante atipico C.S. Lewis) si deve sopperire alla straripante presenza del dio dei cristiani con una struttura ben calibrata, una lingua letteraria capace di stupire e di emozionare, una serie di reminiscenze capaci di rivelare altre e diverse letture: molta, molta autoironia. Quella dei rabbi, per capirci: non estranea al rispetto e al timor di dio".

Non mi interessa se chi scrive sia ateo, ebreo, pagano, comunista, islamico, gnostico, protestante, cattolico. Mi interessa la Letteratura, e l'ho sempre dimostrato analizzando qualsiasi cosa richiamava il mio interesse. Se la Letteratura è scavalcata e inficiata da un credo religioso, con argomentazioni peraltro medievali, non ci siamo. Vuol dire che lo stile e la storia sono stati strumenti di catechesi.

Vuol dire che lo stile e la storia sono stati strumenti di catechesi. e perchè è sbagliato?

Perché la Letteratura Religiosa pretende diversa sacralità e diverso rispetto. Immagino che un cittadino possa sbagliare a parlare in nome di Dio o della sua Chiesa o della sua Religione. Diventa pericoloso per Dio, per la Chiesa e per la Religione. Questo fin quando Dio, Chiesa e Religione sono concetti fraintendibili e interpretabili, come oggi è.
In questo caso, peraltro - suppongo - non si voleva fare catechesi o letteratura religiosa. E' questo il guasto: teoricamente doveva e voleva essere narrativa.

mamma mia che roba interessante, Franco... la TUA RECENSIONE però!
Sinceramente, volendo anche leggere fra le righe quello che tu come non cristiano potresti non intendere, beh, a me non viene nessuna voglia di affrontare un autore simile.
A tutti i partecipanti alla discussione direi che Franco, con la sua "poca fede" (ah ah) è andato molto più vicino al vero sentire di un cristiano di tanta gente che profuma (diciamo profuma) di incenso.
Dio non ci tratta come burattini.
Io credo nell'esistenza del Maligno, e nella sua opera.
Ma non è dove si pretende di vederla. E datemi dell'eretica ma le vere opere di Dio non stanno quasi mai dentro le chiese e neppure nelle sacrestie e ancora meno nelle encicliche.
L'uomo è stato creato libero e di conseguenza agisce.
Ed è sua la responsabilità di molta parte del male di ogni tempo.

***

Sulla letteratura religiosa pieno accordo. E' altro.

***

I siciliani immigrati dalle mie parti si sono rovinati per sempre... :))

***

Ovviamente all'Autore e a chi ha creduto in lui tutta la mia stima e l'incoraggiamento a continuare e a migliorarsi :)

(Ilde ha decisamente capito da che parte sto. Non ne dubitavo;) ).
Grazie Ilde. Sottoscrivo in toto il tuo messaggio, e firmo col sangue.

perchè anche chi fa della catechesi in un libro, non è letteratura? perchè?

Qui ti voglio. Non sei convinto? Compra il libro, leggi, torna a parlarmene. Se ti sembrerà una degna opera letteraria, sarò entusiasta di sentirne le ragioni e di apprezzare l'analisi. Sarei felice di essere smentito con ricca e degna argomentazione. E' una vita che sogno smentite degne e ben argomentate. Vai Elio!

Intanto ti regalo l'incipit della recensione di Don Claudio Bevilacqua. Leggi bene.

"Non è un libro di preghiere, anche se in esso frequentemente si ripete che la vita è un?assurdità senza la fede, e che in essa non si può scoprire un senso al di fuori dei princìpi della visione cristiana".

http://www.edizionithyrus.it/Recensioni_Segno%20zodiacale%20delfino.htm
qua il resto.

ma il discorso è in generale: perchè non è letteratura?

Guarda, il termine "letteratura" è così abusato che puoi ormai farci rientrare anche una cronaca di incontri di wrestling o un libro su Iridella, se preferisci. Addirittura si parla di letteratura giuridica e scientifica. Stanno riuscendo a svuotare una parola del suo concetto originario.
Che vuoi che ti dica: a ciascuno i suoi canoni. E' letteratura in senso lato, ma la grande Letteratura - narrativa - è altrove; stesso vale per la Letteratura Religiosa. Punto.

