Autore:
Della Longa Tommaso, Lai Alessia
Non sapevo che l'Italia fosse nella black list di Amnesty International. In questo libro, i giornalisti Alessia Lai e Tommaso Della Longa, saggisti esordienti, scrivono con grande chiarezza che il nostro Stato, “Paese europeo, membro del G8, espressione della cosiddetta civiltà democratica occidentale, finisce ogni anno sotto la lente d'ingrandimento di Amnesty”. Le cause? Maltrattamenti e omicidi a opera delle forze dell'ordine – spiegano nell'introduzione i due autori – decessi in carcere mai chiariti, ritardi nelle inchieste, addirittura la mancata ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Già, quest'ultima notizia, stranamente poco dibattuta e pubblicizzata sui media mainstream, va abbinata a quanto avvenuto negli States già diversi anni fa: tutto raccontato a dovere nel grande studio di McCoy “Una questione di tortura”, pubblicato da Socrates. Ricordate? Bene.
“Quando lo Stato uccide” (Castelvecchi, 2011) è un libro che fa paura. Fa paura il titolo: i contenuti angosciano. E questo a dispetto del buon equilibrio della narrazione, completa di tutta una serie di interventi di autorevoli esponenti sindacali delle forze dell'ordine, destinati a illuminare diverse zone d'ombra, come vedremo. “Quando lo Stato uccide” mette paura e inietta al contempo una robusta dose di fiducia e speranza. Spiego perché. Fiducia, perché nonostante tutto un libro del genere può uscire, nel 2011, essere adeguatamente esposto sugli scaffali di tante librerie ed essere, si spera, razionalmente recensito su quotidiani e riviste nazionali, senza eccessive polemiche, senza scandalismi. Speranza, perché se in tanti prendiamo coscienza dell'allarme lanciato in questo contesto da Lai e Della Longa, altrove da Amnesty, giorno per giorno da tanti movimenti e tante riviste o portali indipendenti, allora le cose possono cambiare. Lentamente, ma radicalmente: possono cambiare.
Quel che questo libro racconta è quanto complessa e delicata sia, in questo momento storico-politico, la relazione tra una minoranza delle forze dell'ordine e una parte della nostra cittadinanza. È una minoranza delle forze dell'ordine che cede, con facilità incresciosa, all'arroganza e alla prevaricazione: non ha paura della propria condotta, e così può arrivare a umiliare, ferire, fare del male o uccidere cittadini a volte colpevoli di reati non particolarmente rilevanti, a volte addirittura del tutto innocenti. I due coraggiosi giornalisti autori dell'inchiesta non hanno soltanto raccontato le zone d'ombra, le contraddizioni e le gravissime responsabilità già emerse, almeno in parte, in merito a disastri come i
fatti di Genova (Caserma Bolzaneto, Scuola Diaz, piazza Alimonda: martirio di Carlo Giuliani), come le morti di Federico
Aldrovandi (Ferrara), Stefano
Cucchi (Roma), Gabriele
Sandri detto Gabbo (Badia al Pino). Lai e Della Longa hanno elencato e almeno accennato a diversi altri drammi del genere avvenuti negli scorsi anni, sfortunatamente rimasti estranei all'attenzione dei grandi media – e quindi, incredibilmente, dimenticati: oppure passati, in parecchi casi, discretamente inosservati.
Ora: non ho le competenze tecniche né la capacità, in generale, di entrare nel dettaglio di tutte le vicende raccontate. Non vorrei sbagliare niente, nemmeno un piccolo dettaglio: e allora rinvio i pochi che ancora fossero all'oscuro dei Fatti di Genova, degli omicidi Aldrovandi, Cucchi e Sandri, a studiare a dovere il testo che qui segnalo perché potranno trovare fonti, notizie e argomenti degni per le loro meditazioni. E tuttavia c'è qualcosa che voglio dire, diciamo da libero cittadino e basta, da persona decisamente o relativamente profana rispetto a queste coraggiose e disperate battaglie condotte per tutelare e difendere la memoria, la verità e l'onorabilità di propri famigliari o amici caduti, e di propri amici o conoscenti feriti, più o meno gravemente. Ciò che voglio dire è che leggendo questo libro non ho sentito nessuno smottamento nella mia fiducia di base nei confronti delle forze dell'ordine: “Quando lo Stato uccide” non è e non costituisce un invito alla rivolta, o alla ribellione. Piuttosto: questo saggio è uno strumento destinato, io credo, a difendere e tutelare le nostre forze dell'ordine. Quelle oneste, che ogni giorno consacrano la loro attività alla difesa dei nostri diritti e della legalità, per stipendi non proprio adeguati. Quelle coraggiose, che ogni giorno accettano di rischiare la vita e la salute psichica e fisica vivendo e lavorando in contesti estremamente complicati. Quelle immalinconite da tutta una serie di promesse della casta politica, periodicamente tradite e smentite. È chiaro, certo, che questo saggio ci mette in guardia, come cittadini: non tutte le forze dell'ordine sono oneste, coraggiose e consapevoli. Proprio come negli Stati Uniti di quel grande eroe civile che è stato Frank Serpico, qui da noi ci può essere omertà, qui da noi ci può essere corruzione, qui da noi ci può essere tradimento della propria missione, della propria divisa, e della propria professione. Voi direte: buongiorno, è ovvio. È la natura dell'uomo. Non esistono robot che servono lo Stato fino alla morte: esistono uomini che decidono di servire lo Stato e di difendere i cittadini a qualsiasi costo, esistono uomini che sbagliano servendo lo Stato, esistono uomini che a un tratto decidono di servire un padrone diverso dallo Stato. Magari: il denaro.
Come opinione pubblica, come cittadini, abbiamo il dovere di tutelarci e di difenderci dalle prepotenze di quella minoranza delle forze dell'ordine che sporca le divise che indossa. Ma al contempo abbiamo il dovere morale di non dimenticare quella maggioranza di lavoratori onesti e spesso costretti a vivere e lavorare in condizioni non del tutto adeguate di cui prova a parlare qualche fiction tv, e qualche articolo di cronaca. Non basta.
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“Quando lo Stato uccide” ha il merito di dare voce ai famigliari delle vittime: agli amici delle vittime. Ha il merito di restituire giustizia e un pizzico d'amore a tutte queste povere anime che hanno perduto la vita in nome di niente, per mano di chi doveva difenderli. E non c'è ricompensa che tenga. Sono anime perdute. Questo è tragico. Assieme: questo saggio dà coraggio a chi è stato ferito e umiliato da qualcuno in divisa, senza averne colpa. Ma la forza grande di questo libro sta nel suo sforzo di comprensione delle condizioni di tutti, delle responsabilità di tutti, delle opportunità di tutti. Cittadini, poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie e via dicendo. Non c'è cattiveria, non c'è ferocia, non c'è sproporzione: c'è pietà, e c'è una paranoia abbastanza incontrollata, questo sì. Una paranoia sensata, e comprensibile: tenendo presente che di casi del tutto eccezionali, o abbastanza eccezionali, spesso si tratta. L'eccezionalità non riduce la loro gravità, sia chiaro. E non la giustifica.
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Da leggere. Tra questo libro e “Un commissario scomodo”, memoir del commissario Ennio
Di Francesco, ogni cittadino può intuire in quali condizioni, in certi contesti, versano le forze dell'ordine, e di quante tutele tutti siamo in ricerca, qui in Italia. Quella più elementare – restare in vita quando cadiamo nelle mani dello Stato, per un controllo, o per un nostro reato – è stata violata in diversi frangenti, e non soltanto sotto forzismo. Il guasto, come spiegano bene i giornalisti Lai e Della Longa, è più antico – diciamo risale agli Anni di Piombo. Ma nel libro tutto è spiegato a dovere. Vedrete: e ragionerete.