Del resto, non ho scritto che non è letteratura. Gnocco.

"Il rischio, altrimenti e inevitabilmente, è di reiterare gli aspetti più discutibili ? amati e detestati con eguale intensità dai lettori contemporanei ? della narrativa di Coelho: ci si trova sempre a un passo dalla new age, scrivendo passi intrisi di una spiritualità prossima al misticismo in certi frangenti, in altri decisamente grottesca, con Dio e Lucifero nei panni delle divinità greche nelle opere epiche dell?antichità: autentici deus ex machina, responsabili delle azioni e delle sorti dei protagonisti, pronti a intervenire per correggere rotte, direzioni e per salvare o dannare vite via angeli e diavoletti, manco fossero Marte e Apollo. Difetto caro a Bernanos, per intenderci, i cui protagonisti non di rado erano vittima non delle conseguenze delle loro azioni, ma delle nefaste influenze del Maligno".

mi inchino alla lucidità e linearità del passo.

***

"cancellare radicalmente ogni traccia di prosimetro. Sono parole piene di sentimento, quelle di quei versi, ma ahimè versi non sono affatto: non basta mandare a capo, è bene ricordarsene, né integrare versi d?altro (peraltro: straniero, tradotto) nei propri." idem. Pur non conoscendo il testo in questione, ne condivido pienamrnte il pensieroche ne sta alla base e credo di avere capito.

***

"Il sentiero della creazione artistica va tuttavia affrontato con cautela e intelligenza: come quello religioso, con la stessa umiltà. Il sentimento non basta, col cuore non si scrive: si sente, e si ama. Scrivere è un?altra cosa."

Il Franchi ispirato è musica per le mie orecchie. Spesso, NON in questo caso, anche quando distilla ed individua sensi e significati che non condivido e non mi appartengono. L'intelligenza può essere comune (come capacita ad "intelligere"), le passioni e le ideee possono essere diverse credo. E con questa frase penso che posso riassumere il senso del mio intervento. Massimo rispetto ed ascolto, ma anche analisi e "contestazione" motivata, con saggezza ed equilibrio, di ciò in cui non ci riconosciamo. Spero di essere stato chiaro.

uhmm.....di solito sono diffidente verso questo tipo di testi, la lett. religiosa è altra cosa.
"un romanzo non è un catechismo per figure e allegorie": appunto.
E questo dice tutto.
" Il sentiero della creazione artistica va tuttavia affrontato con cautela e intelligenza: come quello religioso, con la stessa umiltà"
> e questo è un altro bel passo. Gf: dice bene Ilde sulla sensibilità cristiana, dote che del resto ti ho sempre riconosciuto.
*
"E datemi dell?eretica ma le vere opere di Dio non stanno quasi mai dentro le chiese e neppure nelle sacrestie e ancora meno nelle encicliche".> eheheheh! Diciamo che qualcosa di buono c'é anche lì, non sempre è tutto da scartare. E in ogni caso nessun ambiente è esente da meschinità ed egoismi, neppure le parrocchie fanno eccezione purtroppo.
Che dici, ci bruceranno insieme? :-)

Vi difendo io;)

"per un integralista cattolico può forse risultare emozionante o corroborante sentire anime affidarsi a Dio a ogni momento e per qualsiasi ragione, per quanto mi riguarda è dapprima causa d?un sorriso pieno di comprensione, poi di vaga perplessità, infine di razionale diffidenza".
Magari risulto polemica, ma a parer mio sono proprio certi sentimentalismi fintamente ingenui a ridicolizzare la sacralità della figura di Dio, banalizzando la fede e riducendola ad una specie di prontuario magico. Credo che la letteratura religiosa esiga altro per dirsi tale. Personalmente apprezzo la citata autoironia dei Rabbi, che presuppone un approccio meditato e critico alla materia religiosa.

E aggiungo: quando si chiama in causa Dio, pure in buona fede, le cautele non sono mai abbastanza. Soprattutto se la fonte è laica. Ad ogni modo quanta saggezza nell'approccio autoironico, e quanta adeguata distanza da ciò che non si può raggiungere né pensare...