Quanta fatica, certo: quanto sgomento: quanta paura. Teniamola a bada: trasformiamola in energia per cambiare le cose, in questo Paese. E per pregare Dio per un futuro diverso: e, per quanto possibile, estraneo alle ingiustizie. In divisa e non.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Tommaso Della Longa (Roma, 1980), giornalista, si occupa di esteri e di zone di crisi. Ha collaborato con Rai News 23, collabora con “Rinascita”, “Area” e via dicendo. Anni fa, con Daniele
Petraroli, ha diretto
l'Agenzia Inedita.
Alessia Lai (Cagliari, 1973), giornalista, vive a Roma. È caposervizio di “Rinascita” e collabora con “La voce del ribelle”.
Commenti
[della longa-lai] Non sapevo
[della longa-lai] Non sapevo che l'Italia fosse nella black list di Amnesty International. In questo libro, i giornalisti Alessia Lai e Tommaso Della Longa, saggisti esordienti, scrivono con grande chiarezza che il nostro Stato, “Paese europeo, membro del G8, espressione della cosiddetta civiltà democratica occidentale, finisce ogni anno sotto la lente d'ingrandimento di Amnesty”. Le cause? Maltrattamenti e omicidi a opera delle forze dell'ordine – spiegano nell'introduzione i due autori – decessi in carcere mai chiariti, ritardi nelle inchieste, addirittura la mancata ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Già, quest'ultima notizia, stranamente poco dibattuta e pubblicizzata sui media mainstream, va abbinata a quanto avvenuto negli States già diversi anni fa: tutto raccontato a dovere nel grande studio di McCoy “Una questione di tortura”, pubblicato da Socrates. Ricordate? Bene...
[il fatto del 18 aprile 2011]
[il fatto del 18 aprile 2011] notizie sui fatti di Genova:
FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/18/g8-di-genova-a-bolzaneto-ci-f...
Definizione del concetto di “tortura”, più l’aggravante dei “motivi abbietti”. Dieci anni dopo, le motivazioni della condanna in appello contro gli imputati della “macelleria messicana” del G8 di Genova del 2001, non risarciranno le vittime di tre giorni di “sospensione della democrazia”, ma daranno un contributo fondamentale al ripristino di uno stato di diritto. Emessa il 5 marzo 2010, da una corte presieduta da Maria Rosaria d’Angelo, con Roberto Settembre giudice a latere, la sentenza aveva confermato tutte le accuse del verdetto di primo grado, dichiarando però il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per 28 imputati, mentre ha confermato la sentenza di primo grado a carico di altri quattro.
Tra i primi, spicca l’allora vice-capo della Digos Alessandro Perugini, filmato mentre sferrava una micidiale ginocchiata in faccia un quindicenne già sanguinante e gonfio di botte. Tra quelli per cui la sentenza di primo grado è stata confermata, invece, c’è l’ assistente capo Massimo Pigozzi che , afferrata una mano di Giuseppe Azzolina, uno degli arrestati, ne aveva divaricato le dita sino a lacerarla fino all’osso. Richiamandosi alla legge 3/11/1988 n° 498 con cui l’Italia ha fatto propria la convenzione contro la tortura (firmata a N.York il 10/12/1984) il giudice Settembre scrive – contro l’opinione dei difensori degli imputati – che il termine tortura indica “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze fisiche o mentali, al fine di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei … qualora tali sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale o su sua istigazione o con il suo consenso…
continua qua: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/18/g8-di-genova-a-bolzaneto-ci-f...
[della longa, lai, live in
[della longa, lai, live in roma il 27] mercoledì 27 aprile
ore 18.00 - Sede Italiana Parlamento Europeo - Sala delle Bandiere
Via IV Novembre 149
Rome, Italy
introducono
Roberta Angelilli - Gianni Pittella
(vicepresidenti Parlamento europeo)
intervengono
...
Cristiano Sandri
Ilaria Cucchi
Tommaso Della Longa - Alessia Lai (autori)
Jessica De Napoli - Holljwer Paolo (Associazione Officina Cultura)
modera
Laura Bastianetto (giornalista)